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L’onorevole Mele disse un nome, il suo e si alzò alto un nitrito, quello del suo segretario Cesa.

Il segretario dell’UDC non si è preoccupato tanto del fatto che il suo deputato sia stato trovato in compagnia di una signorina a pagamento leggermente scoppiata di coca in una camera d’albergo ma ha nitrito dolorosamente e a lungo lamentando il fatto che i deputati, udite udite, si sentono soli nelle lunghe settimane a Roma e si dovrebbe fare di più (più soldi?) per favorire il ricongiungimento familiare dei suddetti. Il ricongiungimento per evitare il congiungimento carnale mercenario, insomma.

So che vi sovvengono tristi immagini di migranti su gommoni alla deriva o di nostri compatrioti su bastimenti in partenza per terre assai luntane e una furtiva lacrima vi solca la guancia.
Ricomponetevi, non si tratta di poveri minatori o tecnici di piattaforme petrolifere via per sei mesi l’anno ma di individui che potrebbero benissimo pagarsi, per quello che guadagnano, oltre alle puttane e alla droga anche un viaggetto in più della famiglia a Roma.
Visto oltretutto che mogliera e pargoli non pagherebbero neppure il treno o l’aereo.

Facciamo una botta di conti della serva andando a spulciare nel portafogli di lorsignori.

Indennità parlamentare corrisposta per 12 mesi: € 5.486,58 al mese (10.623.500 lire) + Diaria di soggiorno: 4.003,11 al mese* (7.751.101 lire)
(*Da questa diaria vengono detratti, bontà loro, € 206,58 per ogni seduta nella quale il deputato non abbia partecipato almeno al 30% delle votazioni che in essa sono effettuate)

Ad ogni deputato vengono inoltre corrisposti:
mensilmente un rimborso forfetario di € 4.190,00 per le spese sostenute al fine di mantenere il rapporto con gli elettori (chissà, se la squillo è un’elettrice, magari si fanno anche rimborsare le trombate).
Ogni tre mesi, (per i trasferimenti dal luogo di residenza all’aeroporto più vicino e tra l’aeroporto di Roma-Fiumicino e Montecitorio) un rimborso spese pari a € 3.323,70, per il deputato che deve percorrere fino a 100 km per raggiungere l’aeroporto più vicino al luogo di residenza, ed a € 3.995,10 euro se la distanza da percorrere è superiore a 100 km.
I deputati, qualora si rechino all’estero per ragioni di studio o connesse all’attività parlamentare, possono richiedere un rimborso per le spese sostenute entro un limite massimo annuo di € 3.100,00.
Si pagano almeno la ricaricabile del telefonino? Macchè, annualmente ricevono un rimborso di € 3.098,74 per spese telefoniche.
I deputati inoltre usufruiscono di tessere per la libera circolazione autostradale, ferroviaria, marittima ed aerea per i trasferimenti sul territorio nazionale.

Siamo a circa € 15.269,72 al mese. Diciamolo in lire, che fa ancora più effetto a noi vecchi: quasi una trentina di milioni al mese. Paragonateli al mazzo che ci dobbiamo fare noi ogni mese per portare a casa un migliaio di euro striminziti in media e, quando avrete finito di tirar giù i santissimi e le madonne, ditemi: questo signor Cesa, non vi ricorda un poco Maria Antonietta & Le Sue Brioches? Diamo atto a Bertinotti che almeno si è ricordato di essere un uomo di sinistra e ha respinto la vergognosa e spudorata richiesta del segretario dell’UDC.

I guadagni scandalosi dei nostri deputati andrebbero incisi su lapidi da appendere nei seggi elettorali ogni volta che ci rechiamo a rinnovar loro il contratto di lavoro, a imperitura memoria della loro faccia da culo.

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L’onorevole Mele disse un nome, il suo e si alzò alto un nitrito, quello del suo segretario Cesa.

Il segretario dell’UDC non si è preoccupato tanto del fatto che il suo deputato sia stato trovato in compagnia di una signorina a pagamento leggermente scoppiata di coca in una camera d’albergo ma ha nitrito dolorosamente e a lungo lamentando il fatto che i deputati, udite udite, si sentono soli nelle lunghe settimane a Roma e si dovrebbe fare di più (più soldi?) per favorire il ricongiungimento familiare dei suddetti. Il ricongiungimento per evitare il congiungimento carnale mercenario, insomma.

So che vi sovvengono tristi immagini di migranti su gommoni alla deriva o di nostri compatrioti su bastimenti in partenza per terre assai luntane e una furtiva lacrima vi solca la guancia.
Ricomponetevi, non si tratta di poveri minatori o tecnici di piattaforme petrolifere via per sei mesi l’anno ma di individui che potrebbero benissimo pagarsi, per quello che guadagnano, oltre alle puttane e alla droga anche un viaggetto in più della famiglia a Roma.
Visto oltretutto che mogliera e pargoli non pagherebbero neppure il treno o l’aereo.

