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Credo sia giusto che l’immagine atroce di Stefano Cucchi sul telo azzurro dell’obitorio stia perseguitando i nostri sogni e risulti sconvolgente anche per chi è abituato a guardare ogni giorno in faccia le conseguenze della morte.
Per quanto doloroso possa essere per la famiglia penso che sia stato un gesto necessario violare l’intimità di un corpo non ancora ricomposto nella sua dignità e ripulito dei segni che la vita lascia con le unghie sul viso e sul corpo dei morti quando ne viene strappata via a forza.

Non dimentichiamo che anche per Federico Aldrovandi la macchina della giustizia si mosse solo dopo che sua madre divulgò in Internet le immagini della salma del figlio, ancora vestita degli ultimi abiti di vita, gonfia ed insanguinata dalla violenza subìta.
Perchè c’è un segno inconfondibile in entrambi i corpi di Stefano e Federico ed è il marchio della morte violenta, prematura ed ingiusta.

E’ stato quindi giusto mostrarla, quella tremenda immagine, nella sua spietatezza, in questo paese di santommasi che se non ci infilano il dito, nella piaga, e lo rigirano ben bene, non credono a nulla. Come La Russa che giura e spergiura che non è successo nulla di male ancora prima di sapere come si sono svolti i fatti. Come quelli che si passano la palla come fosse una bomba a mano pronta ad esplodere: “L’avevano in consegna loro”. “No, era sotto la tutela di quegli altri”. Noi non siamo stati”, “Noialtri nemmeno.”
E allora chi ha rotto la schiena a Stefano? Come si è provocato quella lesione orbitale? A parte il livor mortis che ha certamente la sua parte nella creazione di questa maschera sconvolgente che ci riporta ai morti consunti per fame e per lager, quello è il corpo di una persona che è stata oggetto di violenza. Botte, trascuratezza, crudeltà, menefreghismo, incompetenza, leggerezza, non lo sappiamo. Per questo è fondamentale indagare e fare giustizia.

E’ strano che qualcuno si scandalizzi di queste immagini crude quando ogni giorno siamo sommersi da decine di morti ammazzati ed ammassati dentro la scatola magica televisiva. Certo quelli sono morti lontani, come nel caso delle vittime di guerra, che o non vediamo o ci giungono già inscatolate e pronte per i funerali di stato dove si deve stare attenti a non scivolare sul pavimento ricoperto di retorica.
Oppure sono morti finti, da cinema, che allo “stop!” si rialzano e ne girano un’altra. O ancora morti da cartone animato, come Wil Coyote che viene giù dal canyon e si stropiccia solo un poco la pelliccia.

La morte vera invece è questa. E’ quella che si è dipinta sulla schiena e sul volto di Stefano ma è anche l’incubo del dolore che mai più potrà essere alleviato di due genitori che si sono visti restituire un figlio in quello stato.

E’ curioso che ci si scandalizzi e si invochi il velo pietoso. E’ perchè si può mostrare tutto ma non, come dice Gilioli, “la verità”? Non vedrete nei TG, ad esempio, le immagini di questi bambini nati deformi dopo il bombardamento di Fallujah, in Iraq. Troppo impressionanti, vi direbbero. I vostri, di bambini, potrebbero impressionarsi. Quelli che rischiano di deformarsi solo per le troppe merendine.
Ipocriti. Il morto di Napoli la prima sera non ce l’hanno fatto vedere per intero. “Abbiamo deciso di non mostrare per intero… bla bla bla bla”. Poi, la sera dopo, pum pum, anche gli spari. E poi ancora una volta e un’altra ancora, perfino al rallentatore. Nel caso non avessimo capito bene. Ipocriti.

L’ostensione del corpo inanimato di Stefano Cucchi non è un gesto gratuito. Serve a denunciare l’inaccettabilità di una nostra situazione carceraria ai limiti della civiltà. Carceri dove i suicidi sono all’ordine del giorno, dove i soprusi e le violenze non possono essere accettati come un male necessario. Il carcere non può essere un inferno dove finiscono solo gli untermenschen e non certo gli squali della finanza creativa ma dev’essere un luogo dove sia possibile la redenzione per chi ha sbagliato. In ogni caso non esiste che uno entri vivo in carcere e ne esca morto.

Guardare certe immagini fa male ma è necessario fintantoché accadranno tragedie come queste. Fatevene una ragione.

E così dovremmo continuare a morire per gli interessi della Unocal e del suo burattino-presidente-supermodel, eletto con i brogli (si parla di almeno 1.500.000 voti dubbi) e talmente arrogante da dichiarare che gli osservatori europei dovrebbero farsi i cazzi propri invece di denunciare irregolarità nello scutinio dei voti, in quelle che in teoria avrebbero dovuto essere elezioni democratiche. Bellino lui, con il berrettino di astrakhan e il paltoncino d’alta sartoria.
Dovremmo continuare a morire per difendere uno strapuntino in balconata gentilmente concessoci dal Potere Petrolifero Mondiale nel paese dove la guerra sarebbe arrivata comunque, anche senza 11 settembre, perchè era già deciso da ben prima il 2001 che là si dovessero riaprire i due rubinetti principali dello sfruttamento del popolo afghano per il bene delle multinazionali, petrolio ed oppio, chiusi a tradimento dai poco malleabili talebani, vere e proprie bisce che si rivoltarono ai loro antichi ciarlatani.

La storia vera della guerra in Afghanistan è nota per chi la vuole conoscere. La democrazia non c’entra nulla, non siamo là a portare la democrazia ma a compiere una missione affidataci dai nostri superiori imperiali.
E’ una guerra di merda fatta per conquistare posizioni strategiche nello scacchiere della competizione energetica e noi facciamo le comparse, sperando di ottenere le briciole, con il rischio di morte, però.
Perchè, anche se i media ce la raccontano come una scampagnata dei soliti italiani brava ggente che vogliono tanto bene ai bambini colorati, là c’è la guerra. Si spara, si imbottiscono le auto di C4 e ci si va a far saltare addosso agli italiani che, dal loro punto di vista, non sono altro che invasori.
I militari che sono là lo sanno ma qui si fa finta di nulla, sperando che non capiti mai ciò che è capitato oggi: sei giovani uomini morti, dilaniati dall’esplosivo.
Si vive alla giornata, confidando nel solito culo italiano che ci protegge sempre. Invece no. La guerra non guarda in faccia nessuno e oggi contiamo anche noi i nostri morti.

Si è detto: ma allora che dovremmo dire delle popolazioni bombardate delle quali non frega niente a nessuno e i cui morti nessuno più conta. Giustissimo. Il problema non sono i civili e i soldati, entrambi vittime della porca guerra, il problema è la rappresentazione fasulla e fraudolenta che si fa della guerra nei nostri paesi, per coprirne le vere motivazioni. E’ un problema di comunicazione e propaganda, con i giornalisti che reggono il sacco macchiandosi di complicità con i mandanti delle guerre d’interesse.
Perchè ci meravigliamo che ci abbiano sparato addosso e che ci abbiano uccisi?
Perchè il potere, attraverso i contabubbole dei telegiornali, ci avevano raccontato una storia totalmente diversa e i conti non ci tornano. Nemmeno quelli che dovrebbero misurare l’orrore della perdita di migliaia di vite umane.

Detto che troverò vomitevole qualsiasi condanna e manifestazione di cordoglio da parte di chi non ha impedito ma anzi ha avallato questa guerra e continua a difenderne le ragioni, mandando la gente a morire e ad uccidere, da Napolitano a Berlusconi; che, come al solito, troverò insopportabile la retorica dei “nostri ragazzi”, ci sono cose che non vorrei sentire stasera.

Per esempio che non ce ne frega nulla di quelli che sono morti perchè muoiono anche gli operai di lavoro.

Ebbene, quelli che sono morti, non essendo fantaccini coscritti ma professionisti stipendiati delle Forze Armate, sono da considerarsi morti sul lavoro a tutti gli effetti, meritevoli del rispetto che si deve a dei lavoratori. Non vorrei sentire che sono fascisti e roba del genere.
Non vorrei sentire che vengono pagati profumatamente per andare a Kabul e quindi cazzi loro.
Lo stipendio più alto, quello di un generale, è di 7000 euro e rotti al mese netti. Infinitamente meno di un qualsiasi calciatore trombaveline che al massimo rischia il legamento crociato e non la pelle. Per non parlare dei 13.000 euro al mese che guadagnerà Renzino Bossi come “consulente” all’Expo di Milano o gli stipendi dei parlamentari. Quelli sono i veri scandali.

