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I due giornali di proprietà del presdelcons, “Libero” e “il Giornale”, hanno lanciato una campagna per boicottare il pagamento del cosiddetto canone RAI. Non certo per strangolare Raitre e gli ultimi avamposti della sinistra in TV, visto che il provvidenziale Bonaiuti ha detto stasera al TG1 che non esiste censura, che nessuno vuole zittire nessuno, che “basta accendere la TV per sentire una decina di campane diverse” (forse lui parla della TV svizzera). Non sicuramente per azzerare Santoro, la Gabanelli, la Dandini e Fazio.
Allora, se Bonaiuti non dice le bugie come Pinocchio, perchè i giornaletti di cui sopra dicono, e qui si fa veramente fatica a restare seri, che bisogna boicottare la RAI perchè Santoro è fazioso e perchè ci sono tutti quei brutti programmi contro il presdelcons?
Mi scuso con i lettori ma devo proprio citare Vittorio Feltri, mettete a letto i bambini:

Per quale arcano motivo devo passare del denaro agli imbonitori della sinistra che insultano coloro i quali non la pensano come loro, li diffamano e li descrivono quali nemici della democrazia? Già l’idea in sé di un abbonamento imposto ai telespettatori è assurda in un mercato basato sulla concorrenza; se poi quell’abbonamento non è legato a una scelta – come è il caso di Premium o di Sky – bensì alla sola proprietà di un televisore, non ci sto. Non ci sto perché ci sono programmi che non voglio vedere né giustificarne la messa in onda contribuendo a finanziarli.”

Lo so che il relativismo è una cosa brütta-brütta che fa tanto soffrire il santo padre, ma vorrei dire ai boicottatori a pelo folto che lavorano per il re di Arcore-Prussia, che il discorso si potrebbe facilmente rovesciare. Io non pagherei più il canone perchè non sopporto il TG1 e considero Minzolini, Vespa e relative compagnie di giro dei faziosi e mi scoccia assai dover pagare i cento euri per loro, guarda un po’!

Caro (visto lo stipendio) Feltri, l’arcano motivo di cui parla si chiama democrazia. Io, per esempio, non sopporto Italia1, Retequattro e Canale5.
Ebbene, mi basta evitare accuratamente di guardarli, punto. Non mi fa piacere che milioni di italiani si spappolino i neuroni guardando ore e ore di pubblicità inframmezzata da culi-tette-culi-tette-tette-culi-maria de filippi, ma la democrazia impone che non si possa impedire ai suddetti di farlo.
Però, perlamatrioska, se io non chiedo la chiusura di “Lucignolo” per manifesta indegnità, perchè si dovrebbero chiudere i programmi di Santoro, Fazio, Gabanelli, Dandini ecc.?
Perchè sono contro il governo? Ma dove siamo, nel paese dei figli di Putin?
Per dirla tutta, non guardo nemmeno quei programmi perchè Santoro lo trovo noioso, Fazio paraculo (amo solo la Littizzetto), la Dandini mi sta sui maroni per la voce e perchè se la tira da intellettuale, e di tutti salvo solo la Gabanelli perchè è l’unica che fa le inchieste come “60Minutes”.

Caro (nel senso di costoso) Feltri, la sua richiesta di rimozione del canone RAI è più pelosa di un visone di Fendi.
Innanzitutto lei gioca sull’equivoco perchè i cento euro che paghiamo all’anno non sono l’abbonamento alla RAI, come i 50 e rotti al mese per Sky, ma appunto quell’ottocentesca gabella che tassa il possesso dell’apparecchio televisivo e che, sono d’accordo con lei, non si è mai vista nemmeno nell’ultima delle Repubbliche Sovietiche. Se io acquisto un televisore perchè poi dovrei pagarne l’utilizzo? Allora perchè non succede lo stesso con il frigorifero?
Detto che è un’iniqua gabella che paghiamo anche, paradossalmente, per tenere acceso il televisore su “Studio Aperto”, visto che è una tassa sul possesso dell’apparecchio, che c’entra questo con il fatto che non si deve più pagare per non dare soldi alla sinistra ed ai suoi imbonitori, come li definisce? Ribadisco, non si dovrebbe dover pagare nemmeno per Vespa, Minzolini e la Claretta Petruni, allora.
Non le piace un programma e non le basta girare canale o spegnere, come faccio io quando vedo la Parodi e le pentole di Mastrota. No, lei vuole proprio eliminare il programma ed il conduttore. Impedirgli di lavorare e guadagnarsi da vivere. Complimenti per il liberalismo.

Vogliamo dire la verità? I soldi che arrivano alla RAI dal canone sono solo una parte dei suoi introiti, visto che l’evasione dello stesso è una piaga secolare. Per il resto c’è la pubblicità. Togliendo il canone, la RAI ne avrebbe un grave danno economico, dovrebbe ridurre le spese, fare programmi più scadenti e la pubblicità, di conseguenza, si sposterebbe sulle reti Mediaset, ovvero sulle televisioni di proprietà del suo datore di lavoro, caro (ovvero oneroso) Feltri.
Il quale, già padrone del digitale terrestre grazie ad un provvedimento ad hoc che ha rifilato i decoder del fratellino nelle case degli italiani praticamente a gratis ma sui quali già ci vuole la tessera a pagamento, si appresterebbe forse a diventare l’unico padrone della TV (a parte l’avamposto degli uomini perduti La7 e la Sky di Murdoch).