Facciamo una botta di conti della serva andando a spulciare nel portafogli di lorsignori.

Indennità parlamentare corrisposta per 12 mesi: € 5.486,58 al mese (10.623.500 lire) + Diaria di soggiorno: 4.003,11 al mese* (7.751.101 lire)
(*Da questa diaria vengono detratti, bontà loro, € 206,58 per ogni seduta nella quale il deputato non abbia partecipato almeno al 30% delle votazioni che in essa sono effettuate)

Ad ogni deputato vengono inoltre corrisposti:
mensilmente un rimborso forfetario di € 4.190,00 per le spese sostenute al fine di mantenere il rapporto con gli elettori (chissà, se la squillo è un’elettrice, magari si fanno anche rimborsare le trombate).
Ogni tre mesi, (per i trasferimenti dal luogo di residenza all’aeroporto più vicino e tra l’aeroporto di Roma-Fiumicino e Montecitorio) un rimborso spese pari a € 3.323,70, per il deputato che deve percorrere fino a 100 km per raggiungere l’aeroporto più vicino al luogo di residenza, ed a € 3.995,10 euro se la distanza da percorrere è superiore a 100 km.
I deputati, qualora si rechino all’estero per ragioni di studio o connesse all’attività parlamentare, possono richiedere un rimborso per le spese sostenute entro un limite massimo annuo di € 3.100,00.
Si pagano almeno la ricaricabile del telefonino? Macchè, annualmente ricevono un rimborso di € 3.098,74 per spese telefoniche.
I deputati inoltre usufruiscono di tessere per la libera circolazione autostradale, ferroviaria, marittima ed aerea per i trasferimenti sul territorio nazionale.

Siamo a circa € 15.269,72 al mese. Diciamolo in lire, che fa ancora più effetto a noi vecchi: quasi una trentina di milioni al mese. Paragonateli al mazzo che ci dobbiamo fare noi ogni mese per portare a casa un migliaio di euro striminziti in media e, quando avrete finito di tirar giù i santissimi e le madonne, ditemi: questo signor Cesa, non vi ricorda un poco Maria Antonietta & Le Sue Brioches? Diamo atto a Bertinotti che almeno si è ricordato di essere un uomo di sinistra e ha respinto la vergognosa e spudorata richiesta del segretario dell’UDC.

I guadagni scandalosi dei nostri deputati andrebbero incisi su lapidi da appendere nei seggi elettorali ogni volta che ci rechiamo a rinnovar loro il contratto di lavoro, a imperitura memoria della loro faccia da culo.


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Le favole esistono, eccome, solo che a volte non si svolgono secondo il solito copione ma con una trama che sembra scritta da dei Fratelli Grimm reduci da una scorpacciata di amanita muscaria. Quella di Camilla e del Principe Racchio è talmente scombiccherata e destrutturata che avrebbe fatto felice un amante dell’assurdo come Lewis Carroll. Come in tutte le favole c’è una regina né buona né cattiva ma diremo borderline; c’è un Principe che però non è Azzurro ma Racchio; una principessa bella e giovane alla quale il Principe preferisce una borghese brutta e vecchia. Raccontiamola allora questa favola, come farebbe Morticia Addams ai suoi bambini, prima di dormire.
Eccoci appunto a raccontare di un Principe che, nonostante la racchiezza, tutte se lo vogliono sposare. Lui, con qualche promessa di farle tutte regine, cucca alla grande. Che culo, direbbe a questo punto in coro il popolino, e invece no, lui intorta a malincuore perché il suo cuore è solo per Camilla, una ragazza che non è bellissima come di solito nelle fiabe, ma bruttarella anche lei.

A mammà, ossia alla Regina, Camilla non piace, nonostante sia matura, amante appassionata e sia un vero appoggio per suo figlio. No, mammà vuole per lui una vacua, giovine spendacciona che lo renda perfettamente infelice.

Dopo aver sgamato per una decina d’anni il matrimonio il Principe Racchio alla fine capitola e viene indetta la gara d’appalto per trovare la sposa perfetta. Lui prova a dire a mammà: “Ci sarebbe Camilla già bell’e pronta…” ma la vecchiaccia non vuole sentire ragioni. Dev’essere aaalta, beeellla, giovane e vergine. Su quest’ultimo punto il Principe non può proprio dir nulla. La data dello spulzellamento della sua amata Camilla si perde nella notte dei tempi.

L’appalto se lo aggiudica una ragazza che si chiama Diana come le sigarette e ha l’espressione di colei alla quale bisogna insegnare tutto dell’amor. Come regalo di fidanzamento si accontenta di un modesto anellone con zaffiro grosso e pacchiano che potrebbe benissimo servire ad un camionista per abbagliare l’autovelox. Tutta timidina e con la guancia perennemente arrossata di virginale pudore, si aggrappa alla zampa del Rospo mettendo bene in mostra l’anellone per i giornalisti e intanto comincia a fare i suoi conti: “La vecchia non potrà campare in eterno. Quando lui sarà Re io sarò la Regina e Elton sarà il gran ciambellano. Il principe sarà pure racchio, ma vuoi mettere come farò la mia porca figura con la corona?”
Che c’è una Camilla tra di loro lo sa benissimo, ci ha fatto già il suo bel pianto, ma confida nel fatto che nelle favole non si è mai visto un Principe preferire una strega ad una Principessa beella e aaalta.

