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Veronica, la Penelope di Arcore, si è rotta le palle e ha inviato una lettera alla “Repubblica”, con preghiera di divulgazione all’esimio consorte e per conoscenza al popolo italiano.
Nei giorni scorsi la sopportazione di questa donna deve aver raggiunto il livello di massa critica e per evitare una reazione a catena che avrebbe rischiato di incenerire l’intera Brianza, ha preso carta, penna e calamaio e ha vergato la sua richiesta di pubbliche scuse al marito per il suo comportamento anti-matrimoniale.
Pensate, non ha potuto nemmeno usufruire del suo giornale personale, “Il Foglio”, viste le tirature da Eco della Val Trompia che non avrebbero dato il giusto risalto al suo epico scazzo. Meglio indirizzare la missiva ad un giornale che è pure anti-Silvio, tiè!

Eh si, la misura era colma. Va bene fare e disfare la tela, ma in pochi giorni le è toccato prima di sentire la rediviva lady delle pentole in fascia protetta alla domenica parlare del ventennale delle imprese erotiche da dieci-e-lode di suo marito. Poi l’anziano ganimede si è fatto cogliere dai microfoni alla serata dei telegatti mentre cantava la romanza alla celeste Aida Yespica e rivolgeva alla telegatta morta Mara Carfagna la fatal frase: “Se non fossi già sposato me la sposerei subito”.
E’ lì che secondo me Veronica non ci ha visto più e alla moglie delle libertà sono saltate le valvole col botto.

Passi la vecchia amante, il palco di corna ostentate dalla Ventura a commento dell’intervista alla vecchia fiamma, ma che lui, lo strenuo difensore della famiglia, faccia pubbliche profferte matrimoniali proprio a colei che nei pianerottoli e nelle portinerie si sussurra malignamente essere la sua nuova, di amante, è troppo. “Son cose poco belle”, avrebbe detto la Signora Coriandoli.

Non c’è niente da ridere su ciò che Veronica chiede, r-i-s-p-e-t-t-o come donna. Purtroppo, impegnati come siamo a trovare i burqa nell’occhio altrui non ci rendiamo conto della maleducazione e della trave del maschilismo nel nostro. Non è perché si copre una donna di diamanti grossi come ceci che ci si può permettere di insultarla pubblicamente.

C’è stato un iniziale imbarazzo tra le file berlusconiane alla notizia della lettera aperta all’illustre marito. Non una parola sui giornali della real casa, del cognato e dei parenti tutti. Voci di “complotto” girate nel pomeriggio. L’ira funesta delle cagnette azzurre che si rivolgono alla vera moglie con queste parole sublimi: “Cara signora si vede che non ha cose importanti a cui pensare se per queste scemenze perde tempo a scrivere ad un giornale altrettanto cretino! Suo marito si merita di meglio!“, parola della “moglie del presidente“.
Evidentemente anche qui aveva ragione Montanelli. Per vaccinarsi da Silvio, anche come marito, bisogna fare la malattia, esserci passate.

Apprendiamo in questo momento che Lui avrebbe chiesto scusa con una lettera, magari dettata dalla penna del Petrarca di Fivizzano, Sandro Bondi.

Possiamo immaginare come finirà questa storia. Già domani lui dirà che è stato frainteso e che non ha mai detto le cose che ha detto alla Carfagna e alla Yespica. Anzi, dirà che quella sera non era neanche ai telegatti, che non conosce quella certa signora Veronica, che lui non chiede scusa e darà la colpa di tutto ai comunisti.

Nella foto, un’immagine di Veronica Lario nel film di Dario Argento “Tenebre”.

Anatema da parte dell’organo della Santa Sede e sconcerto in alcuni blog dal busto troppo stretto per l’ennesima inchiesta dell’Espresso, questa volta sulle opinioni dei preti raccolte da un giornalista in incognito nei confessionali d’Italia.
Cosa ha scoperto di tanto sconvolgente Riccardo Bocca? L’acqua calda, e santa, ovvero che di fronte alla confessione del peccato, soprattutto sessuale, un prete non è detto che segua pedissequamente le direttive delle gerarchie biancogialle ma più spesso forse la sua umana e cristiana coscienza.

