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Si dovrebbe avere più rispetto dei morti che ‘a livella rende tutti uguali, poveri e ricchi, ma a quanto pare nemmeno essere state principesse da vive impedisce che i cronisti “cannibali, necrofili, deamicisiani e astuti, e si direbbe proprio compiaciuti”, come li definiva Giorgio Gaber, si scatenino.

La nota rivista intellettuale “Chi”, che potrebbe fregiarsi a ragione del sottotitolo “se ne frega”, ha pubblicato con grande nocumento dei sudditi di Sua Maestà britannica le ultime immagini della principessa Diana morente. Fin dal 1997 erano girate in Internet foto del genere ma queste pare siano quelle “origginali”. E tutto ciò per promuovere l’ennesimo libro, scritto da un certo Jean Michel Caradec’h, autore di “Diana, l’indagine criminale”. Uno il cui cognome termina apostrofo h non deve avere una vita molto facile.

Ciò che però rende queste nuove rivelazioni sulla morte della principessa particolarmente concupite dalla stampa sono alcuni particolari a luci rosse che aprirebbero nuovi scenari sulle vere ragioni dell’incidente.
Non giriamoci tanto intorno. Il povero autista Henri Paul, come in un qualunque film pecoreccio italiano anni 70 con Alvaro Vitali, era distratto da ciò che accadeva sui sedili posteriori della Mercedes, allungò troppo il collo e non vide il pilone sopraggiungere, altro che Uno Bianca e servizi deviati. Gli unici servizi erano quelli idraulici che la principessa era intenta a praticare al Dodi. Questa ipotesi nascerebbe dal fatto che il fidanzato egiziano fu ritrovato con il rubinetto ancora aperto.
Mah, io dico, ammesso che la faccenda sia vera, si rendono conto questi signori che pubblicando tali notizie, oltre a prolungare di qualche anno la psicoterapia dei figlioli della defunta, probabilmente stanno già offrendo lo spunto per il pornazzo di rito dal titolo “La principessa lo prende nel tunnel” ?

Che miserie, ma vi ricordate i funerali in diretta e in mondovisione, con il cordoglio di una intera nazione, le lacrime dei compassati inglesi che scendevano copiose ad annacquare il tè e le migliaia di fiori e pupazzetti attaccati ai cancelli di Buckingham Palace? Elton John che gli cantava la solita canzone da requiem iettatoria, rimaneggiata per l’occasione, gli amici un po’ così in lacrime, la suocera dallo sguardo da poker, e il marito che sicuramente pensava “ora mammà non potrà più rompermi i maroni con Camilla”? E poi la sepoltura nel mausoleo e l’invocazione della canonizzazione immediata, propiziata dalla morte quasi all’unisono con Madre Teresa?

Dopo quasi dieci anni tutta questa sofferenza sembra essere finita nel dimenticatoio e il mito è stato sottoposto a demolizione controllata come Punta Perotti. La bella Diana, prima monica poi dimonia.

Che l’antesignana delle Sante Subito fosse in realtà una maialona lo scoprimmo quando leggemmo che, pur giunta illibata alle nozze con il Principe Racchio si era messa velocemente in pari collezionando una quattordicina di amanti, che, compreso il marito, sono una discreta partita di giro.
Quando venne fuori la storia dell’amante Hewitt mezza corte inglese si battè la fronte ed esclamò “Ecco a chi assomigliava il principino Henry!”. Nel suo ultimo anno di vita due scuole di pensiero si confrontarono sulle affascinanti ipotesi attorno all’ultimo amante e sulla paternità del presunto figlio che la Diana aspettava: la scuola di Francoforte propendeva per il pakistano (nel senso di uomo nato in Pakistan), quella di San Francisco era invece per l’ipotesi Dodi Al Fayed. In entrambi i casi si trattava di musulmani e quindi di potenziali futuri ospiti di Guantanamo. Assurdo pensare che la Corte inglese potesse acconsentire alle nozze.

Il mancato suocero Al Fayed la mena da anni con il complotto dell’MI6 e intanto vende le tazze serigrafate con le mortine dei due amanti nel suo supermercato di lusso che però cominciano ad accumularsi pericolosamente tra l’invenduto.
Il vedovo consolabile si è finalmente accasato con la donna della sua vita Camilla. L’amore inossidabile ha trionfato e i due non fanno più notizia. Lei, da carogna finita quale era dipinta, è diventata simpatica e perfino attraente, forse per qualche magia di Harry Potter. I due figlioli della morta le vogliono perfino bene e la regal suocera ha ritrovato il sorriso.

