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La montagna ha i suoi lati positivi. Per esempio questa patata cotta nella stufa e condita con un mezz’etto di colesterolo e prezzemolo, gustata sul Monte Baranci a San Candido, in Val Pusteria. Di una bontà unica, una divinità patatesca che vale sicuramente la gita fin quasi al confine austriaco. Lì la montagna è stupenda. Pura dolomite. Le Tre Cime sono lì da qualche parte, assieme a laghi da sogno e paesaggi che alla sera si tingono di un rosa intenso. Unico nell’universo.

Dopo che hai visto quelle montagne, le altre, quelle più basse, normali e di un monotono colore verde dove, come ti volti, vedi solo mele, mele e ancora mele, sono, diciamolo, un pò tristi.
E’ in queste ultime che sto passando le mie vacanze, al confine tra due parchi naturali: Adamello e Stelvio. Bel tempo finora per fortuna ma oggi tanto ha fatto che la pisciata gli è scappata con un bel cielo imbronciato da fracassamento di maroni.

Se gli anni precedenti ho dato il mio contributo alla sciocca usanza dei vacanzieri di montagna di inerpicarsi per sentieri ripidi e sassosi, con zaini pesantissimi sulla schiena, per non farmi mancare nulla nel campo della illusione salutistico-sportiva del “moto”, quest’anno niente.
Quest’anno, complice una preoccupante stanchezza arretrata che mi fa sentire come ciucciata da una schiera di vampiri, (di quelli veri, che ti spolpano davvero, non quelli mona di Twilight), riposo assoluto. Riposo ed eventualmente qualche piatto locale. Alla faccia di diete, dietologi e dietiste. Fanculo tutti.
Riposo come deve essere una vera vacanza, altro che vacanza da vecchi, come qualcuno starà pensando. Come ad esempio un pomeriggio passato in riva ad un torrente leggendo un libro e la riscoperta del poter dormire fino alle otto del mattino.
Del resto non avrei avuto la forza di fare altro. Ma ci si può ridurre così?

L’incredibile disavventura censoria capitata a Rita Charbonnier durante la presentazione del suo libro “La strana giornata di Alexandre Dumas”, in una RAI ritornata improvvisamente EIAR, mi ha fatto ritornare in mente un avviso che vidi appeso in un vecchio bar romagnolo, sperduto in cima ad un monte. Era un cartello di epoca fascista, sopravvissuto grazie alle nostalgie del gestore e recitava in grassetto: “QUI NON SI PARLA DI POLITICA”.

Settant’anni dopo, a quanto pare, nella televisione italiana è meglio non parlare di ciò di cui si occupa principalmente il suo proprietario, ovvero una cosa calda e pelosetta.
Difficile però, visto che in TV la cosa innominabile ci viene scodellata in grande quantità dalla mattina alla sera.
Non potremmo ritornare, come ai tempi di Benito, a limitarci a non dover parlare di politica?

Sono in vacanza ma chiavettamunita, quindi non avete scampo. Fate i bravi perchè vi vedo.


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1) E’, per sua stessa ammissione, un presidente puttaniere, cioè è un cliente. Uno che considera le donne una merce da acquistare, scartare dal cellophane, dal quale strappare il cartellino con il prezzo scontato, consumare e gettare dopo l’uso nella pattumiera.

2) Non ha ancora raccontato come, dall’umile figlio di bancario di cui parla la leggenda, sia diventato da un giorno all’altro il fantastiliardario che è, più ricco di un banchiere. Siccome noi lavoratori ci mettiamo una vita per guadagnare certe cifre, chiamate TFR, la metà del cui importo va in conto all’ortopedico che ci riaggiusta la schiena che ci siamo schiantati, e siccome il Superenalotto non c’era ancora a quei tempi, la domanda su come ha fatto i soldi non è lecita, è un imperativo categorico.

3) E’ una persona volgare dentro e, quel che è peggio, non si accorge di esserlo. Anzi, è convinto di avere stile e decoro. Come quelli che riempiono la casa di mobili di Cantù finto settecento invecchiati sottoterra e nell’ingresso hanno la Grande Specchiera con il cornicione in foglia d’oro. Una casa di stile. Libero.

4) Si è fatto il lifting come una sciuretta, ha il terrore di invecchiare, indossa i tacchi alti e si trucca. Non ho niente contro i travestiti ma è lo stesso una cosa mostruosa in un uomo di Stato. Il fondotinta sulla pelle di un vecchio dall’espressione viziosa mummificata si giustifica solo sulla salma di un pimp americano sdraiato sul tavolo del tanatopratico.

5) E’ un bugiardo patologico. Quindi, per definizione, inaffidabile. Eppure gli italiani gli affidano le chiavi di casa, i figli minorenni (soprattutto le figlie) e un libretto di assegni in bianco e già firmati.

6) E’ fonte costante di vergogna nei nostri rapporti con i cittadini stranieri. La vergogna è un sentimento tra i più penosi da provare e può spingere al suicidio. Gli italiani devono aver sviluppato un qualche anticorpo contro la vergogna.

7) I suoi rapporti con Mafia e criminalità organizzata non sono mai stati chiariti fino in fondo e, nel dubbio, votare chi ha venduto l’anima al Diavolo è una follia.

8) Parla con inflessione milanese ma come un caratterista cane che interpreta ” il milanese” in un film romano.

9) E’ presidente del Milan ma è interista.

10) Impreca con “cribbio”.

11) Si atteggia a grande amatore ma la sua sessualità è dopata da quintali di pasticche blu. Il suo pisello ha già chiesto un T.S.O volontario a San Patrignano.

12) E’ amato e votato dalle casalinghe e dagli analfabeti politici di ogni colore, ovvero dalle categorie di votanti che giustificherebbero l’abolizione del suffragio universale.

