Che fossimo un paese di pagliacci non v’erano dubbi ma che il nanismo dei nostri politici fosse più contagioso di quanto non immaginassimo ci giunge stasera come una sorprendente rivelazione.

Un ministro e gentile signora vengono indagati per sette reati tra i quali una bazzecola come la concussione e subito la statura dell’intera classe politica si accorcia, il sedere sfiora pericolosamente terra e dalla bocca escono frasi come “Caccia all’uomo da parte di frange estremiste .
E’ il famoso numero del nano che accusa i giudici di perseguitarlo che fa sempre il tutto esaurito nel grande Circo Italiano degli Impuniti ma, questa volta, appena il nano di turno ha accennato alle dimissioni sono scesi in pista i pagliacci di tutti i colori ma proprio tutti tutti, le ballerine, le foche, i cani ammaestrati e perfino il direttore in marsina e tuba che, dopo essersi denudati dell’ultimo velo di pudore, hanno intonato in coro, nudi come vermi, il gran finale della solidarietà alla famiglia Bagonghi. “Non-te-ne–bum!–andaaar!”

Bei tempi quando l’Italia dava i natali a nani veri, seri professionisti del Circo, ammirati in tutto il mondo come vere glorie nazionali delle quali andare fieri.
Ricordiamone uno, il capostipite. Praticamente ogni città d’Italia rivendica il fatto di aver dato i natali a Bagonghi ma pare proprio che quello vero e originale, almeno secondo gli archivi locali, sia una gloria romagnola.

Andrea Bernabé nacque a Faenza il 27 gennaio 1850, da Paolo e Teresa Ronchi. Era un nano acondroplasico dalla testa grossa, il tronco allungato e le gambe arcuate e cortissime, secondo le cronache dell’epoca “’un metro e dieci, dal cranio ai piedi, di meravigliosa, completa ed intonata deformità umana”.
Era quello che in inglese si chiama “dwarf”, diverso dal “midget”, il nano ateleiotico di aspetto infantile, come l’Hans del film “Freaks” di Tod Browning.

A 12 anni Bernabé decide di unirsi al famoso circo Zavatta, dove gli affibbiano il soprannome Bagonghi, che da quel momento sarebbe diventato un appellativo universale per tutti i nani circensi.
La sua folgorante carriera lo portò ad esibirsi come clown, acrobata al tappeto, giocoliere e prestigiatore anche in numerosi altri circhi, da quello di Dell’Orme alla compagnia Zamparla, ovunque riscuotendo uno straordinario successo.
Scritturato anche dall’impresario francese Rancy e dall’americano William Meirebell partì per una lunga tournée che lo vide applaudito anche in Abissinia, Sudan, Marocco, Palestina e Russia. Tornò in Italia come un eroe e si esibì a Faenza con il circo De Poli nel 1888.

Purtroppo la sua straordinaria carriera ebbe termine quando si infortunò durante un salto mortale, fratturandosi una gamba.
Abbandonato il circo, Bernabé-Bagonghi fece l’interprete di lingua francese, araba, russa e spagnola per alcuni anni. Nell’ultimo periodo della sua vita girò le fiere paesane con il suo banchetto dove vendeva matite e calendari. Morì a Bologna nel 1920, all’età di settant’anni.
Una vita avventurosa e straordinaria ma purtroppo semi-sconosciuta che ho voluto ricordare questa sera per rendere omaggio ai nani seri, non a quelli della politica.

Una volta i Bagonghi facevano ridere grandi e bambini, regalavano un sogno e il gusto della meraviglia a bocca aperta. Quelli di oggi, nonostante siano convinti di divertirci, ci fanno solo piangere.


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