E’ una cosa che ho constatato anche di persona un paio di anni fa quando, sentendo un gran bisogno di Dio, trovai un simpatico frate con il quale cominciai a parlare e la conversazione divenne in pratica una confessione. Certo, quando venne a sapere che la pecorella smarrita conviveva con il suo compagno scosse la testa e disse che dovevo fare di tutto per arrivare a santificare la relazione nel matrimonio, ma poi mi diede l’assoluzione dai miei peccati e perfino la comunione, nella chiesa deserta. Una cosa tra me, lui e Dio. Qualche tempo dopo tornai in Chiesa, un’altra. Il parroco mi stette ad ascoltare ma all’annuncio del fatto della convivenza si fece cupo in volto e mi disse che assolutamente non poteva darmi l’assoluzione. Praticamente quasi mi cacciò dal confessionale. “Un frate l’altro giorno mi ha dato l’assoluzione e la comunione”, protestai, “Allora figliola, quello che ti consiglio è di tornare da quel frate”.

Capita l’antifona? Non c’è assolutamente uniformità di comportamento all’interno della Chiesa (altro che centrosinistra). C’è prete e prete, c’è Ponzio Pilato e Torquemada, c’è Ruini e c’è Don Gallo, gli ottusi burocrati e quelli che “se Cristo ha perdonato l’adultera…”
Tutto ciò è normale e risaputo ma, come nel caso della pedofilia, per il Vaticano lo scandalo non è lo scoprire che alcuni preti molestano i bambini, ma che qualcuno lo denunci.

E’ molto interessante e istruttivo che, grazie a quest’inchiesta, si rimarchino le divisioni all’interno della Chiesa sugli argomenti sui quali si scannano in questi giorni anche i politici: PACS, unioni omosessuali ed eutanasia. Se permettete è bello sapere che il sacerdote può essere indulgente anche con l’anonimo peccatore di provincia oltre che con il fantastiliardario pluridivorziato-risposato al quale si concede pubblicamente l’ostia in barba alla dottrina. La discussione potrebbe servire molto alla Chiesa per fare chiarezza al suo interno.
Invece si urla al sacrilegio e al “come si sono permessi” e il bello è che si scandalizzano non soltanto le gerarchie vaticane ma anche i ben pensanti e ben scriventi, a leggere diversi commenti nei blogs.

Non vorrei che questo fosse un brutto segno dei tempi. Non sarà la disabitudine al giornalismo di inchiesta? I troppi anni di “Porta a Porta” alle spalle? I servizi da Londra di Masotti? I primi effetti della contaminazione da gossip impoverito che ogni giorno ci propinano giornali e tv?

Forse alcuni sono troppo giovani per ricordarlo, ma di queste inchieste una volta “L’Espresso” ne faceva una alla settimana e di ben più toste.
Il giornalismo è questo, purtroppo, non il TG5 di Carlo Rossella O’Hara che è uguale al TG1 e al TG2, dove cambiano solo le scrivanie e gli orari ma il pastone è sempre quello.
Non ci siamo più abituati e non ne faccio una colpa a nessuno, ma i veri giornalisti non sono quelli con il giubbotto antiproiettile e antivergogna, embedded nel senso che si infilano (metaforicamente, ci mancherebbe altro) nel letto di chi li paga, ma quelli che per capire bene l’argomento e il fenomeno devono infiltrarsi, fare opera di investigazione, e tanto più quanto il materiale è scottante e bisogna quindi ricorrere a questi mezzi per parlarne e farne parlare. Insomma sono quelli che danno, con rispetto parlando, le notizie.

Tanti anni fa in Germania, ben prima di Fabrizio Gatti, Gunter Wallraff si fece crescere dei bei baffoni alla turca, assunse una falsa identità da immigrato e si fece assoldare da una grande casa farmaceutica che cercava clandestinamente cavie umane sulle quali testare i nuovi farmaci. Quella, ed altre esperienze da lui vissute in incognito diventarono il libro “Faccia da Turco”, ancora oggi una delle testimonianza più vive e inquietanti sul dramma dell’immigrazione oltre che un classico del giornalismo di inchiesta imitato da allora in tutto il mondo.
Ve lo immaginate un Roberto Saviano che, per non scandalizzare nessuno, gira tra le fabbrichette in nero dell’alta moda e i luoghi dello spaccio a Scampia con un bel cartello al collo che dice: “Sono un giornalista e sto scrivendo un libro denuncia sulla Camorra che vi farà molto incazzare”?

