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Cosa c’è di meglio del gossip e delle mollezze dei potenti per distrarsi dalle tristezze quotidiane, dal mutuo da pagare, dalla prossima bolletta del gas che dovremo aprire con cautela, avendo preso prima delle gocce di Coramina per non schiattarci sopra.
Sulla coppia di chiappe più chiacchierate del momento si potrebbero fare battute su battute fino a far diventare questo blog una succursale del Salone Margherita. La figa in Egitto, Sarkò che fa vedere l’obelisco a Carla, la campagna (pubblicitaria) d’Egitto e mi fermo per carità di patria.

Il “corto” (ogni riferimento alla statura del presidente francese è puramente casuale) nasce da questo post di Galatea, che ringrazio dello spunto.

Leggere lì che la Carletta si è portata dietro mamma’ in vacanza con l’illustre ganzo mi ha fatto diabolicamente venire in mente questa stupenda versione di “Io, mammeta e tu di Carosone, realizzata da Karl Zero ed inserita nell’episodio “Improbable” di X-Files.

Karl Zero è uno dei più grandi autori satirici di Francia, un francese che canta in napoletano è irresistibile e quindi il mix è interessante come un Martini mescolato e non agitato.

Questo per augurarvi un Buon 2008, ricco di tanta tanta felicità.


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Cosa c’è di meglio del gossip e delle mollezze dei potenti per distrarsi dalle tristezze quotidiane, dal mutuo da pagare, dalla prossima bolletta del gas che dovremo aprire con cautela, avendo preso prima delle gocce di Coramina per non schiattarci sopra.
Sulla coppia di chiappe più chiacchierate del momento si potrebbero fare battute su battute fino a far diventare questo blog una succursale del Salone Margherita. La figa in Egitto, Sarkò che fa vedere l’obelisco a Carla, la campagna (pubblicitaria) d’Egitto e mi fermo per carità di patria.

Il “corto” (ogni riferimento alla statura del presidente francese è puramente casuale) nasce da questo post di Galatea, che ringrazio dello spunto.

Leggere lì che la Carletta si è portata dietro mamma’ in vacanza con l’illustre ganzo mi ha fatto diabolicamente venire in mente questa stupenda versione di “Io, mammeta e tu di Carosone, realizzata da Karl Zero ed inserita nell’episodio “Improbable” di X-Files.

Karl Zero è uno dei più grandi autori satirici di Francia, un francese che canta in napoletano è irresistibile e quindi il mix è interessante come un Martini mescolato e non agitato.

Questo per augurarvi un Buon 2008, ricco di tanta tanta felicità.


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In questi giorni rimuginavo su un concetto espresso da Don Di Noto, il prete di Telefono Arcobaleno che da anni si batte contro la pedofilia e ribadito dal procuratore Alfredo Ormanni, titolare di un inchiesta sulla pedopornografia online, che ho trovato in un vecchio articolo di Repubblica del 2000.
In sostanza i due si domandano, basandosi su indizi più che fondati provenienti dalla loro esperienza di lotta al fenomeno, se esista e quanto sia potente una lobby pedofila.
Nell’articolo, al di là delle accuse di inazione al governo di allora, di centrosinistra, è interessante il concetto che laddove si vada veramente ad indagare nei meandri dei più sordidi sottoboschi della pedofilia, qualcuno a livello politico e di potere può intervenire per bloccare le indagini e insabbiare.
In effetti la sensazione è che, per fare un paragone, il fenomeno sia trattato come il traffico, spaccio e consumo di droga. Grande risalto e grancassa mediatica a notizie che investono i piccoli consumatori, magari occasionali, del prodotto pedopornografico e silenzio assoluto su casi ben più gravi, su coloro che organizzano, coloro che beneficiano del traffico di bambini, che ne abusano fisicamente e che perfino li fanno sparire, ovvero sui grandi trafficanti.

Abbiamo scoperto di recente, grazie ad inchieste giornalistiche, che un documento del Vaticano risalente ai primi anni sessanta, il Crimen Sollicitationis suggeriva di tacere degli abusi sessuali compiuti da sacerdoti su fedeli, anche bambini. Sappiamo la fatica che è costata inchiodare il clero pedofilo alle proprie responsabilità, non solo in America, e come nonostante tutto inquisiti in tonaca siano stati semplicemente spostati di sede dal Vaticano ma non puniti.
Ricordate il caso di qualche anno fa, di un imprenditore triestino, intercettato dall’FBI, che parlando al telefono chiedeva una bambina da violentare e possibilmente uccidere? Non se ne è più parlato e neppure di casi simili che pure esistono perché sono segnalati in migliaia di inchieste soprattutto nel terzo mondo, dove questo tipo di violenza avviene con sconvolgente facilità.
Solo di rado emergono notizie sui giornali di arresti di quei pedofili che fanno del turismo sessuale il loro sport preferito, insomma dei pedofili attivi, quelli che predano i piccoli per la loro perversione.

A proposito di perversione, io credo che in certi casi l’abusare di un bambino, specialmente se di condizione economica inferiore e di razza diversa, sia qualcosa che travalica la pedofilia come disturbo della sessualità, anzi forse non ha niente a che fare con esso. E’ un atto di predazione sociale dove forse chi più può spendere, in quel tipo di mercato, più tenera ed indifesa può avere la sua vittima. In questo senso non serve parlare di castrazione chimica e cazzate del genere. E’ il denaro e il senso di strapotere che esso dà che crea i mostri, non la patologia sessuale.
Esistono naturalmente i pedofili alla Chiatti, coloro che agiscono sulla base di un impulso deviante, magari generato dall’aver subito abusi a loro volta, ma a mio modesto parere si tratta di una minoranza.