Gli italiani beoti abboccano al trappolone dell’ingiusta gabella e accorrono al richiamo dell’evasione della tassa. Quale dolce musica per gente che già considera un furto il bollo auto e quando trova la multa sul parabrezza la getta nel cestino dei rifiuti. E’ questo l’italiano modello che piace ai giornali infeltriti ed ai loro padroni.
Non sanno gli italioti che il futuro della TV generalista è segnato e che un domani sarà tutto a pagamento, anche Beautiful e il Grande Fratello.

Vi siete chiesti perchè la tv a gratis fa così schifo? Perchè è più dannosa dell’ecstasy per i cervellini che la guardano?
Perchè lo scopo è rendere appetibile il sistema a pagamento. Ma, ecco il colpo di scena, visto che anche sul DT e sul satellitare ormai c’è più pubblicità che sulla tv a gratis, si andrà a finire che, un domani, gli italiani ormai assuefatti alla loro dose giornaliera di stronzate inframmezzate da pubblicità, dovranno pagare per averla. Non più allo Stato ma ad un privato, il loro amato Berlusconi, diventato pusher unico di ecstasy televisiva tagliata male.

Un giornale serio avrebbe chiesto non di eliminare il pluralismo dalla RAI, ma di eliminarne la lottizzazione politica, come da tempo si auspica.
Perchè non si chiede di eliminare la pubblicità dalla RAI e farla diventare veramente un servizio pubblico come la BBC, dove la gestione dell’azienda è fatta non da dirigenti guastatori provenienti dalla concorrenza ma da professionisti dello spettacolo e basta?
In Spagna hanno tolto la pubblicità dalle reti pubbliche e gli ascolti sono aumentati. Lo ha fatto anche Sarkozy in Francia. La gente apprezza una televisione meno mercificata e più informativa. Sembra impossibile ma disintossicarsi dal film interrotto ogni dieci minuti da dieci minuti di pubblicità si può. Ci si potrebbe e anche disintossicare dall’ossessione della par condicio, dal dibattito con obbligo di Mavalà e Gasparri, dalla scemenza che “un servizio pubblico non può parlare male del governo”.

Il problema è che forse una televisione più seria, veramente depoliticizzata ma in grado di offrire le più varie opinioni confidando solo nella maturità dello spettatore nel giudicarle, senza tette e culi gratuiti e insopportabile pubblicità, danneggerebbe gli interessi in conflitto del presidente del consiglio?

Un anno fa su questo blog: “Voglio la testa del CEO”
Berlusconi è uno che sale sul palchetto, nel 2009, a vent’anni dal crollo del muro di Berlino e del Comunismo e sbraita contro i comunisti, cioè contro qualcosa che non esiste più ed è morto e sepolto da vent’anni.
L’età, certo. I vecchi si fissano facilmente e tendono a ricordare più le cose del passato di quelle presenti.
Invece di sorridere e prendere la battuta “vi ho salvato dal comunismo” come appunto una battuta, come la solita sbroccata del vecchio fascistone anticomunista certificato ISO, i papiminkia pensano dica la verità, ci credono. Ossia entrano nel delirio di uno che, se vogliamo essere magnanimi, fa girare il disco rotto delle sue ossessioni e, se vogliamo essere cattivi, sulla storiella dei comunisti ci marcia da appunto vent’anni, per fare quattrini e soddisfare la sete di potere, unicamente grazie al contributo della congenita ignoranza storico-politica degli italiani.

Ieri leggevo questo versetto whatif papiminkia, postato su un social network:

“Berlusconi non sarà un santo ma il paese gli deve molto. La sua ascesa in politica ci ha salvato da un ventennio “rosso” che sarebbe stato inevitabile vista la scomparsa della DC e la debolezza dell’allora partito di Fini. Grazie Berlusconi.

Ribadiamolo. Il comunismo muore ufficialmente nel 1989. Vent’anni fa giusti giusti. Papi entrò in politica nel 1994, in un periodo di transizione tra il crollo della Prima Repubblica dove lui c’entrava con entrambe le scarpe, come amico pelosamente opportunista di Craxi il socialista, il quale favorì la sua ascesa indisturbata nell’Olimpo dell’imprenditoria televisiva e gli confezionò su misura la Legge Mammì, la madre di tutti i conflitti di interessi.
Il crollo di Craxi metteva in pericolo il privilegio acquisito da Berlusconi in società. Così Berlusconi, in un momento storico dove le bombe della strategia della tensione ricominciavano a scoppiare, questa volta per mano mafiosa, una Mafia che stava cercando disperatamente nuovi referenti politici per ampliare i suoi interessi economici, deve inventarsi qualcosa per restare a galla.
Riesuma quindi il pericolo del comunismo ufficialmente MORTO da cinque anni e, mettendo le mani nel fascistume vecchio e nuovo più becero e populista e ravanando nei liquami maleodoranti della vecchia politica, crea il miracolo italiano di un partito nuovo che puzza di vecchio. Anzi di cadavere. Grazie ai lustrini, alla profusione di figa mediatica, alle tette gonfiate a 2.8 delle ragazze del Drive In, gli italiani non hanno modo di accorgersi che lui li sta spaventando agitando un cadavere e non ne sentono nemmeno il fetore.

