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Che ci piaccia o no, è come ci definiscono all’estero. Basta andare a Como Brogeda o a Ventimiglia. E’ la biscia razzista che si rivolta al ciarlatano.
Non gliene frega niente all’americano o al tedesco se siamo nati in terra Padana e facciamo gli schifiltosi con i “terùn”, trattandoli da parenti poveri.
Bresciani, bergamaschi di sopra e di sotto, lumbard assortiti, piemuntès, veneti, furlàn, emiliani, valdostani, trentingrana e sudtirolervolkspartei, finiscono tutti nel calderone.

Mafiosi e terroni, nell’immaginario collettivo internazionale, lo siamo tutti, basta che la nostra auto sia targata “I”. A volte possiamo diventare più affettuosamente mangiaspaghetti, impastapizza, pizza&manduline o broccolino ma la sostanza non cambia. Alla fine saltano sempre fuori i cannoli. Italiani mafiosi.

L’immagine della pupa con boss si riferisce alla famosa serie televisiva “I Soprano” che narra le gesta di una famigghia tipo dell’universo mafioso italoamericano. Grande successo, soprattutto tra i WASP imperiali, ovvero i white americans, coloro per i quali siamo gentaglia appena superiore agli ispanici e un gradino sopra ai neri. Forse ce la giochiamo con polacchi e irlandesi ma non ne sono certa.
Come tutte le fiction sulla Mafia, anche “I Soprano” è un bel concentrato di stereotipi sugli impastapizza, ben peggiore de “Il Padrino”. Eppure, se qualcuno andasse in tv negli Stati Uniti a dire che la realtà dei Soprano non esiste, cioè che la Mafia non esiste e che la serie tv è lesiva della reputazione degli italiani e quindi andrebbe cancellata, penso che sarebbe preso per matto. How do you say “T.S.O.”, man?

Capisco che a qualcuno dia fastidio un’altra celeberrima fiction particolarmente informata sui fatti come “La Piovra”. Avendola rivista tutta di recente – in DVD, per carità, che in televisione non passa più, nonostante sia stata una delle serie di maggior successo della RAI, mi sono resa conto che è uno spettacolo terribilmente angosciante e deprimente.
Nel post che scrissi un anno fa raccontavo pure di Silvio Berlusconi che aveva fatto di tutto per sabotarne le ultime serie, a suo tempo, spalleggiato dal regista italoforzuto Zeffirelli e utilizzando i medesimi argomenti di oggi: fiction lesiva della reputazione dell’Italia.

Vedete, si dà il fatto che soprattutto le serie dalla terza alla sesta raccontino come in una mappata di rognosissime centurie di Nostradamus, tutto ciò che siamo diventati ora, con una dovizia di particolari ed una puntualità di fatti impressionante. Manca solo la discesa in campo di Tano Cariddi e le leggi ad personam per farla franca ma la P2 c’è tutta. Del resto non potevamo pretendere che i pur quasi veggenti sceneggiatori della Piovra potessero immaginare un Tano che, dopo aver strangolato la moglie, non è punibile perchè coperto dal Lodo Alfano.

Tornando all’infamante accusa di essere mafiosi che si attacca come la pece a noi italiani. Visto chi ci rappresenta ultimamente – che non sarà mafioso ma si comporta come tale e dei mafiosi utilizza tutti gli argomenti tipici, compreso il “ma quando mai!” e il “non esiste”, personalmente non me la sento più da un pezzo di offendermi se uno straniero mi dà della mafiosa in quanto italiana. Posso cercare di distinguermi, dire che io non ho nulla a che fare con quella gente ma io sono io, la maggioranza degli italiani è innegabile sia follemente innamorata del modo di fare mafioso e si sia scelta un capo pericolosamente simile al boss dei Soprano. Tranne il sigaro, ovviamente, visto che non fuma.

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I papiminkia che si affollano inebetiti dal dolore attorno al luogo del martirio del loro Unto di riferimento forse possono smettere di soffrire perchè qualcuno ha finalmente ascoltato le loro preci ed è pronta a scendere benedicente tra il suo popolo, coprendolo di letizia e consolazione.

Sono già un paio, e documentate, le apparizioni della Madonna Pellegrina della Fininvest, Nostra Signora degli Schei e patrona dei criptogay – che fa pure rima.
Nel primo messaggio del 10 ottobre la Signora di Mondadorije si mostrava piangente con dei goccioloni così a causa della sentenza che la obbligherebbe a mollare i 750 milioni di euro di risarcimento a De Benedetti:

”Non voglio nemmeno prendere in considerazione l’ipotesi scellerata di dover tirare fuori una cifra del genere. Stiamo parlando di una holding cui fanno capo societa’ quotate del calibro di Mediaset e Mondadori, societa’ solide e ben gestite, ma una mazzata da 750 milioni di euro farebbe tremare chiunque. L’improvvisa mancanza di risorse finanziarie cosi’ importanti metterebbe a rischio le nostre possibilita’ di sviluppo”.