Da anni si parla di un traffico di bambini gestito dalla malavita internazionale, di circoli ristretti dove i potenti, compresi nomi notissimi del Gotha imperiale, si riunirebbero per scambiarsi le piccole vittime, di interi orfanotrofi dell’est europeo trasformati in set dell’orrore pornografico e forse in veri e propri mattatoi.
Purtroppo, mancando un’informazione chiara e concreta su questo aspetto del fenomeno pedofilo, anzi mancando proprio l’informazione e regnando la confusione, è inevitabile che si crei una specie di mitologia, di elaborazione fantastica che fa quasi pensare che non sia vero niente, che tutto sia frutto dell’immaginazione e materiale per Z-movies o romanzacci da quattro soldi.
Siccome però la pedofilia colpisce ogni giorno ed è un fenomeno più che concreto, ecco che chi se ne occupa attivamente arriva a pensare che, appena si toccano i grandi spacciatori, i grandi organizzatori e gli illustri fruitori, intervenga la politica, come longa manus in difesa del Potere e dei suoi membri viziosi, a mettere tutto a tacere, a dire che sono tutte fantasie e che i marziani non esistono.

Tutt’al più si indica al pubblico ludibrio il piccolo consumatore e spacciatore, quello domestico, quello che si limita a guardare. Il caso più recente è quello di Alberto Stasi, nel cui computer sono stati ritrovati, immagino grazie ai potenti mezzi di recupero dati delle forze dell’ordine, video e immagini a carattere pedopornografico.
Stesso tipo di materiale fu ritrovato nei computer del musicista Augusto Martelli in seguito condannato ad un anno e sei mesi per il reato. Ha invece patteggiato e non andrà in carcere sempre per detenzione di materiale pedopornografico Paolo Onofri, il padre di Tommy, il bimbo assassinato dai rapitori a Parma. Nel suo caso c’è stata una maggiore tolleranza, che però dimostra quanto la popolarità mediatica e certe simpatie epidermiche possano aiutare più dei migliori avvocati. Ci si chiede: perché Martelli sul rogo e Onofri no?
A me sembra che, al di là delle ipotesi di reato, vi sia più severità nei confronti di chi guarda delle foto, per quanto rivoltanti, rispetto a coloro che i bambini li seviziano attivamente e questo non giova alla causa della lotta alla pedofilia.
Martelli lo si è crocifisso sui giornali, Scancarello invece, sospettato dei fatti della scuola di Rignano, ha ricevuto maggiore solidarietà e si tratta di due personaggi che provengono dallo stesso mondo dello spettacolo.
Non so, mi pare che fare tanto chiasso sul computer di qualcuno serva a depistare le magagne di altri o ad allontanarle geograficamente. I pedofili stanno in Belgio o nelle steppe russe, non da noi.

Chiarisco subito, per evitare equivoci, alcuni concetti. Riempire il proprio hard disk con materiale foto e video pedopornografico non è qualcosa che possa accadere spontaneamente, a computer spento, grazie all’opera di gnomi dispettosi, visitando semplicemente siti porno o warez o scaricando con il mulo materiale normale.
Si, capita di leggere titoli inquietanti nel materiale scaricabile del circuito P2P ma di solito si evita di scaricarlo e basta. La pedopornografia è un tipo di materiale che bisogna andarsi a cercare e non senza difficoltà. Se non lo cerchi attivamente, te ne imbatti di rado. Oltretutto oggi tutta la pornografia online mi risulta ormai a pagamento, quindi bisogna registrarsi, pagare con carta di credito, insomma metterci un’identità.

Navigo in Internet da dieci anni e mi ricordo che agli inizi si trovava un mucchio di pornografia gratuita, soprattutto fotografica, di tipo diremo tradizionale, grandi scopate tra adulti. Per chi si avvicinava per la prima volta al fenomeno c’era la curiosità di vedere qualcosa di proibito a portata di mano nel proprio computer e gratis ma dopo l’ubriacatura iniziale, siccome dopo tutto la pornografia è ripetitiva e noiosa essendo i buchi da riempire sempre gli stessi, ci si stufava e si tornava a giocare con i videogiochi.
In dieci anni mi è capitato solo una volta, e con sgomento, di trovarmi di fronte un’immagine pedopornografica apertasi grazie al gioco delle finestre pop-up, iniziato in un sito russo di sfondi per desktop che rimandava a siti warez, di programmi piratati.
Mi scrissi l’indirizzo e lo segnalai immediatamente al Telefono Arcobaleno, che fornisce un modulo per segnalazioni di siti pedopornografici (senza avere alcun riscontro, ma spero la segnalazione sia andata a buon fine).
Tuttavia, l’immagine di una bimba dell’età apparente di non più di quattro anni nell’atto di praticare un pompino mi sconvolse talmente che da quel giorno evitai come la peste di avventurarmi in certi siti e per sicurezza ripulii cache e cronologia del browser.
Questo per dire che, se qualcuno risulta avere un hard disk pieno di video e immagini pedopornografiche, secondo me dimostra di essersele andate a cercare e, temo, di gradire la visione delle stesse. Nessuno terrebbe sul proprio computer immagini disgustose o disturbanti.
La giustificazione che adducono di solito queste persone è che “stavano documentandosi” ma è una scusa che non sta in piedi.

Quindi è giusto domandarsi se questi personaggi colti in fallo si limitino al voyeurismo o siano anche pedofili attivi. E’ giusto che il reato venga punito e che la società li tenga d’occhio ma mi piacerebbe vedere qualche volta anche la faccia di uno qualsiasi di quei rispettabili signori che, appena tornati dalla vacanza in Thailandia, magnificano le tenere terga dei bimbi appena abusati, vantandosene magari in palestra con gli amici. Mi piacerebbe vederli assicurare alle patrie galere e che il telegiornale ne parlasse, facendo nomi e cognomi. Altrimenti viene da pensare che la lobby pedofila esista e sia più potente che mai.