La stampa, non sapendo cosa farsene di un cadavere ormai inutile cerca di liberarsene, una rivelazione sempre più scabrosa alla volta. E la povera Diana che in fondo, dopo aver visto svanire la sua immensa ambizione di diventare la vera regina d’Inghilterra si è sbattuta tanto per niente, ora rischia o di essere equiparata a quella sciacquetta di Monica Lewinski o di essere dimenticata. “Diana Chi”?

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Il commissariato di Vigàta era in fermento. Quella sera l’Italia si giocava la finale dei Mondiali, mancava tanticchia all’inizio e tutti speravano che per quella sera non ci fossero ammazzatine per potersi taliare la partita in santa pace.

Catarella sembrava attarantolato: “Dottori, dottori, stasera vinciamo noi, pirsonalmente di pirsona!” “Che minchia dici, Catarè” santiò Montalbano, che in queste cose era superstizioso. E poi quella serata era incazzato più del solito, si sentiva un cerchione di ferro torno torno alla testa e gli occhi gli facevano pupi pupi.

Raggiunse Livia alla trattoria San Calogero dove mangiò tanticchia di pesce e basta. Principiò a taliare la partita sul televisore e più passavano i minuti e più si faceva pirsuaso che quel grandissimo cornuto di Catarella ci aveva azzeccato anche questa volta.
Quando l’Italia segnò l’ultimo rigore e principiò un misirizzi di urla, bannere e gente che si catafotteva urlando per strada, il commissario si sentì improvvisamente guarito e soddisfatto. Taliò la zita che era ancora più commossa di lui, la strinse e se ne andarono ad adrummiscire stanchi ma felici.

Omaggio affettuoso al maestro Camilleri

Tra i commenti sull’imminente finale dei mondiali non poteva mancare il commento di Oriana Fallaci, che volentieri pubblico.

“Vi sono momenti nella vita, in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo, perdio.
Io non seguo il calcio, che trovo un divertimento adatto solo a dei fottuti idioti, ma non si può non tifare Italia per il bene del nostro povero paese e dell’Eurasia.
Ma li avete visti i cosiddetti francesi? Voltaire si rivolterà nella tomba, si permette perfino ai musulmani di scendere in campo con quel Zidane, bella faccia da stupratore.
Volete che le vostre figlie siano costrette alla guepiére e i ragazzi obbligati ad bere champagne? No, piuttosto che vedere una copia della tour Eiffel vicino alla mia casa a Radicofani ci piazzo sotto una bomba.
E ora non chiedetemi più nulla, maremma maiala. Meno che mai, di partecipare a cortei o a schiamazzi notturni. Quello che avevo da dire l’ho detto. La rabbia e l’orgoglio me l’hanno ordinato. Ma ora devo rimettermi a lavorare, non voglio essere disturbata. Punto e basta, e levatevi da ‘oglioni. “

Oriana vera o falsa?

Tra pochi giorni saranno trascorsi cinque anni dalla tragedia dell’11 settembre 2001. Nei mesi precedenti a quel terribile evento ci fu una persona che si batté come un leone per evitarla ma non fu ascoltato, anzi la sorte volle che morisse anche lui assieme alle altre 2806 vittime di quel giorno. Chi non ha voluto ascoltare John O’Neill e perchè? E’ stata solo un’imperdonabile leggerezza?

La sera del 10 settembre 2001, alcuni amici stanno cenando in un ristorante chic, l’Elaine’s, nell’Upper East Side di New York. Uno di loro è John O’Neill, 49 anni, ex pezzo grosso dell’antiterrorismo FBI, dimissionario da un mese e neo responsabile della sicurezza del World Trade Center.
Succederà qualcosa… qualcosa di enorme… Ci sarà un cambio… una grossa scossa” confida preoccupato ai suoi ospiti. “Non mi piace come si stanno mettendo le cose in Afghanistan” [il giorno prima era stato assassinato il leader afgano Ahmed Shah Massoud]. Chris Isham, di ABC News, gli dice scherzando: “Adesso hai un lavoro tranquillo nel WTC, lì non metteranno bombe un’altra volta.” O’Neill risponde: “Stanno ancora pensando di finire il lavoro. Lo faranno di nuovo.”