Il giorno delle fastose nozze in mondovisione, la bistrattata Camilla, soffocando chissà quante lacrime, prende lavoro a maglia e Settimana Enigmistica e va a sedersi sulla riva del fiume preparandosi ad una lunga attesa.
Come volevasi dimostrare, il matrimonio è un inferno. La sposa è più perfetta di quanto la Regina non sperasse.
Nonostante la nascita di due principini, uno dei quali è forse troppo somigliante ad un amico della mamma, disgraziatamente riconoscibilissimo perché rosso malpelo, il Principe Racchio non demorde e appena ha un minuto di tempo tra il non far nulla e il non fare un cacchio, scappa da Camilla. Insieme cavalcano, in tutti i sensi, fanno giardinaggio, strigliano i cavalli, lui parla con le piante e lei lo asseconda senza richiedere il T.S.O. Si scambiano perfino le sottane. Sono culo e camicia.

Intanto la Principessa snobbata diventa sempre più triste, ma così triste che nemmeno quattordici amanti riuscivano a consolarla.
Un giorno, stufa del continuo tradimento del Principe, (i suoi non sono veri tradimenti, sono solo amici che cercano di tirarla su), si veste tutta di nero, prende mastella, Marsiglia, Omino Bianco e ammorbidente e, smunta dai continui digiuni, va in televisione a lavare 6 o 7 chili di panni sporchi della famiglia reale.
Quella grandissima cornutazza di mia suocera è una vecchia insopportabile, mio suocero è uno stronzo e pure nazista, i cortigiani dei bastardi che si rubano l’argenteria, mio marito un farabutto e io sono tanto triste. Tutto il popolo piange con lei. La regina comincia a convincersi di aver preso una colossale cantonata ma preferirebbe essere rinchiusa nella Torre, che ammetterlo. Camilla, sulla riva del fiume, è intenta a risolvere il Quesito della Susi.

Come è finita lo sappiamo. La principessa triste muore e alla regal suocera tocca pure di andare al funerale a sentire Elton il ciambellano mancato che strimpella il piano in cattedrale.
Passano gli anni e l’amore di Racchio e Camilla è sempre più forte. Che sia una delle storie d’amore più commoventi degli ultimi secoli ormai lo ammette anche la vecchia che, un giorno, chiama suo figlio e gli dice: “E sposati ‘sta Camilla, va.”

Sono giorni di giubilo nel regno dell’Incontrario quando finalmente, dopo anni e anni di sofferenze e forzata separazione Racchio e Camilla si sposano, con la benedizione della vecchia, dei principini e del popolo che non solo approva ma vorrebbe Camilla addirittura regina.
Della bella principessa triste e defunta non si parla più tranne che su Retequattro a tarda notte tra una televendita di materassi e l’altra di pignatte, e a dieci anni dalla morte non si trova più neppure uno scandaletto piccolo piccolo sul quale far uscire l’ennesimo libro.
Un fiore sulla tomba, una schitarrata di un manipolo di vecchi tromboni rocchettari allo stadio di Wembley con i principini che aizzano il pubblico: “Siete già caldi, oh yeah!?” e bon, ci siamo tolti anche questo pensiero.
E vissero tutti felici e contenti.

Le favole esistono, eccome, solo che a volte non si svolgono secondo il solito copione ma con una trama che sembra scritta da dei Fratelli Grimm reduci da una scorpacciata di amanita muscaria. Quella di Camilla e del Principe Racchio è talmente scombiccherata e destrutturata che avrebbe fatto felice un amante dell’assurdo come Lewis Carroll. Come in tutte le favole c’è una regina né buona né cattiva ma diremo borderline; c’è un Principe che però non è Azzurro ma Racchio; una principessa bella e giovane alla quale il Principe preferisce una borghese brutta e vecchia. Raccontiamola allora questa favola, come farebbe Morticia Addams ai suoi bambini, prima di dormire.
Eccoci appunto a raccontare di un Principe che, nonostante la racchiezza, tutte se lo vogliono sposare. Lui, con qualche promessa di farle tutte regine, cucca alla grande. Che culo, direbbe a questo punto in coro il popolino, e invece no, lui intorta a malincuore perché il suo cuore è solo per Camilla, una ragazza che non è bellissima come di solito nelle fiabe, ma bruttarella anche lei.

A mammà, ossia alla Regina, Camilla non piace, nonostante sia matura, amante appassionata e sia un vero appoggio per suo figlio. No, mammà vuole per lui una vacua, giovine spendacciona che lo renda perfettamente infelice.