Non voglio sentire gli opportunismi di chi fino a ieri era a favore della guerra e stasera no perchè ci sono le mamme che piangono. Mi riferisco ai leaders politici. Se la perdita di sei nostri soldati è veramente insostenibile si prenda la decisione di ritirarsi dall’Afghanistan per evitare ulteriori disgrazie. Altrimenti si taccia. Se non per rispetto, almeno per pudore.

P.S. Detto tutto questo, trovo incomprensibile la disdetta della manifestazione di sabato a favore della libertà di stampa. E’ proprio a causa della mancanza di obiettività informativa che i popoli accettano passivamente che si combattano le guerre nelle quali vanno a morire anche i loro figli.
Andavano piuttosto sospesi il campionato di serie A o la Champions League, non una manifestazione in difesa della libertà. Ma si, figùrati…


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Ci vuole leggerezza, ha detto. Leggerezza, come quella delle mongolfiere o semplicemente dei palloni gonfiati, che quando li sgonfi vanno via scorreggiando a destra e a sinistra.
Credeva, come al solito, di sdrammatizzare, ma il fatto è che associare la leggerezza allo stupro, come lui ha fatto, proprio non va, non funziona. Non si sdrammatizza lo stupro, come non si sdrammatizzano i campi di sterminio. Se si prova a farlo si sentono i ferodi stridere, i corni steccare e i gessetti urlare sulle lavagne.
Si accappona la pelle e la mente inizia a vagare cercando una risposta a tanta inconsistenza di pensiero, a tanto orror vacui, a tanta odiosa superficialità, senza riuscire a trovarli. Perchè la stupidità è infinita, il suo valore è prossimo alla enne.

A parte la forma mentis da vecchio satiro del signore in oggetto, è anche purtroppo un problema di genere.
Forse gli uomini non vengono stuprati abbastanza (e non lo dico augurandomelo, per carità) o non sono dei mostri di empatia, ma a volte hai la sensazione che proprio non si rendano conto veramente, fino in fondo, di ciò che quella violenza rappresenta per una donna, soprattutto se si parla di uno stupro di gruppo.
Quattro, cinque o più sconosciuti che compiono su di te l’atto più intimo possibile, anche se è l’ultima cosa che vorresti fare in quel momento o hai le tue cose o stai male o sei troppo piccola e non capisci nemmeno cosa ti sta succedendo. Ti portano via l’anima ridendo, lasciandoti ferite nella mente che non guariranno mai più mentre loro diranno: “che ho fatto, dopo tutto?”

Io credo che lo stupro di gruppo sia un modo per esorcizzare sulle donne per vendetta l’angoscia più grande del maschio, l’impotenza. Far provare ad un altro essere cosa significa non riuscire a muoversi, a difendersi, ad evitare che ti venga fatto del male è un atto simbolico che viene dagli abissi più cupi dell’inconscio e che nasce dalla paura.
Non so spiegarmi altrimenti come gli uomini abbiano un atteggiamento fin troppo tollerante nei confronti del fenomeno, magari chiamandolo gang bang per renderlo più appetibile o facendolo diventare “arte” in opere di ingegno. “Arancia meccanica” è un capolavoro ma solo un uomo poteva pensare di raffigurare in maniera tanto subdolamente attraente lo stupro di gruppo.

Non tutti gli uomini stuprano, ci sono anche i soldatini che si tirano indietro inorriditi, ma purtroppo nel plotone sono una minoranza.
Già, è una cosa, la violenza di gruppo, che i soldati, nelle guerre, fanno abitualmente quando conquistano finalmente il nemico. Come premio viene loro concesso di accanirsi sulle donne, tutte quelle che trovano e non c’è giovane, vecchia, brutta, storpia o bambina che tenga, caro padrone. A Nanchino, nel 1937, le truppe giapponesi d’invasione stuprarono in pochi giorni tra le 20.000 e le 80.000 donne. Senza controllare prima se i requisiti 90-60-90 venissero rispettati e se qualcuna avesse passato gli esami da velina.

Più che la solita ossessione delle belle donne, perchè lui crede di essere galante, a me ha fatto venire i brividi proprio l’associazione stupro-soldati fatta dal vecchio satiro.
Lascia stare Nanchino, che è roba per gli storici ma gli stupri etnici della Bosnia non sono poi così lontani nel ricordo.
Che a difendere le donne debbano esser proprio coloro che potenzialmente sono i più assidui stupratori collettivi, date le favorevoli circostanze, e perfino sotto il casco blu dell’ONU in missione di pace, suona come una ancor peggiore derisione. Oppure una volgarissima fantasia da pornaccio di quart’ordine.

Non è possibile che un argomento che fa star male qualunque donna solo a pensarvi ed io sto male adesso a scriverne, diventi argomento per frizzi e lazzi da parte di un vecchio comico fallito.
I miliardari non vengono stuprati abbastanza, per questo non capiscono. Mio caro padrone, domani ti stupro.

Ricordo quando vidi lo spettacolo di Franca Rame, atroce come solo le cose rivissute per catarsi sanno essere. Stetti male, un male fisico, una presa allo stomaco e un dolore profondo, seguito dalla rabbia per la successiva scoperta della valenza politica che risultò avere avuto quell’aggressione. Addirittura pianificata, secondo i riscontri delle indagini, da settori delle forze dell’ordine colluse con l’estremismo fascista. Un ennesimo stupro di guerra, fatto per fiaccare ed umiliare il “nemico”.

Di fronte a drammi che devastano le donne, non parliamo mai più di leggerezza, di battute e di umorismo, non è proprio il caso. La prossima volta, Berlusconi, si contenga. O parli solo dopo essere stato stuprato.


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Ci vuole leggerezza, ha detto. Leggerezza, come quella delle mongolfiere o semplicemente dei palloni gonfiati, che quando li sgonfi vanno via scorreggiando a destra e a sinistra.
Credeva, come al solito, di sdrammatizzare, ma il fatto è che associare la leggerezza allo stupro, come lui ha fatto, proprio non va, non funziona. Non si sdrammatizza lo stupro, come non si sdrammatizzano i campi di sterminio. Se si prova a farlo si sentono i ferodi stridere, i corni steccare e i gessetti urlare sulle lavagne.
Si accappona la pelle e la mente inizia a vagare cercando una risposta a tanta inconsistenza di pensiero, a tanto orror vacui, a tanta odiosa superficialità, senza riuscire a trovarli. Perchè la stupidità è infinita, il suo valore è prossimo alla enne.

A parte la forma mentis da vecchio satiro del signore in oggetto, è anche purtroppo un problema di genere.
Forse gli uomini non vengono stuprati abbastanza (e non lo dico augurandomelo, per carità) o non sono dei mostri di empatia, ma a volte hai la sensazione che proprio non si rendano conto veramente, fino in fondo, di ciò che quella violenza rappresenta per una donna, soprattutto se si parla di uno stupro di gruppo.
Quattro, cinque o più sconosciuti che compiono su di te l’atto più intimo possibile, anche se è l’ultima cosa che vorresti fare in quel momento o hai le tue cose o stai male o sei troppo piccola e non capisci nemmeno cosa ti sta succedendo. Ti portano via l’anima ridendo, lasciandoti ferite nella mente che non guariranno mai più mentre loro diranno: “che ho fatto, dopo tutto?”

Io credo che lo stupro di gruppo sia un modo per esorcizzare sulle donne per vendetta l’angoscia più grande del maschio, l’impotenza. Far provare ad un altro essere cosa significa non riuscire a muoversi, a difendersi, ad evitare che ti venga fatto del male è un atto simbolico che viene dagli abissi più cupi dell’inconscio e che nasce dalla paura.
Non so spiegarmi altrimenti come gli uomini abbiano un atteggiamento fin troppo tollerante nei confronti del fenomeno, magari chiamandolo gang bang per renderlo più appetibile o facendolo diventare “arte” in opere di ingegno. “Arancia meccanica” è un capolavoro ma solo un uomo poteva pensare di raffigurare in maniera tanto subdolamente attraente lo stupro di gruppo.

