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Papa Ratzinger dice che il capitalismo è male e Simona Ventura che la lotta di classe ora si fa sull’Isola dei Famosi, tra vip e “gente comune”. Allora rivolete il comunismo!
La nipote di Garibaldi vuole far riesumare l’eroe dei due mondi. “Si scopron le tombe, si levano i morti”.

Stai guardando la TV e vedi un culo ma lo devi chiamare “lato B”. Ma andatevene a vaffanlatobi’!

“Alberto potrà tornare nella sua casa di mattoncini”. (Sentita veramente al telegiornale)
La famiglia Lego.

Umberto Bossi ha bisogno di dieci milioni di baionette padane. Per sedersi dove?

Blucher!

Papa Ratzinger dice che il capitalismo è male e Simona Ventura che la lotta di classe ora si fa sull’Isola dei Famosi, tra vip e “gente comune”. Allora rivolete il comunismo!
La nipote di Garibaldi vuole far riesumare l’eroe dei due mondi. “Si scopron le tombe, si levano i morti”.

Stai guardando la TV e vedi un culo ma lo devi chiamare “lato B”. Ma andatevene a vaffanlatobi’!

“Alberto potrà tornare nella sua casa di mattoncini”. (Sentita veramente al telegiornale)
La famiglia Lego.

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Quando si è cominciato a parlare del caso di Garlasco mi è ritornato in mente il caso Carlotto.

Il 20 gennaio del 1976 viene uccisa nella sua abitazione, con cinquantanove coltellate, Margherita Magello, una giovane padovana. Il diciottenne Massimo Carlotto, che conosce la vittima perchè questa abita nello stesso stabile di sua sorella, passando di lì in bicicletta sente le urla della ragazza e si precipita in suo soccorso. Poi, spaventato, fugge ma, su consiglio di un avvocato, si presenta in seguito dai carabinieri per fornire la sua testimonianza. Dopo cinque minuti diventa l’unico responsabile della morte della ragazza, un incubo kafkiano in piena regola, e da quel momento inizia la sua odissea, durata 16 anni, tra processi, appelli, assoluzioni e condanne, una fuga in Messico, il ritorno in Italia fino alla grazia concessagli dal Presidente della Repubblica.
Forse le similitudini tra i due casi si limitano alle circostanze del ritrovamento della vittima e a come il primo sospettato rischi di diventare l’unico colpevole ma è inevitabile chiedersi se l’approccio mediatico a quel tipo di delitto è cambiato dagli anni settanta ad oggi.

Del caso Magello si parlò diffusamente e a livello nazionale solo in seguito al clamore della vicenda Carlotto, molto tempo dopo. Il caso rimase all’inizio circoscritto alle cronache giudiziarie.
Oggi, qualunque delitto con le stesse caratteristiche – ambiente borghese, probabile movente passionale, viene gettato in pasto al pubblico delle audience televisive non perchè ne discuta e basta come ai tempi del delitto dell’Olgiata ma perchè, e qui sta la novità, in qualche modo decida lui chi è il colpevole.

Anche se continua ad esistere il classico schieramento colpevolisti vs. innocentisti, nell’arena mediatico-tribale il suggerimento implicito è che la Tribù, il Clan difenda il suo membro accusato.
La tribù è la classica famigliona materna e popputa fatta di persone perbene e normali schierata a difesa del “bravo ragazzo”, della “brava mamma”, sempre accusati ingiustamente. Siamo tutti nominati avvocati ad honorem nonostante per la maggior parte siamo degli incompetenti assoluti di legge.
Il clan ha deciso prima ancora di qualunque sentenza, che a Rignano non possono esservi pedofili. Per il caso di Samuele, la “bimba” è una mamma modello, la tribù le affida perfino i suoi figli, nonostante le condanne.
Nell’ultimo caso di Garlasco, Alberto è un così bravo ragazzo, non può aver ucciso Chiara.