Dopo aver sgamato per una decina d’anni il matrimonio il Principe Racchio alla fine capitola e viene indetta la gara d’appalto per trovare la sposa perfetta. Lui prova a dire a mammà: “Ci sarebbe Camilla già bell’e pronta…” ma la vecchiaccia non vuole sentire ragioni. Dev’essere aaalta, beeellla, giovane e vergine. Su quest’ultimo punto il Principe non può proprio dir nulla. La data dello spulzellamento della sua amata Camilla si perde nella notte dei tempi.

L’appalto se lo aggiudica una ragazza che si chiama Diana come le sigarette e ha l’espressione di colei alla quale bisogna insegnare tutto dell’amor. Come regalo di fidanzamento si accontenta di un modesto anellone con zaffiro grosso e pacchiano che potrebbe benissimo servire ad un camionista per abbagliare l’autovelox. Tutta timidina e con la guancia perennemente arrossata di virginale pudore, si aggrappa alla zampa del Rospo mettendo bene in mostra l’anellone per i giornalisti e intanto comincia a fare i suoi conti: “La vecchia non potrà campare in eterno. Quando lui sarà Re io sarò la Regina e Elton sarà il gran ciambellano. Il principe sarà pure racchio, ma vuoi mettere come farò la mia porca figura con la corona?”
Che c’è una Camilla tra di loro lo sa benissimo, ci ha fatto già il suo bel pianto, ma confida nel fatto che nelle favole non si è mai visto un Principe preferire una strega ad una Principessa beella e aaalta.

Il giorno delle fastose nozze in mondovisione, la bistrattata Camilla, soffocando chissà quante lacrime, prende lavoro a maglia e Settimana Enigmistica e va a sedersi sulla riva del fiume preparandosi ad una lunga attesa.
Come volevasi dimostrare, il matrimonio è un inferno. La sposa è più perfetta di quanto la Regina non sperasse.
Nonostante la nascita di due principini, uno dei quali è forse troppo somigliante ad un amico della mamma, disgraziatamente riconoscibilissimo perché rosso malpelo, il Principe Racchio non demorde e appena ha un minuto di tempo tra il non far nulla e il non fare un cacchio, scappa da Camilla. Insieme cavalcano, in tutti i sensi, fanno giardinaggio, strigliano i cavalli, lui parla con le piante e lei lo asseconda senza richiedere il T.S.O. Si scambiano perfino le sottane. Sono culo e camicia.

Intanto la Principessa snobbata diventa sempre più triste, ma così triste che nemmeno quattordici amanti riuscivano a consolarla.
Un giorno, stufa del continuo tradimento del Principe, (i suoi non sono veri tradimenti, sono solo amici che cercano di tirarla su), si veste tutta di nero, prende mastella, Marsiglia, Omino Bianco e ammorbidente e, smunta dai continui digiuni, va in televisione a lavare 6 o 7 chili di panni sporchi della famiglia reale.
Quella grandissima cornutazza di mia suocera è una vecchia insopportabile, mio suocero è uno stronzo e pure nazista, i cortigiani dei bastardi che si rubano l’argenteria, mio marito un farabutto e io sono tanto triste. Tutto il popolo piange con lei. La regina comincia a convincersi di aver preso una colossale cantonata ma preferirebbe essere rinchiusa nella Torre, che ammetterlo. Camilla, sulla riva del fiume, è intenta a risolvere il Quesito della Susi.

Come è finita lo sappiamo. La principessa triste muore e alla regal suocera tocca pure di andare al funerale a sentire Elton il ciambellano mancato che strimpella il piano in cattedrale.
Passano gli anni e l’amore di Racchio e Camilla è sempre più forte. Che sia una delle storie d’amore più commoventi degli ultimi secoli ormai lo ammette anche la vecchia che, un giorno, chiama suo figlio e gli dice: “E sposati ‘sta Camilla, va.”

Sono giorni di giubilo nel regno dell’Incontrario quando finalmente, dopo anni e anni di sofferenze e forzata separazione Racchio e Camilla si sposano, con la benedizione della vecchia, dei principini e del popolo che non solo approva ma vorrebbe Camilla addirittura regina.
Della bella principessa triste e defunta non si parla più tranne che su Retequattro a tarda notte tra una televendita di materassi e l’altra di pignatte, e a dieci anni dalla morte non si trova più neppure uno scandaletto piccolo piccolo sul quale far uscire l’ennesimo libro.
Un fiore sulla tomba, una schitarrata di un manipolo di vecchi tromboni rocchettari allo stadio di Wembley con i principini che aizzano il pubblico: “Siete già caldi, oh yeah!?” e bon, ci siamo tolti anche questo pensiero.
E vissero tutti felici e contenti.


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Ovvero, su cose che mi danno i nervi e mi strozzano lo spaghetto in gola quando ascolto le notizie del TG (qui mettete voi a scelta il numero 1-2-3-4-5-6-7, tanto per me pari sono, voi notate qualche differenza?)