Non tutti gli uomini stuprano, ci sono anche i soldatini che si tirano indietro inorriditi, ma purtroppo nel plotone sono una minoranza.
Già, è una cosa, la violenza di gruppo, che i soldati, nelle guerre, fanno abitualmente quando conquistano finalmente il nemico. Come premio viene loro concesso di accanirsi sulle donne, tutte quelle che trovano e non c’è giovane, vecchia, brutta, storpia o bambina che tenga, caro padrone. A Nanchino, nel 1937, le truppe giapponesi d’invasione stuprarono in pochi giorni tra le 20.000 e le 80.000 donne. Senza controllare prima se i requisiti 90-60-90 venissero rispettati e se qualcuna avesse passato gli esami da velina.

Più che la solita ossessione delle belle donne, perchè lui crede di essere galante, a me ha fatto venire i brividi proprio l’associazione stupro-soldati fatta dal vecchio satiro.
Lascia stare Nanchino, che è roba per gli storici ma gli stupri etnici della Bosnia non sono poi così lontani nel ricordo.
Che a difendere le donne debbano esser proprio coloro che potenzialmente sono i più assidui stupratori collettivi, date le favorevoli circostanze, e perfino sotto il casco blu dell’ONU in missione di pace, suona come una ancor peggiore derisione. Oppure una volgarissima fantasia da pornaccio di quart’ordine.

Non è possibile che un argomento che fa star male qualunque donna solo a pensarvi ed io sto male adesso a scriverne, diventi argomento per frizzi e lazzi da parte di un vecchio comico fallito.
I miliardari non vengono stuprati abbastanza, per questo non capiscono. Mio caro padrone, domani ti stupro.

Ricordo quando vidi lo spettacolo di Franca Rame, atroce come solo le cose rivissute per catarsi sanno essere. Stetti male, un male fisico, una presa allo stomaco e un dolore profondo, seguito dalla rabbia per la successiva scoperta della valenza politica che risultò avere avuto quell’aggressione. Addirittura pianificata, secondo i riscontri delle indagini, da settori delle forze dell’ordine colluse con l’estremismo fascista. Un ennesimo stupro di guerra, fatto per fiaccare ed umiliare il “nemico”.

Di fronte a drammi che devastano le donne, non parliamo mai più di leggerezza, di battute e di umorismo, non è proprio il caso. La prossima volta, Berlusconi, si contenga. O parli solo dopo essere stato stuprato.


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“Voi avete ragione, ma qui siamo italiani e dobbiamo anche orientare il pensiero degli italiani su questa cosa”. (Lucia Annunziata)

(Avverto che il filmato contiene immagini molto crude. Qui la seconda, terza, quarta, quinta e sesta parte.)

Ora che Gaza è sparita dai media, come se non fosse mai esistita e sparita in base ad un preciso piano che imponeva la fine degli schiamazzi e dei fuochi artificiali al fosforo in tempo per non disturbare l’inizio della presidenza Obama e i relativi festeggiamenti, possiamo continuare a parlare di Gaza, di giornalismo, di propaganda e di diritto all’informazione.
Per farlo dobbiamo fare riferimento non già al giornalismo orizzontale italiano ma a quello ancora orgoglioso di fare informazione, quello anglosassone, di qualunque orientamento politico esso sia.
Dobbiamo anche fottercene di copyright ed altre delicatessen e rilanciare i documenti televisivi che troviamo in rete per vedere di far arrivare un briciolo di informazione ai nostri connazionali intontiti dai telegiornali di regime.

“Unseen Gaza” è un documentario di Channel 4, canale televisivo britannico, andato in onda l’altra sera con grande clamore, non ovviamente sui nostri schermi. Ringrazio Grazia che, nel commento al post precedente, mi ha segnalato questo programma che ho visto oggi e che vi riposto qui, direttamente da Youtube. Il programma è in inglese e non sottotitolato e quella che segue è una sintesi riassuntiva che ho preparato per chi volesse conoscerne il contenuto.

Jon Snow, il conduttore del programma, è un giornalista molto agguerrito, sulla falsariga dei suoi colleghi americani di “60 Mintues”, della serie: “Ommioddìo, questi fanno ancora le domande e le inchieste!”
Per avere un idea del tipino che è Jon, guardatelo in questo battibecco con il portavoce del governo israeliano Mark Regev. Snow chiede conto a Regev dell’uso di armi proibite da parte di Israele, Regev risponde che non è vero ma Snow insiste nel fare domande e ad incalzare il suo interlocutore portandogli le testimonianze di coloro che le armi le hanno viste usare. In Italia un’intervista condotta a quel modo sarebbe pura fantascienza e sarebbe andata più o meno così: “Signor Regev, è vero che Israele ha usato armi al fosforo, DIME e a frammentazione?” Risposta: “No”. “Grazie per essere stato con noi, signor Regev, passiamo alle notizie sportive”.

“Unseen Gaza” è il resoconto di come questa guerra, forse per la prima volta nell’era moderna, sia stata condotta tenendo i corrispondenti dei media occidentali al di fuori del teatro dei combattimenti, confinandoli su una collina del disonore dal quale poter avere sempre la stessa visuale precotta. Come un pubblico che sente il parlato di un film provenire da dietro il muro di un cinema all’aperto ma non riesce a capire cosa stia succedendo sullo schermo e quindi non potrà certo raccontartene la trama. Da qui la difficoltà e l’insopportabilità, per dei media seri che vogliano fare informazione, di avere una visione completa di ciò che stava accadendo, e l’impossibilità di un resoconto obiettivo dei fatti.

Jon Snow arriva a Gerusalemme all’inizio del conflitto. Nel palazzo destinato a sede della stampa internazionale, all’ingresso, vi sono i resti di un razzo Qassam disposti come in un allestimento museale. “Il messaggio era chiaro” racconta Jon, “Israele è sotto attacco.” Ai giornalisti occidentali, ai quali non sarà permesso entrare a Gaza, ufficialmente per motivi di sicurezza, vengono consegnati opuscoli intitolati “Operazione Piombo Fuso”, come i press book di un festival cinematografico, percepiti né più né meno dai cronisti come pura propaganda. Forse abbiamo capito da dove traggono spunto certe penne nostrane. Ma lasciamo perdere.

La cosa che appare subito chiara a chi vorrebbe raccontare questa guerra secondo i metodi tradizionali è che non sarà possibile ascoltare la voce dell’altro contendente, cioè di Hamas.
Una giornalista israeliana intervistata da Snow spiega che il motivo consiste nell’evitare che succeda come in Libano nel 2006 dove i giornalisti, in sostanza, ruppero le palle “perchè a loro veniva suggerito cosa dire e non dire da Hezbollah”. Allora perchè non farli andare a Gaza, stavolta? “Perchè in ogni caso parlerebbero male di Israele.” Ah, beh.

Con i media occidentali appollaiati sulla collina a guardare i fuochi artificiali, gli unici luoghi di distruzione ai quali le autorità israeliane permettono di avvicinarsi sono quelli colpiti, in territorio israeliano, dai razzi Qassam. Viene fatto notare però nel documentario che, dall’inizio del conflitto, vi sono state solo una vittima civile israeliana e una decina di militari. La sproporzione tra la necessità di difendersi e il volume di fuoco effettivamente scatenato su Gaza come rappresaglia è evidente.

Se i media internazionali sono tenuti fuori da Gaza, ciò non significa che non vi siano voci che trasmettono cronache e reportages dall’inferno, e sono gli inviati dei giornali e delle tv arabe, come Al Jazeera. In quei servizi, destinati ad un pubblico islamico ma non solo, visto che i media occidentali le riprendono, compaiono molte più informazioni, sicuramente anche quelle suggestionate dalla propaganda di Hamas ed immagini che nei media occidentali verrebbero censurate. Ufficialmente per ragioni di fascia protetta e buon gusto. Questi reporters arabi presenti sul territorio, come i volontari e i bloggers, sono spesso vittima del fuoco israeliano ma continuano a far uscire dall’inferno le immagini della devastazione, quelle che rendono meglio l’orrore della guerra.

Viene riportato a questo punto, nel documentario, il caso di un servizio arrivato alle televisioni occidentali da un’emittente araba, nel quale veniva mostrato il corpicino carbonizzato di una bimba. Un’immagine sconvolgente che le emittenti occidentali hanno censurato.
In un intervista, Jeremy Bowen, corrispondente dal Medio Oriente della BBC, si lamenta del fatto che queste immagini sono comunque decontestualizzate e non rendono paradossalmente il dramma della guerra. “Ho visto una cosa terribile l’altro giorno, un padre che baciava con tenerezza infinita il figlio morto. Se mi fosse stato possibile andare a Gaza, sarei andato nella casa di quest’uomo, se fosse stata ancora in piedi, avrei raccontato la sua storia. Ma questo è impossibile”. L’impossibilità di raccontare la guerra. “Se vedi un mucchio di corpi di bambini sei sconvolto, ma lo sei ancora di più se puoi raccontare lo strazio delle madri e dei padri”.