E’ come se non dovessero essere i giudici e gli inquirenti a trovare i colpevoli perchè i primi non sono imparziali, hanno atteggiamenti persecutori” e a volte “hanno le mani sporche di sangue”, per non parlare di coloro che sono “antropologicamente diversi”. I secondi poi, non ci azzeccano mai. Il RIS? Una congrega di pasticcioni che confonde il sangue con il succo di pomodoro e non è capace di trovare un’arma del delitto che è una, magari dopo che l’intera tribù si è data da fare per farla sparire.

Quando la tribù decide che, per definizione, non può essere stato un suo membro ad uccidere, bisogna trovare il colpevole per forza e qui salta fuori l’Uomo Nero, il Boogeyman, il misterioso estraneo. Bisogna allontanare il Male da sé per incarnarlo in qualcosa che molto probabilmente non esiste e per negarlo. Risultato: il caso rimane insoluto.

Chi viene sconfitta è sempre la verità. Magari il colpevole è proprio il fidanzato, la madre o il marito ma la verità se è scomoda rischia di non essere cercata ma oscurata, le prove cancellate, costi quel che costi, avvocato su avvocato.
Questa forma di giustizia autogestita e paramafiosa fiancheggiata dal potere mediatico è molto pericolosa perchè tenta costantemente di delegittimare la giustizia ufficiale e vi si pone in contrapposizione.
Senza contare che, se vogliamo, con questo sistema e ancor più di ieri, chi ha il sostegno del clan ha molte probabilità di farla franca e di restare totalmente impunito.

Update – Ringrazio Franca ed il suo commento perchè mi permettono di aggiungere qualcosa.
E’ evidente che il destino di un accusato dipende dal posto che occupa nella Tribù. Chi è ben integrato e risponde apparentemente ai canoni della “normalità” cadrà di solito dalla parte degli innocenti per definizione: “il bravo ragazzo”, “la mamma modello”, il “buon padre di famiglia”, “l’onesto imprenditore”.
Chi invece viene da fuori (migranti, zingari) o è “diverso” (omosessuale, dropout, malato di mente, solitario) vedrà additato come colpevole. Per non parlare del capro espiatorio che a volte viene creato per coprire il vero colpevole.
Carlotto, nell’esempio che ho fatto, era un giovane di Lotta Continua e vi furono anche motivazioni politiche che portarono alla sua incriminazione.

Gli zingari: ogni volta che sparisce un bambino a chi si dà la colpa di solito? Quando i giornali si decideranno a pubblicare le scuse per tutte le volte che gli zingari sono stati accusati ingiustamente di rapimento ed infanticidio?


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Quando si è cominciato a parlare del caso di Garlasco mi è ritornato in mente il caso Carlotto.

Il 20 gennaio del 1976 viene uccisa nella sua abitazione, con cinquantanove coltellate, Margherita Magello, una giovane padovana. Il diciottenne Massimo Carlotto, che conosce la vittima perchè abita nello stesso stabile della sorella, passando di lì in bicicletta sente le urla della ragazza e si precipita in suo soccorso. Poi, spaventato, fugge ma, su consiglio di un avvocato, si presenta in seguito dai carabinieri per fornire la sua testimonianza. Dopo cinque minuti diventa l’unico responsabile della morte della ragazza, un incubo kafkiano in piena regola, e da quel momento inizia la sua odissea, durata 16 anni, tra processi, appelli, assoluzioni e condanne, una fuga in Messico, il ritorno in Italia fino alla grazia concessagli dal Presidente della Repubblica.
Forse le similitudini tra i due casi si limitano alle circostanze del ritrovamento della vittima e a come il primo sospettato rischi di diventare l’unico colpevole ma è inevitabile chiedersi se l’approccio mediatico a quel tipo di delitto è cambiato dagli anni settanta ad oggi.

Del caso Magello si parlò diffusamente e a livello nazionale solo in seguito al clamore della vicenda Carlotto, molto tempo dopo. Il caso rimase all’inizio circoscritto alle cronache giudiziarie.
Oggi, qualunque delitto con le stesse caratteristiche – ambiente borghese, probabile movente passionale, viene gettato in pasto al pubblico delle audience televisive non perchè ne discuta e basta come ai tempi del delitto dell’Olgiata ma perchè, e qui sta la novità, in qualche modo decida lui chi è il colpevole.