E’ possibile che i testi dei servizi televisivi vengano ormai fatti con i generatori automatici? Non si spiega altrimenti l’utilizzo a tappeto ed in ogni circostanza delle frasi strafatte come la smielatissima “il piccolo (Tommy, Samuele,…)” che accompagna qualunque notizia che riguardi minori di 18 anni, compresi quelli di 17 anni e mezzo, l’ipocrita “non ce l’ha fatta”, inserita dal generatore per non dire che il tizio X è morto e soprattutto quella che io odio e che non sopporto più: “l’opposizione attacca“.

Questa espressione è ormai incollata ad ogni notizia che riguardi le azioni del governo Prodi ma anche a quelle di cronaca. Brucia il Gargano? L’opposizione attacca. Rifondazione chiede spiegazioni sul Welfare? Intanto, l’opposizione attacca. Il gatto Oscar vede la gente morta? Nemmeno a farlo apposta, l’opposizione attacca. Si ma, attacca come e dove? Per sempre come la colla del bisonte, senza grinze come il Pritt o con i grumi e la consistenza dello sputo della cara e vecchia coccoina?

A proposito di felini. La notizia del gatto menagramo è un paradigma dell’ignoranza scientifica o scientifica ignoranza e del sensazionalismo spacciati come giornalismo in questi ultimi tempi. Questo Oscar supertelepaticogattone non è altro che probabilmente sensibile alle alterazioni dell’odore corporeo che certi malati hanno in fase preagonica. Lo sanno anche i sanpietrini per strada che gli animali hanno percezioni sensoriali più accentuate delle nostre, ma tant’è, bisogna dire per forza che non c’è alcuna spiegazione per un fenomeno che è probabilmente spiegabilissimo.

Altra notizia appiccicaticcia: è stato bacio o qualcos’altro al Colosseo? Detto che i carabinieri dovrebbero avere altro da fare che portare in questura i cittadini gay, spero che sappiano comunque distinguere tra bacio e sesso orale, che a me paiono, così ad occhio, cose ben diverse. In uno il bersaglio è a ore dodici, nell’altro a ore sei, una bella differenza di puntamento.
Mi sono distratta oggi ma penso che anche sulla questione bacio o chissà che cosa, l’opposizione abbia attaccato. Chissà se per bocca di Bonaiuti o di Schifani?

Ovvero, su cose che mi danno i nervi e mi strozzano lo spaghetto in gola quando ascolto le notizie del TG (qui mettete voi a scelta il numero 1-2-3-4-5-6-7, tanto per me pari sono, voi notate qualche differenza?)

E’ possibile che i testi dei servizi televisivi vengano ormai fatti con i generatori automatici? Non si spiega altrimenti l’utilizzo a tappeto ed in ogni circostanza delle frasi strafatte come la smielatissima “il piccolo (Tommy, Samuele,…)” che accompagna qualunque notizia che riguardi minori di 18 anni, compresi quelli di 17 anni e mezzo, l’ipocrita “non ce l’ha fatta”, inserita dal generatore per non dire che il tizio X è morto e soprattutto quella che io odio e che non sopporto più: “l’opposizione attacca“.

Questa espressione è ormai incollata ad ogni notizia che riguardi le azioni del governo Prodi ma anche a quelle di cronaca. Brucia il Gargano? L’opposizione attacca. Rifondazione chiede spiegazioni sul Welfare? Intanto, l’opposizione attacca. Il gatto Oscar vede la gente morta? Nemmeno a farlo apposta, l’opposizione attacca. Si ma, attacca come e dove? Per sempre come la colla del bisonte, senza grinze come il Pritt o con i grumi e la consistenza dello sputo della cara e vecchia coccoina?

A proposito di felini. La notizia del gatto menagramo è un paradigma dell’ignoranza scientifica o scientifica ignoranza e del sensazionalismo spacciati come giornalismo in questi ultimi tempi. Questo Oscar supertelepaticogattone non è altro che probabilmente sensibile alle alterazioni dell’odore corporeo che certi malati hanno in fase preagonica. Lo sanno anche i sanpietrini per strada che gli animali hanno percezioni sensoriali più accentuate delle nostre, ma tant’è, bisogna dire per forza che non c’è alcuna spiegazione per un fenomeno che è probabilmente spiegabilissimo.

Altra notizia appiccicaticcia: è stato bacio o qualcos’altro al Colosseo? Detto che i carabinieri dovrebbero avere altro da fare che portare in questura i cittadini gay, spero che sappiano comunque distinguere tra bacio e sesso orale, che a me paiono, così ad occhio, cose ben diverse. In uno il bersaglio è a ore dodici, nell’altro a ore sei, una bella differenza di puntamento.
Mi sono distratta oggi ma penso che anche sulla questione bacio o chissà che cosa, l’opposizione abbia attaccato. Chissà se per bocca di Bonaiuti o di Schifani?


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Oh, oggi ho voglia di un bell’articolo serio, da vera giornalista. Basta parlare di cose impegnate, di storia, nostalgie del passato, controinformazione e inchieste scottanti.