13) E’ il classico cattoipocrita. Riceve la comunione nonostante sia pluri-risposato e ri-divorziato solo perchè è lui e si ritiene adatto a parlare di famiglia, valori famigliari, etica famigliare solo perchè ha impregnato più volte più donne.

14) E’ un fascista ma non escluderei che in cuor suo fosse comunista.

15) E’ assetato di potere perchè da giovane ha mangiato troppo salato.

16) Con tutte le promesse che fa, come mai non è imbarcato su un cargo liberiano?

17) Racconta barzellette anche ai funerali.

18) E’ il classico assicuratore che si fa firmare la polizza vantaggiosissima sulla vita leccandotelo per mezzora. Poi, quando vai a riscattarla perchè sei troppo vecchio e non ti coprono più, scopri che non solo non riavrai la cifra che hai versato negli anni ma gli devi pure le spese.

19) E’ massone, marpione, filone e sbruffone.

20) E’ l’Uomo della Provvigione.

I papiminkia si stanno catafottendo in massa a difendere il loro idolo di plastica, il loro vitello di silviorplate da adorare invece del vecchio ed inflazionato Dyo. Qui, ad esempio.
Lasciate pure i vostri commenti piccati e risentiti. Partecipano tutti al concorso sul più bel commento papiminkia gné gné dell’estate. Anche se, devo ammetterlo, trovare un commento originale che non sia il solito: “più-lo-insultate-più-voti-prende-la-vostra-è-tutta-invidia-abbiamo-vinto-noi-e-voi-avete-perso-gne-gne” non sarà facile.


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Il terrorismo globale non svolazza più con aeroplani sui grattacieli minacciando sfracelli e controlled demolitions ma si insinua più comodamente nelle nostre case utilizzando il portale di quella Grande Cloaca alimentata a propaganda che è diventata la televisione.
Che le notizie sulla Pandemia influenzale siano una di queste belle psyops create ad arte per spaventare i consumatori e spingerli ad acquistare il Nuovo Grande Prodotto, ovvero il vaccino miracoloso contro la Pandemia, non vi sono dubbi. Lo dice il modo schizofrenico con cui se ne parla: un uso sapiente del bastone e della carota.
Un giorno titolone a tutta pagina e quello seguente, trafiletto in cronaca. Oggi apertura del TG a tutto strillo, domani servizietto dell’esperta in marchette farmaceutiche con intervista al medico che sdrammatizza. “Il virus non muta”, “il virus non è pericoloso”. E allora, dico io, perchè cazzo dovremmo correre tutti a vaccinarci?

I motivi di questa campagna vergognosamente terroristica sono plurimi. Il più basso e infimo di grado in assoluto possiamo chiamarlo “al lavoratore non è permesso ammalarsi e mettersi in malattia” e nasce dal fatto che chi si ammala si assenta dal lavoro e tocca pagargli lo stesso le giornate. Una cosa che al capitale sta proprio qui, sul gargarozzo, come un rospo che non va né su né giù. Addirittura, il loro idolo Brunetta, dall’alto della sua efficienza, aveva pensato di punire i malati di cancro che rimangono a casa in occasione della chemio. Cosa volete che sia un pò di vomito. Su, su, a lavorare, pelandroni!
Figuriamoci se milioni di impiegati, operai e stipendiati misti dovessero restare a casa una settimana in inverno per un pò di febbre e costipazione. Chi lo manda avanti il “Sistema Paese”?

Così Big Pharma, il braccio armato di siringa del potere si inventa il bisinissi del vaccino antinfluenzale, una delle più colossali stronzate di tutti i tempi. Che, da una parte, masturba il padrone promettendogli manovalanza immune da ogni male come un esercito di termiti e dall’altra promette a sé stessa miliardi di dollari di guadagni.

Dice: “Ma i vaccini sono utili, hanno debellato le malattie più terribili”. Eh, passò quel tempo, Jenner!
Le malattie di cui si parla: poliomielite, difterite, scarlattina, vaiolo ed affini, sono scomparse solo in parte grazie ai vaccini. Senza dimenticare che le malattie spariscono anche per un processo evolutivo naturale, (chiedetelo a Yersinia Pestis), il vaccino del vaiolo, ad esempio, fu abolito, nell’ormai lontano 1977, perchè si era dimostrato più dannoso del vaiolo stesso.

Le vaccinazioni sono un fatto relativamente recente. Nel mondo circolano ancora milioni di persone che non sono state mai vaccinate e potrebbero essere contagiate, eppure certe malattie sono scomparse ugualmente.
Ancora un esempio: le persone immuni alla poliomielite sono coloro che non hanno più di cinquant’anni. Sono quelli circa della mia età, che furono sottoposti alle vaccinazioni nei primi anni sessanta, la prima volta con il vaccino Salk (alcune partite del quale erano contaminate con virus di scimmia, simili a quello che è poi diventato famoso e famigerato come HIV), e la seconda, dal 1964 in poi, con il vaccino Sabin, preparato con virus non accoppato come nel Salk, ma vivo (anche se attenuato). Se ne deduce che le persone oltre i cinquant’anni non siano coperte dalla vaccinazione antipolio. Eppure la polio non è più ricomparsa a colpire le persone non coperte dall’immunizzazione.

Per quanto riguarda le altre malattie attualmente trattate con vaccinazione preventiva: epatite B, meningite, morbillo, rosolia ecc., si tratta di vaccini che comportano una certa percentuale di rischio “effetti collaterali”. E ciò vale anche per i vaccini antinfluenzali, comunemente ritenuti innocui come caramelline Zigulì, tanto da essere somministrati alla carlona anche alla nonnina già con il passaporto pronto per l’aldilà.
Non si parla di effettucci così, di un pò di rossore cutaneo e di febbre, si parla di seri danni neurologici.
In un post precedente ho raccontato cosa accadde negli Stati Uniti nel 1976 in occasione di una campagna di vaccinazione antinfluenzale di massa condotta in fretta e senza valutarne le conseguenze: un’epidemia di casi di sindrome di Guillain-Barré, una sindrome neurologica altamente invalidante.