John O’Neill era entrato nell’FBI nel 1976 e nel 1995 era approdato all’antiterrorismo, fungendo da uomo di collegamento con le altre agenzie governative come la NSC e la CIA. Esperto assoluto di terrorismo internazionale, contribuisce a far catturare Ramzi Yousef, l’uomo dietro il primo attentato al World Trade Center nel 1993.

Nel 1996 investiga sull’attentato alle Khobar Towers di Dharan, Arabia Saudita, dove rimangono uccisi 19 soldati americani e altri 500 vengono feriti dall’esplosione. E’ a quell’epoca che John per la prima volta si accorge della reticenza dei suoi superiori, come il direttore Louis Freeh, ad investigare sulle responsabilità terroristiche dell’Arabia Saudita.

Il 7 agosto del 1998 due esplosioni scuotono le ambasciate Americane a Nairobi, Kenya e a Dar es Salaam, Tanzania, causando 224 vittime e migliaia di feriti. O’Neill non ha dubbi, solo Al Qaeda può aver realizzato un attentato così sofisticato.

Nel 1999 un banale incidente alla sua macchina e l’utilizzo di un’auto dell’FBI per portare la moglie all’ospedale lo fanno finire sotto inchiesta interna. E’ l’inizio di una lunga serie di episodi di mobbing che lo porteranno infine alle dimissioni dal Bureau.
Nel luglio del 2000, durante una conferenza in Florida, John risponde ad una chiamata al cellulare e si allontana momentaneamente dalla sala. Al suo ritorno la sua valigetta contenente importanti documenti è sparita. Nonostante questa venga ritrovata praticamente intatta poche ore dopo, l’episodio dà adito all’ennesima inchiesta disciplinare contro di lui.

Il 12 ottobre, nella Baia di Aden in Yemen l’attentato alla USS Cole provoca la morte di 17 marinai americani. O’Neill è inviato ad investigare sul posto ma l’ennesimo ostacolo alle sue indagini è rappresentato dall’ambasciatrice Barbara Bodine, la quale non sembra apprezzare la presenza sul suo territorio di centinaia di agenti dell’FBI in cerca di prove. Nel gennaio del 2001, dopo una breve licenza negli Stati Uniti, O’Neill vuole ritornare in Yemen per seguire le tracce della locale cellula di Al Qaeda, ma sorprendentemente la Bodine gli nega il visto d’entrata. Nonostante questa imperdonabile leggerezza nel sottovalutare il pericolo Al Qaeda l’ambasciatrice sarà in seguito premiata con la nomina a coordinatrice per l’Iraq centrale dell’amministrazione civile americana nel 2003.

Durante la primavera e l’estate del 2001 John O’Neill è sempre più frustrato di vedere le sue indagini cadere nel nulla, come i suoi sforzi per incastrare Al Qaeda ed i suoi più pericolosi terroristi. Privati della copertura necessaria, gli uomini di O’Neill sono costretti ad abbandonare lo Yemen in giugno nonostante siano riusciti ad arrestare il terrorista Fahad al-Quso, legato a due uomini che sarebbero divenuti celebri come pilota e copilota del volo 77 dell’American Airlines che si sarebbe schiantato contro il Pentagono.
Anche il neo direttore ad interim dell’FBI Tom Pickard non è da meno nel mettergli i bastoni tra le ruote. Un ulteriore motivo di delusione è rappresentato per John dalla scoperta dei finanziamenti della famiglia saudita a Osama Bin Laden e dalla sensazione che l’amministrazione USA non voglia inimicarsi troppo i sauditi per ragioni petrolifere. Queste rivelazioni sono inserite nel libro “Bin Laden la vérité interdite” (Bin Laden la verità proibita) di Jean-Charles Brisard e Guillaume Dasquié, pubblicato alla fine del novembre 2001.

John lascia definitivamente il Bureau il 22 agosto e accetta un nuovo lavoro come capo della sicurezza del WTC . [New Yorker, 1/14/2002]
L’11 settembre è al 34° piano della Torre Nord, nel suo ufficio. Non farà in tempo a vedere confermati i suoi sospetti, a vedere i membri della famiglia Bin Laden scorrazzare liberamente per gli Stati Uniti nei giorni successivi, gli attacchi all’antrace, la guerra in Afghanistan, la guerra in Iraq, la fallimentare rinuncia alla cattura di Osama. L’uomo che sapeva troppo, il figlio di un taxista di Atlanta, amante della bella vita, amico di Robert De Niro, lavoratore instancabile e segugio dal fiuto infallibile, morirà assieme alle altre 2806 vittime degli attacchi alle due torri.