Gaza, quindi, è stata raccontata in maniera parziale, secondo i dettami della propaganda israeliana, dai media occidentali, i quali hanno potuto utilizzare in maniera limitata il materiale di provenienza araba presente sul campo. Le tv arabe invece hanno mostrato la guerra senza veli e in diretta. Il rischio, secondo alcuni, è che ciò possa estremizzare il risentimento islamico verso l’Occidente. Forse proprio ciò che si vuole. Se gli occidentali avessero potuto filmare dall’interno i combattimenti, la prospettiva sarebbe cambiata?

Viene presentato poi il caso della scuola dell’ONU bombardata, nella quale avevano trovato rifugio molti civili palestinesi. Vengono posti a confronto, nel documentario, la versione del portavoce israeliano che insiste nel considerare la scuola una base missilistica di Hamas e la testimonianza di un giornalista americano del New York Times, che dice che i colpi dei miliziani non provenivano dalla scuola ma dalle sue vicinanze.

L’ultima parte di “Unseen Gaza” è dedicata al racconto dei tentativi da parte di Israele di fare pressione su media normalmente obiettivi come la BBC, accusata di essere sbilanciata a favore di Hamas per il fatto che i suoi militanti non vengono chiamati terroristi.
Jon Snow commenta che Hamas, piaccia o no, è stata votata democraticamente dai cittadini di Gaza. Una cosa che viene spesso dimenticata.

Finalmente, con il cessate il fuoco, la stampa internazionale viene ammessa a Gaza ad assistere alla devastazione lasciata da venti giorni di fuoco.
L’ultima osservazione di Jon Snow è amara: se i media fossero stati in grado di mostrare tutto questo in diretta, si sarebbe potuti giungere prima al cessate il fuoco? Si sarebbero potute salvare delle vite?

Questo è quanto è stato raccontato agli inglesi l’altra sera.
Da noi invece su un importante giornale si è scritto che i morti non sono 1300 ma 500, si è fatto qualcosa di molto simile al revisionismo a base di letti vuoti all’ospedale, quindi niente vittime. Era la parola di un giornalista contro quella di centinaia di testimoni ed immagini ma l’articolo è subito diventato un’appendice delle sacre scritture. Se fate un giro sulla stampa filosionista, il nuovo profeta dei morti al ribasso è citatissimo.
Non importa che perfino il Jerusalem Post abbia scritto un onestissimo e lungo articolo dove dichiarava non ancora certo il numero delle vittime. Non importa che lo stesso IDF abbia affermato, in contrasto con le parole del Corriere, che i morti sono probabilmente proprio 1300 (seppur per la maggior parte non civili innocenti ma miliziani di Hamas) e per questo si sia beccato il rimbrotto dal governo israeliano (lo racconta sempre il JP).

L’importante è leggersi fino in fondo il libretto di istruzioni, rimanere sulla collina e suggerire al lettore che le cifre raccontate dai palestinesi sono false, perchè gli arabi sono bugiardi e dicono sempre il falso. Noi giornalisti invece, diciamo sempre la verità. Per definizione. Oh, ma solo quelli embedded, è ovvio. Gli altri sono sbilanciati.


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“Voi avete ragione, ma qui siamo italiani e dobbiamo anche orientare il pensiero degli italiani su questa cosa”. (Lucia Annunziata)

(Avverto che il filmato contiene immagini molto crude. Qui la seconda, terza, quarta, quinta e sesta parte.)

Ora che Gaza è sparita dai media, come se non fosse mai esistita e sparita in base ad un preciso piano che imponeva la fine degli schiamazzi e dei fuochi artificiali al fosforo in tempo per non disturbare l’inizio della presidenza Obama e i relativi festeggiamenti, possiamo continuare a parlare di Gaza, di giornalismo, di propaganda e di diritto all’informazione.
Per farlo dobbiamo fare riferimento non già al giornalismo orizzontale italiano ma a quello ancora orgoglioso di fare informazione, quello anglosassone, di qualunque orientamento politico esso sia.
Dobbiamo anche fottercene di copyright ed altre delicatessen e rilanciare i documenti televisivi che troviamo in rete per vedere di far arrivare un briciolo di informazione ai nostri connazionali intontiti dai telegiornali di regime.

“Unseen Gaza” è un documentario di Channel 4, canale televisivo britannico, andato in onda l’altra sera con grande clamore, non ovviamente sui nostri schermi. Ringrazio Grazia che, nel commento al post precedente, mi ha segnalato questo programma che ho visto oggi e che vi riposto qui, direttamente da Youtube. Il programma è in inglese e non sottotitolato e quella che segue è una sintesi riassuntiva che ho preparato per chi volesse conoscerne il contenuto.

Jon Snow, il conduttore del programma, è un giornalista molto agguerrito, sulla falsariga dei suoi colleghi americani di “60 Mintues”, della serie: “Ommioddìo, questi fanno ancora le domande e le inchieste!”
Per avere un idea del tipino che è Jon, guardatelo in questo battibecco con il portavoce del governo israeliano Mark Regev. Snow chiede conto a Regev dell’uso di armi proibite da parte di Israele, Regev risponde che non è vero ma Snow insiste nel fare domande e ad incalzare il suo interlocutore portandogli le testimonianze di coloro che le armi le hanno viste usare. In Italia un’intervista condotta a quel modo sarebbe pura fantascienza e sarebbe andata più o meno così: “Signor Regev, è vero che Israele ha usato armi al fosforo, DIME e a frammentazione?” Risposta: “No”. “Grazie per essere stato con noi, signor Regev, passiamo alle notizie sportive”.

“Unseen Gaza” è il resoconto di come questa guerra, forse per la prima volta nell’era moderna, sia stata condotta tenendo i corrispondenti dei media occidentali al di fuori del teatro dei combattimenti, confinandoli su una collina del disonore dal quale poter avere sempre la stessa visuale precotta. Come un pubblico che sente il parlato di un film provenire da dietro il muro di un cinema all’aperto ma non riesce a capire cosa stia succedendo sullo schermo e quindi non potrà certo raccontartene la trama. Da qui la difficoltà e l’insopportabilità, per dei media seri che vogliano fare informazione, di avere una visione completa di ciò che stava accadendo, e l’impossibilità di un resoconto obiettivo dei fatti.

Jon Snow arriva a Gerusalemme all’inizio del conflitto. Nel palazzo destinato a sede della stampa internazionale, all’ingresso, vi sono i resti di un razzo Qassam disposti come in un allestimento museale. “Il messaggio era chiaro” racconta Jon, “Israele è sotto attacco.” Ai giornalisti occidentali, ai quali non sarà permesso entrare a Gaza, ufficialmente per motivi di sicurezza, vengono consegnati opuscoli intitolati “Operazione Piombo Fuso”, come i press book di un festival cinematografico, percepiti né più né meno dai cronisti come pura propaganda. Forse abbiamo capito da dove traggono spunto certe penne nostrane. Ma lasciamo perdere.

La cosa che appare subito chiara a chi vorrebbe raccontare questa guerra secondo i metodi tradizionali è che non sarà possibile ascoltare la voce dell’altro contendente, cioè di Hamas.
Una giornalista israeliana intervistata da Snow spiega che il motivo consiste nell’evitare che succeda come in Libano nel 2006 dove i giornalisti, in sostanza, ruppero le palle “perchè a loro veniva suggerito cosa dire e non dire da Hezbollah”. Allora perchè non farli andare a Gaza, stavolta? “Perchè in ogni caso parlerebbero male di Israele.” Ah, beh.

Con i media occidentali appollaiati sulla collina a guardare i fuochi artificiali, gli unici luoghi di distruzione ai quali le autorità israeliane permettono di avvicinarsi sono quelli colpiti, in territorio israeliano, dai razzi Qassam. Viene fatto notare però nel documentario che, dall’inizio del conflitto, vi sono state solo una vittima civile israeliana e una decina di militari. La sproporzione tra la necessità di difendersi e il volume di fuoco effettivamente scatenato su Gaza come rappresaglia è evidente.

