Rieccola, la cooperazione. Gli aiuti, i pacchi dono, la grande e nobile munificenza occidentale che si libera i magazzini e si purifica la coscienza dai morti provocati dalla sua inarrestabile cupidigia con un po’ di merdosa beneficenza. Quella che si fa ai bisognosi, stando ben attenti che costoro non smettano mai di esserlo, bisognosi, se no non si nota più la nostra magnanimità.

Come era bello l’altra sera il nostro ministatista, quando annunciava che tanti bambini di Gaza sarebbero stati ospitati nei nostri ospedali con grande generosità e magari, aggiungo io, con la visita con consegna di pallone e gagliardetto della squadra del Milan, Kakà in testa (tanto sensibile e di chiesa, quel ragazzo). Quanto sarebbe stato più semplice non ferire quei bambini, non renderli orfani, non ammazzarli. Lasciarli in pace.

E’ quella che Naomi Klein chiama Shock Economy, l’economia che nasce dai disastri e che è figlia del fallimento del capitalismo come sistema economico in grado di dare benessere a tutti e della sua neoplasia: l’ultraliberismo.
Di fronte alla saturazione del mercato, alla presenza di surplus, alla gente che, nei paesi ricchi, non compra più televisori perchè ne ha già tre in casa, cosa fa il sistema? Crea caos, distrugge per poi avere l’alibi di ricostruire. Di solito nel terzo mondo o comunque in casa d’altri.

Non è solo lo sfruttamento di disastri naturali, come dice Klein, ad esempio l’uragano Katrina a New Orleans e lo tsunami del sud-est asiatico, usati per imporre privatizzazioni selvagge contro l’interesse dei cittadini oppure lo shock provocato dal golpe, come nel Cile del ’73.
A questo punto perchè non utilizzare più spesso il potenziale distruttivo delle guerre, fenomenali strumenti di sviluppo economico? Si buttano giù le case per far lavorare le imprese di costruzione. Quelle case bisognerà riarredarle, quindi ci vorranno televisori, lavatrici, mobili. Se buttiamo giù anche le strade ci vorranno ulteriori infrastrutture.
Il paradosso è che se si vogliono costruire strade, ospedali eccetera da noi nel primo mondo e senza prima distruggere niente mancano gli investimenti, investimenti che invece cadono a pioggia per gli appalti sulle opere di ricostruzione dei paesi colpiti da disastri o guerre. Strozzata e depredata dalla finanza, l’economia reale va in crisi e non ha altra scelta che partecipare al banchetto sui cadaveri delle guerre provocate al fine di offrirle una possibilità di rilancio. E’ il trionfo della follia.

Le ultime guerre, è provato, sono state tutte ideate a tavolino diversi anni prima del loro inizio. Nel 1999 si parlava già di Iraq, Afghanistan, Iran e Siria. L’11 settembre, come auspicavano i teorici del Nuovo Ordine Mondiale (definizione di Bush papi risalente alla prima Guerra del Golfo), è stato l’evento catalizzatore che ha permesso, finora, di completare metà del piano. Dietro al quale vi è il controllo delle risorse, c’è chi dice le ultime, ed il controllo dei punti strategici del mondo. Il terrorismo è una patacca. Come si creano le guerre si crea anche il terrorismo. Tutto si crea e tutto si distrugge.

A Gaza, come in tutte le ultime guerre, si è messo in pratica lo schema della shock economy con l’aggravante della volontà di punizione collettiva di una popolazione che ha osato sbagliare la scelta del proprio governo, preferendo Hamas a Fatah. Shock and awe, appunto.
Per quasi un mese si sono bombardati civili, si è distrutto non i soliti ulivi ma interi palazzi, si sono danneggiate le infrastrutture, così i corvi degli investimenti internazionali e gli avvoltoi della cooperazione arriveranno a far vedere quanto sono buoni. I famosi aiuti umanitari dei quali un mondo veramente civile non dovrebbe mai avere bisogno, perchè sono l’emblema dell’ingiustizia.

A Gaza, con la tregua, sono entrati anche i giornalisti. Finalmente abbiamo saputo che i morti che ci sono stati per i bombardamenti israeliani, il fosforo bianco e le armi DIME , i tiri sull’ONU e la Croce Rossa sono colpa di Hamas. Israele nasconde il nome dei militari che hanno compiuto le azioni per paura che finiscano sotto processo in sede internazionale. Chissà perchè, se è tutta colpa di Hamas?
Ancora la storia degli scudi umani, come all’epoca di Saddam. I palestinesi sono morti perchè Hamas li ha gettati contro le bombe israeliane che arrivavano, quindi gli israeliani non hanno colpa. Come quando investi un cervo che ti si para improvvisamente davanti alla macchina.
Se si è massacrato il villaggio è perchè vi erano nascosti i partigiani. Anzi, macchè partigiani, i terroristi. Non esiste la Resistenza. Abbiamo intervistato i palestinesi e danno tutti la colpa ad Hamas.
Mi chiedo se, per scrivere queste cose, era necessario andare a Gaza.
L’ultima trovata dei volonterosi fiancheggiatori di Olmert è applicare i saldi al numero dei morti, con lo sconto. Non sono mica 1300, al massimo 500. Si, magari finirà come a Jenin dove furono solo 54. Lo sostiene l’inviato del Corriere, mica un blogger qualsiasi che a Gaza c’è dall’inizio del conflitto. Si ma lui è schierato, non vale, noi giornalisti siamo obiettivi.

Questo gioco al ribasso sui morti che insinua che non siano mai esistiti a me fa venire l’orticaria. Primo perchè è la parola dei vincitori e dei media unificati contro chi non ha mai avuto modo di parlare. E poi, chissà perchè, mi ricorda quei signori che si mettono a ragionare su quanto tempo ci mette un corpo a bruciare in un forno e quindi come è stato possibile bruciarne sei milioni in così poco tempo. Il paragone non suoni blasfemo. Com’è che si chiama, negazionismo? Non sarà clamoroso come quello ma puzza allo stesso modo.
Del resto si è sempre fatto. I turchi dicono ancora oggi che gli armeni, nel 1917, morirono per la maggior parte di indigestione, mica sterminati da loro, perchè erano terroristi e mica un milione e mezzo ma quattro gatti.


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