Su John O’Neill sono stati realizzati: un bel documentario, “The Man Who Knew”, trasmesso anche dalla RAI nella rubrica “La storia siamo noi” di Giovanni Minoli e un film intitolato “Chi ha ucciso John O’Neill” dei registi indipendenti Ty Rauber e Ryan Thurston.

(Anche su BlogGoverno)

Illuminata sulla via di Rimini come Bellachioma, che ha mostrato la riuscita del tricotrapianto ad una folla attonita e chi c’era giura che è stato meglio della liquefazione del sangue di San Gennaro, voglio parlare di fede e religione.

Ecco, io trovo le religioni (tutte quelle monoteistiche) un’insopportabile intromissione tra me e Dio.
Non posso definirmi credente ma nemmeno atea, diciamo che sono borderline in ambito teologico. Semplicemente, chi sono io, piccolo insignificante rifiuto umano per decidere se Dio c’è o non c’è?
Se c’è un Dio lo rispetto e ci parlo io quando voglio senza farlo sapere a tutto il condominio e se non c’è, poco male, non cambia nulla, parlare da soli è un esercizio sempre salutare.

La figura di Cristo mi attrae moltissimo, soprattutto quel suo modo totalmente rivoluzionario di voler spezzare la catena dell’”occhio per occhio” con l’Amore e il perdono. So che è difficile perdonare e amare anche chi ci sta sui maroni ma è proprio qui la grandezza del messaggio. Non è un caso che l’abbiano crocifisso. Se fosse stato facile avrebbe fatto lo psicologo, ci avrebbe scritto un libro e fatto i soldi a palate e sarebbe invecchiato annoiandosi a fianco della Maddalena (ma si, danbrowneggio un po’ anch’io).

Il bello è che del messaggio di Cristo la religione Cattolica non ha capito una benamata mazza. Cristo amava tutti incondizionatamente, prendeva con sé prostitute, ladri, assassini e non faceva differenze.
L’Amore era la chiave per la redenzione. Bastava che tu facessi un gesto verso di lui, che dimostrassi di aver capito il messaggio, e lui ti accoglieva.
Non era sessuofobo. Se lo fosse stato avrebbe tuonato contro la lussuria come un Savonarola qualsiasi dalla mattina alla sera. Non risulta da nessuna parte che chiedesse a coloro che lo avvicinavano se avevano scopato prima, con chi e in che modo.
Si incazzò pesantemente solo due volte nella sua breve vita: contro i mercanti, dove si comportò proprio come un no global, ricordate la scena nel tempio dove sfascia tutto?, e contro i pedofili, l’unica volta che non perdonò nessuno ma li invitò a “legarsi una macina al collo” e a buttarsi a mare.
Che strano, la Chiesa che si rifà a Lui sembra avere un occhio di riguardo proprio per i pedofili e i mercanti, ricordate Mons. Marcinkus e lo IOR? E la lettera che Ratzinger inviò alle Diocesi americane?

La Chiesa è sessuofoba. Il sesso è l’unica cosa che interessa al prete al quale ti vai a confessare in qualunque periodo della tua vita, anche da bambina innocente.
Tu magari hai strangolato venti persone e ti sei cibata delle loro carni, lui ti perdona. Hai rubato la pensione a dei vecchi e malati per farti la Ferrari, lui ti perdona. Se gli dici che convivi allora ti caccia via negandoti l’assoluzione, oppure la soluzione è presto trovata: “Potete continuare a vivere insieme ma come fratello e sorella”.
Questo magari mentre lui si tromba la perpetua. Eh si, io avevo un prof di religione che si mormorava si fosse fatto tutte le compaesane del villaggio dove viveva. Infatti era una persona molto aperta, con la quale ci si poteva parlare. L’ipocrisia, ecco il problema.
I preti dovrebbero poter avere una compagna alla luce del sole, e anche un compagno.
Sono pienamente e totalmente per i matrimoni gay. Orrore, scandalo, i froci no, si distrugge la famiglia! Quale, quella dove al 90% avvengono gli abusi sessuali sui bambini, da parte di padri, nonni, zii, amici di famiglia nella più totale omertà?
Io trovo insopportabile che i “cattolici” debbano decidere della mia vita privata e sessuale. Anche perché ho l’impressione che in molti casi si tratti di persone che vogliono fare i virtuosi col culo degli altri (tanto per citare il noto filosofo Stefano Ricucci).