Se i media internazionali sono tenuti fuori da Gaza, ciò non significa che non vi siano voci che trasmettono cronache e reportages dall’inferno, e sono gli inviati dei giornali e delle tv arabe, come Al Jazeera. In quei servizi, destinati ad un pubblico islamico ma non solo, visto che i media occidentali le riprendono, compaiono molte più informazioni, sicuramente anche quelle suggestionate dalla propaganda di Hamas ed immagini che nei media occidentali verrebbero censurate. Ufficialmente per ragioni di fascia protetta e buon gusto. Questi reporters arabi presenti sul territorio, come i volontari e i bloggers, sono spesso vittima del fuoco israeliano ma continuano a far uscire dall’inferno le immagini della devastazione, quelle che rendono meglio l’orrore della guerra.

Viene riportato a questo punto, nel documentario, il caso di un servizio arrivato alle televisioni occidentali da un’emittente araba, nel quale veniva mostrato il corpicino carbonizzato di una bimba. Un’immagine sconvolgente che le emittenti occidentali hanno censurato.
In un intervista, Jeremy Bowen, corrispondente dal Medio Oriente della BBC, si lamenta del fatto che queste immagini sono comunque decontestualizzate e non rendono paradossalmente il dramma della guerra. “Ho visto una cosa terribile l’altro giorno, un padre che baciava con tenerezza infinita il figlio morto. Se mi fosse stato possibile andare a Gaza, sarei andato nella casa di quest’uomo, se fosse stata ancora in piedi, avrei raccontato la sua storia. Ma questo è impossibile”. L’impossibilità di raccontare la guerra. “Se vedi un mucchio di corpi di bambini sei sconvolto, ma lo sei ancora di più se puoi raccontare lo strazio delle madri e dei padri”.

Gaza, quindi, è stata raccontata in maniera parziale, secondo i dettami della propaganda israeliana, dai media occidentali, i quali hanno potuto utilizzare in maniera limitata il materiale di provenienza araba presente sul campo. Le tv arabe invece hanno mostrato la guerra senza veli e in diretta. Il rischio, secondo alcuni, è che ciò possa estremizzare il risentimento islamico verso l’Occidente. Forse proprio ciò che si vuole. Se gli occidentali avessero potuto filmare dall’interno i combattimenti, la prospettiva sarebbe cambiata?

Viene presentato poi il caso della scuola dell’ONU bombardata, nella quale avevano trovato rifugio molti civili palestinesi. Vengono posti a confronto, nel documentario, la versione del portavoce israeliano che insiste nel considerare la scuola una base missilistica di Hamas e la testimonianza di un giornalista americano del New York Times, che dice che i colpi dei miliziani non provenivano dalla scuola ma dalle sue vicinanze.

L’ultima parte di “Unseen Gaza” è dedicata al racconto dei tentativi da parte di Israele di fare pressione su media normalmente obiettivi come la BBC, accusata di essere sbilanciata a favore di Hamas per il fatto che i suoi militanti non vengono chiamati terroristi.
Jon Snow commenta che Hamas, piaccia o no, è stata votata democraticamente dai cittadini di Gaza. Una cosa che viene spesso dimenticata.

Finalmente, con il cessate il fuoco, la stampa internazionale viene ammessa a Gaza ad assistere alla devastazione lasciata da venti giorni di fuoco.
L’ultima osservazione di Jon Snow è amara: se i media fossero stati in grado di mostrare tutto questo in diretta, si sarebbe potuti giungere prima al cessate il fuoco? Si sarebbero potute salvare delle vite?

Questo è quanto è stato raccontato agli inglesi l’altra sera.
Da noi invece su un importante giornale si è scritto che i morti non sono 1300 ma 500, si è fatto qualcosa di molto simile al revisionismo a base di letti vuoti all’ospedale, quindi niente vittime. Era la parola di un giornalista contro quella di centinaia di testimoni ed immagini ma l’articolo è subito diventato un’appendice delle sacre scritture. Se fate un giro sulla stampa filosionista, il nuovo profeta dei morti al ribasso è citatissimo.
Non importa che perfino il Jerusalem Post abbia scritto un onestissimo e lungo articolo dove dichiarava non ancora certo il numero delle vittime. Non importa che lo stesso IDF abbia affermato, in contrasto con le parole del Corriere, che i morti sono probabilmente proprio 1300 (seppur per la maggior parte non civili innocenti ma miliziani di Hamas) e per questo si sia beccato il rimbrotto dal governo israeliano (lo racconta sempre il JP).

L’importante è leggersi fino in fondo il libretto di istruzioni, rimanere sulla collina e suggerire al lettore che le cifre raccontate dai palestinesi sono false, perchè gli arabi sono bugiardi e dicono sempre il falso. Noi giornalisti invece, diciamo sempre la verità. Per definizione. Oh, ma solo quelli embedded, è ovvio. Gli altri sono sbilanciati.


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“Voi avete ragione, ma qui siamo italiani e dobbiamo anche orientare il pensiero degli italiani su questa cosa”. (Lucia Annunziata)

(Avverto che il filmato contiene immagini molto crude. Qui la seconda, terza, quarta, quinta e sesta parte.)

Ora che Gaza è sparita dai media, come se non fosse mai esistita e sparita in base ad un preciso piano che imponeva la fine degli schiamazzi e dei fuochi artificiali al fosforo in tempo per non disturbare l’inizio della presidenza Obama e i relativi festeggiamenti, possiamo continuare a parlare di Gaza, di giornalismo, di propaganda e di diritto all’informazione.
Per farlo dobbiamo fare riferimento non già al giornalismo orizzontale italiano ma a quello ancora orgoglioso di fare informazione, quello anglosassone, di qualunque orientamento politico esso sia.
Dobbiamo anche fottercene di copyright ed altre delicatessen e rilanciare i documenti televisivi che troviamo in rete per vedere di far arrivare un briciolo di informazione ai nostri connazionali intontiti dai telegiornali di regime.

“Unseen Gaza” è un documentario di Channel 4, canale televisivo britannico, andato in onda l’altra sera con grande clamore, non ovviamente sui nostri schermi. Ringrazio Grazia che, nel commento al post precedente, mi ha segnalato questo programma che ho visto oggi e che vi riposto qui, direttamente da Youtube. Il programma è in inglese e non sottotitolato e quella che segue è una sintesi riassuntiva che ho preparato per chi volesse conoscerne il contenuto.

Jon Snow, il conduttore del programma, è un giornalista molto agguerrito, sulla falsariga dei suoi colleghi americani di “60 Mintues”, della serie: “Ommioddìo, questi fanno ancora le domande e le inchieste!”
Per avere un idea del tipino che è Jon, guardatelo in questo battibecco con il portavoce del governo israeliano Mark Regev. Snow chiede conto a Regev dell’uso di armi proibite da parte di Israele, Regev risponde che non è vero ma Snow insiste nel fare domande e ad incalzare il suo interlocutore portandogli le testimonianze di coloro che le armi le hanno viste usare. In Italia un’intervista condotta a quel modo sarebbe pura fantascienza e sarebbe andata più o meno così: “Signor Regev, è vero che Israele ha usato armi al fosforo, DIME e a frammentazione?” Risposta: “No”. “Grazie per essere stato con noi, signor Regev, passiamo alle notizie sportive”.

“Unseen Gaza” è il resoconto di come questa guerra, forse per la prima volta nell’era moderna, sia stata condotta tenendo i corrispondenti dei media occidentali al di fuori del teatro dei combattimenti, confinandoli su una collina del disonore dal quale poter avere sempre la stessa visuale precotta. Come un pubblico che sente il parlato di un film provenire da dietro il muro di un cinema all’aperto ma non riesce a capire cosa stia succedendo sullo schermo e quindi non potrà certo raccontartene la trama. Da qui la difficoltà e l’insopportabilità, per dei media seri che vogliano fare informazione, di avere una visione completa di ciò che stava accadendo, e l’impossibilità di un resoconto obiettivo dei fatti.