A parte la “Spagnola”, che uccise milioni di persone per una concatenazione di sfortunate circostanze, l’ultima grande pandemia influenzale è stata quella del 1968-69. Tutte le statistiche epidemiologiche suggeriscono che l’influenza è una malattia in calo. E’ però quella che si presta maggiormente a fungere da spauracchio per operazioni di marketing “virale” (è proprio il caso di dirlo) su scala globale.
Proprio il terrore inconscio che ispira il vaghissimo ricordo di un morbo che spazzò via milioni di persone nel 1918 permette oggi di terrorizzare le masse con minacce di altrettante micidiali sciagure in arrivo.
Eppure, chi appartiene alla classe d’età che sopravvisse la Spagnola o che contrasse le influenze del 57-58 e del 68-69, non ha mai più avuto l’influenza da allora. Tosse, raffreddore, si, ma influenza vera no.
Perchè anche l’influenza, come tutte le malattie virali, una volta contratta, ci rende immuni ad un secondo contagio. Loro, i venditori di fialette, sono pronti a dire che il virus muta, ma è una sciocchezza. Un virus muta si ma entro certi limiti e le caratteristiche base sono quelle che vengono riconosciute dall’immunità natuale, che è in grado di debellare anche le varianti del prototipo.

Il sistema più efficace di crearsi un’immunità contro la malattia provocata da qualunque tipo di antigene è di ammalarsi della malattia stessa.
Anche i sassi sanno che chi ha avuto il morbillo non lo avrà una seconda volta.
Se la medicina si concentrasse nella ricerca su come potenziare, riparare ed ottimizzare il sistema immunitario avrebbe la chiave per sconfiggere tutte le malattie, compreso il cancro.
Tutti noi conosciamo persone che non si ammalano mai, che hanno contatti intimi con portatori di malattie sessualmente trasmissibili ma non ne vengono contagiati, che superano infezioni con appena due-tre giorni di malessere, che sconfiggono il cancro e ne guariscono ripetutamente.
Queste persone non sono superuomini o superdonne, sono individui dal sistema immunitario perfetto.
Andrebbero studiati dalla mattina alla sera, impegnando mezzi, ricercatori e denaro e invece Big Pharma preferisce insistere sulla strada del vaccino per ogni cosa. Tradotto in bigpharmese significa: milioni di dosi=milioni di dollari.

Big Pharma non fa guarire la gente, non ha interesse a che il cancro sparisca (sparirebbero anche i chemioterapici) vuole solo appioppargli dei farmaci ed altri prodotti costosi o costosissimi e possibilmente inutili, così le malattie continueranno a colpirci e loro a guadagnare. Se poi gli intruglietti sono anche dannosi, chi se ne frega. Si può sempre dare la colpa a qualche virus concomitante che ti ha provocato la diarrea emorragica.
Non scandalizzatevi di questo assalto frontale alla medicina tradizionale ed all’industria farmaceutica. Qualcuno mi spieghi perchè ogni giorno sconfiggiamo il cancro in situ semplicemente con un buon uso delle cellule K e non si potrebbe trovare il modo di far funzionare le cellule K evidentemente difettose dei malati di cancro senza ammazzarle con i chemioterapici.

La cosa più triste, come vediamo dal battage pubblicitario atto a vendere ai governi milioni di dosi di un vaccino dagli effetti collaterali sconosciuti perchè non ci sarà il tempo di scoprirli e catalogarli, è che la salute pubblica diventa un dettaglio di fronte alla prospettiva di guadagno.
E’ vero che la Sanità ha un costo e per questo si giustificano le vaccinazioni di massa ma la Malattia è soprattutto business e la contraddizione si gioca sulla nostra pelle.
Big Pharma si comporta come una Wanna Marchi imbonitrice di acqua fresca e l’informazione è il suo Do Nascimiento.


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Un’opposizione sempre più da voltastomaco. Inetta, latitante e connivente con il regime e per questo ben più odiosa della maggioranza che ha il disonore di governarci. Una schiera di reggisacco che hanno tutti paura di irritare il padrone del vapore. Stanno lì con la lingua fuori e facendo “arf, arf” in attesa che il padrone gli lanci benevolo un osso e quando lo hanno ottenuto gli scodinzolano attorno senza ritegno. Senza timore, alzando la coda, di mostrare il buco del culo.

Gli lasciano fare tutto, al padrone. Occupare i media fino all’inverosimile, con dei TG che fanno sembrare democratici quelli sovietici nell’era di Breznev. Dati in mano alle favorite ed ai cocchieri, con l’obbligo di tacere, censurare e rendere inesistenti le porcate, i lesboshow, le leccate di passera e l’adulterio aggravato e continuato di chi parla di “valori famigliari”.
Se siamo informati dai minzolini è colpa di questa opposizione di merda che aspira solo ad infilarsi anche lei nel lettone.
Non hanno mai nulla da dire di veramente serio anche se il segretario ogni tanto abbaia un po’, si spettina il ciuffo e mostra le gengive sdentate.

Chi tra di loro dovrebbe solo tacere per come ha ridotto il maggiore partito di opposizione e dedicarsi alle parole crociate invece di fare politica non trova di meglio che farsi venire le nostalgie e mettere a confronto due leader del passato: Craxi e Berlinguer. Un pregiudicato ed un uomo onesto. Veltroni chi sceglie? Craxi.
Come quelle donne che si innamorano sempre dei mascalzoni, che vuoi farci, gli fanno sesso.