La Chiesa oltretutto è classista. Se appartieni all’upper class puoi essere tutto: omosessuale, bisessuale, trisessuale, convivente, divorziato, bi-divorziato, suicida. Allora non ti negano nulla e ritornano veramente Cristiani. Dì solo una parola, VISA, e sarai salvato.
Guardate i politici che tuonano contro i PACS: due, tre famiglie, convivenze “more uxorio”, “chiappe chiacchierate”, la Sacra Rota della fortuna gira per tutti ed elargisce annullamenti e benedizioni. La Comunione la si nega a me, ma a Berlusconi e Casini no, ci mancherebbe.

A questo punto mi chiederete, ma sei proprio d’accordo con i PACS? Si, anche se la frase che ho sentito una volta: “Vuoi pacsarmi?” la trovo agghiacciante.

E non ti piace proprio nulla della Chiesa? Si, una cosa c’è: Mons. Georg Gänswein. Da elevare agli onori degli altari, bono subito.

(Per l’immagine ho utilizzato il Church Sign Generator)

Uno normalmente penserebbe che lavorando nel settore funerario si debba essere persone tristi, vestite di scuro, sempre sull’orlo della depressione, con le pastiglie del Prozac al posto dei Tic-Tac.Niente di più falso. Credete a me che, pur solo per otto mesi, ci ho lavorato.

Avevano bisogno di qualcuno che sapesse usare i computer per gestire tutto il settore della grafica. Traduzione: facevo al computer le “mortine” (o ricordini), i manifesti, l’impostazione per le scritte sulle lapidi e intanto tenevo aperto il negozio sul viale del cimitero dove si ordinavano le lapidi, e si comperavano i vasetti per i fiori e le cere per lucidare il marmo.
Ehi, ragazzi, cosa fate con le mani nei pantaloni? E’ un mestiere come un altro. Non vi piacciono i film horror, “Quella casa accanto al cimitero?”, “Zombi 1,2,3 e 4?”
Dicevo all’inizio che si rideva. E come fai a non ridere con quello che può capitarti? Giuro che sono tutti fatti veri visti con i miei occhi:
La signora che entra in negozio e chiede se facciamo le fotoceramiche. Io rispondo “si, ha la fotografia con sé”? E lei, “certo” e tira fuori la foto del cane. Una lacrimuccia a lato dell’occhio destro, “Questo è Boby, mi è morto da poco e con mio marito vorremmo fargli la tomba in giardino”. La signora rinunciò all’idea e cominciò ad elaborare il lutto quando venne a sapere il prezzo della fotoceramica: 120.000 (si andava ancora in lire).
Ancora cani. Una mattina mi chiamano nel laboratorio delle lapidi per una impostazione urgente. Vedo la mia collega sorridere, e capisco il perché quando leggo il nome della bestia da incidere sul marmo: “STRESS”.
Le foto per i manifesti metterebbero alla prova anche i maggiori esperti di Photoshop. Ho dovuto sudare sette camicie in molte occasioni: con quello che mi porse la foto della madre e mi chiese se per favore potevo “toglierle i baffi”, con quell’altra vedova che mi portò la foto del matrimonio da dove dovetti cancellare, nell’ordine: lei (che era abbarbicata al marito come una piovra, con braccia dappertutto), gli invitati e lo sfondo che andava sostituito con il giardino di casa. Un’altra volta alla foto (a colori) del defunto doveva essere aggiunto un cane, del quale c’era però solo la foto in bianco e nero.
Con le lapidi le richieste strane non mancavano. Una tipa voleva, al posto del solito Cristo o mazzo di rose, un gabbiano, perché il morto amava tanto il mare. Ok, cerca pure qualche immagine bella di gabbiano con il suo piumaggio bianco e nero, il becco tornito ecc. ma non era mai soddisfatta: “più stilizzato, più semplice!..” Alla fine, sul punto di strangolarla le chiesi di disegnare lei ciò che voleva e lei mi fa uno sgorbio, una specie di logo della Nike. Ma vaffan…
Come si fa a non ridere quando, nel tirare su la cassa al funerale, ad uno dei portantini si strappano i calzoni dalla cintura fino al cavallo? O quando sei a tarda sera ancora in laboratorio per finire un lavoro e arriva una scossa di terremoto del 4° Richter che fa tremare tutte le lapidi, con tintinnio di portafiori e croci? Non è meglio di Dario Argento?
Sono ancora in rapporti di quasi amicizia con uno dei titolari della ditta, ogni tanto passo di lì e ci facciamo due risate. A proposito, le bare come nell’immagine le ha veramente nell’esposizione di cofani del retrobottega. Pare che vadano molto. 😉
P.S. Se ancora non credete che i beccamorti abbiano il senso dell’umorismo andatevi a guardare questo calendario, altro che Max!
Uno normalmente penserebbe che lavorando nel settore funerario si debba essere persone tristi, vestite di scuro, sempre sull’orlo della depressione, con le pastiglie del Prozac al posto dei Tic-Tac.Niente di più falso. Credete a me che, pur solo per otto mesi, ci ho lavorato.