Sono vent’anni che Berlusconi gira le fiere di paese mostrando il cadavere del comunismo mummificato ad una platea che crede che il fantoccio sia ancora vivo e vegeto e in grado di nuocere. Ci sarebbe da studiare il fenomeno a fondo perchè qui non si tratta più di politica e di pura ignoranza ma di prestidigitazione, di illusionismo, di ipnosi collettiva.

Non importa se perfino gli ultimi brandelli di sinistra si sono autodistrutti come le astronavi nei film di fantascienza e non esistono più nemmeno come tracce albuminiche in Parlamento. Sono spariti perchè era inevitabile, essendo il Comunismo MORTO da vent’anni ed essendo la Sinistra congenitamente autolesionista e affetta da tendenze suicide. Bastava sedersi sulla riva del fiume e aspettare.
Per i papiminkioni invece è merito di Berlusconi. Si sa, se Silvio avesse parlato cinque minuti con Pilato, Gesù Cristo si sarebbe salvato e avrebbe aperto un circolo di Forza Nazareth. Il Berlusconismo è una perversione del pensiero what if (cosa sarebbe successo se).
“Ci ha salvati dal comunismo”. Proprio lui, uno che, se fosse venuto veramente il comunismo, per i suoi interessi avrebbe imparato a memoria il libretto rosso di Mao, avrebbe chiamato il figlio Yuri ed avrebbe rinominato il Milan “Stella Rossa Milano”.

“Vi porto i saluti di un signore, di un signore abbronzato. Barack Obama. Non ci crederete ma è vero”. E vi posso dire che hanno preso il sole in due, perché anche la moglie è abbronzata”.
(Italian Joker, settembre 2009)

Se gli piacciono abbronzate, le ministre dovranno adeguarsi.

Fotoritocco creato con Face of the Future.

Un anno fa su questo blog: “Fascio-à-porter”.

“Marco Biagi? Fatevi dire da Maroni se era una figura centrale: era un rompicoglioni che voleva il rinnovo del contratto di consulenza.” (Claudio Scajola, 2002)
Nel giorno in cui la MadonnaSilvio è improvvisamente apparsa al Papa in aeroporto, riuscendo a molestarlo per ben due minuti interi quasi in Paolini mode, “Ehi, Santità? Santitaaaaà, senta, ehi, iuhuuu!”, praticamente placcandolo al check-in, Minzolini è riuscito a far diventare questo patetico tentativo di farsi riaccreditare presso la Santa Sede dopo l’Escortgate, come un grande momento nella grande giornata del nostro grande pornoduce. Così si parlerà di lui e non del Papa che parte per un viaggio pastorale a Praga. Che menti, che strateghi, che creativi!
Si sa, quello non è più un telegiornale, è un Telegiornale Duce con tanto di aquilotto ma è come Silvio e i suoi volonterosi scherani vorrebbero che fosse l’informazione in Italia: un unico inno alla grandezza del piccoletto.

Così, quando sento il direttore generale della RAI dire questa enormità che andrebbe scolpita sulla lapide posta sulla tomba della pluralità di informazione: “

“Occorre una riflessione sul servizio pubblico, che deve essere plurale. Ma nella mia carriera che mi ha portato a girare molti paesi del mondo non ho mai visto programmi anti-politici. Non ho mai visto all’estero reti di servizio pubblico che facciano programmi apoditticamente contro”.

mi tocca ribadire che non possiamo fare a meno di Santoro, nonostante faccia trasmissioni francamente pallose ed abbia perso lo smalto di “Samarcanda”.
Non esiste proprio che qualcuno debba decidere cosa io posso o non posso guardare.
Non vi piace “Annozero”, vi sta sul culo Travaglio, strangolereste Santoro con una calza di seta? E allora? Guardatevi Chuck Norris, leggetevi un manga, gettatevi da una rupe ma non rompete con la storia del Servizio Pubblico. Anche un telegiornale come il TG1 non dovrebbe comparire sul Servizio Pubblico perchè è insopportabilmente e odiosamente fazioso in senso ceauseschiano. Io non guardo “Annozero” perchè non mi va di sorbirmi i dibattiti con obbligo di Facci, Belpietro e Ghedini, ma se una sera putacaso mi andasse di guardarne una puntata, per i cento euro che verso a Masi ogni anno, esigo di vederlo. Anzi, dirò di più. Esigo di vederlo senza la presenza degli insopportabili parcondicisti che, mentre si tenta di fare un ragionamento, urlano “Mavalà, mavalà, mavalà, mavalà!” coprendosi le orecchie.