Anche se continua ad esistere il classico schieramento colpevolisti vs. innocentisti, nell’arena mediatico-tribale il suggerimento implicito è che la Tribù, il Clan difenda il suo membro accusato.
La tribù è la classica famigliona materna e popputa fatta di persone perbene e normali schierata a difesa del “bravo ragazzo”, della “brava mamma”, sempre accusati ingiustamente. Siamo tutti nominati avvocati ad honorem nonostante per la maggior parte siamo degli incompetenti assoluti di legge.
Il clan ha deciso prima ancora di qualunque sentenza, che a Rignano non possono esservi pedofili. Per il caso di Samuele, la “bimba” è una mamma modello, la tribù le affida perfino i suoi figli, nonostante le condanne.
Nell’ultimo caso di Garlasco, Alberto è un così bravo ragazzo, non può aver ucciso Chiara.

E’ come se non dovessero essere i giudici e gli inquirenti a trovare i colpevoli perchè i primi non sono imparziali, hanno atteggiamenti persecutori” e a volte “hanno le mani sporche di sangue”, per non parlare di coloro che sono “antropologicamente diversi”. I secondi poi, non ci azzeccano mai. Il RIS? Una congrega di pasticcioni che confonde il sangue con il succo di pomodoro e non è capace di trovare un’arma del delitto che è una, magari dopo che l’intera tribù si è data da fare per farla sparire.

Quando la tribù decide che, per definizione, non può essere stato un suo membro ad uccidere, bisogna trovare il colpevole per forza e qui salta fuori l’Uomo Nero, il Boogeyman, il misterioso estraneo. Bisogna allontanare il Male da sé per incarnarlo in qualcosa che molto probabilmente non esiste e per negarlo. Risultato: il caso rimane insoluto.

Chi viene sconfitta è sempre la verità. Magari il colpevole è proprio il fidanzato, la madre o il marito ma la verità se è scomoda rischia di non essere cercata ma oscurata, le prove cancellate, costi quel che costi, avvocato su avvocato.
Questa forma di giustizia autogestita e paramafiosa fiancheggiata dal potere mediatico è molto pericolosa perchè tenta costantemente di delegittimare la giustizia ufficiale e vi si pone in contrapposizione.
Senza contare che, se vogliamo, con questo sistema e ancor più di ieri, chi ha il sostegno del clan ha molte probabilità di farla franca e di restare totalmente impunito.

Update – Ringrazio Franca ed il suo commento perchè mi permettono di aggiungere qualcosa.
E’ evidente che il destino di un accusato dipende dal posto che occupa nella Tribù. Chi è ben integrato e risponde apparentemente ai canoni della “normalità” cadrà di solito dalla parte degli innocenti per definizione: “il bravo ragazzo”, “la mamma modello”, il “buon padre di famiglia”, “l’onesto imprenditore”.
Chi invece viene da fuori (migranti, zingari) o è “diverso” (omosessuale, dropout, malato di mente, solitario) vedrà additato come colpevole. Per non parlare del capro espiatorio che a volte viene creato per coprire il vero colpevole.
Carlotto, nell’esempio che ho fatto, era un giovane di Lotta Continua e vi furono anche motivazioni politiche che portarono alla sua incriminazione.
Pacciani era sicuramente un maiale con le figlie ma basta questo per farne il mostro di Firenze? Un contadinaccio ignorante e pedofilo, gli si può anche nascondere un falso indizio nel giardino di casa.
Gli zingari: ogni volta che sparisce un bambino a chi si dà la colpa di solito? Quando i giornali si decideranno a pubblicare le scuse per tutte le volte che gli zingari sono stati accusati ingiustamente di rapimento ed infanticidio?


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Maglietta rossa la trionferà? Parliamoci chiaro, se i media ufficiali non avessero deciso, nella loro magnanimità e su commissione dei loro padroni, di renderci partecipi della tragedia della Birmania (che cazzo è il Myanmar, io continuo a chiamarla Birmania) e dei monaci buddisti, tralasciando momentaneamente le cronache delle mollezze dei VIP, avremmo mai potuto partecipare a questa campagna di solidarietà?
Se avessero deciso, come ho fatto notare l’altro ieri, di oscurare i fatti come fanno regolarmente con le notizie dalla Palestina, dalla Somalia o dal Darfur, tanto per fare degli esempi, avremmo continuato a non sapere nemmeno dove fosse ‘sta cippa di paese e francamente avrebbe continuato a non potercene fregare di meno del suo destino.