Avevano bisogno di qualcuno che sapesse usare i computer per gestire tutto il settore della grafica. Traduzione: facevo al computer le “mortine” (o ricordini), i manifesti, l’impostazione per le scritte sulle lapidi e intanto tenevo aperto il negozio sul viale del cimitero dove si ordinavano le lapidi, e si comperavano i vasetti per i fiori e le cere per lucidare il marmo.
Ehi, ragazzi, cosa fate con le mani nei pantaloni? E’ un mestiere come un altro. Non vi piacciono i film horror, “Quella casa accanto al cimitero?”, “Zombi 1,2,3 e 4?”

Dicevo all’inizio che si rideva. E come fai a non ridere con quello che può capitarti? Giuro che sono tutti fatti veri visti con i miei occhi:

La signora che entra in negozio e chiede se facciamo le fotoceramiche. Io rispondo “si, ha la fotografia con sé”? E lei, “certo” e tira fuori la foto del cane. Una lacrimuccia a lato dell’occhio destro, “Questo è Boby, mi è morto da poco e con mio marito vorremmo fargli la tomba in giardino”. La signora rinunciò all’idea e cominciò ad elaborare il lutto quando venne a sapere il prezzo della fotoceramica: 120.000 (si andava ancora in lire).

Ancora cani. Una mattina mi chiamano nel laboratorio delle lapidi per una impostazione urgente. Vedo la mia collega sorridere, e capisco il perché quando leggo il nome della bestia da incidere sul marmo: “STRESS”.

Le foto per i manifesti metterebbero alla prova anche i maggiori esperti di Photoshop. Ho dovuto sudare sette camicie in molte occasioni: con quello che mi porse la foto della madre e mi chiese se per favore potevo “toglierle i baffi”, con quell’altra vedova che mi portò la foto del matrimonio da dove dovetti cancellare, nell’ordine: lei (che era abbarbicata al marito come una piovra, con braccia dappertutto), gli invitati e lo sfondo che andava sostituito con il giardino di casa. Un’altra volta alla foto (a colori) del defunto doveva essere aggiunto un cane, del quale c’era però solo la foto in bianco e nero.

Con le lapidi le richieste strane non mancavano. Una tipa voleva, al posto del solito Cristo o mazzo di rose, un gabbiano, perché il morto amava tanto il mare. Ok, cerca pure qualche immagine bella di gabbiano con il suo piumaggio bianco e nero, il becco tornito ecc. ma non era mai soddisfatta: “più stilizzato, più semplice!..” Alla fine, sul punto di strangolarla le chiesi di disegnare lei ciò che voleva e lei mi fa uno sgorbio, una specie di logo della Nike. Ma vaffan…

Come si fa a non ridere quando, nel tirare su la cassa al funerale, ad uno dei portantini si strappano i calzoni dalla cintura fino al cavallo? O quando sei a tarda sera ancora in laboratorio per finire un lavoro e arriva una scossa di terremoto del 4° Richter che fa tremare tutte le lapidi, con tintinnio di portafiori e croci? Non è meglio di Dario Argento?

Sono ancora in rapporti di quasi amicizia con uno dei titolari della ditta, ogni tanto passo di lì e ci facciamo due risate. A proposito, le bare come nell’immagine le ha veramente nell’esposizione di cofani del retrobottega. Pare che vadano molto. 😉

P.S. Se ancora non credete che i beccamorti abbiano il senso dell’umorismo andatevi a guardare questo calendario, altro che Max!

Ho letto un divertentissimo post dell’amico Cima su una sua visita all’IKEA e non posso che condividere ciò che lui ha scritto.

Credo che l’IKEA sia un non-luogo, uguale a se stesso sia che tu sia a Parigi (dove giustamente la chiamano IKEÁ, con l’accento) o a Casalecchio di Reno, come nel mio caso, e sono sicura che anche lui e i suoi bambini mappini avranno notato i nuovi peluche in vendita nel paradiso svedese del consumatore.
Io ho comperato questo, che non è un topo, è proprio una zoccola da chiavica , tanto è grosso, ma a me è piaciuto tanto. Sarò normale?