Parlando di programmi antipolitici (un eufemismo che significa antiBerlusconi, perchè se fossero antiDiPietro sarebbero benedetti e vincerebbero i telegatti), non so quali paesi abbia visitato Masi ma negli Stati Uniti, ad esempio, ci sono due conduttori di talk show, Jay Leno e David Letterman, che persino durante la guerra in Iraq hanno continuato a dirne da forca e da galera su G. W. Bush.
Gli sembrerà strano ma sono ancora lì a collezionare ascolti da paura, ed il fatto che ci sia Obama alla Casa Bianca non impedisce loro di continuare a fare satira sul potere.
Ah, ovviamente, nonostante gli dessero del cretino praticamente ogni sera, con il pubblico che si sganasciava dalle risate, Bush non si è mai sognato di accusarli di fare un uso criminoso della televisione perchè di lì a poco avrebbe visto arrivare l’ambulanza e gli infermieri a portarlo via.
Quando Clinton fu messo alla gogna per il caso Lewinsky nessuno si sognò di pretendere di oscurare pudicamente l’inchiesta e di definirlo gossip. I vestitini blu con le macchie di DNA presidenziale finirono su tutti i media e il presidente rischiò la cadrega.
Se Masi si riferisce alla Russia di Putin invece, mi sento quasi di dargli ragione. Là i giornalisti scomodi e che fanno domande vengono addirittura liquidati fisicamente.

Gli zelanti che se la fanno addosso dal terrore di dispiacere al duce si occupano ormai in pianta stabile del lavoro sporco di additare e condannare chi osa dare del nano al nano.
Ormai lui infatti gli editti bulgari non si scomoda più ad emanarli. Ci sono gli appositi araldi e le sue numerose badanti, per questo.
Il nano-ministro-curie Scajola, quello del rompicoglioni a Marco Biagi, non sopporta che cinque milioni di telespettatori abbiano finalmente conosciuto la signora D’Addario, della quale i telegiornali avevano accuratamente nascosto l’esistenza finora, mentre chi frequenta Internet ne conosce anche la taglia di reggiseno.
Così vuole un’inchiesta non su ciò che ha rivelato la escort ma su chi ha osato intervistarla.

L’unica cosa che dovrebbe interessare gli italiani è se questa signora dice la verità o mente (ed in questo caso perchè) e se dietro al conclamato frullo di passere a pagamento nelle residenze del premier non vi fosse dell’altro. Droga, per esempio, visto che i pappa indagati sono anche indagati per spaccio.
La magistratura indaga ma la stampa ha il diritto di informare il popolo di ciò che accade nelle stanze del potere. Comprese quelle ovali e da letto.

A proposito di migliori leader degli ultimi 150 anni. Riuscite ad immaginare un Alcide De Gasperi che non riesce a distogliere lo sguardo modello “ellapeppa!!” dalla passerina della moglie del Presidente degli Stati Uniti d’America?
Da autotrivellarsi dalla vergogna fino a scoprire un nuovo giacimento di petrolio.

Signo’, San Genna’, Gesù, Giuseppe, Sant’Anna e Maria, facitece ‘a grazia!


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Un anno fa su questo blog: “Ed ora le punizioni corporali”.

“Se abbattete i monumenti, risparmiate i piedistalli. Potranno sempre servire”. (Stanisław Jerzy Lec)

“Povero Silvio!!!” (Antonio Cornacchione)

Si parla di potere pericolante con rischio di crollo imminente, di topi che iniziano già ad abbandonare la nave. Avviandosi verso la scialuppa di salvataggio, il topone Guzzantamus predice addirittura, nella sua ultima centuria, la fine del pornoduce entro la fine dell’anno.

Di falle nel Titaninvest se ne sono aperte molte e pare che ogni giorno che passa se ne aggiungano delle nuove. Resta solo da assegnare la parte dell’Iceberg.
L’incognita sul Lodo Alfano, con la Consulta che potrebbe (in un paese normale dovrebbe) dichiararlo incostituzionale il prossimo 6 ottobre; le nuove inchieste giudiziarie che indagano sull’appropriazione indebita di diritti televisivi, ingiusti profitti ed espatrio di capitali nei paradisi fiscali come le Bahamas, con i rinvii a giudizio già pronti e il sospetto che il socio occulto di Frank Agrama, l’intermediario degli intrallazzi, fosse proprio Berlusconi.
Poi, l’insofferenza se non la palese inimicizia che va raccogliendo dei paesi stranieri e soprattutto l’irritazione imperiale per i petting con Putin, nel lettone e fuori e la mania di impicciarsi di cose delicate come gli equilibri energetici.
Il Vaticano, infine, non ce la fa più a reggere il sacco ad uno che ha fatto strame dei concetti di sobrietà e pudicizia.
Gli stessi alleati sono insofferenti, insomma c’è un’aria da ultimo bunker.

Non solo gli uccelli del malaugurio sostengono che Berlusconi è un dead man walking, un morto che cammina. Non solo per l’aspetto che diventa ogni giorno più inquietante ed obitoriale a causa del progressivo smottamento dei vari lifting. Chi l’ha visto da vicino dice che è impressionante. Un mascherone saponificato dove un chirurgo pazzo ha riassemblato post-mortem gli occhi di Mao, il sorriso di Stregatto, i capelli di Zed e le orecchie di Mister Spock.
Quando parla sembra faccia fatica a trovare le parole ed hai l’impressione che lui stesso si affidi al generatore automatico di proclami di Berlusconi. Il recente flop del monologo a “Porta a porta” ha confermato che perfino come seduttore televisivo è alla frutta.

Questo nonostante i volonterosi Petruni e Minzolini compiano sforzi sovrumani per farlo apparire ogni sera al TG1 un duce di livello mondiale (siamo ormai alla falsificazione totale ) e un governante che pensa al bene del paese invece di fare i condoni fiscali su misura sapendo che tra un po’ gli arriverà la tranvata dei diritti televisivi.