Jon Snow arriva a Gerusalemme all’inizio del conflitto. Nel palazzo destinato a sede della stampa internazionale, all’ingresso, vi sono i resti di un razzo Qassam disposti come in un allestimento museale. “Il messaggio era chiaro” racconta Jon, “Israele è sotto attacco.” Ai giornalisti occidentali, ai quali non sarà permesso entrare a Gaza, ufficialmente per motivi di sicurezza, vengono consegnati opuscoli intitolati “Operazione Piombo Fuso”, come i press book di un festival cinematografico, percepiti né più né meno dai cronisti come pura propaganda. Forse abbiamo capito da dove traggono spunto certe penne nostrane. Ma lasciamo perdere.

La cosa che appare subito chiara a chi vorrebbe raccontare questa guerra secondo i metodi tradizionali è che non sarà possibile ascoltare la voce dell’altro contendente, cioè di Hamas.
Una giornalista israeliana intervistata da Snow spiega che il motivo consiste nell’evitare che succeda come in Libano nel 2006 dove i giornalisti, in sostanza, ruppero le palle “perchè a loro veniva suggerito cosa dire e non dire da Hezbollah”. Allora perchè non farli andare a Gaza, stavolta? “Perchè in ogni caso parlerebbero male di Israele.” Ah, beh.

Con i media occidentali appollaiati sulla collina a guardare i fuochi artificiali, gli unici luoghi di distruzione ai quali le autorità israeliane permettono di avvicinarsi sono quelli colpiti, in territorio israeliano, dai razzi Qassam. Viene fatto notare però nel documentario che, dall’inizio del conflitto, vi sono state solo una vittima civile israeliana e una decina di militari. La sproporzione tra la necessità di difendersi e il volume di fuoco effettivamente scatenato su Gaza come rappresaglia è evidente.

Se i media internazionali sono tenuti fuori da Gaza, ciò non significa che non vi siano voci che trasmettono cronache e reportages dall’inferno, e sono gli inviati dei giornali e delle tv arabe, come Al Jazeera. In quei servizi, destinati ad un pubblico islamico ma non solo, visto che i media occidentali le riprendono, compaiono molte più informazioni, sicuramente anche quelle suggestionate dalla propaganda di Hamas ed immagini che nei media occidentali verrebbero censurate. Ufficialmente per ragioni di fascia protetta e buon gusto. Questi reporters arabi presenti sul territorio, come i volontari e i bloggers, sono spesso vittima del fuoco israeliano ma continuano a far uscire dall’inferno le immagini della devastazione, quelle che rendono meglio l’orrore della guerra.

Viene riportato a questo punto, nel documentario, il caso di un servizio arrivato alle televisioni occidentali da un’emittente araba, nel quale veniva mostrato il corpicino carbonizzato di una bimba. Un’immagine sconvolgente che le emittenti occidentali hanno censurato.
In un intervista, Jeremy Bowen, corrispondente dal Medio Oriente della BBC, si lamenta del fatto che queste immagini sono comunque decontestualizzate e non rendono paradossalmente il dramma della guerra. “Ho visto una cosa terribile l’altro giorno, un padre che baciava con tenerezza infinita il figlio morto. Se mi fosse stato possibile andare a Gaza, sarei andato nella casa di quest’uomo, se fosse stata ancora in piedi, avrei raccontato la sua storia. Ma questo è impossibile”. L’impossibilità di raccontare la guerra. “Se vedi un mucchio di corpi di bambini sei sconvolto, ma lo sei ancora di più se puoi raccontare lo strazio delle madri e dei padri”.

Gaza, quindi, è stata raccontata in maniera parziale, secondo i dettami della propaganda israeliana, dai media occidentali, i quali hanno potuto utilizzare in maniera limitata il materiale di provenienza araba presente sul campo. Le tv arabe invece hanno mostrato la guerra senza veli e in diretta. Il rischio, secondo alcuni, è che ciò possa estremizzare il risentimento islamico verso l’Occidente. Forse proprio ciò che si vuole. Se gli occidentali avessero potuto filmare dall’interno i combattimenti, la prospettiva sarebbe cambiata?

Viene presentato poi il caso della scuola dell’ONU bombardata, nella quale avevano trovato rifugio molti civili palestinesi. Vengono posti a confronto, nel documentario, la versione del portavoce israeliano che insiste nel considerare la scuola una base missilistica di Hamas e la testimonianza di un giornalista americano del New York Times, che dice che i colpi dei miliziani non provenivano dalla scuola ma dalle sue vicinanze.

L’ultima parte di “Unseen Gaza” è dedicata al racconto dei tentativi da parte di Israele di fare pressione su media normalmente obiettivi come la BBC, accusata di essere sbilanciata a favore di Hamas per il fatto che i suoi militanti non vengono chiamati terroristi.
Jon Snow commenta che Hamas, piaccia o no, è stata votata democraticamente dai cittadini di Gaza. Una cosa che viene spesso dimenticata.

Finalmente, con il cessate il fuoco, la stampa internazionale viene ammessa a Gaza ad assistere alla devastazione lasciata da venti giorni di fuoco.
L’ultima osservazione di Jon Snow è amara: se i media fossero stati in grado di mostrare tutto questo in diretta, si sarebbe potuti giungere prima al cessate il fuoco? Si sarebbero potute salvare delle vite?

Questo è quanto è stato raccontato agli inglesi l’altra sera.
Da noi invece su un importante giornale si è scritto che i morti non sono 1300 ma 500, si è fatto qualcosa di molto simile al revisionismo a base di letti vuoti all’ospedale, quindi niente vittime. Era la parola di un giornalista contro quella di centinaia di testimoni ed immagini ma l’articolo è subito diventato un’appendice delle sacre scritture. Se fate un giro sulla stampa filosionista, il nuovo profeta dei morti al ribasso è citatissimo.
Non importa che perfino il Jerusalem Post abbia scritto un onestissimo e lungo articolo dove dichiarava non ancora certo il numero delle vittime. Non importa che lo stesso IDF abbia affermato, in contrasto con le parole del Corriere, che i morti sono probabilmente proprio 1300 (seppur per la maggior parte non civili innocenti ma miliziani di Hamas) e per questo si sia beccato il rimbrotto dal governo israeliano (lo racconta sempre il JP).

L’importante è leggersi fino in fondo il libretto di istruzioni, rimanere sulla collina e suggerire al lettore che le cifre raccontate dai palestinesi sono false, perchè gli arabi sono bugiardi e dicono sempre il falso. Noi giornalisti invece, diciamo sempre la verità. Per definizione. Oh, ma solo quelli embedded, è ovvio. Gli altri sono sbilanciati.


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Rieccola, la cooperazione. Gli aiuti, i pacchi dono, la grande e nobile munificenza occidentale che si libera i magazzini e si purifica la coscienza dai morti provocati dalla sua inarrestabile cupidigia con un po’ di merdosa beneficenza. Quella che si fa ai bisognosi, stando ben attenti che costoro non smettano mai di esserlo, bisognosi, se no non si nota più la nostra magnanimità.

Come era bello l’altra sera il nostro ministatista, quando annunciava che tanti bambini di Gaza sarebbero stati ospitati nei nostri ospedali con grande generosità e magari, aggiungo io, con la visita con consegna di pallone e gagliardetto della squadra del Milan, Kakà in testa (tanto sensibile e di chiesa, quel ragazzo). Quanto sarebbe stato più semplice non ferire quei bambini, non renderli orfani, non ammazzarli. Lasciarli in pace.

E’ quella che Naomi Klein chiama Shock Economy, l’economia che nasce dai disastri e che è figlia del fallimento del capitalismo come sistema economico in grado di dare benessere a tutti e della sua neoplasia: l’ultraliberismo.
Di fronte alla saturazione del mercato, alla presenza di surplus, alla gente che, nei paesi ricchi, non compra più televisori perchè ne ha già tre in casa, cosa fa il sistema? Crea caos, distrugge per poi avere l’alibi di ricostruire. Di solito nel terzo mondo o comunque in casa d’altri.

Non è solo lo sfruttamento di disastri naturali, come dice Klein, ad esempio l’uragano Katrina a New Orleans e lo tsunami del sud-est asiatico, usati per imporre privatizzazioni selvagge contro l’interesse dei cittadini oppure lo shock provocato dal golpe, come nel Cile del ‘73.
A questo punto perchè non utilizzare più spesso il potenziale distruttivo delle guerre, fenomenali strumenti di sviluppo economico? Si buttano giù le case per far lavorare le imprese di costruzione. Quelle case bisognerà riarredarle, quindi ci vorranno televisori, lavatrici, mobili. Se buttiamo giù anche le strade ci vorranno ulteriori infrastrutture.
Il paradosso è che se si vogliono costruire strade, ospedali eccetera da noi nel primo mondo e senza prima distruggere niente mancano gli investimenti, investimenti che invece cadono a pioggia per gli appalti sulle opere di ricostruzione dei paesi colpiti da disastri o guerre. Strozzata e depredata dalla finanza, l’economia reale va in crisi e non ha altra scelta che partecipare al banchetto sui cadaveri delle guerre provocate al fine di offrirle una possibilità di rilancio. E’ il trionfo della follia.