Di scottante in questo articolo ci sono solo le Griglie… Roventi del 2° campionato di barbecue che si è svolto ieri a Caorle e che ha visto la partecipazione di 130 team da tutto il mondo e la messa a disposizione di ben 600 chili di carne per i maestri della grigliata. Dando un’occhiata all’immancabile servizio che oggi il TG2 ha dedicato alla gustosa manifestazione, ho notato, ovviamente, che la stragrande maggioranza degli sfidanti erano maschi.

Diciamo la verità. Noi donne potremo anche andare in guerra, giocare a calcio e dirigere un’azienda, ma quando si tratta di cuocere salsicce, fiorentine, castrato in cosciotto e bacchetta, spiedini e arrosticini, bisogna lasciar fare agli uomini.
Nella mia regione non si sgarra e vedere una donna che governi la graticola è un evento quasi impossibile e al limite, oserei dire, del sacrilegio. Quando si parla di cucina tradizionale, da noi esiste una rigida divisione del lavoro.
Noi donne stiamo in cucina a tirare la sfoglia con e’ s-ciadùr (leggere la s-c separata, con la c dolce) ovvero il “cristiano duro” (e te pareva che non c’era la metafora…), a cuocere le “minestre” e magari deliziare la compagnia con qualche dolce rigorosamente preparato con le nostre mani, ma la cottura delle carni è roba da maschi.

Pare che la discriminante sia l’accensione del fuoco. Ci vogliono virile destrezza per appicciare la carbonella e maschio vigore per alimentare le prime deboli fiammelle. Assolutamente vietato fare gli sboroni e dare fuoco al carbone con l’alcool, anche per evitare di trascorrere le successive ore invece che a tavola, al pronto soccorso grandi ustionati. E’ consentita però la diavolina in modica quantità.

Una volta creata la brace, la successiva fase vede la sapiente messa sulla graticola delle varie qualità di carne a seconda dei rispettivi tempi di cottura, la loro rigiratura, l’eventuale spennellatura con olio ed erbe profumate e soprattutto una serie di robuste sventolate con l’apposito ventaglio (da noi rigorosamente in piume di gallina o altro volatile da cortile, un oggetto bellissimo ed ormai raro da trovare).
Siccome non c’è barbecue romagnolo senza i pomodori, sono indicatissimi quelli rossi e maturi, schiacciati e bitorzoluti che io riesco a trovare a volte al mercato da qualche anziano ortolano. Una volta arrostiti vengono conditi con sale, pepe e olio e gustati assieme alle carni.

Il barbecue è un lavoro da uomini anche perché governare le fiamme e le carni ad un calore prossimo a quello infernale richiede grande forza d’animo e attitudine da altoforno. Togliersi la maglietta e restare in virile torso nudo è a quel punto necessario. Cosa impossibile, ve ne renderete conto, per una gentile signora.

Aggiungo infine che, una volta cotte le carni e lasciata la brace a consumarsi lentamente, è consentito al cuoco ormai madido di sudore e stremato dalla fatica, di sedersi democraticamente assieme ai commensali per godere anche lui del lauto pasto. Sempre che gli altri gli abbiano lasciato un arrosticino bruciacchiato e per colmo di generosità un pezzo di salsiccia e un pomodorino, ormai freddi.

Siccome non esiste regola senza eccezione, ora che mi viene in mente vi dirò che la bisteccona da 500 grammi di chianina che mangiai tempo fa e che avrebbe fatto diventare carnivoro anche un indiano adoratore della vacca sacra, mi fu cotta in maniera assolutamente paradisiaca da una gentilissima signora, che gestisce la celeberrima trattoria “Da Marianaza” a Faenza assieme alle sue due figlie. Non ditelo però ai romagnoli maschi, ci rimarrebbero troppo male.

Oh, oggi ho voglia di un bell’articolo serio, da vera giornalista. Basta parlare di cose impegnate, di storia, nostalgie del passato, controinformazione e inchieste scottanti.

Di scottante in questo articolo ci sono solo le Griglie… Roventi del 2° campionato di barbecue che si è svolto ieri a Caorle e che ha visto la partecipazione di 130 team da tutto il mondo e la messa a disposizione di ben 600 chili di carne per i maestri della grigliata. Dando un’occhiata all’immancabile servizio che oggi il TG2 ha dedicato alla gustosa manifestazione, ho notato, ovviamente, che la stragrande maggioranza degli sfidanti erano maschi.

Diciamo la verità. Noi donne potremo anche andare in guerra, giocare a calcio e dirigere un’azienda, ma quando si tratta di cuocere salsicce, fiorentine, castrato in cosciotto e bacchetta, spiedini e arrosticini, bisogna lasciar fare agli uomini.
Nella mia regione non si sgarra e vedere una donna che governi la graticola è un evento quasi impossibile e al limite, oserei dire, del sacrilegio. Quando si parla di cucina tradizionale, da noi esiste una rigida divisione del lavoro.
Noi donne stiamo in cucina a tirare la sfoglia con e’ s-ciadùr (leggere la s-c separata, con la c dolce) ovvero il “cristiano duro” (e te pareva che non c’era la metafora…), a cuocere le “minestre” e magari deliziare la compagnia con qualche dolce rigorosamente preparato con le nostre mani, ma la cottura delle carni è roba da maschi.