Detto questo, e proprio riflettendo sui suoi pretoriani e pretoriane, sui suoi numerosi fedelissimi e milioni di fans mi è venuta da pensare una cosa alquanto perfida.
La domanda che mi pongo è: ma se dovesse veramente cadere, scomparire, andare in esilio, passare a miglior vita durante il riposo del guerriero o qualunque altra opzione, quanti berlusconiani rimarrebbero in Italia?

Io scommetto quello che volete che, prima che il gallo canti, nessuno avrà mai votato Berlusconi (già adesso non ne trovate uno che lo ammetta apertamente in pubblico). Non è questione di rinnegarlo. Nessuno lo avrà mai conosciuto. “Berlusconi chi?”
Le sue protette ed i suoi leccaculi correranno a fare gli sciacqui per paura che con il tampone il RIS trovi loro ancora addosso il suo DNA. I giornalisti che ora gli fanno da drughi faranno a gara per finirlo a calci e sputi. Forse Bossi ricomincerà a dire che in fondo era un mafioso milanese e, dopo che i suoi eredi si saranno annichiliti a vicenda per quella sporca dozzina di milioni di miliardi, tra qualche anno nessuno più parlerà di lui se non con fastidio e cercando di cambiare discorso prima possibile.
Non è implausibile. E’ sempre successo, con duci, ducioni e ducetti.


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Un anno fa su questo blog: “Agnosticismo democratico”.

Capita a volte di vedere un film e di domandarsi: “Come diavolo ho fatto a perdermelo fino ad oggi?” A cui segue la logica risposta: “Ma certo, non è mai passato in televisione in prime time. Lo hanno sempre censurato, era un film scandalo. Al suo posto hanno dato 87 volte “Pretty Woman”.
E’ raro anche guardare un film ed innamorarsi perdutamente, fotogramma dopo fotogramma, dell’interprete, impegnato in una di quelle straordinarie performances che si avverano una sola volta nella carriera di un attore. Penso all’Alex di Malcolm McDowell in “Arancia Meccanica”, al Nikolai di Viggo Mortensen ne “La promessa dell’assassino” ed alla prostituta Liz di Theresa Russell in questo Whore – puttana di Ken Russell.

Il film è del 1991 ma l’ho scoperto solo sabato pomeriggio grazie ad un DVD. Ho citato “Pretty Woman” non a caso. Il geniale regista inglese (recuperate lo straordinario “I Diavoli”, se potete), lo girò proprio come risposta alla smielata falsità di un mondo dove fai la puttana e il peggiore cliente che ti tocca è Richard Gere. Un mondo dove incontri il cliente azzurro che ti sposa e ti fa pure diventare una signora dalla carta di credito illimitata.

Quella che seguiamo in “Whore” invece, narrata in prima persona dalla protagonista, è la passione cristologica di una prostituta da strada, la cronaca di un’esistenza segnata dal sacrificio che, per un puro miracolo e grazie ad un atto di amicizia, non diviene estremo.
Un film dove gli uomini in quanto clienti sono ovviamente raccontati come sono nella realtà. Alcuni buoni altri cattivi. E’ tutto sommato commovente il vecchietto masochista che si fa raggiungere persino all’ospizio dal frustino di Liz. Assolutamente detestabile nella sua sadica crudeltà il pappone, interpretato da un attore dalla faccia appositamente odiosa.
Sia quando sono cattivi, sia quando sono tutto sommato solo vittime delle proprie perversioni, gli uomini non escono bene da questo ritratto di prostituta con clienti ma soprattutto quando scatenano una violenza cieca, disumana su una donna che non è più una donna ma un oggetto, un qualcosa da umiliare, picchiare, violentare, accoltellare. Sempre e comunque un qualcosa da disprezzare. La cosa peggiore della prostituzione è proprio quella: il disprezzo che ti arriva da parte di chi invece dovrebbe solo venerarti come una divinità dispensatrice di grazia.

Ciò che vediamo è reale. La vita della prostituta Liz è una vita di merda. Sposata con un gran pezzo di figo che però, troppo ubriaco, gli vomita nell’insalata preparata con amore. Un manesco che la costringe a fuggire di casa con un figlio che sarà costretta ad abbandonare. Non c’è sentimentalismo alla Matarazzo, alla “figli della colpa”. Casomai quel rispetto verso la santità femminile che anche Lars Von Trier è capace di raccontare attraverso le sue tragiche femmine martiri.

Liz racconta, sempre in prima persona e guardando dritta in camera, come è finita sul marciapiede, quando ha accettato di fare sesso perchè quell’uomo le aveva offerto trenta dollari, più di quello che stava guadagnando al mese facendo la cameriera. Ecco, non è tanto la difficoltà di concepire il sesso come qualcosa di ludico ma più banalmente lo sfruttamento e le paghe da fame che ti traviano, nella nostra società.
Liz racconta dello stupro di gruppo subìto a tradimento, caricata su un furgone e poi rigettata sulla strada come un cane torturato e morente, per poi essere soccorsa da un uomo buono, capace di offrirle il suo aiuto senza chiedere nulla in cambio.
Nel suo rievocare “quanti me ne sono presi” ci ricorda qualcosa che sospettavamo, che i clienti sono convinti di riuscire a farti sempre godere ma in realtà tu non provi più niente. “Una volta mi piaceva il sesso”, dice Liz.