Ho letto una bellissima analisi della situazione politica in quella regione in un commento firmato da Riccardo al post di Cloro di oggi.
Riassumendo, la Birmania è un paese ricchissimo di risorse energetiche che attualmente orbita attorno alla sfera di influenza cino-russa. Tutto questo improvviso amore dell’Impero per i monaci buddisti, (pensiamo a quanto sono rimasti inascoltati i loro fratelli tibetani quando la Cina era da tenersi buona), puzza di pesce marcio. Come dice Riccardo, le risorse birmane fanno gola agli Stati Uniti ed ecco che invece di parlar chiaro e di dire chiaramente che quelle devono andare a noi e non alla Cina, si tirano in ballo i diritti civili e la democrazia. A questo punto di solito a me viene da vomitare.

Sembra impossibile ma l’ipocrisia puzza ancor di più del pesce marcio.
Che bello sentir parlare con quei toni sdegnati di repressione poliziesca sui dimostranti, quando a volte gli stessi in altre parti del mondo vengono chiamati terroristi e manganellati senza pietà.
Certo questi militari di merda sparano di brutto sui dimostranti e non c’è paragone in termini di vittime con situazioni tipo Genova 2001 ma comunque i molti pesi e le svariate misure di cui scopriamo ogni giorno l’esistenza fanno sorridere amaramente.

Come mi solleva leggere che il governo giapponese ha giustamente protestato per l’uccisione del reporter Kenji Nagai. Mi auguro per la sua famiglia che non finisca come per un altro fotoreporter, il nostro Raffaele Ciriello, che venne ucciso a Ramallah il 13 marzo 2002 da cinque proiettili 7.62 Nato in dotazione all’esercito israeliano, per le mitragliatrici coassiali montate sui carri armati Merlava. Ucciso per sbaglio, inchiesta archiviata, nessun risarcimento. L’Italia non capisce ma si adegua.

Mi consola anche sentir lodare dal più grosso guerrafondaio del mondo il pacifismo buddista. Non so se sia perché i monaci sono dimostranti ideali che si fanno sparare addosso che è una meraviglia, oppure perché dopo tante lacrime sulla spalla di Dio e tanti iracheni spiaccicati, Dabliu si sta veramente convertendo alla mitezza francescana. Io continuo a sentire puzza di marcio.

Cambierà qualcosa in Birmania se ci mettiamo la maglietta rossa? Io credo proprio di no. In questo caso è la vita che imita Beppe Grillo ma questo vaffaday organizzato mediaticamente come un’operazione di marketing virale e che ci ha fatto scattare tutti sull’attenti come tanti soldatini, segno che il potere dei media mainstream è ancora troppo forte, finirà come è finita per la rivoluzione taroccata rumena e quella alla diossina di Kiev.
Dopo i fatti di piazza Tien Am Men la Cina è diventata quasi culo e camicia con l’Occidente. Dozzine di dittature sudamericane hanno fatto il bello ed il cattivo tempo con decine di migliaia di morti per anni, perfino con la benedizione del Santo Subito.

La maglietta che ci hanno fatto indossare oggi è rossa per non far vedere il sangue che scorre in altre parti del mondo, non altrettanto alla moda della Birmania petrolifera. Paesi dove la gente può anche crepare tanto non ce lo faranno mai sapere.
Non è da escludere l’ipotesi che quando all’Impero converrà rimettere la sordina sugli avvenimenti che non sono più di immediato interesse, della Birmania non ne sentiremo più parlare e sarà stato molto rumore per nulla.
Per questo io la maglietta non la indosso, nonostante ovviamente tutta la mia solidarietà vada a chi vive ed è perseguitato sotto il regime repressivo birmano.

