Stavo pensando al tradizionale Cenone di Natale, che poi a casa mia è un Pranzone, visto che la sera della vigilia si cena a base di pesce e derivati e il 25 a pranzo si va a cappelletti in brodo di cappone, pasticcio di maccheroni, panettone, torrone e vari ammazzacaffé.

Riflettevo ancora una volta sulla spaventosa quantità di sofisticazioni, adulterazioni, vere e proprie truffe compiute sui cibi, gentilmente offerte da quel mostro sanguinario che è la globalizzazione.
Mi è già capitato di scrivere qualcosa sulla mia xenofobia alimentare, cioè sul fatto che il cibo di provenienza esotica che ormai domina i supermercati francamente mi disgusta perchè lo immagino preparato in condizioni igieniche spaventose e contaminato dalle più indicibili porcherie e sostanze tossiche. Come tutti i razzismi è assurdo perchè anche dalle nostre parti, in quanto a zozzeria, non scherzano. Però, tant’è, alla vongola del Mar Nero preferisco sempre, pur aborrendola, la cozza nostra.

L’altro ieri mi hanno servito un pesciaccio insapore e vagamente gelatinoso spacciato per coda di rospo; un animalaccio che nemmeno sei chili di capperi e peperoncino erano riusciti ad insaporire. Dopo aver sapientemente fatto parlato l’oste, perchè non mi facevo persuasa che si trattasse della gloriosa Rana Pescatrice nostrana, ho saputo che era un non ben identificato pesce del Pacifico, parente dell’odioso Pangasio e nemmeno lontano collaterale della rana.
Che volete, mi dicono pesce del Pacifico e io immagino gli effetti dello Tsunami del 2004 sulla catena alimentare ittica. E’ più forte di me. Oppure penso a certi incubi cronenberghiani.

Per reazione, questo Natale sulla mia tavola ci sarà un cappone che proviene da un’azienda agricola sita a meno di una quindicina di chilometri da Faenza, animale che ho personalmente sottoposto ad autopsia e sezionamento e che se avesse potuto parlare mi avrebbe volentieri mandato affanculo in romagnolo.
Per il resto degli ingredienti del pranzo mi raccomanderò l’anima a Dio.

Negli ultimi tempi, le continue notizie su sempre nuove adulterazioni e truffe alimentari ci stanno portando a limitare se non a escludere del tutto un numero impressionante di cibi. Il menu del profitto a tutti i costi, anche a scapito della salute pubblica ci offre una serie infinita di prelibatezze.

Settore lattiero-caseario: formaggi scaduti, ammuffiti e marci riciclati nel grattugiato, sottilette dove potrebbe esserci rimasto mescolato dentro qualche topino e suoi derivati, mozzarelle teutoniche di origine innominabile, latte alla melamina oppure allungato con l’ammoniaca.

Carni ed insaccati: maiali irlandesi alla diossina, pesci pescati ai tempi delle guerre puniche, congelati, scongelati, ricongelati e rivenduti come freschi, la new entry di questi ultimissimi giorni prosciutto, scaduto da anni, putrefatto e riciclato nei discount.

Riusciamo a salvarci con i vegetali? Macchè, abbiamo fatto i conti senza i pesticidi che contaminano i seguenti prodotti: pesche, mele, peperoni dolci, sedano, nocepesca, fragole, ciliegie, lattuga (ricordate le verdure a foglia larga del dopo Chernobyl?), uva di importazione, pere, spinaci, patate.

Non ci si salva nemmeno con i cibi di lusso: caviale contraffatto e spumante camuffato da Champagne, soprattutto nel prezzo. Citiamo infine, per non far torto a nessuno, il famoso vino al metanolo e l’olio contaminato con la colza.

Se andiamo al ristorante è peggio. Quasi quasi si rischia di dover rivalutare McDonald’s e le sue patatine immortali.

Come ci si salva? Escludendo il digiuno, per ovvi motivi, non resta che sperare nell’effetto omeopatico del veleno. Chissà, magari, con tutte le tossine che mangiamo tutti i giorni l’Amanita Phalloides ormai ci fa una sega.


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