Le ultime guerre, è provato, sono state tutte ideate a tavolino diversi anni prima del loro inizio. Nel 1999 si parlava già di Iraq, Afghanistan, Iran e Siria. L’11 settembre, come auspicavano i teorici del Nuovo Ordine Mondiale (definizione di Bush papi risalente alla prima Guerra del Golfo), è stato l’evento catalizzatore che ha permesso, finora, di completare metà del piano. Dietro al quale vi è il controllo delle risorse, c’è chi dice le ultime, ed il controllo dei punti strategici del mondo. Il terrorismo è una patacca. Come si creano le guerre si crea anche il terrorismo. Tutto si crea e tutto si distrugge.

A Gaza, come in tutte le ultime guerre, si è messo in pratica lo schema della shock economy con l’aggravante della volontà di punizione collettiva di una popolazione che ha osato sbagliare la scelta del proprio governo, preferendo Hamas a Fatah. Shock and awe, appunto.
Per quasi un mese si sono bombardati civili, si è distrutto non i soliti ulivi ma interi palazzi, si sono danneggiate le infrastrutture, così i corvi degli investimenti internazionali e gli avvoltoi della cooperazione arriveranno a far vedere quanto sono buoni. I famosi aiuti umanitari dei quali un mondo veramente civile non dovrebbe mai avere bisogno, perchè sono l’emblema dell’ingiustizia.

A Gaza, con la tregua, sono entrati anche i giornalisti. Finalmente abbiamo saputo che i morti che ci sono stati per i bombardamenti israeliani, il fosforo bianco e le armi DIME , i tiri sull’ONU e la Croce Rossa sono colpa di Hamas. Israele nasconde il nome dei militari che hanno compiuto le azioni per paura che finiscano sotto processo in sede internazionale. Chissà perchè, se è tutta colpa di Hamas?
Ancora la storia degli scudi umani, come all’epoca di Saddam. I palestinesi sono morti perchè Hamas li ha gettati contro le bombe israeliane che arrivavano, quindi gli israeliani non hanno colpa. Come quando investi un cervo che ti si para improvvisamente davanti alla macchina.
Se si è massacrato il villaggio è perchè vi erano nascosti i partigiani. Anzi, macchè partigiani, i terroristi. Non esiste la Resistenza. Abbiamo intervistato i palestinesi e danno tutti la colpa ad Hamas.
Mi chiedo se, per scrivere queste cose, era necessario andare a Gaza.
L’ultima trovata dei volonterosi fiancheggiatori di Olmert è applicare i saldi al numero dei morti, con lo sconto. Non sono mica 1300, al massimo 500. Si, magari finirà come a Jenin dove furono solo 54. Lo sostiene l’inviato del Corriere, mica un blogger qualsiasi che a Gaza c’è dall’inizio del conflitto. Si ma lui è schierato, non vale, noi giornalisti siamo obiettivi.

Questo gioco al ribasso sui morti che insinua che non siano mai esistiti a me fa venire l’orticaria. Primo perchè è la parola dei vincitori e dei media unificati contro chi non ha mai avuto modo di parlare. E poi, chissà perchè, mi ricorda quei signori che si mettono a ragionare su quanto tempo ci mette un corpo a bruciare in un forno e quindi come è stato possibile bruciarne sei milioni in così poco tempo. Il paragone non suoni blasfemo. Com’è che si chiama, negazionismo? Non sarà clamoroso come quello ma puzza allo stesso modo.
Del resto si è sempre fatto. I turchi dicono ancora oggi che gli armeni, nel 1917, morirono per la maggior parte di indigestione, mica sterminati da loro, perchè erano terroristi e mica un milione e mezzo ma quattro gatti.


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Rieccola, la cooperazione. Gli aiuti, i pacchi dono, la grande e nobile munificenza occidentale che si libera i magazzini e si purifica la coscienza dai morti provocati dalla sua inarrestabile cupidigia con un po’ di merdosa beneficenza. Quella che si fa ai bisognosi, stando ben attenti che costoro non smettano mai di esserlo, bisognosi, se no non si nota più la nostra magnanimità.

Come era bello l’altra sera il nostro ministatista, quando annunciava che tanti bambini di Gaza sarebbero stati ospitati nei nostri ospedali con grande generosità e magari, aggiungo io, con la visita con consegna di pallone e gagliardetto della squadra del Milan, Kakà in testa (tanto sensibile e di chiesa, quel ragazzo). Quanto sarebbe stato più semplice non ferire quei bambini, non renderli orfani, non ammazzarli. Lasciarli in pace.

E’ quella che Naomi Klein chiama Shock Economy, l’economia che nasce dai disastri e che è figlia del fallimento del capitalismo come sistema economico in grado di dare benessere a tutti e della sua neoplasia: l’ultraliberismo.
Di fronte alla saturazione del mercato, alla presenza di surplus, alla gente che, nei paesi ricchi, non compra più televisori perchè ne ha già tre in casa, cosa fa il sistema? Crea caos, distrugge per poi avere l’alibi di ricostruire. Di solito nel terzo mondo o comunque in casa d’altri.

Non è solo lo sfruttamento di disastri naturali, come dice Klein, ad esempio l’uragano Katrina a New Orleans e lo tsunami del sud-est asiatico, usati per imporre privatizzazioni selvagge contro l’interesse dei cittadini oppure lo shock provocato dal golpe, come nel Cile del ‘73.
A questo punto perchè non utilizzare più spesso il potenziale distruttivo delle guerre, fenomenali strumenti di sviluppo economico? Si buttano giù le case per far lavorare le imprese di costruzione. Quelle case bisognerà riarredarle, quindi ci vorranno televisori, lavatrici, mobili. Se buttiamo giù anche le strade ci vorranno ulteriori infrastrutture.
Il paradosso è che se si vogliono costruire strade, ospedali eccetera da noi nel primo mondo e senza prima distruggere niente mancano gli investimenti, investimenti che invece cadono a pioggia per gli appalti sulle opere di ricostruzione dei paesi colpiti da disastri o guerre. Strozzata e depredata dalla finanza, l’economia reale va in crisi e non ha altra scelta che partecipare al banchetto sui cadaveri delle guerre provocate al fine di offrirle una possibilità di rilancio. E’ il trionfo della follia.

Le ultime guerre, è provato, sono state tutte ideate a tavolino diversi anni prima del loro inizio. Nel 1999 si parlava già di Iraq, Afghanistan, Iran e Siria. L’11 settembre, come auspicavano i teorici del Nuovo Ordine Mondiale (definizione di Bush papi risalente alla prima Guerra del Golfo), è stato l’evento catalizzatore che ha permesso, finora, di completare metà del piano. Dietro al quale vi è il controllo delle risorse, c’è chi dice le ultime, ed il controllo dei punti strategici del mondo. Il terrorismo è una patacca. Come si creano le guerre si crea anche il terrorismo. Tutto si crea e tutto si distrugge.

A Gaza, come in tutte le ultime guerre, si è messo in pratica lo schema della shock economy con l’aggravante della volontà di punizione collettiva di una popolazione che ha osato sbagliare la scelta del proprio governo, preferendo Hamas a Fatah. Shock and awe, appunto.
Per quasi un mese si sono bombardati civili, si è distrutto non i soliti ulivi ma interi palazzi, si sono danneggiate le infrastrutture, così i corvi degli investimenti internazionali e gli avvoltoi della cooperazione arriveranno a far vedere quanto sono buoni. I famosi aiuti umanitari dei quali un mondo veramente civile non dovrebbe mai avere bisogno, perchè sono l’emblema dell’ingiustizia.