Mentre rivalutano con la lacrimuccia sul viso il Dottor Frankencraxi che inventò il mostro Berlusconi (ma annatevene affanculo!), nel rapporto con la creatura mettono in pratica il detto cinese: “Se proprio non puoi evitare di essere violentata sdraiati e cerca almeno di trarne piacere.”

L’altro giorno alla commemorazione della strage di mafia nella quale morì Paolo Borsellino, a Palermo, non c’era un cane, della autorità, se non i comprimari che di solito si mandano a presenziare gli eventi di serie B. Una vergogna che è anche segno di coda di paglia. Una caporetto di fronte alla strafottenza della mafia senza nemmeno una parola di scusa o la scusa della paura.

E che dire del presidente della repubblica? Così inglese che non si scompone mai. Un inglese napolitano. E’ contento di firmare ma gli dispiace. Gli dispiace di firmare ma è contento. Berlusconi ringrazia e di fatto non ci sono problemi con il Quirinale. Sorrisi, moine e giri di minuetto. Siamo proprio in una botte di ferro, with the friend of the jaguar.

Come rimpiango Pertini e le sue sfuriate ma soprattutto il suo essere veramente coerente con la sua provenienza politica. La cosa è paradossale ma rimpiango perfino un democristiano pudibondo e bacchettone come Scalfaro che, quando ce ne fu bisogno, di fronte alla strafottenza della creatura avida di potere, il “non – ci – sto” bello scandito e fiero, ebbe il coraggio di dirlo.


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Cosa volete farci, io adoro la questione della Moon Hoax, ovvero l’idea che non siamo mai stati sulla Luna ma sono quarant’anni che ci prendono per il culo, facendocelo credere.

La trovo un’idea molto più interessante ed eversiva del pensare che, per la modica cifra di qualche miliardata di dollari, due astronauti qualunque abbiano calpestato il suolo lunare con i loro piedoni calzati nei Moon Boots.
Che volgarità! Due coglioni che saltellano su una cosa misteriosa e sacra come la Luna.
Un meraviglioso ammasso di pietre e polvere che da lassù ci ha ispirato, e scusate se è poco, il più bel disco dei Pink Floyd e forse di tutti i tempi e perfino il pezzettino di Debussy che io suonavo con tanta passione da ragazzina e non sapevo sarebbe diventato un giorno un acido scioglibudella per le avvampirate twilighters bimbominkia. Per non parlare dell’altro Chiaro di Luna, quello di Ludovico Van, un furtarello con scasso di un divino ai danni dell’altro divino W. Amadeus che ne aveva utilizzato il tema per primo in un passaggio notturno del “Don Giovanni”.

Non può davvero essere stato possibile che tanta misticanza sia stata sprecata in una cosa banale come un ragnetto di metallo e stagnola che si posa senza fare neanche un po’ di polverone e dal quale vengono giù i due coglioni famosi che avranno sicuramente lasciato lassù, oltre alla bandiera americana che sventola nonostante l’assenza di vento, qualche sacchetto di monnezza e la loro pupù. E cosa avrebbero portato indietro dopo un tale viaggio? Dei sassi. Siamo andati bene che dentro un sassolino non fosse nascosto il Gran Bigatto, quello capace di sterminare l’Umanità.

No, non ci credo. Hanno fatto tutto in studio, senza magari scomodare Stanley Kubrick, ma qualche regista di sitcom. Provate ad aggiungere alle immagini storiche del “grande-passo-per-l’umanità-eccetera” le risate preregistrate, il risultato è sconvolgente.
A parte gli scherzi e prima che i soliti che si ingoiano tutto perchè il cospirazionismo è male si scandalizzino di questa ventata di iconoclastia.
Non vi sono dubbi che alcune delle foto più famose dell’evento siano state ritoccate o costruite di sana pianta. Ce n’è una famosa con la bandiera americana che non proietta alcuna ombra. Lo dice perfino Attivissimo che è stata ritoccata. Poi, per non smentirsi dice che una foto taroccata non significa nulla. Magari è stata solo colpa del dover agire in fretta. Del resto che alla NASA siano degli sbadatoni lo dimostra il fatto che si fossero perduti i nastri della missione Apollo 11. No, dico, proprio quelli della più grande impresa dell’umanità!

Intendiamoci, potrebbe anche essere andata cosi: vanno veramente sulla Luna, scendono e tutto e poi si accorgono di aver lasciato il rullino a casa. Oppure, i duecento gradi della giornata lunare sciolgono la pellicola come neve al sole nonostante le garanzie della Hasselblad.
Che fare? No foto, no party. Se non facciamo vedere le foto non ci crede nessuno. Quindi costruiscono un bel set in un capannone da qualche parte nel Nevada e quando gli astronauti tornano, organizzano una bella sessione fotografica rifacendo tutte le foto che lassù non si sono potute fare. Dimenticando qualche ombra qua e là ma pazienza. Photoshop era ancora di là da venire.

Quelli che sostengono l’ipotesi più hard dicono che gli astronauti non sono nemmeno usciti sul pianerottolo di casa. Quelli della NASA hanno mandato su un razzone di quelli rimasti a Von Braun il nazi per fare scena ma poi tutto il resto l’hanno costruito in studio. Ecco spiegato il Lem non impolverato, la bandiera che sventola, gli astronauti vivi nonostante i 200 gradi e le radiazioni da sballo.
Si ma, dicono gli ingenui, come si fa a mantenere un segreto del genere per anni e da parte di tante persone? Risposta: i testimoni tengono famiglia, sia a Scampìa che a Houston.
E per quale motivo l’avrebbero fatto?, si risentono sempre più piccati i credenti ad ogni costo.
Per questioni politiche e propagandistiche. C’est tres facile.