Non meravigliatevi per favore, ragazzi, se esiste ancora un giornalismo che fa riflettere. Lo so, sulle prime è amaro da mandar giù, ma poi ci fa guarire.

A corollario del post precedente e al fine di farvi provare l’ebbrezza di una deroga momentanea al pensiero dominante degli editorialisti da ricorrenza, vi propongo alcuni articoli che offrono una diversa e per alcuni versi scandalosa opinione sulla equivalenza antisemitismo=antisionismo:

“Memoria. Ciò che la legge non può” di Moni Ovadia, “La società aperta e i suoi nemici” di Gilad Atzmon, “Nazistificazione” di Israel Shahak , Intervista a Israel Shamir, Intervista a Norman Finkelstein, e un articolo da Carmilla sulla legge Mastella.

Per i temi trattati e le idee espresse se ne consiglia la lettura ad un pubblico adulto, vaccinato, immune alle lusinghe del pensiero unico, ai moniti Napolitani e Ratzingeriani contro il relativismo, agli insulti degli informatori corretti e ahimè ancora devoto alla democrazia e alla cara e vecchia libertà di parola. Astenersi deboli di cuore e di fegato.

Si può essere d’accordo o meno con le idee espresse da questi intellettuali ma come mai nessuno si sente più pronto a morire per difendere il loro diritto di parlare? Già, meglio ritirarsi a coltivare il proprio orticello e in culo a Voltaire.

PS. Mi rendo conto che, nel mondo degli imbecilli, se qualcuno nomina gli intellettuali di cui sopra c’è bisogno di specificare che nessuno di loro è antisemita o negazionista. Anche per il semplice fatto che sono per la massima parte ebrei. Ma cosa volete, sono puntualizzazioni necessarie, visto che la madre dei fascisti è sempre incinta.

Non è facile parlare di Giornata della Memoria perché il turbinio di sciocchezze, i rigurgiti di ignoranza e le manifestazioni di bieco machiavellismo sono tali in questi giorni che danno la nausea.

Siamo tutti attorno ad un tavolo e si gioca sporco, si bluffa, si gioca al rialzo, con un cinismo spaventoso. Non fiches, ma milioni di morti buttati sul tavolo verde di una politica che fa sempre più schifo. Politica che all’occorrenza prende la Storia, la trascina in un angolo e la violenta.
I miei morti valgono il doppio dei tuoi, non ti azzardare a confonderli. Se condanniamo il nazismo allora si condanni anche il comunismo e si neghi il valore della Resistenza. Anzi delle Resistenze. Oggi non si deve criticare il presidente ex comunista perché fa il nostro gioco, ha detto che l’antisionismo è uguale all’antisemitismo. Per premio, non gli hanno ricordato per l’ennesima volta di condannare i crimini comunisti.

Dovremmo mettere in galera i negazionisti, bruciare i loro libri e spargervi sopra il sale. I negazionisti sono ricercatori talmente seri che vanno a grattare un muretto dopo sessant’anni ad Auschwitz, dove è stato quasi tutto distrutto e siccome non trovano tracce di veleno nel fazzolettino deducono che nessuno è stato gasato, da nessuna parte. Basterebbe ignorarli e invece li facciamo diventare dei martiri e perfino degli illustri scienziati.

Se chiedessimo ad una persona qualsiasi che ha visto le migliaia di fotografie scattate dai liberatori dei lager nazisti, i grovigli di corpi umani che ti impediscono di dire quello è ebreo, quello zingaro, quello omosessuale, quello dissidente politico, se gli facessimo vedere le fosse riempite dalle ruspe con una marmellata umana di ossa e pelle senza più alcuna umanità e dicessimo loro che esiste chi nega questa realtà quale sarebbe la sua risposta? Direbbe che sono matti. Appunto. Se qualcuno cade nel tranello di credergli fategli vedere quelle foto, quei filmati, portateli sul posto.

Al tavolo da gioco c’è chi gioca pesante con le nostre libertà perché è accecato dal tornaconto politico. Cosa vuol dire che l’antisionismo è uguale all’antisemitismo? Vuol dire che non si potrà più parlare. Che non ci si vuole far amare ma solo temere.
Se chiedessimo a quei poveri corpi nudi senza più dignità cosa ne pensano del cinismo di chi si appropria di loro, della loro sofferenza, che pretende di parlare in loro nome per una specie di contratto in esclusiva, di chi li conta e li riconta perché il loro numero deve essere più grande di tutti di altri genocidi, di chi in nome loro ritiene di poter fare qualsiasi cosa, anche non dover più rispondere di nulla a nessuno, cosa ci risponderebbero?