Maglietta rossa la trionferà? Parliamoci chiaro, se i media ufficiali non avessero deciso, nella loro magnanimità e su commissione dei loro padroni, di renderci partecipi della tragedia della Birmania (che cazzo è il Myanmar, io continuo a chiamarla Birmania) e dei monaci buddisti, tralasciando momentaneamente le cronache delle mollezze dei VIP, avremmo mai potuto partecipare a questa campagna di solidarietà?
Se avessero deciso, come ho fatto notare l’altro ieri, di oscurare i fatti come fanno regolarmente con le notizie dalla Palestina, dalla Somalia o dal Darfur, tanto per fare degli esempi, avremmo continuato a non sapere nemmeno dove fosse ‘sta cippa di paese e francamente avrebbe continuato a non potercene fregare di meno del suo destino.

Ho letto una bellissima analisi della situazione politica in quella regione in un commento firmato da Riccardo al post di Cloro di oggi.
Riassumendo, la Birmania è un paese ricchissimo di risorse energetiche che attualmente orbita attorno alla sfera di influenza cino-russa. Tutto questo improvviso amore dell’Impero per i monaci buddisti, (pensiamo a quanto sono rimasti inascoltati i loro fratelli tibetani quando la Cina era da tenersi buona), puzza di pesce marcio. Come dice Riccardo, le risorse birmane fanno gola agli Stati Uniti ed ecco che invece di parlar chiaro e di dire chiaramente che quelle devono andare a noi e non alla Cina, si tirano in ballo i diritti civili e la democrazia. A questo punto di solito a me viene da vomitare.

Sembra impossibile ma l’ipocrisia puzza ancor di più del pesce marcio.
Che bello sentir parlare con quei toni sdegnati di repressione poliziesca sui dimostranti, quando a volte gli stessi in altre parti del mondo vengono chiamati terroristi e manganellati senza pietà.
Certo questi militari di merda sparano di brutto sui dimostranti e non c’è paragone in termini di vittime con situazioni tipo Genova 2001 ma comunque i molti pesi e le svariate misure di cui scopriamo ogni giorno l’esistenza fanno sorridere amaramente.

Come mi solleva leggere che il governo giapponese ha giustamente protestato per l’uccisione del reporter Kenji Nagai. Mi auguro per la sua famiglia che non finisca come per un altro fotoreporter, il nostro Raffaele Ciriello, che venne ucciso a Ramallah il 13 marzo 2002 da cinque proiettili 7.62 Nato in dotazione all’esercito israeliano, per le mitragliatrici coassiali montate sui carri armati Merlava. Ucciso per sbaglio, inchiesta archiviata, nessun risarcimento. L’Italia non capisce ma si adegua.

Mi consola anche sentir lodare dal più grosso guerrafondaio del mondo il pacifismo buddista. Non so se sia perché i monaci sono dimostranti ideali che si fanno sparare addosso che è una meraviglia, oppure perché dopo tante lacrime sulla spalla di Dio e tanti iracheni spiaccicati, Dabliu si sta veramente convertendo alla mitezza francescana. Io continuo a sentire puzza di marcio.

Cambierà qualcosa in Birmania se ci mettiamo la maglietta rossa? Io credo proprio di no. In questo caso è la vita che imita Beppe Grillo ma questo vaffaday organizzato mediaticamente come un’operazione di marketing virale e che ci ha fatto scattare tutti sull’attenti come tanti soldatini, segno che il potere dei media mainstream è ancora troppo forte, finirà come è finita per la rivoluzione taroccata rumena e quella alla diossina di Kiev.
Dopo i fatti di piazza Tien Am Men la Cina è diventata quasi culo e camicia con l’Occidente. Dozzine di dittature sudamericane hanno fatto il bello ed il cattivo tempo con decine di migliaia di morti per anni, perfino con la benedizione del Santo Subito.

La maglietta che ci hanno fatto indossare oggi è rossa per non far vedere il sangue che scorre in altre parti del mondo, non altrettanto alla moda della Birmania petrolifera. Paesi dove la gente può anche crepare tanto non ce lo faranno mai sapere.
Non è da escludere l’ipotesi che quando all’Impero converrà rimettere la sordina sugli avvenimenti che non sono più di immediato interesse, della Birmania non ne sentiremo più parlare e sarà stato molto rumore per nulla.
Per questo io la maglietta non la indosso, nonostante ovviamente tutta la mia solidarietà vada a chi vive ed è perseguitato sotto il regime repressivo birmano.