Nella corsa allo Spazio, fino ad allora i russi erano arrivati primi (non temete, c’è anche chi mette in dubbio la scampagnata di Gagarin). Avevano mandato su una donna, una cagna (una dopo l’altra) e fatto secchi una mezza dozzina di astronauti cotti alla brace appena fuori dall’atmosfera, protetti dal silenzio assoluto del regime. E noi, si sono detti gli americani, chi siamo, i figli della serva?
Quello sventato di JFK si era lasciato sfuggire una data: “entro il 1969 andremo sulla Luna”. M’hai detto cotica! Gliel’avevano fatta pagare a Dallas ma ormai il danno era fatto, dovevano mantenere la promessa. Non erano mica le casette antisismiche pronte prima a settembre, anzi ad ottobre e poi per davvero a novembre. L’Impero non può mica mancare un’occasione di primato mondiale.

Così, nonostante dei computer da far ridere i polli, qualche razzo e botto a muro rimasto ai tedeschi e le tute amorevolmente cucite (a mano!!) da simpatiche vecchiette, gli americani non solo vanno nello spazio ma scendono pure sulla Luna. Ecchecca’.

Tempo fa un giornalista ha chiesto a Buzz Aldrin (quello che oggi fa il fico ma per anni si è detto fosse tornato giù dalla Luna decisamente fuori di melone) di giurare sulla Bibbia di essere stato veramente lassù. Come risposta ha avuto un pugno sul naso. Mi pare una reazione molto significativa. Armstrong, dal canto suo, da allora avrà detto si e no due parole.
Vediamo, due uomini fortunati scendono sul satellite più bello dell’universo e per il resto della loro vita languono nella depressione e si chiudono nel mutismo.
Mah, io avrei rotto le palle ogni sera nel bar. “Oh, sapete, quando sono andato sulla Luna mi ricordo che….”
“E basta Buzz, lo sappiamo che sei andato sulla Luna, che palle!”
L’unico che avrebbe dovuto veramente essere triste era Collins, quello che rimase sull’altro pezzo dell’Apollo e si perse il meglio dell’impresa. Invece sono tristi gli altri. Mah, forse è l’effetto lunare. Andare sulla Luna e tornare lunatici.

Quindi voi credete pure nella bella favola dell’uomo che andò sulla Luna e non ci tornò più perchè ci aveva mangiato male e il conto era troppo salato.
Io preferisco tenere aperte tutte le porte. Anche quella che ci abbiano veramente preso per il culo. In fondo non sarebbe stata né la prima né l’ultima volta. E penso che, fino a prova contraria, l’unico che abbia davvero camminato sulla Luna sia stato Michael Jackson.


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Eh, che volete. Io non sono un polso normale. Sono il polso del Santo Padre, quindi in un certo senso sono un Santo Polso. Si, sono proprio quello della foto, così rigido nel saluto nazi. Una ragazzata. Eravamo giovani entrambi, io ed il principale.
Sono un Santo Polso con tutti i vantaggi del caso, eppure mi sono rotto.
Rotto nel vero senso della parola. Il mio principale è un Sant’Uomo e per fortuna non corro certi rischi come altri VIPpolsi, è stata una banalissima scivolata.

Ah, Benedetto uomo, le scarpe firmate possono fare brutti scherzi, con quelle tenere suole in vero cuoio. Ed io ci sono andato di mezzo. Glielo dicevo che erano meglio delle rudi e teutoniche Birkenstock con quella bella suola gommata e non starei qui a soffrire.
Comunque è andata bene, lo dicevo prima al mio amico femore. “Eh, se ti rompevi tu, a quell’età, sai, potevano essere guai seri”. “Già, tanto sapevo che ti saresti fatto avanti tu”, mi ha risposto quel paraculo.

Mi hanno trattato con tutte le cure, non posso lamentarmi. Mica come un polso qualsiasi di un cristiano o musulmano o cingalese qualsiasi al Pronto Soccorso.
Se capita ad un tizio qualunque, senza importanza, di rompersi uno dei fratelli, di solito il medico di guardia è uno più stronzo di Dr. House: “Le fa male? Su, non è nulla, non vorrà mica la morfina per una stupidaggine del genere? Su, su, stia fermo che tra un attimo abbiamo finito. Si è già rotto il polso, non rompa anche i nostri coglioni.”
Ti bendano in quattro e quattr’otto, dopo averti fatto aspettare quattro ore in piedi, senza nemmeno metterti a posto la frattura, anzi, chi ti fa il gesso te lo fissa proprio alla cavolo di cane, guardando dall’altra parte mentre intorta l’infermiera, così quando guarirai terrai per ricordo un bel polso storto, picassiano. ‘Na sciccheria.

Noi invece, ah, tutta un’altra cosa. Per un uomo di polso come il mio ospite ci vuole un polso perfettamente funzionante. Si, per quella cosa del piano ma non crediate che il Benedetto uomo faccia chissà che sull’avorio bicolore. Suoniamo roba tranquilla alla Bach, mica dobbiamo eseguire le ottave del finale del Rach3.
Mi hanno operato. Si, proprio perchè ero io. Dice che mi ero tutto scomposto e mi hanno riparato. Il chirurgo era tutto sudato al pensiero di lasciarmi una scheggetta fuori posto, così addio clienti in arrivo in massa dalla Curia. E il gesso che mi hanno messo dopo mica è uno così, è in vetroresina, me coj…. Si sto un pò stretto ma devo avere pazienza. Ho avuto anch’io il mio quarto d’ora di celebrità.