Pare che la discriminante sia l’accensione del fuoco. Ci vogliono virile destrezza per appicciare la carbonella e maschio vigore per alimentare le prime deboli fiammelle. Assolutamente vietato fare gli sboroni e dare fuoco al carbone con l’alcool, anche per evitare di trascorrere le successive ore invece che a tavola, al pronto soccorso grandi ustionati. E’ consentita però la diavolina in modica quantità.

Una volta creata la brace, la successiva fase vede la sapiente messa sulla graticola delle varie qualità di carne a seconda dei rispettivi tempi di cottura, la loro rigiratura, l’eventuale spennellatura con olio ed erbe profumate e soprattutto una serie di robuste sventolate con l’apposito ventaglio (da noi rigorosamente in piume di gallina o altro volatile da cortile, un oggetto bellissimo ed ormai raro da trovare).
Siccome non c’è barbecue romagnolo senza i pomodori, sono indicatissimi quelli rossi e maturi, schiacciati e bitorzoluti che io riesco a trovare a volte al mercato da qualche anziano ortolano. Una volta arrostiti vengono conditi con sale, pepe e olio e gustati assieme alle carni.

Il barbecue è un lavoro da uomini anche perché governare le fiamme e le carni ad un calore prossimo a quello infernale richiede grande forza d’animo e attitudine da altoforno. Togliersi la maglietta e restare in virile torso nudo è a quel punto necessario. Cosa impossibile, ve ne renderete conto, per una gentile signora.

Aggiungo infine che, una volta cotte le carni e lasciata la brace a consumarsi lentamente, è consentito al cuoco ormai madido di sudore e stremato dalla fatica, di sedersi democraticamente assieme ai commensali per godere anche lui del lauto pasto. Sempre che gli altri gli abbiano lasciato un arrosticino bruciacchiato e per colmo di generosità un pezzo di salsiccia e un pomodorino, ormai freddi.

Siccome non esiste regola senza eccezione, ora che mi viene in mente vi dirò che la bisteccona da 500 grammi di chianina che mangiai tempo fa e che avrebbe fatto diventare carnivoro anche un indiano adoratore della vacca sacra, mi fu cotta in maniera assolutamente paradisiaca da una gentilissima signora, che gestisce la celeberrima trattoria “Da Marianaza” a Faenza assieme alle sue due figlie. Non ditelo però ai romagnoli maschi, ci rimarrebbero troppo male.


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http://www.youtube.com/v/PDxlWub_c0Q

Delizioso il siparietto di domenica scorsa tra Filippetto Massa e Alonso, Alonso quanto sei str…ano nel backstage del gran premio di Germania. Grazie a BlogTicino ho scoperto questo video che dimostra come l’italiano sia sempre la lingua ideale per insultarsi, un po’ come lo era una volta per l’opera lirica. Pensate, potevano insultarsi reciprocamente nelle rispettive lingue iberiche, con i vari “cabron”, “puta che te pariu” o “chingado” o usare un imperiale “facchiù”. Invece il buon Felipe ha scelto il molto modenese “ma va a caghér!” che lui ha italianizzato apposta per Fernando.
Lode a questi ragazzuoli per avere almeno dimostrato che l’italiano si può imparare alla perfezione, vero Michael?

Certo che è cambiata la F1 da quando cominciai a seguirla nei lontani anni ’70 e il mio eroe a quattroruote era Emerson Fittipaldi. C’erano la mitica Tyrrell a sei ruote, le gomme slick e le monoposto avevano ancora un volante normale, non quella specie di computer portatile con navigatore “tornate-indietro-appena-potete” che hanno ora.
C’erano piloti come Jackie Stewart, Nicky Lauda, Clay Regazzoni, e i mai abbastanza rimpianti Gilles Villeneuve e Ayrton Senna. Fu proprio dopo la morte di Ayrton che divenne difficile guardare un gran premio con gli occhi di prima. Qualcosa era volato via con lui, un po’ come nel ciclismo dopo la morte del Pirata.

La formula 1 del passato prossimo, quella del regno di Schumi non mi ha mai troppo appassionato. Schumacher è stato un grande, lo ammetto, ma assieme al fatto che non sono mai stata una tifosa vera della Ferrari, posso dire che c’è stato un periodo nel quale il gran premio era per me solo un ottimo rimedio contro l’insonnia. Semaforo rosso, giallo, verde, via! e contemporaneamente 5,4,3,2,1, faceva effetto il Pentotal. Che dormite!