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Le notizie dell’arresto di un gruppo di neonazisti in Israele mi ha fatto ritornare in mente quel bellissimo film che è “The Believer”, di Henry Bean. Un film che è stato ruminato dal suo autore per vent’anni prima di essere realizzato e che gli è costato poi l’ostracismo degli ottusi uniti di tutto il mondo e anche di parte della sua comunità di nascita, quella ebraica. Un film senza paura che è forte ed oltraggioso come una sonora bestemmia.

Quando i giornali hanno parlato dei neonazi israeliani è stato un coro di “incredibile” e “non è possibile”, le varie informazioni corrette hanno detto che erano quattro gatti, che erano russi (ognuno ha i suoi rumeni) e forse nemmeno tanto ebrei, il che metterebbe a posto ogni cosa.
Invece pare che uno di loro, ex ufficiale dell’esercito Tsahal, avesse collaborato con lo Shin Bet, il servizio interno. Si divertivano a perseguitare i soliti diversi, gli “omosessuali depravati”, i “puzzolenti immigrati asiatici”, la “feccia drogata” e gli stessi ebrei ortodossi.

Perché stupirsi che anche in Israele possa allignare il razzismo? Non si rimane un poco perplessi del resto leggendo sui siti israeliani gli annunci di incontri per single “Jewish Only”, per soli ebrei?
Non è curioso che una società che dà evidentemente tanta importanza al sangue si stupisca della presenza nel suo tessuto di una neoplasia razzista? E non abbiamo nemmeno accennato alla questione con i palestinesi e il mondo arabo.

Il razzismo è una malattia dell’Essere Umano e dato che gli ebrei non sono diversi dagli altri anche loro possono esserne contagiati. E’ un ossimoro il fatto che un ebreo possa essere razzista e perfino nazista? In quel momento esprime solo un lato della sua debolezza umana e per giunta esiste anche un qualcosa che in psicoanalisi si chiama identificazione con l’aggressore ma non divaghiamo.
La Shoah non ha funzionato purtroppo come vaccino contro l’intolleranza. Come per i cristiani che furono perseguitati e uccisi ma ciò non impedì loro poi di perseguitare a loro volta altri credenti nei Secoli successivi. Veniamo tutti dallo stesso stampo difettoso e gli errori si ripetono in un loop infinito.

http://www.youtube.com/v/FJp6ZdkWhrA

“The Believer è un film su uno di questi “ossimori” viventi. Il protagonista, Daniel Balint, interpretato da uno stratosferico Ryan Gosling, è un neonazista antisemita che va in giro per New York rasato e con una plateale maglietta decorata con la svastica. Si accompagna ad una bella congrega di tipiche palle-di-lardo nazipelate americane, ma è lui stesso ebreo.
In realtà la sua è una rivolta contro Dio ed il suo stesso popolo, che accusa di debolezza. Danny si propone come la bestemmia vivente. E’ troppo intelligente, lo dimostrano i flashback sui suoi battibecchi con il rabbino a scuola ed è lui stesso a denunciare la pericolosità dell’intelligenza, attribuendola alla sua origine ebraica. La sua dannazione è il non saper uscire dalla contraddizione. Il non riuscire a non sentirsi intimamente oltraggiato dallo sfregio alla sinagoga, compiuto assieme ai suoi compari.

Informazione Corretta direbbe che questo è un filmaccio su un ebreo che odia se stesso zeppo di oscenità antisemite. La cosa affascinante invece è cercare di capire i motivi di questo odio che a ben guardare è solo angosciante disperazione di vivere e, se si guarda ancora più in profondità, stando attenti a non farci guardare dall’abisso, è invece un lacerante grido d’amore.


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Le notizie dell’arresto di un gruppo di neonazisti in Israele mi ha fatto ritornare in mente quel bellissimo film che è “The Believer”, di Henry Bean. Un film che è stato ruminato dal suo autore per vent’anni prima di essere realizzato e che gli è costato poi l’ostracismo degli ottusi uniti di tutto il mondo e anche di parte della sua comunità di nascita, quella ebraica. Un film senza paura che è forte ed oltraggioso come una sonora bestemmia.