A Gaza, con la tregua, sono entrati anche i giornalisti. Finalmente abbiamo saputo che i morti che ci sono stati per i bombardamenti israeliani, il fosforo bianco e le armi DIME , i tiri sull’ONU e la Croce Rossa sono colpa di Hamas. Israele nasconde il nome dei militari che hanno compiuto le azioni per paura che finiscano sotto processo in sede internazionale. Chissà perchè, se è tutta colpa di Hamas?
Ancora la storia degli scudi umani, come all’epoca di Saddam. I palestinesi sono morti perchè Hamas li ha gettati contro le bombe israeliane che arrivavano, quindi gli israeliani non hanno colpa. Come quando investi un cervo che ti si para improvvisamente davanti alla macchina.
Se si è massacrato il villaggio è perchè vi erano nascosti i partigiani. Anzi, macchè partigiani, i terroristi. Non esiste la Resistenza. Abbiamo intervistato i palestinesi e danno tutti la colpa ad Hamas.
Mi chiedo se, per scrivere queste cose, era necessario andare a Gaza.
L’ultima trovata dei volonterosi fiancheggiatori di Olmert è applicare i saldi al numero dei morti, con lo sconto. Non sono mica 1300, al massimo 500. Si, magari finirà come a Jenin dove furono solo 54. Lo sostiene l’inviato del Corriere, mica un blogger qualsiasi che a Gaza c’è dall’inizio del conflitto. Si ma lui è schierato, non vale, noi giornalisti siamo obiettivi.

Questo gioco al ribasso sui morti che insinua che non siano mai esistiti a me fa venire l’orticaria. Primo perchè è la parola dei vincitori e dei media unificati contro chi non ha mai avuto modo di parlare. E poi, chissà perchè, mi ricorda quei signori che si mettono a ragionare su quanto tempo ci mette un corpo a bruciare in un forno e quindi come è stato possibile bruciarne sei milioni in così poco tempo. Il paragone non suoni blasfemo. Com’è che si chiama, negazionismo? Non sarà clamoroso come quello ma puzza allo stesso modo.
Del resto si è sempre fatto. I turchi dicono ancora oggi che gli armeni, nel 1917, morirono per la maggior parte di indigestione, mica sterminati da loro, perchè erano terroristi e mica un milione e mezzo ma quattro gatti.


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“Il popolo di Israele non sarà sicuro finché Hamas governa la Striscia di Gaza. Dobbiamo proseguire la guerra fino alla sua distruzione. Dobbiamo fare esattamente ciò che fecero gli Stati Uniti d’America con il Giappone durante la Seconda guerra mondiale, così non ci sarà bisogno di occupare Gaza”. (Avigdor Lieberman, presidente del partito fondamentalista “Israel Beitena”)

Immaginate un serial killer che scorrazzi in una città uccidendo centinaia di persone, compresi i bambini, distruggendo ogni cosa sul suo cammino e le autorità dicessero: “Poverino, ha sofferto tanto. E poi sono loro che gli rovinano le petunie in giardino, ha diritto di difendersi.” Senza che nessuno pensi di fermarne la furia distruttrice ma anzi incoraggiandola.
Sembra un po’ la sindrome di Olindo e Rosa su vasta scala ma fate finta che non l’abbia detto. Questo è ciò che sta succedendo in Medio Oriente ma secondo le autorità mondiali tutto ciò è normale: colpire i civili indiscriminatamente, sparare sulla Croce Rossa, sull’ONU, sugli ospedali, sulle navi che cercano di portare gli aiuti. Non sono pazzi loro, siamo noi che siamo antisemiti.

Tutto questo mentre l’Italia guardona sbava, come un sol Pierino dal buco della serratura, dietro alla nuova incarnazione della Saraghina tettona, come se non avesse mai visto finora un paio di chili di silicone sballonzolanti e neanche se l’ipertrofia mammaria fosse un’emergenza nazionale.
Non solo, si seppelliscono con tutti gli onori altri complici di assassini, riempiendo i giornali di tonnellate di falsità maleodoranti e milioni di vecchietti vengono truffati dalla banda delle Povercard vuote, come nemmeno gli imbroglioni di professione all’autogrill con i lettori dvd di cartone pieni di segatura. Paese di merda.
Drogati dal Grande Capezzolo è inevitabile che sulla copertura mediatica di Gaza cominci a calare, più che il piombo fuso degli israeliani, il piombo della stanchezza. Superati i mille morti l’interesse comincia a scemare, proprio quando invece le cose iniziano a farsi interessanti.

Sono in campo armi nuove e terribili, le bombe DIME che spolpano e maciullano selettivamente gli arti, offerte dai mercanti di morte per un test gratuito direttamente sulle gambe palestinesi, notoriamente di scarso valore di mercato. (Qui c’è un link che ne mostra gli effetti ma vi avverto, le immagini non sono adatte a persone impressionabili, guardatele solo se ve la sentite e avete lo stomaco molto forte).
Poi il fosforo bianco che, secondo la solita Erinni portavoce dell’esercito, sempre intervistata dai nostri media come se fosse la bocca della verità, serve solo per illuminazione e per ammazzarti meglio e un simpatico estremista (quello della citazione iniziale) che vorrebbe addirittura le atomiche su Gaza, così da far prima a pareggiare i conti. Ma si, che sono mille morti in fondo, una cagatina di mosca. Passiamo ai milioni, che ci divertiamo. Tanto il 94% approva (alla faccia di B’Tselem, Gush Shalom e degli altri tantissimi israeliani che rimangono umani e che il regime sionista vorrebbe non esistessero.)

Le cose si fanno interessanti, dicevo. Si, pare che al largo di Gaza vi siano importanti giacimenti di gas che in teoria apparterrebbero ai palestinesi e che dietro a questa risorsa energetico-strategica da tempo si combatta una guerra sotterranea tra Egitto, Gran Bretagna, Palestina e Israele per il suo controllo.
Lasciando la favoletta della tregua violata dai cattivi di Hamas ai bambini piccoli, sempre più fonti fanno risalire la decisione israeliana di attaccare Gaza allo scorso mese di giugno, visto che queste non sono scampagnate che si improvvisano, mentre i giornali americani, meno appecoronati dei nostri, parlano del rifiuto di Bush di avallare un attacco israeliano all’Iran, rifiuto che avrebbe scontentato parecchio Olmert e soci. Olmert, già. L’inquisito dei cui imbrogli nessuno parla più.

L’esercito dei volonterosi reggitori di sacco dei massacratori con l’alibi del missile nel giardinetto intanto in Italia si allarga ogni giorno di più, comprendendo ormai tutti i vecchi cascami della cosiddetta sinistra democratica. L’ossuto Fassino, il cicciobello ripetutamente trombato ed anche il presunto leader del PD che stavolta ha lasciato il maanche a casa e si schiera anche lui, da bravo sottomesso, con il pensiero unico dominante.
Tutti ormai soggiogati e con la loro bella molla da tirare dietro la schiena per ripetere con voce metallica: “Israele ha ragione, la colpa è di Hamas che ha infranto la tregua” e la testolina che fa si si.

A questa gente, dei più di trecento bambini morti, per non parlare degli altri settecento adulti bombardati e delle migliaia di feriti senza medicine, insomma di questa immane e vergognosa ingiustizia, non gliene frega un cazzo.
L’unico che resiste sul palcoscenico della sceneggiata chiamata ” ‘O pposizzione “, nella classica parte del malamente, nonostante i fischi di una platea sempre più appiattita sulle posizioni governative di politica estera e quindi indistinguibile dalla maggioranza, è D’Alema. Uno solo contro tutti. Rilevanza zero, direbbe qualcuno. Tracce, se fosse albumina nelle urine.

Eppure, nonostante i media unificati che nascondono i bambini morti e taroccano le cifre, e le foto, le maggioranze e le opposizioni che cantano all’unisono l’inno israeliano, senza nemmeno un piccolo Travaglio di coscienza, talmente forte che le uniche due o tre stecche fuori dal coro manco si sentono, c’è chi non è ancora soddisfatta:

“In questi giorni le nostre piazze sono servite a maledire l’unica democrazia del Mediorente, un Paese da cui neppure in questi giorni è uscita una sola parola d’odio*, che ha attaccato solo quando Hamas ha rifiutato la tregua e sparato 100 missili in una notte dopo sette anni di incredibile pazienza”. (Fiamma Nirenstein)

*A parte magari quelle del bombarolo atomico Lieberman, ex ministro degli Affari Strategici.

***

Mi fanno giustamente notare che il titolo fa accapponare la pelle. Il titolo, non l’immagine o le parole di Lieberman che invocano l’uso dell’arma atomica per compiere, penso, uno sterminio.


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