Ho guardato il TG1 l’altra sera mentre Benedetto stava in poltrona. Parlavano di me. Erano tutti preoccupati, sembrava una tragedia.
“Ehi, ragazzi, è solo un polso!” mi è scappato.
Parlavano di sofferenza, di anestesia. Così mi è venuto un pensiero cattivo. Tempo fa ho visto un film, c’era il principale del mio principale che veniva frustato ma proprio di brutto, a sangue, una cosa che ho dovuto farmi coprire dagli occhi per non vedere. Ecco, durante la mia lunga carriera di polso di prete ho sentito anche robe tipo che Cristo ha accolto su di sé la sofferenza del Mondo, che è morto per noi sulla croce con i chiodi e tante altre cose.
Così ho pensato: se il principale doveva farsi operare, ma dato che lui è il vicario di Cristo e deve associarsi a lui nella sofferenza, non dovevano negargli l’anestesia ma fargli vedere, come antidolorifico, “La Passione di Cristo” di Mel Gibson?


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Una precisazione, qui non si discute delle qualità vocali di Madonna. Se è stata in grado di cantare le canzoni di notevole difficoltà, con picchi da pista nera di “Evita”, significa che proprio così cagna non è. Anzi, la trovo meglio di tante cosiddette cantanti ben più considerate vocalmente. Tanto per essere chiari, dovendo per forza ascoltare per un pomeriggio intero e senza sosta merenda i suoi dischi o quelli di Laura Pausini, non avrei dubbi nella scelta. Anche perchè al secondo brano della Menopausini (non è mia) dovrebbero già immobilizzarmi alla Hannibal Lecter, con tanto di museruola.

Madonna, quindi, non sarà Celine Dion né Antonella Ruggiero ma ci ha regalato anche molte belle canzoni da canticchiare mentre affetti le melanzane per la ratatouille.
Vogue“, ad esempio, con tanto di video sciccosissimo, che per me ha segnato un epoca; “Into the groove”, “Like a Virgin” e “Hollywood“, dove spingeva al massimo il suo proverbiale trasformismo: la mora, la rossa, la bionda, che secondo me nemmeno il ciglione finto con il piercing di Christina Aguilera gli faceva una pippa al microfono.

Ecco, quello che mi piace(va) da morire di Madonna è che era come una Barbie (altrettanto piccola e stronza) vivente che potevi vestire e svestire, alla quale cambiare le parrucche, i trucchi, le scarpe. Maronna che goduria. In più, schiacciavi il pulsante dietro la schiena e ti cantava le canzoncine porche e spalancava le gambette.

Ora invece, mein Gott, perchè insiste ormai da diverse stagioni con questo look da rana di Galvani con le coscine tutte tirate dalla corrente, con gli stivaloni a metà tra il Gatto con i suddetti e Raffaella Carrà, il corpo plastinato e soprattutto l’orrenda capigliatura biondoboccoluta da angelo mummificato che più passa il tempo più va verso un pericoloso effetto lavoro di Alfredo Salafia. Nel complesso una versione en travesti di Otzi, l’Uomo di Similaun.
Ma non lo sa che le vecchie (si, diciamolo, tanto a cinquant’anni per il 99% dei maschi si è vecchie), con i capelli lunghi e il boccolo da bambina inglese ottocento sono ridicole? Il capello vecchio perde di elasticità, ricade pesantemente sulle spalle e fa risaltare la gorgia botulinizzata come un evidenziatore Stabilo Boss. Meglio un clamoroso corto full metal jacket che rischiare la vecchia bambola Furga che ha perso il cerchietto di cellophane che gli teneva a posto la chioma.

Essere muscolose va bene ma quando guardi le braccine di Madonna pensi: “Quale sarà la sua dieta? Mezza lucertola con una foglia di insalata a pranzo e cena e la domenica, giusto per far festa, una carota intera?”
Ragazze, vi chiamo così tanto siamo tutte sulla stessa barca, noi around the 60’s, tutti questi riferimenti necrofili non vi allarmino. Non avete idea, rappezzandovi e riempiendovi di cerone in un look finto giovane da Lolita fuori tempo massimo quanto assomigliate a delle morte. Peccato che se non è più immobile ma cammina, la morta diventa morta vivente e non è più la stessa cosa.

E che dire dell’ormai alzheimeriano atteggiarsi a sexeversiva lesbochic? I giornali hanno scritto “Madonna nel tour bacia la ballerina”. E capirai! Dopo che Asia Argento ha slinguazzato un rottweiler cosa vuoi che sia? La vera notizia sarebbe stata “Clamoroso: Madonna non ha baciato una donna sul palco. Che stia perdendo la memoria?”
Madonna è ancora convinta, dopo trent’anni, che non si è veramente glamourosissime e divine se non si pratica l’omosessualità a targhe alterne: oggi con una donna, domani con un uomo, oddìo me sto a confonde, oggi che giorno è, che mi tocca? Si decida, senza atteggiarsi a camionista platinata con la sorpresa nelle mutande e 27 motivi per conoscerla. E se è finto e con le pile non importa, l’importante è avercelo.

Insomma, che volete. Sarò cattiva ed impietosa nel proporre il confronto con la ciccia fresca, ma io Madonna preferisco ricordarmela così.


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Recensione numero due, come promesso. Se avete perso questa visione decidete voi se avete veramente perso qualcosa.


“Lasciami entrare” di Tomas Alfredson

Gabellato dalle guide DVD come uno dei capolavori della scorsa stagione cinematografica ed in procinto di essere remakkato dagli americani, questo film potrebbe fregiarsi dell’approvazione dell’Associazione Psicoanalisti Freudiani. Per me è stato come un ripasso degli anni dell’università, come sfogliare il bignamino prima dell’esame di psicologia dinamica.
Oltre alla sciorinatura del campionario dei più comuni disturbi di personalità adolescenziali con tratto psicotico annesso e descrizione della – dinamica – sessuale – del – perverso – polimorfo, non manca nulla, nemmeno un certo fastidioso moralismo velato da omofobia, sorprendente nella patria della liberazione sessuale.