Quando i giornali hanno parlato dei neonazi israeliani è stato un coro di “incredibile” e “non è possibile”, le varie informazioni corrette hanno detto che erano quattro gatti, che erano russi (ognuno ha i suoi rumeni) e forse nemmeno tanto ebrei, il che metterebbe a posto ogni cosa.
Invece pare che uno di loro, ex ufficiale dell’esercito Tsahal, avesse collaborato con lo Shin Bet, il servizio interno. Si divertivano a perseguitare i soliti diversi, gli “omosessuali depravati”, i “puzzolenti immigrati asiatici”, la “feccia drogata” e gli stessi ebrei ortodossi.

Perché stupirsi che anche in Israele possa allignare il razzismo? Non si rimane un poco perplessi del resto leggendo sui siti israeliani gli annunci di incontri per single “Jewish Only”, per soli ebrei?
Non è curioso che una società che dà evidentemente tanta importanza al sangue si stupisca della presenza nel suo tessuto di una neoplasia razzista? E non abbiamo nemmeno accennato alla questione con i palestinesi e il mondo arabo.

Il razzismo è una malattia dell’Essere Umano e dato che gli ebrei non sono diversi dagli altri anche loro possono esserne contagiati. E’ un ossimoro il fatto che un ebreo possa essere razzista e perfino nazista? In quel momento esprime solo un lato della sua debolezza umana e per giunta esiste anche un qualcosa che in psicoanalisi si chiama identificazione con l’aggressore ma non divaghiamo.
La Shoah non ha funzionato purtroppo come vaccino contro l’intolleranza. Come per i cristiani che furono perseguitati e uccisi ma ciò non impedì loro poi di perseguitare a loro volta altri credenti nei Secoli successivi. Veniamo tutti dallo stesso stampo difettoso e gli errori si ripetono in un loop infinito.

“The Believer è un film su uno di questi “ossimori” viventi. Il protagonista, Daniel Balint, interpretato da uno stratosferico Ryan Gosling, è un neonazista antisemita che va in giro per New York rasato e con una plateale maglietta decorata con la svastica. Si accompagna ad una bella congrega di tipiche palle-di-lardo nazipelate americane, ma è lui stesso ebreo.
In realtà la sua è una rivolta contro Dio ed il suo stesso popolo, che accusa di debolezza. Danny si propone come la bestemmia vivente. E’ troppo intelligente, lo dimostrano i flashback sui suoi battibecchi con il rabbino a scuola ed è lui stesso a denunciare la pericolosità dell’intelligenza, attribuendola alla sua origine ebraica. La sua dannazione è il non saper uscire dalla contraddizione. Il non riuscire a non sentirsi intimamente oltraggiato dallo sfregio alla sinagoga, compiuto assieme ai suoi compari.

Informazione Corretta direbbe che questo è un filmaccio su un ebreo che odia se stesso zeppo di oscenità antisemite. La cosa affascinante invece è cercare di capire i motivi di questo odio che a ben guardare è solo angosciante disperazione di vivere e, se si guarda ancora più in profondità, stando attenti a non farci guardare dall’abisso, è invece un lacerante grido d’amore.


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Dite quello che volete ma se un telegiornale dedica giustamente parole di condanna per la repressione in Myanmar che ha causato la morte di sei monaci e trova il tempo di dedicare l’ennesimo servizio al culo delle miss ma oscura completamente la notizia di oggi dell’incursione dell’esercito israeliano a Gaza, con lancio di missili e la morte di almeno nove palestinesi, non è questione di omissione di informazione. E’ complicità.
Dite quello che volete ma se un telegiornale dedica giustamente parole di condanna per la repressione in Myanmar che ha causato la morte di sei monaci e trova il tempo di dedicare l’ennesimo servizio al culo delle miss ma oscura completamente la notizia di oggi dell’incursione dell’esercito israeliano a Gaza, con lancio di missili e la morte di almeno nove palestinesi, non è questione di omissione di informazione. E’ complicità.


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