Oggi il panorama sta diventando decisamente più interessante. C’è la grande spy story di Pistonopoli sul fedifrago Nigel Stepney con la polverina e la McLaren che rischia di diventare la Juventus della F1.
Bella la storia. Secondo le accuse, il tecnico che sperava di prendere il posto di Ross Brawn lo prende nel posto e pensa di ricattare la Ferrari. La Ferrari, per risparmiare su un dipendente, altrimenti non sarebbero imprenditori italiani, probabilmente nega l’aumento al tecnico e la biscia si rivolta al ciarlatano. In combutta con un altro insoddisfatto della McLaren, Mike Coughlan, fotocopiano anche il porco a Maranello e offrono il malloppo alla Honda. Nel frattempo Stepney sarebbe stato visto tentare di “avvelenare” la rossa con una misteriosa polverina versata nel serbatoio. Non il volgare zucchero dei teppisti di una volta, ma una misteriosa pozione in grado di rallentare la potenza del motore.

Oggi si riunisce la FIA per decidere delle eventuali sanzioni contro la McLaren, se sarà dimostrato il reato di spionaggio industriale e illecito sportivo, mentre sembrano emergere nuove prove del complotto contro la Ferrari e si attende si conoscere la sorte della Lucrezia Borgia del paddock e del suo compare.

Nel frattempo, come abbiamo visto, i piloti sono nervosi e litigano. Si litiga anche tra piloti e patron, ed emergono le gelosie tra cocchi di patron e figli della serva, piloti e sottopiloti, perle nere e barrichelli. Non è un reality ma poco ci manca. Vogliatevi bene, ragazzi, non mandatevi più a cagare. Forse non vedremo mai una scena come quella del filmato qui sotto tra Fernando e Felipe, ma se la telenovela continua, chissà?

http://www.youtube.com/v/ev7WSY857dE

P.S. Ogni link è un video, scusate se è poco, è quasi un palinsesto!


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Lode a questi ragazzuoli per avere almeno dimostrato che l’italiano si può imparare alla perfezione, vero Michael?

Certo che è cambiata la F1 da quando cominciai a seguirla nei lontani anni ’70 e il mio eroe a quattroruote era Emerson Fittipaldi. C’erano la mitica Tyrrell a sei ruote, le gomme slick e le monoposto avevano ancora un volante normale, non quella specie di computer portatile con navigatore “tornate-indietro-appena-potete” che hanno ora.
C’erano piloti come Jackie Stewart, Nicky Lauda, Clay Regazzoni, e i mai abbastanza rimpianti Gilles Villeneuve e Ayrton Senna. Fu proprio dopo la morte di Ayrton che divenne difficile guardare un gran premio con gli occhi di prima. Qualcosa era volato via con lui, un po’ come nel ciclismo dopo la morte del Pirata.

La formula 1 del passato prossimo, quella del regno di Schumi non mi ha mai troppo appassionato. Schumacher è stato un grande, lo ammetto, ma assieme al fatto che non sono mai stata una tifosa vera della Ferrari, posso dire che c’è stato un periodo nel quale il gran premio era per me solo un ottimo rimedio contro l’insonnia. Semaforo rosso, giallo, verde, via! e contemporaneamente 5,4,3,2,1, faceva effetto il Pentotal. Che dormite!

Oggi il panorama sta diventando decisamente più interessante. C’è la grande spy story di Pistonopoli sul fedifrago Nigel Stepney con la polverina e la McLaren che rischia di diventare la Juventus della F1.
Bella la storia. Secondo le accuse, il tecnico che sperava di prendere il posto di Ross Brawn lo prende nel posto e pensa di ricattare la Ferrari. La Ferrari, per risparmiare su un dipendente, altrimenti non sarebbero imprenditori italiani, probabilmente nega l’aumento al tecnico e la biscia si rivolta al ciarlatano. In combutta con un altro insoddisfatto della McLaren, Mike Coughlan, fotocopiano anche il porco a Maranello e offrono il malloppo alla Honda. Nel frattempo Stepney sarebbe stato visto tentare di “avvelenare” la rossa con una misteriosa polverina versata nel serbatoio. Non il volgare zucchero dei teppisti di una volta, ma una misteriosa pozione in grado di rallentare la potenza del motore.

Oggi si riunisce la FIA per decidere delle eventuali sanzioni contro la McLaren, se sarà dimostrato il reato di spionaggio industriale e illecito sportivo, mentre sembrano emergere nuove prove del complotto contro la Ferrari e si attende si conoscere la sorte della Lucrezia Borgia del paddock e del suo compare.

Nel frattempo, come abbiamo visto, i piloti sono nervosi e litigano. Si litiga anche tra piloti e patron, ed emergono le gelosie tra cocchi di patron e figli della serva, piloti e sottopiloti, perle nere e barrichelli. Non è un reality ma poco ci manca. Vogliatevi bene, ragazzi, non mandatevi più a cagare. Forse non vedremo mai una scena come quella del filmato qui sotto tra Fernando e Felipe, ma se la telenovela continua, chissà?

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