Sempre meglio però dello squalo di peluche, della piovra o del pipistrello (qual è il target: i bambini della famiglia Addams?) E la testa di cavallo Minnen, che mi ha fatto pensare alla famosa scena del Padrino?
Mi hanno fatto molta tristezza i pupazzetti dei mostriciattoli alieni, tutti invenduti e al prezzo stracciato di un misero euro. Forse è vera la teoria che l’oggetto transizionale, ovvero ciò che pomposamente per la psicanalisi è l’orsacchiotto, deve essere qualcosa di familiare, con il quale il bambino possa identificarsi. L’alieno è effettivamente un po’ forte, a parte forse per il figlio di Mulder e Scully.

Un classico argomento di satira sull’IKEA sono i nomi degli articoli, ma non vedo qual’è il problema. Se al posto di KLIPPAN o MINNEN, O KLAPPA ci fossero, mettiamo, nomi derivati dai dialetti italiani, non sarebbe lo stesso?

Ve lo immaginate? L’IKEA è diventata una grande multinazionale italiana, nel suo ristorante si mangiano spaghetti, pizze e polpette di mandolino. Gli articoli hanno nomi curiosi come CREUZA (una simpatica scaletta), BELINUN (i genovesi se lo traducano come vogliono), PIRLA (uno scaffale componibile), BALENGO (sono indecisa tra un divano e un dondolo), GUNDUN (sempre per i genovesi, tanto gli altri non capiscono e lo comprano come strofinaccio da cucina), CABBASISI, OSEO, SPACCASTROMMOLE (un martello?), FETUSO, SOCMEL (questo se lo gestiscano i bolognesi) e via discorrendo.

Una cosa che ti fanno notare e diciamolo, che ti fanno pesare all’IKEA è quanto sono bravi a contenere i prezzi. Ovunque trovi cartelli con scritto: “Lo sappiamo che portarsi il divano in spalla fino a casa è fatica, ma vuoi mettere il risparmio?” “Hai dovuto noleggiare un furgone per venire a ritirare i mobili? Vedrai che in un paio di anni ti rifai della spesa”.
Il più inquietante però è al self-service, dove c’è scritto: “Se riporti il vassoio tu possiamo risparmiare sul personale”. A me è andato il salmone all’aneto di traverso. Poi, quando mi sono alzata con il vassoio per portarlo nell’apposita rastrelliera, una giovane donzella in divisa IKEA si è precipitata e mi ha letteralmente strappato il vassoio dalle mani. E’ un simpatico gioco aziendale. Se i dipendenti riescono a intercettare più di 100 vassoi al giorno l’IKEA li tiene per altri 15 giorni a progetto.

Infine i bambini. Non capisco perché il cliente medio dell’IKEA abbia sempre con sé non meno di tre bambini, tutti da sedare con il Ritalin.
Nonostante all’ingresso vi sia un’area attrezzata apposita per parcheggiarli i genitori insistono nel trascinarseli dietro per tutto il magazzino assieme alle megaborse gialle di plastica piene di cianfrusaglie.
Oppure è un’altra trovata dell’IKEA, consegnare all’ingresso anche a chi non ha figli una bella terna di marmocchi, come accompagnatori, per non farli sentire soli.
Io credo che i genitori non si fidino di lasciarli a nuotare ed essere risucchiati e sparire tra le palline colorate del pentolone nell’entrata. Tra le leggende metropolitane sull’IKEA c’è anche quella che le polpette svedesi le facciano con i poveri resti…

Dite la verità, non mascheratevi dietro un buonismo ipocrita, cosa ne pensate veramente, ma proprio veramente, degli operatori dei call-center?
Non ditemi che fanno un lavoro infame, che sono co-co-costretti a lavorare per pochi centesimi e ne hanno per le palle di essere co-co-cortesi. Posso essere sempre dalla parte dei lavoratori, soprattutto di quelli sfruttati ma se uno mi risponde come quella signorina che giorni fa mi ha risposto al call-center di Sky mi sento come Mr. Blonde quando accende la radio e mette mano al rasoio.