Questo mio post è il secondo (qui il primo) che aderisce all’iniziativa “Blogger contro gli abusi sessuali sui minori” di Psiche e Soma.
Un ringraziamento a
Comicomix per la vignetta (qui i codici per inserire il banner sui vostri blog).
L’inziativa continua e la partecipazione è ancora aperta a tutti coloro che volessero condividere la propria esperienza o dire comunque la propria opinione sull’argomento. Parlarne è importante.


In questi giorni rimuginavo su un concetto espresso da Don Di Noto, il prete di Telefono Arcobaleno che da anni si batte contro la pedofilia e ribadito dal procuratore Alfredo Ormanni, titolare di un inchiesta sulla pedopornografia online, che ho trovato in un vecchio articolo di Repubblica del 2000.
In sostanza i due si domandano, basandosi su indizi più che fondati provenienti dalla loro esperienza di lotta al fenomeno, se esista e quanto sia potente una lobby pedofila.
Nell’articolo, al di là delle accuse di inazione al governo di allora, di centrosinistra, è interessante il concetto che laddove si vada veramente ad indagare nei meandri dei più sordidi sottoboschi della pedofilia, qualcuno a livello politico e di potere può intervenire per bloccare le indagini e insabbiare.
In effetti la sensazione è che, per fare un paragone, il fenomeno sia trattato come il traffico, spaccio e consumo di droga. Grande risalto e grancassa mediatica a notizie che investono i piccoli consumatori, magari occasionali, del prodotto pedopornografico e silenzio assoluto su casi ben più gravi, su coloro che organizzano, coloro che beneficiano del traffico di bambini, che ne abusano fisicamente e che perfino li fanno sparire, ovvero sui grandi trafficanti.

Abbiamo scoperto di recente, grazie ad inchieste giornalistiche, che un documento del Vaticano risalente ai primi anni sessanta, il Crimen Sollicitationis suggeriva di tacere degli abusi sessuali compiuti da sacerdoti su fedeli, anche bambini. Sappiamo la fatica che è costata inchiodare il clero pedofilo alle proprie responsabilità, non solo in America, e come nonostante tutto inquisiti in tonaca siano stati semplicemente spostati di sede dal Vaticano ma non puniti.
Ricordate il caso di qualche anno fa, di un imprenditore triestino, intercettato dall’FBI, che parlando al telefono chiedeva una bambina da violentare e possibilmente uccidere? Non se ne è più parlato e neppure di casi simili che pure esistono perché sono segnalati in migliaia di inchieste soprattutto nel terzo mondo, dove questo tipo di violenza avviene con sconvolgente facilità.
Solo di rado emergono notizie sui giornali di arresti di quei pedofili che fanno del turismo sessuale il loro sport preferito, insomma dei pedofili attivi, quelli che predano i piccoli per la loro perversione.

A proposito di perversione, io credo che in certi casi l’abusare di un bambino, specialmente se di condizione economica inferiore e di razza diversa, sia qualcosa che travalica la pedofilia come disturbo della sessualità, anzi forse non ha niente a che fare con esso. E’ un atto di predazione sociale dove forse chi più può spendere, in quel tipo di mercato, più tenera ed indifesa può avere la sua vittima. In questo senso non serve parlare di castrazione chimica e cazzate del genere. E’ il denaro e il senso di strapotere che esso dà che crea i mostri, non la patologia sessuale.
Esistono naturalmente i pedofili alla Chiatti, coloro che agiscono sulla base di un impulso deviante, magari generato dall’aver subito abusi a loro volta, ma a mio modesto parere si tratta di una minoranza.

Da anni si parla di un traffico di bambini gestito dalla malavita internazionale, di circoli ristretti dove i potenti, compresi nomi notissimi del Gotha imperiale, si riunirebbero per scambiarsi le piccole vittime, di interi orfanotrofi dell’est europeo trasformati in set dell’orrore pornografico e forse in veri e propri mattatoi.
Purtroppo, mancando un’informazione chiara e concreta su questo aspetto del fenomeno pedofilo, anzi mancando proprio l’informazione e regnando la confusione, è inevitabile che si crei una specie di mitologia, di elaborazione fantastica che fa quasi pensare che non sia vero niente, che tutto sia frutto dell’immaginazione e materiale per Z-movies o romanzacci da quattro soldi.
Siccome però la pedofilia colpisce ogni giorno ed è un fenomeno più che concreto, ecco che chi se ne occupa attivamente arriva a pensare che, appena si toccano i grandi spacciatori, i grandi organizzatori e gli illustri fruitori, intervenga la politica, come longa manus in difesa del Potere e dei suoi membri viziosi, a mettere tutto a tacere, a dire che sono tutte fantasie e che i marziani non esistono.

Tutt’al più si indica al pubblico ludibrio il piccolo consumatore e spacciatore, quello domestico, quello che si limita a guardare. Il caso più recente è quello di Alberto Stasi, nel cui computer sono stati ritrovati, immagino grazie ai potenti mezzi di recupero dati delle forze dell’ordine, video e immagini a carattere pedopornografico.
Stesso tipo di materiale fu ritrovato nei computer del musicista Augusto Martelli in seguito condannato ad un anno e sei mesi per il reato. Ha invece patteggiato e non andrà in carcere sempre per detenzione di materiale pedopornografico Paolo Onofri, il padre di Tommy, il bimbo assassinato dai rapitori a Parma. Nel suo caso c’è stata una maggiore tolleranza, che però dimostra quanto la popolarità mediatica e certe simpatie epidermiche possano aiutare più dei migliori avvocati. Ci si chiede: perché Martelli sul rogo e Onofri no?
A me sembra che, al di là delle ipotesi di reato, vi sia più severità nei confronti di chi guarda delle foto, per quanto rivoltanti, rispetto a coloro che i bambini li seviziano attivamente e questo non giova alla causa della lotta alla pedofilia.
Martelli lo si è crocifisso sui giornali, Scancarello invece, sospettato dei fatti della scuola di Rignano, ha ricevuto maggiore solidarietà e si tratta di due personaggi che provengono dallo stesso mondo dello spettacolo.
Non so, mi pare che fare tanto chiasso sul computer di qualcuno serva a depistare le magagne di altri o ad allontanarle geograficamente. I pedofili stanno in Belgio o nelle steppe russe, non da noi.