La parte più agghiacciante del film è il racconto, anch’esso in prima persona, del pappone, della sua visione “imprenditoriale” del gestire il suo parco di ragazze. “Io mando avanti l’azienda” dice, restando serio. La scena del ristorante è quasi intollerabile per sadismo e raggiunge il surreale quando lui fa suonare la marcia nuziale per festeggiare “il primo anno che ti proteggo”.

Ken Russell però, nonostante la torturi per un’ora e mezza, sta dalla parte di Theresa Russell e le regala un finale liberatorio e incredibilmente lieto, con un futuro forse finalmente di libertà.

E’ ammirevole che un film come questo, di spietato realismo e sincero come una labbrata data di manrovescio, che fa l’autopsia alla prostituzione low cost – quella che gli utilizzatori finali e le loro pompadour vorrebbero nascondere per far credere che al mondo esistano solo le “ragazze immagine (che-per-carità-non-sono-mica-una-escort)”, un film che si schiera apertamente dalla parte delle donne, sia stato diretto da un uomo.
Oltretutto Ken Russell che non ci stressa neppure con la faccenda del sesso ludico che ci libererebbe dalla piaga della prostituzione. Cosa volete di più?

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Un anno fa su questo blog: “Pilota, ti voglio parlare.”

Non abbiamo dato sufficiente spazio alla notizia più triste e clamorosa della settimana, riassunta nell’incipit dell’articolo del “Giornale” sulle dimissioni di Flavio Briatore dalla Renault. Però prima tenetevi le pance e accavallate le gambe se soffrite di incontinenza urinaria. Vado? Ok.

“Un futuro padre, disoccupato.”

Basterebbe questo per il Pulitzer ma il pezzo continua con un peana sullo “squalo per bene”, una specie di ossimoro vivente che si sacrifica per il bene del mondo della Formula 1, divenuto per altro ultimamente uno degli ambientini più loschi che si conoscano. Peggio dei peggiori bar di Caracas.
Non sono solo i piloti che si pigliano a sportellate e borsettate, c’è lo spionaggio industriale, le combine, le rivalità tra galletti nel pollaio, e addirittura, pare, il finto incidente di cui tutti sapevano, denunciato dai Piquet, padre e figlio, nel quale c’entrerebbe appunto Briatore.

L’articolessa in difesa di quest’altro eroe dei nostri tempi, del padre di famiglia gettato sul lastrico (non guardate i giudici, stavolta pare non c’entrino) parla come al solito, quando si tratta di ricchi caduti in disgrazia e come causa di quest’ultima, di invidia da parte dei nemici.
Mai che questi amanti dell’azzardo e del gioco sul filo del rasoio restino vittime dei loro comportamenti. No, è sempre colpa degli altri.

Si tranquillizzi, caro articolesso in ansia per la sorte del puerpero minacciato da una vita di stenti: Briatore di soldi ne ha a strafottere. Si troverà presto un altro impiego, nonostante l’età.
Male che vada gli restano i Billionaire. Magari qualche cinese che gli compera il ristorante in contanti lo trova.


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E così dovremmo continuare a morire per gli interessi della Unocal e del suo burattino-presidente-supermodel, eletto con i brogli (si parla di almeno 1.500.000 voti dubbi) e talmente arrogante da dichiarare che gli osservatori europei dovrebbero farsi i cazzi propri invece di denunciare irregolarità nello scutinio dei voti, in quelle che in teoria avrebbero dovuto essere elezioni democratiche. Bellino lui, con il berrettino di astrakhan e il paltoncino d’alta sartoria.
Dovremmo continuare a morire per difendere uno strapuntino in balconata gentilmente concessoci dal Potere Petrolifero Mondiale nel paese dove la guerra sarebbe arrivata comunque, anche senza 11 settembre, perchè era già deciso da ben prima il 2001 che là si dovessero riaprire i due rubinetti principali dello sfruttamento del popolo afghano per il bene delle multinazionali, petrolio ed oppio, chiusi a tradimento dai poco malleabili talebani, vere e proprie bisce che si rivoltarono ai loro antichi ciarlatani.

La storia vera della guerra in Afghanistan è nota per chi la vuole conoscere. La democrazia non c’entra nulla, non siamo là a portare la democrazia ma a compiere una missione affidataci dai nostri superiori imperiali.
E’ una guerra di merda fatta per conquistare posizioni strategiche nello scacchiere della competizione energetica e noi facciamo le comparse, sperando di ottenere le briciole, con il rischio di morte, però.
Perchè, anche se i media ce la raccontano come una scampagnata dei soliti italiani brava ggente che vogliono tanto bene ai bambini colorati, là c’è la guerra. Si spara, si imbottiscono le auto di C4 e ci si va a far saltare addosso agli italiani che, dal loro punto di vista, non sono altro che invasori.
I militari che sono là lo sanno ma qui si fa finta di nulla, sperando che non capiti mai ciò che è capitato oggi: sei giovani uomini morti, dilaniati dall’esplosivo.
Si vive alla giornata, confidando nel solito culo italiano che ci protegge sempre. Invece no. La guerra non guarda in faccia nessuno e oggi contiamo anche noi i nostri morti.