Se chiedessimo a chi ha sofferto in maniera indicibile se il mondo ha imparato qualcosa dalla loro sofferenza quale sarebbe la risposta? Se anche uno solo di quei milioni di poveri morti potesse ancora parlare ci chiederebbe un’unica cosa: di fare silenzio.

Metti una domenica pomeriggio tra una linea di febbre e l’altra sotto il plaid di pile con in sottofondo il cazzeggio televisivo di “Quelli che il Calcio”.
Simona Ventura intervista Fabrizia Carminati, un residuato inesploso della televisione anni 80. Me l’ero quasi dimenticata, ma a sentire il suo nome e all’ondeggiar dei boccoli d’oro, per automatismo ho salivato subito come il cane di Pavlov, “Ah, quella delle pentole”.

E’ carino ogni tanto ricordare i personaggi che ci hanno fatto crescere, come il Supertelegattone Maaaooo, Jeeg Robot d’acciaio e Zed, il tizio con i capelli di plastica come Ken, il marito evirato di Barbie.
La Carminati, dopo un piccolo sforzo per inquadrarla nel periodo e nel contesto tra le nebbie della memoria, mi appare come la bionda sempre allegra anche ai funerali, di bellezza media, più da segretaria che da showgirl.
Valletta di Mike Buongiorno, è vero, che di lui ci dice che era tirchio perché teneva i cesti con le burrate e i capocolli tutti per sé senza dividerli con i colleghi. Lo avevamo intuito, ma poi ecco la grande rivelazione, lo sgubb, la bomba, ciò per cui è venuta in televisione, o ce l’hanno mandata dopo averla scongelata, dopo tanto oblio.
La Fabrizia racconta, dopo averlo già spiattellato ai giornali, che ha avuto una relazione con Silvio vent’anni fa e che lui era da 10 e lode in tutto, anche in quella cosa lì, che è poi l’unica che conta, il resto tipo il romanticismo è fuffa. Un mandrillone, insomma, e detto da lei c’è da crederci.

Era dai tempi delle mitiche pagelle di Moana che non si sentivano apprezzamenti sulle prestazioni sessuali dei leaders politici. Che poi, in questi casi, sono tutti delle sex-machines con un’attrezzatura da far invidia al Divo Rocco e tempi di durata da maratoneti del sesso.
Eh già, chi si azzarderebbe, tra le ex o attuali amanti dei potenti di dire:”E’ una delusione, lo fa in 9’ 85” netti, più veloce di Carl Lewis sui 100 metri, quando gli riesce e con i calzini corti”.

Un dubbio mi assale, ma il palco di corna posticce che Simona Ventura ostenta dall’inizio dell’intervista è una pesante allusione a Veronica? Tranquilli, all’epoca della tresca lui era già separato dalla prima moglie e non conosceva ancora Veronica. Anzi quest’ultima gliel’ha presentata proprio la Fabrizia, guarda un po’. Un cambio della guardia in stile Buckingham Palace. Non basta sicuramente per poter fare la Comunione (anche se lui la riceve lo stesso, mysterium fidei) ma per tranquillizzare l’elettorato medio si.

Tra parentesi, l’intrepida Ilona Staller sempre arruolata nel corpo “Poveretta, come s’offre”, aveva già raccontato alla stampa, senza scendere in particolari intimi però, di un suo week-end in Grecia con il Mandrillo della Libertà nel lontano 1974.
In piena zona adulterio questa volta, ma forse eravamo già all’epoca in cui con Carla “l’amore si trasforma in sincera amicizia”.

Tornando alla Carminati. Nel 2004, forse come tardiva ricompensa per tanta abnegazione amatoria, l’eroica Fabrizia, ripescata come i vecchi pugili negli incontri di contorno, si candidò per Forza Italia alle Europee ma fu, non sembri una battutaccia, trombata.
Cosa pensare di quest’ultimo coming-out mediatico?
A me ha fatto l’effetto di quelle lettere di raccomandazione che suonano più o meno così: “Posso testimoniare che il ragazzo si impegna nel lavoro ed è sempre puntuale e affidabile.” Una sorta di pizzino erotico, un messaggio rassicurante alle ragazze ancora da concupire dopo l’impianto delle duracell, “andate tranquille, che non sarà solo un sacrificio”. Abbastanza patetico, tutto sommato.