Chiarisco subito, per evitare equivoci, alcuni concetti. Riempire il proprio hard disk con materiale foto e video pedopornografico non è qualcosa che possa accadere spontaneamente, a computer spento, grazie all’opera di gnomi dispettosi, visitando semplicemente siti porno o warez o scaricando con il mulo materiale normale.
Si, capita di leggere titoli inquietanti nel materiale scaricabile del circuito P2P ma di solito si evita di scaricarlo e basta. La pedopornografia è un tipo di materiale che bisogna andarsi a cercare e non senza difficoltà. Se non lo cerchi attivamente, te ne imbatti di rado. Oltretutto oggi tutta la pornografia online mi risulta ormai a pagamento, quindi bisogna registrarsi, pagare con carta di credito, insomma metterci un’identità.

Navigo in Internet da dieci anni e mi ricordo che agli inizi si trovava un mucchio di pornografia gratuita, soprattutto fotografica, di tipo diremo tradizionale, grandi scopate tra adulti. Per chi si avvicinava per la prima volta al fenomeno c’era la curiosità di vedere qualcosa di proibito a portata di mano nel proprio computer e gratis ma dopo l’ubriacatura iniziale, siccome dopo tutto la pornografia è ripetitiva e noiosa essendo i buchi da riempire sempre gli stessi, ci si stufava e si tornava a giocare con i videogiochi.
In dieci anni mi è capitato solo una volta, e con sgomento, di trovarmi di fronte un’immagine pedopornografica apertasi grazie al gioco delle finestre pop-up, iniziato in un sito russo di sfondi per desktop che rimandava a siti warez, di programmi piratati.
Mi scrissi l’indirizzo e lo segnalai immediatamente al Telefono Arcobaleno, che fornisce un modulo per segnalazioni di siti pedopornografici (senza avere alcun riscontro, ma spero la segnalazione sia andata a buon fine).
Tuttavia, l’immagine di una bimba dell’età apparente di non più di quattro anni nell’atto di praticare un pompino mi sconvolse talmente che da quel giorno evitai come la peste di avventurarmi in certi siti e per sicurezza ripulii cache e cronologia del browser.
Questo per dire che, se qualcuno risulta avere un hard disk pieno di video e immagini pedopornografiche, secondo me dimostra di essersele andate a cercare e, temo, di gradire la visione delle stesse. Nessuno terrebbe sul proprio computer immagini disgustose o disturbanti.
La giustificazione che adducono di solito queste persone è che “stavano documentandosi” ma è una scusa che non sta in piedi.

Quindi è giusto domandarsi se questi personaggi colti in fallo si limitino al voyeurismo o siano anche pedofili attivi. E’ giusto che il reato venga punito e che la società li tenga d’occhio ma mi piacerebbe vedere qualche volta anche la faccia di uno qualsiasi di quei rispettabili signori che, appena tornati dalla vacanza in Thailandia, magnificano le tenere terga dei bimbi appena abusati, vantandosene magari in palestra con gli amici. Mi piacerebbe vederli assicurare alle patrie galere e che il telegiornale ne parlasse, facendo nomi e cognomi. Altrimenti viene da pensare che la lobby pedofila esista e sia più potente che mai.

Questo mio post è il secondo (qui il primo) che aderisce all’iniziativa “Blogger contro gli abusi sessuali sui minori” di Psiche e Soma.
Un ringraziamento a
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Parliamo dei trent’anni di Tony Manero, il papà spirituale e l’archetipo di tutti i burini e coatti del globo terracqueo e il santo patrono delle balere.
“La febbre del sabato sera” uscì nel 1977 come ritratto quasi sociologico di un certo proletariato newyorchese visto con l’occhio da entomologo curioso del regista John Badham e fu invece subito mito musicale.

La disco music c’era già da qualche anno, ci eravamo già abituati ai mugolii da doppiaggio di film porno di Barry White e di Donna Summer e ai ritmi pulsanti dell’italo-crucco Giorgio Moroder ma chissà perchè tutti credono che questo genere musicale danzereccio e meravigliosamente spensierato sia stato inventato dai fratelli Gibb, i gemelli-con del melodico sciroppato australo-britannico, coetanei dei Pooh e a quel tempo, metà anni settanta, a differenza dei nostri, in lento ma inesorabile declino. Grazie ad una di quelle botte di culo che passano solo ogni ottant’anni come certe comete, i Bee Gees azzeccano una manciata di motivetti e si garantiscono una vecchiaia serena.
Il film, da quasi politicamente impegnato e francamente drammatico quale è in realtà, si trasforma, nel grande successo mediatico che lo investe, in una specie di musical senza cervello.