Si parte con un ragazzino molto solo (ma va!?) con madre assente e padre latitante si ma probabilmente gay, lo capisci dal lungo silenzio che dice tutto nella scena tra padre, figlio e un misterioso ospite del primo, della serie “lui chi è, come mai l’hai portato con te”.
Cosa succede ad avere un genitore diverzo? (Vai con il moralismo) , si perde qualche rotella per strada. Si sogna di accoltellare il compagnuccio della parrocchietta ed all’uopo ci si allena su innocenti tronchi d’albero. Cosucce.
Ci si inventa non l’amico immaginario, che sarebbe banale, non si fa parlare il dito indice con la voce roca davanti allo specchio come il bambino luccicante di Shining, ma si fa venire ad abitare a pari pianerottolo una vampirella dai tratti somatici transilvanici, anzi decisamente Rom e dalla sessualità ambigua.
Il ragazzino Oskar si è ridotto così perchè, oltre alla madre assente (e gli è andata bene che non è nato autistico ed anoressico) ed al padre gaio, è perseguitato dal solito Franti cattivo e stronzo, un bulletto (anch’esso brunocrinito mentre Oskar è talmente ariano d’aspetto da sembrare una creatura del progetto nazista del Lebensborn), con sottomessi al seguito sempre pronti a fare i drughetti molto carasciò.

Una notte Oskar si ferma a parlare con una ragazzina sstraana che gli risolve in due mosse il cubo di Rubik. E’ amore a prima vista, come succede sempre quando incontri una ragazza intelligente ma Oskar nota uno strano odore provenire dall’amichetta. Per forza, è una vampira. Non sforzatevi, alla fine del film rimarrete con l’atroce dubbio su quale odore abbiano i vampiri.
Forse non si lavano, come Robert Pattinson, o puzzano di morto o di non morto, che forse è pure peggio perchè se uniamo il puzzo del vivo che non si lava a quello del morto che poi non è morto, non so cosa sia peggio. Insomma, non sono certo rose e garofani.

Dopo aver comunicato con la vicina vampirella a base di toc toc sul muro comunicante, una cosa a metà tra l’Abate Faria e Fuga da Alcatraz, che esprime molto bene l’alienazione a livello carcerario degli adolescenti nella periferia svedese, Oskar ed Eli, la succhiasangue, stringono un’amicizia sempre più intima. Oskar è cotto come una pera ma Eli lo avverte: “Sei sicuro che sia una femmina?”
Occazzo, la malattia del babbo sarà mica contagiosa? Eli ha infatti un’inquietante sutura a livello pubico, che sbirciamo per un nanosecondo anche noi assieme ad un perplesso Oskar. Insomma c’è anche il discorso sull’ambiguità – e – la pulsione – omosessuale – come – tappa – fondamentale – nel – processo – di – sviluppo – dell’identità – adolescenziale. Ed anche, se vogliamo, una bella spruzzatina di angoscia – di – castrazione – del – maschio – che – per – la – prima – volta – vede – la – fessurina – percepita – come – ferita.

Nel film c’è anche tutto l’armamentario classico e parecchio scontato, anzi proprio a prezzi da “svuoto tutto” dei film di vampiri. La sete irrefrenabile di sangue del vampiro ma la sua ammirevole forza di volontà nel risparmiare le giugulari dell’amato, pur sempre a portata di canino; la donna che viene vampirizzata e finisce flambé come una crepe suzette per colpa di un raggio di sole nel letto d’ospedale dove è ricoverata per una strana malattia (per la serie i medici non azzeccano una diagnosi, chiamate Dr. House!) ed infine un misterioso tizio che va in giro di notte a recidere carotidi di sconosciuti portandosi dietro la valigetta con il kit del dissanguatore come fosse una cosa normalissima.
Non c’è il letto-bara perchè la vampira femminiella dorme nella vasca da bagno però anch’essa si arrampica sui muri tipo geco come Gary Oldman nel film di Coppola. Trasuda sangue come la madonnina di Civitavecchia e gira solo di notte, ma ha i superpoteri da vampirla come quelli dei vampiri della Meyer, infatti il film finisce con una bella macelleria svedese e cattivone fatto a tocchetti.

A parte le banalità di genere, quest’operina al sangue come una costata di chianina è interessante anche come spaccato (bello,”spaccato”, vero?), della società svedese. Nessuna meraviglia che il paese nordeuropeo sia al primo posto nella classifica dei suicidi. Con un tempo simile: freddo, neve, vampiri. Una depressione da tagliarsi le vene per il lungo.
Inoltre scopriamo con orrore che gli svedesi, in casa, non hanno i mobili dell’IKEA e nemmeno le librerie svedesi. Nessun Clippan, Bromstä, Luppala, Pïppönen ma roba normalissima chiamata sedia, letto, tavolo, divano.

Già avevamo avuto il sospetto, con anni di Pippi Calzelunghe, che i piccoli svedesi avessero non solo la scimmia sulle spalle ma fossero proprio fuori come citofoni. Ora ne abbiamo la certezza. Qui le Pippi sono schizofrenicamente sdoppiate, una maschio l’altra femmina (ma siamo sicuri del sesso di entrambi?) e si amano autisticamente.
Io la butto lì. L’autore di “Lasciami entrare” è rimasto sicuramente traumatizzato da piccolo dal cavallo a pois del personaggio di Astrid Lindgren.