L’intervista del secolo con la Ventura termina con una simpatica gag nella quale la Carminati finge di essere stata anche l’amante di Prodi, facendone l’imitazione. Un momento di grande televisione. Missione compiuta, roger, portiamo a casa questo baby e rientriamo alla base. La Fabrizia fa le pentole e anche i coperchi.

Vi sarete accorti che ogni oggetto animato o inanimato viene prima o poi trasformato in un soffice peluche. Tutti gli animali noti a Linneo e seguaci sono stati più o meno già riprodotti.

Come ho già scritto in passato, L’IKEA è specializzata in peluches “strani”, dal pipistrello, al ragno, allo squalo. Credevo, quando ho comperato la RATTA, perfetta riproduzione di una zoccola da chiavica, di aver toccato il fondo della mia perversione per i peluches, che colleziono compulsivamente, sicuramente per compensare un istinto materno inappagato.

Questo sito però con un’alitata ossigena i capelli a Herr Ingvar Kamprad in persona e a tutte le ikee del mondo. Riuscite ad immaginare una ditta specializzata in peluches che riproducono microbi e virus? Chi non vorrebbe il morbido Yersinia Pestis o la Clamidia, o la tenera Salmonella Typhimurium da stringere nel proprio lettuccio, magari mentre stiamo lottando contro un simpatico virus influenzale?

Quando studiavo psicologia clinica mi insegnarono che se un bambino si identificava nel lupo di Cappuccetto Rosso, invece che nella bambina o nel cacciatore, c’era da preoccuparsi. E se adesso vostro figlio vi chiederà il pupazzo di Ebola qui sopra, cosa dovremmo pensare?

L’immagine, lo so, è forte e chi ha visto “Saw-L’Enigmista” capirà meglio il senso della situazione.
Il fatto è che negli ultimi tempi gli annunci di Prodi in politica estera assomigliano a quelle telefonate tra colleghi dell’FBI che si vedono nei telefilm:
“Pronto Scully?
“(Silenzio)…. Si… Mulder?”
“Ehi Scully, ma stai bene?”
“(Silenzio) Si, si… sto … bene”
“Ho capito, qualcuno ti minaccia con una pistola. Ora stai tranquilla e non perdere la calma. Stiamo arrivando”.

Mi sto convincendo che qualcuno, un perfido Enigmista ossessionato dal Quesito della Susi e dalla Pagina della Sfinge, sta tenendo Romano in ostaggio in un sordido bagno e lo obbliga a fare certe dichiarazioni, caratterizzate tra l’altro da un tempismo eccezionale e sospetto tale da far intuire un sadico gioco di ruolo:

16 gennaio – “Il governo non si opporrà all’allargamento della base militare Usa di Vicenza”. (Il 10 gennaio erano cadute le ultime speranze per ottenere verità e giustizia su Ustica.)
20 gennaio – “Il ritiro dall’Afghanistan è una follia”. (Io mi ricordo vagamente in campagna elettorale delle assicurazioni su un nostro ritiro dai vari teatri di guerra, ma forse ho sognato.)
22 gennaio – “L’entrata della Turchia a pieno titolo nella famiglia europea è un traguardo strategico. In questa fase storica nessuno deve pensare a scelte alternative. Non sono in programma”. (Appena due giorni prima, il 19, era stato ucciso il giornalista di origine armena Hrant Dink, paladino contro il negazionismo turco di stato sul genocidio armeno del 1917.)

Ho capito Romano, qualcuno ti minaccia con una pistola. Ora stai tranquillo e non perdere la calma. Stiamo arrivando.

Sono tra noi e non ce ne siamo accorti. Lentamente ma inesorabilmente la mala pianta sta avanzando nei nostri lindi giardinetti, perfino in quelli più insospettabili e contagia gli umani, facendoli straparlare e soggiogandoli al culto del Grande Trifide, o Craxide.
Tutta questa montante nostalgia canaglia di Bettino non somiglia sempre più ad un’invasione aliena?

C’è in giro un’aria di abbracciamoci tutti e scurdammoce ‘o passato. Craxi grande leader, comunque meglio di Berlusconi, almeno era più alto, era di sinistra – e qui si sente stridore di unghie sullo specchio, eccetera eccetera.
Terribile, tra trifidi e margherite è già scattata la solidarietà tra vegetali.