Avevo chiamato per una cosuccia da niente, un aumento non annunciato dell’abbonamento mensile, ma la donzella, che doveva essere in realtà Murdoch in persona in uno dei suoi più riusciti travestimenti, mi ha risposto che dovevo accettare la modifica della tariffa perché così stava scritto nel contratto. Il tutto con il tono strafottente di chi sa di essere dalla parte del più forte. Ho cercato di essere gentile, anche se il sangue era già alla testa: “Signorina Schultz….” Ma lei insisteva che ormai era tardi, avrei dovuto disdire due mesi fa, adesso (questo era il senso e il tono) erano stracazzi miei. Ecco, una vera collaborazionista, da suggerire per il ruolo di kapò.

Quelli dei call-center sono di due specie: quelli che “ti chiamano loro” e quelli che “li chiami tu” per bisogno. Difficile capire quali sono i peggiori anche se a volte, nella seconda categoria, se ne trovano di quasi umani e pensanti, come l’operatrice di UPS che mi ha risposto l’altro giorno, che credo fosse fornita anche di pollice opponibile.

Gli appartenenti alla prima categoria telefonano all’una meno cinque mentre sto scolando la pasta o friggendo i fiori di zucca per dirmi che “la Telecom sta rinnovando tutti i suoi impianti (??) e quindi tra 15 giorni mi arriverà un pacco….”
Al che io urlo “Come, come?? Alt, lei vuole vendermi la ADSL?!”
Silenzio dall’altra parte, “si, veramente stiamo in promozione con Alice…”
Ho istruito i miei anziani genitori a legarsi all’albero maestro e tapparsi le orecchie con la cera quando telefonano queste “sirene” propalatrici di notizie false e tendenziose, dopo che un mio amico si è vista installata l’ISDN senza averla mai chiesta, solo per aver risposto alla signorina “si, mi dica”. Non potrò mai dimenticare un certo Pedro, dallo spiccato accento sudamericano, che mi tenne al telefono un quarto d’ora, sempre per Telecom, finendo per raccontarmi delle bellezze della Patagonia.

Ci sono quelli che ti chiamano per offrirti buoni premio se ti presenti all’Hotel Tal dei Tali il prossimo sabato, quelli che devono venderti per forza sei ettolitri di vino e olio extra-vergine di oliva, gli altri che vogliono rifilarti abbonamenti a “Brava Casa” (!!). Quelli che si presentano come araldi di Piepoli incaricati di un sondaggio e poi scopri che ti vogliono vendere la solita paccottiglia inutile.
Molesti, invadenti, inopportuni, come le mosche cavalline. E poi vanno a ondate, come una volta gli avvistamenti di UFO. Per giorni non li senti, poi improvvisamente tutti insieme: in un giorno sette telefonate.

Quelli della seconda categoria invece sei costretto a chiamarli tu perché hai bisogno di comunicare con i loro padroni, tipo la stronzetta di Sky di cui sopra. Io dico che li addestrano con cura affinché non riescano a darti le informazioni che cerchi e in più per i più bravi c’è anche il diplomino da rottweiler. Per la mia esperienza la Palma d’Oro va a Tiscali. Per un cambio di dominio web ricordo una dozzina di telefonate, sempre a vuoto, con la signorina che non capiva una cippa e ogni volta mi indirizzava al numero e al collega sbagliato. Un’incubo. Ma anche Wind non se la cavò male in una serie di occasioni, anzi penso che quasi quasi ci si orienterà per l’ex-aequo con Tiscali.
Riassumento, inutili quando li chiami, invadenti quando ti telefonano.

Ho deciso, la prossima volta che mi chiama Telecom, che è la più assidua in assoluto, uso una nuova arma, la supercazzola:

“Pronto?”

”Buongiorno, sono Arcibalda della Telecom, potrei parlare con qualcuno che utilizza l’ADSL in casa?”

“Signorina, sbiriguda Alice come se fosse antani anche per l’ADSL in due, oppure in quattro computer anche scribai con cofandina; con scappellamento mensile, un po’ prematurata la banda larga, mi scusi dei tre telefoni qual è come se fosse tarapia tapioco che avverto la supercazzola? …. Pronto, signorina, pronto????”

Quando ha visto la foto del pischello a sinistra, Michael Jackson ha subito chiesto se era possibile avere il suo numero di telefono, credendo fosse l’ennesimo rampollo della famiglia Culkin da invitare nel suo ranch.
Poi gli hanno detto che si tratta di una foto da bambino di Vladimir Putin, capo della Russia, e dal dispiacere è andato a chiudersi nella camera iperbarica.

(A sin. Vladimir Putin, a destra Macauley Culkin)

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