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“Lasciami entrare” di Tomas Alfredson

Gabellato dalle guide DVD come uno dei capolavori della scorsa stagione cinematografica ed in procinto di essere remakkato dagli americani, questo film potrebbe fregiarsi dell’approvazione dell’Associazione Psicoanalisti Freudiani. Per me è stato come un ripasso degli anni dell’università, come sfogliare il bignamino prima dell’esame di psicologia dinamica.
Oltre alla sciorinatura del campionario dei più comuni disturbi di personalità adolescenziali con tratto psicotico annesso e descrizione della – dinamica – sessuale – del – perverso – polimorfo, non manca nulla, nemmeno un certo fastidioso moralismo velato da omofobia, sorprendente nella patria della liberazione sessuale.

Si parte con un ragazzino molto solo (ma va!?) con madre assente e padre latitante si ma probabilmente gay, lo capisci dal lungo silenzio che dice tutto nella scena tra padre, figlio e un misterioso ospite del primo, della serie “lui chi è, come mai l’hai portato con te”.
Cosa succede ad avere un genitore diverzo? (Vai con il moralismo) , si perde qualche rotella per strada. Si sogna di accoltellare il compagnuccio della parrocchietta ed all’uopo ci si allena su innocenti tronchi d’albero. Cosucce.
Ci si inventa non l’amico immaginario, che sarebbe banale, non si fa parlare il dito indice con la voce roca davanti allo specchio come il bambino luccicante di Shining, ma si fa venire ad abitare a pari pianerottolo una vampirella dai tratti somatici transilvanici, anzi decisamente Rom e dalla sessualità ambigua.
Il ragazzino Oskar si è ridotto così perchè, oltre alla madre assente (e gli è andata bene che non è nato autistico ed anoressico) ed al padre gaio, è perseguitato dal solito Franti cattivo e stronzo, un bulletto (anch’esso brunocrinito mentre Oskar è talmente ariano d’aspetto da sembrare una creatura del progetto nazista del Lebensborn), con sottomessi al seguito sempre pronti a fare i drughetti molto carasciò.

Una notte Oskar si ferma a parlare con una ragazzina sstraana che gli risolve in due mosse il cubo di Rubik. E’ amore a prima vista, come succede sempre quando incontri una ragazza intelligente ma Oskar nota uno strano odore provenire dall’amichetta. Per forza, è una vampira. Non sforzatevi, alla fine del film rimarrete con l’atroce dubbio su quale odore abbiano i vampiri.
Forse non si lavano, come Robert Pattinson, o puzzano di morto o di non morto, che forse è pure peggio perchè se uniamo il puzzo del vivo che non si lava a quello del morto che poi non è morto, non so cosa sia peggio. Insomma, non sono certo rose e garofani.

Dopo aver comunicato con la vicina vampirella a base di toc toc sul muro comunicante, una cosa a metà tra l’Abate Faria e Fuga da Alcatraz, che esprime molto bene l’alienazione a livello carcerario degli adolescenti nella periferia svedese, Oskar ed Eli, la succhiasangue, stringono un’amicizia sempre più intima. Oskar è cotto come una pera ma Eli lo avverte: “Sei sicuro che sia una femmina?”
Occazzo, la malattia del babbo sarà mica contagiosa? Eli ha infatti un’inquietante sutura a livello pubico, che sbirciamo per un nanosecondo anche noi assieme ad un perplesso Oskar. Insomma c’è anche il discorso sull’ambiguità – e – la pulsione – omosessuale – come – tappa – fondamentale – nel – processo – di – sviluppo – dell’identità – adolescenziale. Ed anche, se vogliamo, una bella spruzzatina di angoscia – di – castrazione – del – maschio – che – per – la – prima – volta – vede – la – fessurina – percepita – come – ferita.

Nel film c’è anche tutto l’armamentario classico e parecchio scontato, anzi proprio a prezzi da “svuoto tutto” dei film di vampiri. La sete irrefrenabile di sangue del vampiro ma la sua ammirevole forza di volontà nel risparmiare le giugulari dell’amato, pur sempre a portata di canino; la donna che viene vampirizzata e finisce flambé come una crepe suzette per colpa di un raggio di sole nel letto d’ospedale dove è ricoverata per una strana malattia (per la serie i medici non azzeccano una diagnosi, chiamate Dr. House!) ed infine un misterioso tizio che va in giro di notte a recidere carotidi di sconosciuti portandosi dietro la valigetta con il kit del dissanguatore come fosse una cosa normalissima.
Non c’è il letto-bara perchè la vampira femminiella dorme nella vasca da bagno però anch’essa si arrampica sui muri tipo geco come Gary Oldman nel film di Coppola. Trasuda sangue come la madonnina di Civitavecchia e gira solo di notte, ma ha i superpoteri da vampirla come quelli dei vampiri della Meyer, infatti il film finisce con una bella macelleria svedese e cattivone fatto a tocchetti.

A parte le banalità di genere, quest’operina al sangue come una costata di chianina è interessante anche come spaccato (bello,”spaccato”, vero?), della società svedese. Nessuna meraviglia che il paese nordeuropeo sia al primo posto nella classifica dei suicidi. Con un tempo simile: freddo, neve, vampiri. Una depressione da tagliarsi le vene per il lungo.
Inoltre scopriamo con orrore che gli svedesi, in casa, non hanno i mobili dell’IKEA e nemmeno le librerie svedesi. Nessun Clippan, Bromstä, Luppala, Pïppönen ma roba normalissima chiamata sedia, letto, tavolo, divano.

Già avevamo avuto il sospetto, con anni di Pippi Calzelunghe, che i piccoli svedesi avessero non solo la scimmia sulle spalle ma fossero proprio fuori come citofoni. Ora ne abbiamo la certezza. Qui le Pippi sono schizofrenicamente sdoppiate, una maschio l’altra femmina (ma siamo sicuri del sesso di entrambi?) e si amano autisticamente.
Io la butto lì. L’autore di “Lasciami entrare” è rimasto sicuramente traumatizzato da piccolo dal cavallo a pois del personaggio di Astrid Lindgren.

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