Tony Manero è un coatto sfigato che lavora in un negozio di vernici. Ha una famiglia che più italoamericana di così si muore, litigiosa, insoddisfatta e bigotta. Ha perfino un fratello prete che però prima dell’inizio del secondo tempo getterà la tonaca alle ortiche.
L’unico momento di gloria nella vita di Tony è il sabato sera quando diventa il re della discoteca (ma meglio sarebbe chiamarla balera) dove può sfoderare tutto il suo repertorio da perfetto truzzo. Sua maestà stronzeggia con tutti, soprattutto con le donne che se non sono sua madre sono automaticamente delle troie, ma quando balla tutti si fermano ad ammirarlo, come un tronfio pavone nella danza di corteggiamento.
Il film contiene anche una notevole metafora sulla lotta di classe quando compare Stephanie, una spocchiosa pidocchia riunta di Manhattan che frequenta, chissà perchè, la sordida scuola di ballo di Brooklyn dove regna Manero, forse in cerca di forti emozioni ma più probabilmente di guai. Da quel momento, visto che i due devono prepararsi in coppia per la memorabile gara di ballo fulcro del film, iniziano un duello a chi è più stronzo, se il grezzo mandrillo broccolino o la paracula di Manhattan.
Dopo aver vinto la gara ma aver sportivamente ceduto il premio ad una coppia di portoricani che si sospetta siano stati boicottati per razzismo, Manero e i suoi sudditi vanno allo sbando in una notte brava dove una ragazza viene stuprata e il debole del gruppo si suicida. Forse ci sarà un futuro diverso per Tony e Stephanie ma non ne saremmo tanto sicuri. Il film è drammatico, cazzo, non è “Sette spose per sette fratelli”.

Guardando John Travolta nel suo indimenticabile numero sulla pista multicolore, con le ginocchia i cui menischi non conoscono ostacoli, magro e scattante come un bacchetto, viene una massima che nemmeno Confucio durante le sue fumate migliori: “per quanto tu stia a dieta, non ritornerai mai più magro come quando avevi vent’anni”. Dedicato a tutti i dietologi del sabato sera.


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Parliamo dei trent’anni di Tony Manero, il papà spirituale e l’archetipo di tutti i burini e coatti del globo terracqueo e il santo patrono delle balere.
“La febbre del sabato sera” uscì nel 1977 come ritratto quasi sociologico di un certo proletariato newyorchese visto con l’occhio da entomologo curioso del regista John Badham e fu invece subito mito musicale.

La disco music c’era già da qualche anno, ci eravamo già abituati ai mugolii da doppiaggio di film porno di Barry White e di Donna Summer e ai ritmi pulsanti dell’italo-crucco Giorgio Moroder ma chissà perchè tutti credono che questo genere musicale danzereccio e meravigliosamente spensierato sia stato inventato dai fratelli Gibb, i gemelli-con del melodico sciroppato australo-britannico, coetanei dei Pooh e a quel tempo, metà anni settanta, a differenza dei nostri, in lento ma inesorabile declino. Grazie ad una di quelle botte di culo che passano solo ogni ottant’anni come certe comete, i Bee Gees azzeccano una manciata di motivetti e si garantiscono una vecchiaia serena.
Il film, da quasi politicamente impegnato e francamente drammatico quale è in realtà, si trasforma, nel grande successo mediatico che lo investe, in una specie di musical senza cervello.

Tony Manero è un coatto sfigato che lavora in un negozio di vernici. Ha una famiglia che più italoamericana di così si muore, litigiosa, insoddisfatta e bigotta. Ha perfino un fratello prete che però prima dell’inizio del secondo tempo getterà la tonaca alle ortiche.
L’unico momento di gloria nella vita di Tony è il sabato sera quando diventa il re della discoteca (ma meglio sarebbe chiamarla balera) dove può sfoderare tutto il suo repertorio da perfetto truzzo. Sua maestà stronzeggia con tutti, soprattutto con le donne che se non sono sua madre sono automaticamente delle troie, ma quando balla tutti si fermano ad ammirarlo, come un tronfio pavone nella danza di corteggiamento.
Il film contiene anche una notevole metafora sulla lotta di classe quando compare Stephanie, una spocchiosa pidocchia riunta di Manhattan che frequenta, chissà perchè, la sordida scuola di ballo di Brooklyn dove regna Manero, forse in cerca di forti emozioni ma più probabilmente di guai. Da quel momento, visto che i due devono prepararsi in coppia per la memorabile gara di ballo fulcro del film, iniziano un duello a chi è più stronzo, se il grezzo mandrillo broccolino o la paracula di Manhattan.
Dopo aver vinto la gara ma aver sportivamente ceduto il premio ad una coppia di portoricani che si sospetta siano stati boicottati per razzismo, Manero e i suoi sudditi vanno allo sbando in una notte brava dove una ragazza viene stuprata e il debole del gruppo si suicida. Forse ci sarà un futuro diverso per Tony e Stephanie ma non ne saremmo tanto sicuri. Il film è drammatico, cazzo, non è “Sette spose per sette fratelli”.

Guardando John Travolta nel suo indimenticabile numero sulla pista multicolore, con le ginocchia i cui menischi non conoscono ostacoli, magro e scattante come un bacchetto, viene una massima che nemmeno Confucio durante le sue fumate migliori: “per quanto tu stia a dieta, non ritornerai mai più magro come quando avevi vent’anni”. Dedicato a tutti i dietologi del sabato sera.


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Il brutale attentato che ha assassinato Benazir Butto ed è costato la vita ad altre venti persone è stato attribuito dai media, ad esempio dal TG1-Luce di ieri sera, ovviamente e senza alcuna ombra di dubbio ad Al Qaeda, la creatura proteiforme che si adatta perfettamente ad incarnare un comodo responsabile per tutti i mali moderni, dagli attentati terroristici alle stagioni che non sono più quelle di una volta. Chi ha rubato la marmellata? Al Qaeda.

Attribuire la responsabilità della morte di Benazir alla “Lista” va bene, basta che ci intendiamo su cosa è veramente Al Qaeda.
Non raccontare le ambiguità colossali che impregnano il tessuto politico e militare del Pakistan e dell’intera regione geografica circostante, nascondere gli sporchi doppi e tripli giochi da sempre attuati dai servizi segreti, significa suonare il tamburo di latta della propaganda ottusa ed ignorare la realtà complessa degli scenari bellici di questo nuovo millennio. In sostanza significa raccontare metà della storia, farne una versione omogeneizzata e più digeribile per ascoltatori senza denti che non devono masticare ma solo mandar giù senza discutere.