Come dire che De Benedetti, che la mazzata l’ha già subìta (e sappiamo che l’ammontare dei risarcimenti decisi dai tribunali è sempre inferiore alle cifra reale del danno), si può fottere allegramente.

Perchè sia chiaro e affinchè sorellastra intenda, la Mondadori è sua e guai a chi gliela tocca.
Il vero uomo di casa, nonostante sia alta un metro e un lingotto, quando l’accarezzano contropelo fa invidia al papi quando sbraita contro gli sceneggiatori della “Piovra”.
Che Barbara, la figlia beella e aaalta di Veronica abbia la passione dei libri, soprattutto quelli targati Mondadori, non è un mistero. Ora che dovranno dividersi il malloppo a papi vivo causa divorzio dalla Lario, per la Signora di Mondadorije saranno altri goccioloni. Del resto le Madonne hanno la lacrima facile, non è un mistero.

Nel secondo messaggio lasciato ai papiminkia, la Signora si è lamentata delle ultime accuse lanciate al Padre, che è giustamente, il suo idolo. Se non fosse stato per lui, infatti, quando mai le sarebbe toccato un Ambrogino d’Oro?
Le accuse lanciate a quel sant’uomo del padre sono tutte calunnie e, naturalmente, frutto della malapianta dell’invidia dei detrattori di un imprenditore che ha fatto tanto. Soprattutto per se stesso.

C’è qualcuno che si chiede preoccupato se la Madonna Pellegrina di Arcore stia per caso studiando da papi, sì da esser pronta a prendere il comando della Casamatta della Libertà nella malaugurata evenienza.
Lo escludo. Se si distrae un attimo le sorellastre le portano via la polpetta dal piatto come ad una Cenerentola qualsiasi e lei non reggerebbe l’onta.
Meglio che continui a dedicarsi ai miracoli che le vengono così bene, come la guarigione del gay con la semplice imposizione del portafogli. Altro che Lourdes. Pare che non perdoni. Dolce e Gabbana sono avvertiti.

Giusto per ribadire il concetto.

Napolitano può fare di tutta un’erba un fascio e confondere giudici e imputati.
Può applicare il Codice Maanchista del falso super-partes che in realtà fa il gioco di una delle parti.
Può interpretare ancora ad libitum l’amico del giaguaro.
Può far finta che la situazione italiana attuale possa definirsi normale, con un presidente del consiglio che accusa la Giustizia di eversione mentre è probabilmente la Mafia che gli sta recapitando il conto.

Napolitano può andarsene in giro a dire ciò che dice, senza preoccuparsi delle conseguenze e del messaggio destabilizzante che deriva dal suo non schierarsi decisamente dalla parte della Giustizia e di chi le leggi si preoccupa di farle applicare, non di stravolgerle a proprio favore.
Lui può continuare ad ondivagare di qua e di là senza schierarsi dalla parte della legalità senza se e senza ma.

Pertini non l’avrebbe mai fatto.

(E nemmeno Scalfaro e Ciampi, ad onor del vero)
Ah, si è capito che Napolitano non è il “mio” presidente?

“Le nuove elezioni furono tenute a luglio [del 1932] e sancirono il successo della politica di Hitler ed il crollo dei partiti moderati di centro. Provati da anni di privazioni e di disoccupazione, i tedeschi si dimostrarono disposti a seguire qualsiasi ideologia estremista che promettesse un rapido cambiamento della situazione. Ciò permise ai nazisti ed ai comunisti di schiacciare in modo evidente le forze moderate che persero centinaia di migliaia di voti.
Il partito di Hitler, assicurandosi il 37,4% dei consensi popolari e riuscendo ad occupare ben 230 seggi al Reichstag, divenne il più forte della Germania.
(Alessandro Persico, Adolf Hitler, l’ascesa al potere)

“Sento il bisogno di dire qualcosa in questo particolare momento. L’interesse del Paese richiede che si fermi la spirale di una crescente drammatizzazione, cui si sta assistendo, delle polemiche e delle tensioni non solo tra opposte parti politiche ma tra istituzioni investite di distinte responsabilità costituzionali”.

“Va ribadito che nulla può abbattere un governo che abbia la fiducia della maggioranza del Parlamento, in quanto poggi sulla coesione della coalizione che ha ottenuto dai cittadini-elettori il consenso necessario per governare. E’ indispensabile che da tutte le parti venga uno sforzo di autocontrollo nelle dichiarazioni pubbliche, e che quanti appartengono alla istituzione preposta all’esercizio della giurisdizione, si attengano rigorosamente allo svolgimento di tale funzione”. (Giorgio Napolitano, 27 novembre 2009)

[…]

Suvvia, non posso credere che questo tizio vi lasci completamente indifferenti. Uno che sta trascinando un paese del G8 with a former reputation in un baratro istituzionale – altro che guerra civile, povero giucco, se crede che gli italiani con le mani impegnate dal telefonino facciano la rivoluzione per lui! Uno che darebbe fuoco altro che al Reichstag pur di sgamare le infamanti accuse di collusione mafiosa che gli stanno arrivando adddosso. Parliamoci chiaro, le stragi del 92-93 furono TERRORISMO, non ci si può passare sopra come fossero niente.