Si è detto: ma allora che dovremmo dire delle popolazioni bombardate delle quali non frega niente a nessuno e i cui morti nessuno più conta. Giustissimo. Il problema non sono i civili e i soldati, entrambi vittime della porca guerra, il problema è la rappresentazione fasulla e fraudolenta che si fa della guerra nei nostri paesi, per coprirne le vere motivazioni. E’ un problema di comunicazione e propaganda, con i giornalisti che reggono il sacco macchiandosi di complicità con i mandanti delle guerre d’interesse.
Perchè ci meravigliamo che ci abbiano sparato addosso e che ci abbiano uccisi?
Perchè il potere, attraverso i contabubbole dei telegiornali, ci avevano raccontato una storia totalmente diversa e i conti non ci tornano. Nemmeno quelli che dovrebbero misurare l’orrore della perdita di migliaia di vite umane.

Detto che troverò vomitevole qualsiasi condanna e manifestazione di cordoglio da parte di chi non ha impedito ma anzi ha avallato questa guerra e continua a difenderne le ragioni, mandando la gente a morire e ad uccidere, da Napolitano a Berlusconi; che, come al solito, troverò insopportabile la retorica dei “nostri ragazzi”, ci sono cose che non vorrei sentire stasera.

Per esempio che non ce ne frega nulla di quelli che sono morti perchè muoiono anche gli operai di lavoro.

Ebbene, quelli che sono morti, non essendo fantaccini coscritti ma professionisti stipendiati delle Forze Armate, sono da considerarsi morti sul lavoro a tutti gli effetti, meritevoli del rispetto che si deve a dei lavoratori. Non vorrei sentire che sono fascisti e roba del genere.
Non vorrei sentire che vengono pagati profumatamente per andare a Kabul e quindi cazzi loro.
Lo stipendio più alto, quello di un generale, è di 7000 euro e rotti al mese netti. Infinitamente meno di un qualsiasi calciatore trombaveline che al massimo rischia il legamento crociato e non la pelle. Per non parlare dei 13.000 euro al mese che guadagnerà Renzino Bossi come “consulente” all’Expo di Milano o gli stipendi dei parlamentari. Quelli sono i veri scandali.

Non voglio sentire gli opportunismi di chi fino a ieri era a favore della guerra e stasera no perchè ci sono le mamme che piangono. Mi riferisco ai leaders politici. Se la perdita di sei nostri soldati è veramente insostenibile si prenda la decisione di ritirarsi dall’Afghanistan per evitare ulteriori disgrazie. Altrimenti si taccia. Se non per rispetto, almeno per pudore.

P.S. Detto tutto questo, trovo incomprensibile la disdetta della manifestazione di sabato a favore della libertà di stampa. E’ proprio a causa della mancanza di obiettività informativa che i popoli accettano passivamente che si combattano le guerre nelle quali vanno a morire anche i loro figli.
Andavano piuttosto sospesi il campionato di serie A o la Champions League, non una manifestazione in difesa della libertà. Ma si, figùrati…


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Ore di immani sforzi con l’ausilio dell’imenottero di fiducia a provarle tutte per eccitarlo e lo share che, ahimé, non si alza. Dev’essere una maledizione, ultimamente.

Non è la prima volta che succede nel suo personale boudoir su RAIUNO. Era già capitato in occasione di un altro suo attacco di logorrea maniacale-ossessiva durante l’ultima campagna elettorale. Puntatone monografico e monologico con lui che trita e ritrita le solite robe masticate e rivomitate, con la stessa gestualità delle mani che misurano nervosamente l’aria a blocchetti, mentre Vespa fa “si, si” come il cagnolino sul parabrezza della NSU Prinz e, come risultato, ascolti da monoscopio.
“Porta a Porta” con Berlusconi mattatore non riesce a fare gli ascolti che faceva la 2.158a puntata della saga di Cogne con il professor Bruno, la Palombelli che “signora mia che pena l’infanticidio” e il plastico di casa Franzoni con le macchie di sangue a punto esclamativo sul muro.
Perfino la Leosini che intervista i serial killer in tarda serata su Raitre fa più share.

Escludendo i telespettatori juventini, milanisti, in lutto per Patrick Swayze, quelli che hanno i televisori inchiodati sulle reti Mediaset e non cambierebbero sulla RAI neanche sotto minaccia di tortura, quelli che dormivano ed altri che trombavano o erano fuori casa, chi ha guardato “Porta a Porta” ieri sera sembra proprio appartenere ad un’esigua minoranza. Strano per un premier che sarebbe amato dal 70+% degli italiani (o più realisticamente da quel 38% misurato da sondaggisti stranieri).

Ciò che è più grave è che il flop negli ascolti giunge nella serata del presunto trionfo ad Onna con la consegna delle casette in legno che, come ci ricordano quei farabutti del noto quotidiano comunista “Il Sole 24 Ore”, sono:

“Quindici casette finanziate dall’operazione “24 ore per l’Abruzzo” del Gruppo 24 Ore. Il piccolo borgo di Onna, costato 5 milioni di euro, finanziato dalla Croce rossa e realizzato dalla Provincia autonoma di Trento, è costituito da 47 casette bifamiliari, per un totale di 94 appartamenti da 44 a 77 metri quadrati.