In un’inchiesta di ABC News risalente al 2001, il reporter Mark Corcoran indagava sul famigerato ISI (Inter Services Intelligence Agency), il servizio segreto pakistano, da lui definito costruttore e distruttore di governi.
“Mentre gli americani si avventurano in Afghanistan”, scriveva Corcoran, “devono affidarsi ed essere totalmente dipendenti dagli occhi e dalle orecchie pakistane dislocate sul territorio.
Il problema è che fino all’11 settembre l’ISI era stato il più intimo alleato dei Talebani e addirittura li aveva aiutati a giungere al potere”.
Aggiungo io che i Talebani erano stati finanziati dalla CIA durante la guerra russo-afghana in funzione antisovietica e Bin Laden aveva anche dato una mano agli americani nella guerra dei balcani. Un pappa e ciccia idilliaco durato anni e Dio solo sa perché i compagni di merende avessero poi litigato e si fossero da quel momento giurati odio eterno.

Secondo Corcoran, mentre Musharraf fa “un americano ad Islamabad” e l’alleato, l’ISI (il suo servizio segreto) ha e persegue altri propositi, non proprio cristallini.
Proprio la compianta Benazir disse al giornalista che l’ISI era “uno stato nello stato” [una specie di P2?] e che era responsabile della propria sfortuna politica.
“Secondo gli esperti”, conclude Corcoran, “l’ISI ha compiuto assassinii politici, atti di terrorismo di stato ed è coinvolto nel traffico internazionale di droga. E’ un’entità potente che non si farà sconfiggere senza combattere”.
Per ora la battaglia l’ha persa tragicamente Benazir e i suoi sostenitori, cercando un responsabile della sua morte, stanno puntando il dito contro Musharraf e l’ISI. Siamo noi che vediamo solo il turbante di Bin Laden in ogni dove.

Di ambiguità pakistane attribuibili all’ISI è lastricata anche la via che parte dall’11 settembre e traccia il percorso della cosiddetta Guerra Globale al terrorismo.
Secondo David Ray Griffin che li ha catalogati, tra i molti misteri ancora inspiegati dell’attentato che cambiò il mondo vi sono alcuni fatti che portano proprio ad Islamabad, considerata dai tamburini di regime una capitale amica ed alleata nella lotta ad Al Qaeda.
Ecco i fatti principali, sui quali una seria commissione di inchiesta indipendente sui fatti dell’11 settembre, richiesta da più parti negli USA, potrebbe fornire interessanti chiarimenti:

“Il generale Mahmoud Ahmadi, capo dei servizi segreti pakistani (ISI), era a Wilmington la settimana precedente l’11 settembre per incontrare il capo della CIA George Tenet e altri ufficiali statunitensi”. Ci si chiede per che scopo.

“Lo stesso Ahmadi, ordinò che fossero mandati 100,000 $ a Mohammed Atta prima dell’11 settembre”. A che titolo, visto che si trattava di un noto terrorista affiliato ad Al Qaeda che oltretutto stava preparando un attentato devastante contro un alleato del Pakistan?

”L’amministrazione Bush fece pressioni sul Pakistan affinché rimuovesse Ahmadi dal ruolo di capo dell’ISI dopo la comparsa della storia del passaggio, per suo ordine, dei soldi ad Atta.” Non risulta però che il Pakistan finisse nel novero dei paesi canaglia. Ricordo che ci sono state nazioni bombardate dai B52 per molto meno.

”L’ISI (e non solamente Al Qaeda) era dietro l’assassinio di Ahmad Shah Masood (il capo dell’alleanza del nord afghana), che avvenne appena dopo la riunione di una settimana fra i capi della CIA e l’ISI” .

E’ noto che si è pensato che Osama Bin Laden si nascondesse in Pakistan. Alcuni generali americani protestarono, dopo l’attacco a Tora Bora (quello del Mullah Omar che fugge in motorino) perché invece di circondare ed attaccare il presunto rifugio di Bin Laden era stata lasciata sconsideratamente una via di fuga, la quale portava al confine con il Pakistan.

La guerra al terrorismo è fatta di stranezze. Si è bombardato l’Afghanistan subito dopo l’11 settembre nonostante i presunti attentatori fossero sauditi. Si è accusato Saddam Hussein di avere armi di distruzione di massa mai trovate e lo si è schiacciato per quello specifico motivo e nessuno chiede conto agli Stati Uniti di una delle più colossali balle mai spacciate a scopo bellico.
Si considera il Pakistan un alleato quando apparentemente ha finanziato il capo dei terroristi dell’11 settembre e forse ha dato rifugio a Osama Bin Laden.
Come si dice: dagli amici mi guardi Iddio che dai nemici mi guardo io.

Il brutale attentato che ha assassinato Benazir Butto ed è costato la vita ad altre venti persone è stato attribuito dai media, ad esempio dal TG1-Luce di ieri sera, ovviamente e senza alcuna ombra di dubbio ad Al Qaeda, la creatura proteiforme che si adatta perfettamente ad incarnare un comodo responsabile per tutti i mali moderni, dagli attentati terroristici alle stagioni che non sono più quelle di una volta. Chi ha rubato la marmellata? Al Qaeda.

Attribuire la responsabilità della morte di Benazir alla “Lista” va bene, basta che ci intendiamo su cosa è veramente Al Qaeda.
Non raccontare le ambiguità colossali che impregnano il tessuto politico e militare del Pakistan e dell’intera regione geografica circostante, nascondere gli sporchi doppi e tripli giochi da sempre attuati dai servizi segreti, significa suonare il tamburo di latta della propaganda ottusa ed ignorare la realtà complessa degli scenari bellici di questo nuovo millennio. In sostanza significa raccontare metà della storia, farne una versione omogeneizzata e più digeribile per ascoltatori senza denti che non devono masticare ma solo mandar giù senza discutere.

