Da qualche anno il mio ritorno dalle ferie in montagna coincide con la fatidica sosta-visita all’IKEA di Casalecchio di Reno.
La tappa intermedia è comoda perchè: 1) interrompi il lungo viaggio che fino a quel momento è durato oltre tre ore; 2) arrivi giusto giusto per l’ora del pranzo e non puoi farti mancare le polpette svedesi (sto scherzando, quest’anno ho preso il riso all’orientale e il cuscus, tié! Ottimi, per la verità); 3) eviti l’innesto sulla A14 delle ore dodici che è sempre da incubo e quando riparti, nel pomeriggio, non c’è più nessuno da innestare.

Ho già parlato delle cose che più mi infastidiscono dell’IKEA: i bambini subito strappati ai genitori all’ingresso e parcheggiati tra le palle, per evitarle di trovarceli tra le nostre nel reparto cucina e tra i tavolini Lack. La vera e propria camera a gas per fumatori installata nella sala da pranzo.
Gli atroci cartelli nel self-service dove si inneggia alla riduzione della forza lavoro. I peluche che ormai hanno riprodotto ogni possibile creatura vivente, comprese le più disgustose, tranne forse la piattola e il pidocchio.
A proposito. Ho visto che quest’anno erano disponibili altri due tipi di zoccola fognaria: oltre a quella grigia che già troneggia vicino alla tastiera del mio PC, perchè è tanto caruccia, ve ne erano altre due: bianca e nera.
Per la bianca, passi. Ricorda il simpatico ratto da laboratorio, ma quello nero? Mein gott, quello è proprio il ratto nero della peste! Non è una crudeltà riproporre a degli europei il simulacro di un vecchio sterminatore continentale? Il mio moto di repulsione è stato qualcosa di atavico. Rattus rattus, assieme a Xenopsylla Cheopis e a Yersinia Pestis, ci hanno quasi azzerati e voi, insulsi svedesi nazisti ci fate su il pupazzetto?
Incredibile, come cercare di vendere la bambola di Adolf in un mall di Tel Aviv.

A parte i peluche e l’ossessione del contenimento dei prezzi, quello che veramente ti stressa dell’IKEA è l’obbligo di farti tutto da solo, dal cercare il famigerato pacco piatto ma enorme e di massimo ingombro nell’immenso deposito, al carico sull’automezzo fino al montaggio finale, di solito condito da colorite bestemmie se il montatore non è un ikeano esperto cintura nera.

Quest’anno, con il fai-da-te si è toccato il fondo, penso.
Siamo alle casse e una gentile ma inflessibile kapò ci viene incontro apostrofandoci: “Voi pagate con bancomat e carta di credito? Venite con me”.
Chissà com’è una “faccia da Visa”? Detto ciò Ilse mi mette in mano una pistola leggi-codice-a-barre, tocca due o tre tasti su uno schermo e mi invita a passare gli oggetti riposti nel carrello per una versione emozionante dell’ anche tu cassiera per un giorno.
L’operazione è durata il doppio di una sosta tradizionale alle casse ma non importa. Ilse era tutta contenta perchè, se l’esperimento riesce, il prossimo anno riusciranno a licenziare anche tutte le cassiere e forse un giorno l’IKEA sarà completamente deumanizzato. Evvai!

L’unico dubbio che rimane circa questa specie di umiliazione pubblica del consumatore, questa dimostrazione hardcore di quante cianfrusaglie inutili siamo capaci di mettere dentro un carrello in due ore, riguarda la necessaria specchiata onestà di chi si passa i codici a barre da solo, affinchè il meccanismo non si traduca in una caporetto economica per l’azienda.
E’ pur sempre vero il detto “l’occasione fa l’uomo ladro”. E se questo pelapatate o questa confezione di sali per i piedi passassero in fanteria, come si dice, non venissero battuti?
Ilse la belva ha diversi clienti da addestrare all’autoscontrino. Mica possono assumere dieci kapò dopo aver licenziato venti inservienti. Magari se rubiamo l’utilissimo affettamela manco se ne accorge.
E non è che, per converso, magari ci sbagliamo e battiamo un articolo due volte?
Dopo aver bippato tutti gli acquisti e strusciato la carta di credito due o tre volte, assieme alla misteriosa IKEA Family Card che ti chiedono sempre, quasi fosse un lasciapassare esoterico anche se ordini un bicchiere d’acqua, ti chiedi quale sarà la prossima frontiera del fai-da-te. Magari proprio questa simpatica ghigliottina stile rustico da montare in cortile, con istruzioni incluse per l’autodecapitazione.

Mentre giocavo alla “cassiera per forza” pensavo: “Questi prima o poi entrano nel settore funerario e ti inventano il funerale fai-da-te con slogan tipo:
“Incassati da solo il morto e risparmierai il costo del beccamorto. E’ facile e divertente”.
“Noi ti diamo la pala e un metro. Vedrai che scavare una fossa 210 x80 può essere un gioco per tutta la famiglia. Con la tua collaborazione, contribuisci a gettare sul lastrico la famiglia del becchino”.
“Se non hai una station wagon a passo lungo per trasportare la salma ti noleggiamo il carro funebre a €1.50 all’ora.”

Una fantasia birichina e alquanto macabra ma poi ho scoperto, con un paio di colpi di mouse, che non era affatto un’idea nuova ma era già stata pensata da un certo Joe Scanlan che ha realizzato una bara utilizzando pezzi della libreria Billy dell’IKEA, con tanto di istruzioni di montaggio.

Chissà perchè all’uscita ti chiedono con questionari e cartelli vari se sei rimasto soddisfatto del servizio. Quale servizio? Per poco mi mettevano il mocio in mano e, a pulire i cessi!


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