Non vorrei aver involontariamente contribuito anch’io al revival pro-Bettino. In un post precedente ho riconosciuto a Craxi il merito di essersi ribellato alle voglie padronali degli USA a Sigonella. Bon, anche lui una cosa buona l’avrà fatta, no? Perfino Hitler ci ha donato il Maggiolino Volkswagen.

A parte quell’episodio, ma c’è davvero bisogno di ricordare, come fa in questo articolo Marco Travaglio, agli smemorandi italiani cosa è stato Craxi? Sono state consumate tonnellate di carta e inchiostro , emesse sentenze, si sono scritte cronache minuziose di corruzioni, ladrerie e malcostume vario ed eventuale, sono volate le monetine dell’Hotel Excelsior e poi?
Tutto inutile di fronte all’avanzata degli ultracorpi. Del resto sono anni che la lima sorda berlusconiana lavora per riabilitare il grande benefattore. La legge Mammì, fatta in quattro e quattr’otto per salvare l’illegalità delle reti Fininvest alla faccia del libero mercato e della concorrenza, uscì dal gran baccellone craxiano. Un baccellone che, dopo la mutazione arcoriana, ha prodotto altri semi velenosi, come la legge Gasparri.

Se cercate però il motivo vero dei supposti meriti e delle supposte benemerenze di Bottino Craxi troverete un vecchio tema caro ai film di fantascienza anni ’50, l’anticomunismo. Il vecchio cadavere che si porta su tutto, in ogni stagione.
Mi sono imbattuta in questa mirabile prosa, tratta da un vecchio numero de “l’Opinione”:

Ora, sia detto senza mezzi termini, fra i socialisti, ma anche fra i repubblicani, come fra i democristiani e così via, vi furono affaristi, profittatori, intascatori di mazzette, accumulatori di soldi da spendersi in lusso crasso e mercenario.
Ma non ce ne furono più di quanti se ne trovassero e se ne trovino dentro altre famiglie politiche, comunisti compresi, e fuori dalla politica. Però, sia detto con altrettanta chiarezza, il finanziamento illecito della politica fu una necessità indotta dall’enorme forza economica dei comunisti; senza quel finanziamento la regolare partita democratica si sarebbe risolta a favore di chi campava con soldi sporchi di sangue.

E ti pareva che non era colpa dei comunisti. Si, abbiamo rubacchiato un po’ anche dalle tue tasche, o beota italiano, dicono i neo-ultracorpi socialisti, ma vuoi mettere la soddisfazione di aver impedito che i cosacchi si abbeverassero a San Pietro – tra l’altro quando l’impero sovietico era già in putrefazione?
Se il muro di Berlino è crollato nell’89 e Tangentopoli è dei primi anni ‘90 qualche conto non torna. Giustamente qualche italiano ancora più beota potrebbe inoltre chiedersi cosa c’entri la salvezza della democrazia con il “lusso crasso e mercenario” ammesso dall’aedo neo-baccellone. Attendiamo risposte. Possiamo solo immaginare la scena: “Bravo, hai salvato la democrazia. Ora tieni questi 50 miliardi e vai a svagarti un po’, magari a mignotte, che te lo meriti.”
C’è da stare tranquilli con difensori della democrazia così.

Quante volte è stato fischiato Berlusconi in cinque anni di governo? Moltissime volte, alcune delle quali clamorose, come in occasione del suo ingresso allo stadio di Torino per la cerimonia di chiusura delle Olimpiadi invernali del 2006. Le bordate successive alla pronuncia del suo nome le sentirono in mondovisione anche nelle Isole Marshall ma, tra il telecronista che cercava di sdrammatizzare e il silenzio sull’accaduto nel successivo TG della sera pensammo di essere invece rimasti vittime di un’allucinazione collettiva, come quella di Fatima con il disco del sole roteante .

Quella non fu comunque l’unica occasione nella quale le labbra degli italiani, in maniera organizzata o spontaneamente, si richiusero a culo di gallina per esprimere sonoramente un concetto universalmente noto all’indirizzo dell’ex presidente del consiglio.
Nel 2004 Silvio fu fischiato ad un raduno sulla musica popolare al Santuario del Divino Amore a Roma. Un anno dopo fu preso di mira dagli artigiani, vil razza dannata, all’assemblea della Confartigianato, e giù fischi. Sempre nel 2005 a Bolzano perse le staffe e rispose con il dito medio alzato all’indirizzo dei rumorosi contestatori.