In un’inchiesta di ABC News risalente al 2001, il reporter Mark Corcoran indagava sul famigerato ISI (Inter Services Intelligence Agency), il servizio segreto pakistano, da lui definito costruttore e distruttore di governi.
“Mentre gli americani si avventurano in Afghanistan”, scriveva Corcoran, “devono affidarsi ed essere totalmente dipendenti dagli occhi e dalle orecchie pakistane dislocate sul territorio.
Il problema è che fino all’11 settembre l’ISI era stato il più intimo alleato dei Talebani e addirittura li aveva aiutati a giungere al potere”.
Aggiungo io che i Talebani erano stati finanziati dalla CIA durante la guerra russo-afghana in funzione antisovietica e Bin Laden aveva anche dato una mano agli americani nella guerra dei balcani. Un pappa e ciccia idilliaco durato anni e Dio solo sa perché i compagni di merende avessero poi litigato e si fossero da quel momento giurati odio eterno.

Secondo Corcoran, mentre Musharraf fa “un americano ad Islamabad” e l’alleato, l’ISI (il suo servizio segreto) ha e persegue altri propositi, non proprio cristallini.
Proprio la compianta Benazir disse al giornalista che l’ISI era “uno stato nello stato” [una specie di P2?] e che era responsabile della propria sfortuna politica.
“Secondo gli esperti”, conclude Corcoran, “l’ISI ha compiuto assassinii politici, atti di terrorismo di stato ed è coinvolto nel traffico internazionale di droga. E’ un’entità potente che non si farà sconfiggere senza combattere”.
Per ora la battaglia l’ha persa tragicamente Benazir e i suoi sostenitori, cercando un responsabile della sua morte, stanno puntando il dito contro Musharraf e l’ISI. Siamo noi che vediamo solo il turbante di Bin Laden in ogni dove.

Di ambiguità pakistane attribuibili all’ISI è lastricata anche la via che parte dall’11 settembre e traccia il percorso della cosiddetta Guerra Globale al terrorismo.
Secondo David Ray Griffin che li ha catalogati, tra i molti misteri ancora inspiegati dell’attentato che cambiò il mondo vi sono alcuni fatti che portano proprio ad Islamabad, considerata dai tamburini di regime una capitale amica ed alleata nella lotta ad Al Qaeda.
Ecco i fatti principali, sui quali una seria commissione di inchiesta indipendente sui fatti dell’11 settembre, richiesta da più parti negli USA, potrebbe fornire interessanti chiarimenti:

“Il generale Mahmoud Ahmadi, capo dei servizi segreti pakistani (ISI), era a Wilmington la settimana precedente l’11 settembre per incontrare il capo della CIA George Tenet e altri ufficiali statunitensi”. Ci si chiede per che scopo.

“Lo stesso Ahmadi, ordinò che fossero mandati 100,000 $ a Mohammed Atta prima dell’11 settembre”. A che titolo, visto che si trattava di un noto terrorista affiliato ad Al Qaeda che oltretutto stava preparando un attentato devastante contro un alleato del Pakistan?

”L’amministrazione Bush fece pressioni sul Pakistan affinché rimuovesse Ahmadi dal ruolo di capo dell’ISI dopo la comparsa della storia del passaggio, per suo ordine, dei soldi ad Atta.” Non risulta però che il Pakistan finisse nel novero dei paesi canaglia. Ricordo che ci sono state nazioni bombardate dai B52 per molto meno.

”L’ISI (e non solamente Al Qaeda) era dietro l’assassinio di Ahmad Shah Masood (il capo dell’alleanza del nord afghana), che avvenne appena dopo la riunione di una settimana fra i capi della CIA e l’ISI” .

E’ noto che si è pensato che Osama Bin Laden si nascondesse in Pakistan. Alcuni generali americani protestarono, dopo l’attacco a Tora Bora (quello del Mullah Omar che fugge in motorino) perché invece di circondare ed attaccare il presunto rifugio di Bin Laden era stata lasciata sconsideratamente una via di fuga, la quale portava al confine con il Pakistan.

La guerra al terrorismo è fatta di stranezze. Si è bombardato l’Afghanistan subito dopo l’11 settembre nonostante i presunti attentatori fossero sauditi. Si è accusato Saddam Hussein di avere armi di distruzione di massa mai trovate e lo si è schiacciato per quello specifico motivo e nessuno chiede conto agli Stati Uniti di una delle più colossali balle mai spacciate a scopo bellico.
Si considera il Pakistan un alleato quando apparentemente ha finanziato il capo dei terroristi dell’11 settembre e forse ha dato rifugio a Osama Bin Laden.
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Sono di indole abbastanza tecnologica, mi piacciono le diavolerie elettroniche ma ho bisogno di tempo per adattarmi alle novità, perchè mi fa fatica ogni volta cambiare le abitudini faticosamente incancrenitesi negli anni, studiare i manuali, maneggiare aggeggi nuovi e imparare l’utilizzo di nuovi pulsanti. Per un puro fatto di pigrizia.
Nella mia vita sono passata dal giradischi al mangianastri e allo stereo in maniera tranquilla, perché il passaggio da un supporto all’altro, una volta, era molto diluito nel tempo. Il televisore, per esempio, è stato prima in bianco e nero e poi a colori ma non si parlava di tubo, retroproiezione, plasma ed LCD. Era il TV e basta.
Oggi si rischia di ritrovarsi con supporti e lettori obsoleti dopo sei mesi, ed è una cosa che mi disturba profondamente, perché io e le macchine abbiamo bisogno comunque di tempo per familiarizzare e non prenderci a sberle.
Aggiungo che ho un uomo ipertecnologico per il quale gli apparecchi ogni sei mesi si cambiano anche se funzionano ancora perfettamente, per principio perché bisogna aggiornarsi, e capirete il grado di destabilizzazione che provo ogni volta che vengo privata brutalmente dal “tecnico” di un oggetto che ero appena riuscita ad imparare ad usare per ricominciare daccapo con uno nuovo.