Quindici di queste opere sono state finanziate con i fondi raccolti con l’operazione «24 Ore per l’Abruzzo», nella quale il Gruppo 24 Ore, in collaborazione con la Croce rossa italiana, ha raccolto la somma di 603mila euro.

Si tratta di donazioni dei lettori, dei dipendenti, degli investimenti pubblicitari effettuati dalle aziende sul Sole 24 Ore il 25 aprile, del contributo del Gruppo 24 Ore.”

Un’iniziativa privata, nata dalla collaborazione degli aquilani con i trentini che, con un’orrenda terminologia comunista, una volta avremmo definito autogestione, con la quale il premier non c’entra un beneamato.

“Farsi bello con il sol di luglio”, recita un proverbio toscano. Millantato credito, direbbe il leguleio. Berlusconi raccoglie il merito di una realizzazione che spetta solo ed unicamente alla generosità delle scarselle italiane ed all’efficienza della regione più tedesca e meno italiana di tutte e non ringrazia neppure i trentini per l’assist che gli ha permesso di poter fingere di aver mantenuto la promessa di consegnare le case (aveva detto le C.A.S.E., non le casette) per il 15 di settembre.

Ad Onna lo sapevano che era una passerella mediatica a culo scoperto e senza vergogna come al solito, e per questo hanno cercato di ricordare al venditore porta a porta di patacche le altre promesse da mantenere, quelle che toccano a lui e che non ci sarà alcuna regione autonoma disposta ad accollarsi. Quelle ad esempio di ospitare i terremotati in casa propria, di non deportare gli aquilani a centinaia di chilometri di distanza dal loro territorio e di ricostruire i centri storici com’erano.

Nessuno dei telegiornali supposti antigovernativi però dirà mai che i terremotati hanno contestato Berlusconi a l’Aquila e ad Onna. E nessuno avrà mai il coraggio, in un “Porta a Porta” qualsiasi, di rispondergli, quando dice generalizzando che “la RAI è contro il governo ” intendendo invece solo Raitre: “Ma che cazzo sta dicendo, è matto? E Minzolini, Romita, la Petruni, Vespa, non lavorano in RAI, per caso?”
Lo so, si parla sempre troppo male del TG1. Non è giusto. Parliamo anche della carta stampata. Sul “Resto del Carlino” di oggi c’è un grande titolo in prima pagina: “Chiavi in mano” e servizi in stile “Rude Pravo” con il pornoconducator che consegna le chiavi a famigliole felici, con tanto di babykissing di rito.
In un trafiletto, la cronaca dell’incontro con un aquilano che gli ha gridato: “Grazie Silvio per ciò che hai fatto, io sono anni che combatto il comunismo!”
Questa è la carta stampata dei farabutti che ce l’avrebbero con lui. Il giornale più letto nella “rossa” Emilia Romagna. E la “Voce di Romagna” è anche peggio.

Eppure, nonostante il possesso dei mezzi di comunicazione e lo zelo dei suoi lecchini, la gente non è disposta ad ascoltarlo una intera serata, come le sue abituali 30ragazze30.

Il caso di cilecca mediatica di ieri sera dovrebbe suonare come un allarme antincendio negli uffici dei curatori dell’immagine del premier ma dubito che essi vi pongano rimedio o che siano in grado di evitare che lui si esponga così alla pubblica indifferenza. Come disse sua moglie, chi gli sta vicino prova a consigliarlo ma invano.

Un esperto in comunicazione che volesse essere spietato potrebbe elencare i motivi per i quali la gente ormai cambia canale appena lo vede. Il look, innanzitutto. Inutile farla lunga sui fondotinta, i capelli finti stile Zed e l’espressione botulinizzata da dead man walking. Basta guardarlo. E’ inguardabile. Un essere finto. E vecchio, irrimediabilmente vecchio, con il terrore di invecchiare. Un caso di carampanismo maschile acuto.
Un altro suo limite è la prolissità. Nel tempo che lui esprime il concetto del “disastro che abbiamo ereditato dai signori della sinistra”, toccandosi la cravatta, agitando la penna come una bacchetta che abbia esaurito la sua carica di magia, David Letterman ci fa tre puntate del suo show.
La gente si rompe i coglioni a sentire uno che parla per più di tre minuti. Per giunta sempre delle stesse cose. Qualcuno glielo ricordi, se passa dal bunker.

E’ anche una specie di nemesi. Il grande comunicatore viene battuto, propria sulla sua amata televisione dove una volta faceva sfracelli, a causa dell’abitudine a lui data agli italiani di preferire la spensieratezza alle cose serie. ‘O telespettatore nun vo’ penzieri.
Ed infine, per colmo di sventura, al vecchio gallo, per una sera sprovvisto di galline d’accompagnamento, le casalinghe, di Voghera e non, hanno preferito Gabriel Garko, ovvero uno più giovane e più bello di lui. Ditegli anche questo, ma con delicatezza.

(N.d.A. Il titolo è un omaggio alla bellissima commedia fiorentina “Gallina Vecchia” di Augusto Novelli, storia di una ricca ed anziana donna con l’ossessione di invecchiare e la passione per i giovanotti.)


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