Ora, perché rivangare le fischiate berlusconiane? Perché da quando è cambiato il governo, ma non l’andazzo in RAI, se prima il fischio sporadico a Berlusconi veniva relegato come notizia di secondo piano rialzato, e data comunque solo se i fischi avevano incrinato i vetri delle finestre, ora la fischiata a Prodi diventa la seconda notizia dopo l’uragano Kyrill o l’attentato a Baghdad.

Prodi fischiato al Motor Show, fischiato all’Università, fischiato in piazza, dal fruttivendolo. Rischia di diventare un gioco di società. Dove lo fischieranno domani? Si accettano scommesse.
Di questo passo se Prodi va in stazione a Bologna e sul primo binario è in partenza l’Eurostar per Roma il TG1 dirà che è stato fischiato anche nella sua città. Consiglierei a Romano di evitare anche lo stadio e i teatri dove canta il tenore Alagna.

E’ democrazia salutare che un leader politico venga fischiato, chiunque egli sia, ma è solo mascalzonaggine propagandistica utilizzare la notizia dell’ennesima fischiata, magari organizzata ad arte con quattro gatti, come riprova che “gli italiani” non amano Prodi.
Peggio ancora quando si sottolineano i fischi a Romano e non il saluto romano dei fischiatori. Se lo fa in campo Di Canio, che tra l’altro non fa mistero di essere fascista e almeno è onesto, è scandalo, ma se succede in un’Università invece non fa né caldo né freddo a nessuno, figuriamoci a Riotta.

Ve la immaginate al TG tedesco la notizia di Angela Merkel accolta all’Università di Berlino da un manipolo della Hitlerjugend con il braccio alzato? Inconcepibile.
Ma da noi quelli non sono fascisti, sono persone affette da una strana forma di paralisi agli arti. Ha proprio ragione il mio medico a dire che le cure termali non contano una cippa.

C’è un problema di fondo, credo, nelle polemiche pro o contro l’ampliamento della base militare americana a Vicenza e riguarda la consapevolezza che noi italiani abbiamo della nostra sovranità limitata.

Siamo ancora convinti di essere padroni in casa propria, di essere come i francesi o gli spagnoli che se vogliono possono dire no alle richieste del governo americano.
Eppure ogni volta che è successo qualcosa come Ustica, la strage del Cermis, l’assassinio di Nicola Calipari, tanto per citare i casi più noti, abbiamo solo avuto la riprova e la dimostrazione ultima di chi è il padrone in casa nostra.

E allora perché non lo si ammette una volta per tutte? Perché si fa finta di non capire?
Da De Gasperi in giù, fino a Prodi, si è sempre fatto come padrone comanda e allora il problema non è chi governa, che secondo i casi sarà apertamente amico degli americani oppure amico di nascosto per salvare le apparenze, il problema è come fare a diventare finalmente un paese sovrano che può permettersi di dire “no, stavolta non mi va” e di girarsi dall’altra parte.

Prendiamo l’ultimo caso, la base militare a Vicenza. Sottoscrivo ciò che hanno già detto sull’argomento Stefania e Gianfalco, non credo ci sia nulla da aggiungere nello specifico. Voglio solo far notare, in questi miei pensieri a ruota libera, come tutte le parti politiche, nessuna esclusa, di fronte al grande tabù della sovranità limitata, non perdano mai l’occasione di recitare il proprio ruolo nella commedia dell’arte e nel gioco delle parti.

Il governo di centrosinistra sa benissimo che dovrà dire si perché non è lui che decide ma fa finta di nicchiare e prende tempo, tanto è abituato a tergiversare e manda avanti D’Alema nella parte del cattivo con i baffi. L’ala estrema della coalizione, che è a perfetta conoscenza del fatto della sovranità limitata e sa che bisognerà dire si perché non è Prodi che decide, fa rumore e minaccia chissà quali sconquassi.
Il grande artista da avanspettacolo Berlusconi sa benissimo che il governo, il cui leader si è anche profuso in baci e abbracci con Kissinger e Olmert, dovrà dire si perché non è lui che decide, ma fa finta di non saperlo e interpreta il ruolo del “grande amico degli americani” che li difende in esclusiva e un tanto al chilo dal governo “non più affidabile”. Rispolvera il Carosone di “Tu vuo’ fa l’americano” e come bis ti fa pure “maccarone, tu mi hai provocato e mo’ me te magno”.