Dopo mia lunga e caparbia resistenza, anche nel mio salotto il televisore a tubo è stato prepensionato e ora troneggia un moderno ed ultrapiatto televisore a cristalli liquidi, un LCD.
E’ vero che anche lui, il tubo, non ha collaborato. Un bel giorno ha cominciato a non appicciarsi più se non a random e “il tecnico” ne ha decretato la condanna, approfittando di un’occasione che era capitata nel negozio di fiducia, un LCD che nessuno voleva, nonostante fosse di ottima qualità, perché nero e ora pare che vada solo il grigio metallizzato. Lo confesso, mi è dispiaciuto vedere il bestione andare giù per le scale con “il tecnico” che faceva una fatica boia a tenerlo. Sono convinta che le macchine sentano quando stanno per essere eliminate e scelgano un più onorevole suicidio, un seppuku elettronico.

Installare Calimero, l’elleciddì nero invece è stato uno scherzo. Snello, leggero, maneggevole, una manciata di cavi, prese e jack e i collegamenti sono stati fatti.
Devo ammettere che ora ne sono proprio entusiasta. La meraviglia del 16:9, praticamente il cinema a casa. Con i DVD un’assoluta goduria. Soffro molto per i tanti, troppi formati disponibili e la necessità di districarmi tra 4:3, e tutto il generone del widescreen: tuttoschermo, panoramico, 16:9 e 14:9 ma mi ci abituerò. Per fortuna non ho un salotto grande abbastanza e il costo è proibitivo, così mi sarà risparmiato il TV al plasma. Inutile dire che “il tecnico” ne ha approfittato per sostituirmi il glorioso ed amato lettore DVD che leggeva anche i sassi per un più moderno DVD recorder. Non ho ancora osato usarlo in quella funzione. Siamo ancora nella fase di annusamento reciproco. Lo uso solo come lettore DVD.

Già, i DVD. All’inizio ero scettica ma poi mi ci sono appassionata, tanto che il videoregistratore ormai langue in un eterno standby e la mia gloriosa collezione di VHS ormai è stata letteralmente decimata tra epurazioni di nastri e donazioni alla biblioteca. Viene piano piano sostituita dai meravigliosi dischetti con le versioni in lingua originale, gli extra, i making of, i segreti di lavorazione, le lezioni di regia e finalmente la possibilità di gustarsi una sola scena più e più volte o magari solo un particolare momento del film senza dover far scorrere dieci chilometri di nastro cigolante.

Per il rifornimento ho le mie tecniche infallibili. Due mercatini da battere regolarmente un paio di volte alla settimana dove trovo edizioni originali usate ma in perfette condizioni a 4-6 euro e a volte anche meno. I miei migliori affari: i due cofanetti di “Montalbano” per soli 20 euro in tutto (costano più di 70 l’uno) e il doppio DVD di “Belfagor” carpito una sera d’estate a soli 8 euro con immensa goduria.
Poi ho i miei fornitori su Internet. In Italia acquisto su DVD-store.it.
In passato ci ho trovato un’edizione succulenta Disney con tutti i primissimi e storici cartoni di Paperino a soli 8,90 euro, con tanto di confezione metallica.
Spediscono sia per corriere che per posta prioritaria a costi bassissimi. Hanno un sacco di offerte e mi sono sempre trovata bene. Se lo chiedi ti confezionano pure il DVD con carta regalo.

All’estero acquisto da Play.com che è un punto di riferimento classico per i collezionisti. Sono situati nell’isola di Jersey e godono di particolari vantaggi fiscali. Spediscono per posta e le spese sono comprese nel prezzo dell’articolo, quindi nulla in più è dovuto. Visto che per acquistare occorre registrarsi con i dati della carta di credito consiglio di utilizzare la Carta PostePay di Poste Italiane (accettata anche da DVD-store.it).
Lo svantaggio di Play.com è che non tutte le edizioni ovviamente hanno l’audio italiano però in certi casi vale la pena di acquistare comunque DVD che costano anche la metà rispetto all’Italia, per non parlare dei cd audio.
Se volete l’audio italiano potete impostare la ricerca sul sito selezionando la lingua italiana per i DVD e scoprirete che ci sono tante offerte interessanti da acchiappare al volo.
Le offerte speciali sono continue e stando in allerta è possibile approfittare di sconti molto vantaggiosi e ribassi notevoli.
I miei migliori acquisti sono stati le 9 stagioni di X-Files pagate 18 euro a cofanetto a fronte dei 34.00 pagati in Italia, un’edizione speciale di “Ultimatum alla terra” in confezione metallica, doppio DVD, audio italiano, pagata 7,90 euro (ora non è più in offerta e ne costa 20,49!) e l’edizione anniversario (2 DVD) di “Pianeta proibito” a 9,49 euro (non in italiano ma con una marea di extra e ben due film interpretati in seguito da Robby the Robot). Sono tentata dall’acquisto di “Blade Runner the Final Cut”, edizione definitiva a 5 dischi contenente tutte le passate edizioni, venduta a 27,99 euro.

Il servizio di Play è impeccabile. Mi capitò un disco difettoso in un cofanetto X-Files. Scrissi una mail, mi risposero di domenica (!), invitandomi a rispedirgli l’intero cofanetto per raccomandata. Mi inviarono un nuovo cofanetto rifondendomi quasi per intero le spese di spedizione sostenute. Ultimamente non mi era arrivato un ordine (può capitare, visto che usano la posta normale). Dopo 21 giorni, come da regolamento, ho compilato un modulo segnalando il disguido e mi hanno rispedito il DVD senza alcuna spesa aggiuntiva. Che fair play questi britannici, si fidano perfino di noi italiani!

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