E’ questa presa in giro di noi italiani da parte della classe politica che mi disgusta. A me l’antiemetico, please.
Dobbiamo avere il coraggio di dirlo. L’unico che ebbe i coglioni di mandare gli americani a quel paese perchè stavano esagerando fu Craxi, durante la crisi di Sigonella, seguita all’episodio dell’Achille Lauro. Ma fu solo quell’unica volta e poi Bettino è finito molto male, come Moro che voleva addirittura portare i comunisti al governo il giorno stesso del suo rapimento. Tu guarda la sfiga!

La sovranità limitata e la sottomissione non c’entrano un piffero con l’amicizia e l’alleanza, che sono sentimenti che dovrebbero presupporre l’eguaglianza tra le parti. E non c’entra con l’antiamericanismo, che è solo un modo per cambiare discorso e non affrontare il problema.
Essa nasce nel 1943 dalla necessità di evitare che i comunisti, troppo rappresentati nelle file dei partigiani, vadano al governo a guerra finita ed è un prodotto della dottrina della Guerra Fredda. Roba vecchia. Sarebbe ora di dire: “Signori, la guerra è finita da un pezzo, il comunismo è crollato da quasi vent’anni, che ci fate ancora qui?”

Nessuno ha il coraggio di dirlo però. E perché? Perché, lo sanno tutti, dietro la salvezza dell’Italia c’erano anche altri interessi. Inoltre, non sapendo dare vere risposte di giustizia sociale in alternativa al socialismo, e in preda ad un delirio di conquista senza fine, il nostro sistema di democrazia da esportazione ha ancora bisogno dell’alibi dell’anticomunismo per sopravvivere. L’anticomunismo è un cadavere che viene tenuto in piedi come le mummie della cripta dei Cappuccini di Palermo viste in “Cadaveri eccellenti”, un morto vestito dei suoi vecchi stracci che spaventa ancora ma che è irrimediabilmente morto.

Conosciamo a memoria la frase cult dei cosiddetti liberali-liberisti: “gli americani ci hanno salvato dal comunismo”.
Dal comunismo forse ma non dalla Mafia. Ciò che i liberal-liberisti non dicono è il prezzo altissimo che abbiamo dovuto pagare per la salvezza dalle grinfie dei tovarishchi.
Si sa, il governo americano ha il vizio di farsi rappresentare all’estero da gente dalla quale non acquisteresti mai un’auto usata, e in questo caso per rappresentare i loro interessi in terra italica scelsero fior di mafiosi come Lucky Luciano, liberato dal gabbio newyorchese dove scontava una pena per traffico di droga e inviato come ambasciatore privilegiato in Sicilia per catechizzare i padrini locali prima dello sbarco, come ricorda in questo articolo Andrea Camilleri (in fondo alla pagina).

Si sa che la Mafia non fa mai favori per niente e così da cinquant’anni, vuoi che sia solo una coincidenza?, il nostro povero Sud è oppresso dalle cellule locali del cancro mafioso – che paradossalmente Mussolini bene o male aveva combattuto efficacemente – e le metastasi si sono estese sempre più oltre il Sud fino a contaminare i sepolcri imbiancati della finanza e dell’economia “pulite”. Grazie, avercene di amici ed alleati così.

Non c’entra un piffero l’antiamericanismo, che è solo un modo per tappare la bocca agli altri ed evitare le critiche. Bisognerebbe solo avere una classe politica in grado di costruire un rapporto veramente paritario con gli Stati Uniti. Ci vorrebbe anche un altro governo americano come auspicano tanti americani stufi di questi guerrafondai che mandano a morire i loro figli per un pugno di dollari, ma questo è un altro discorso.

Enrico Mattei in un’intervista raccontò l’episodio del gattino al quale i cani prepotenti non volevano far mangiare la zuppa. “Noi siamo stufi di essere come quel gattino”, disse il presidente dell’ENI, alludendo alle prepotenze che aveva dovuto subire dalle “Sette Sorelle” del petrolio, ovvero dai rappresentanti degli interessi americani.
Io aggiungo che sarebbe ora che noi italiani non fossimo più come il gattino della foto, quello sotto a tutti gli altri. Senza finire male come Mattei.

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