Stiamo parlando di accuse gravissime portate ad un capetto di stato ma costui non vuole affrontarle come le affronterebbe un Obama qualsiasi. Di fronte ad un tribunale e assistito da fior di avvocati con grande profusione di mezzi economici, quindi con il 90% di probabilità di essere assolto se innocente.
Invece il suo piglio è sempre più dittatoriale. Non lo sopportano più nemmeno i suoi. Anche se non lo ammetterebbero neppure sotto tortura, sono disposta a scommettere che molti di coloro che l’hanno votato ne sono delusi perchè non si aspettavano che pensasse sempre solo al suo culo ma anche ai loro problemi e che magari materializzasse un paio di quei miracoli che millanta in continuazione.

Ho sempre criticato la sovranità limitata ma in certi casi la sovranità ha un limite e qui è stato oltrepassato. Siccome gli italiani non capiscono, urge un aiutino dall’alto. Il classico deus ex machina.
Credete, questo paese non ce la fa più. Orsù, si sono rovesciati dei Mossadeq per molto meno.

A pensarci bene, la trovata del ministro Rotondi sulla pausa pranzo è solo l’ultima in ordine di tempo di una serie infinita di minchiate uscita a mo’ di spurgo dalle testoline che abbiamo la disgrazia di avere come governanti.

La cosa più interessante di siffatta compagine governativa, a parte il fatto che, quando non è impegnata a salvare il real culo, si preoccupa sempre di falsi problemi e non si decide ad affrontare i problemi veri di quegli scellerati che l’hanno votata, è la psicologia delle menti che partoriscono siffatte cavolate.
Una psicologia che si può riassumere nei seguenti tratti principali: rompicoglionaggine congenita aggravata da ansia derivante dal pensiero che qualcuno possa raggiungerli nel grado di privilegio acquisito. Sono persone che hanno un’idea ben precisa della scala sociale. Chi sta sotto non solo è svantaggiato economicamente ma gli si devono scassare i cabbasisi con sempre nuove trovate atte a limitarne la libertà e i diritti. Non perchè coloro che pensano le minchiate sono cattivi ma perchè, scassando, si sentono vivi, toccano con mano quel potere che tanto hanno fatto per ottenere.

Chi svetta sugli altri ministri per originalità e perfidia è il fuorimisura per difetto Brunetta. Uno che passa le notti insonne seduto sul letto con un bloc-notes sulle ginocchia per prendere appunti e cercare nuove forme di sadismo vessatorio da applicare all’intera categoria dei “dipendenti”.
Tra le sue numerose trovate: il giuramento di fedeltà del dipendente pubblico – non si è capito di fedeltà a chi, se allo Stato o alla sua fava.
Ultima cavolata in ordine di tempo, salvo aggiornamenti dell’ultima ora, il divieto di affissione di immagini distraenti a sfondo sessuale, raffiguranti noti sex-symbol maschi e femmine nei locali del Palazzo di Giustizia di Genova.
Brunetta non è mai stato, si vede, in un capannone, in un’autofficina o gommista dove è un brulicare di passere con il pelo e senza su tutti i muri disponibili.
O non sarà forse che, freudianamente parlando, il pensiero di un’impiegata o dirigente che si fa le sue brave fantasie erotiche sui super-ultra-maxi-funky american love babies Johnny Depp, George Clooney o Brad Pitt e non su di lui – a parte qualche sporadica feticista del midget-sex, gli procura una dolorosissima ferita narcisistica?

Non voglio però, elencando le minchiate governative celebri, far torno ad alcuno. Così assegno una m(i)nzione d’onore ed un ex-aequo al terzo posto, dopo Brunetta e Rotondi, ai giuringiurelli del sottosegretario alla Salute Fazio sull’assoluta innocuità del vaccino anti-maiala prima di qualunque possibilità di riscontro, al mitico nucleare di “terza generazione e mezza” di Claudio Scajola ascoltato in un telegiornale ed ai gay costituzionalmente sterili di madama Carfagna.

Personaggi ridicoli assurti al ruolo di governanti per puri meriti di vassallaggio? Non solo, purtroppo. Ci sarebbe solo da rider loro dietro se non fosse che questi disgraziati stanno preparandosi a tutto pur di salvare il didietro al premier. Concorso esterno in associazione mafiosa? Cioè fiancheggiamento e favoreggiamento delle cosche? Ma quando mai! Non esiste. E’ un’invenzione dei comunisti.

Non so se si spingeranno fino a depenalizzare di fatto i reati di mafia, che comprendono stragi e crimini orrendi ma io ormai mi aspetto di tutto.
Fermiamoci a ragionare su questo perchè non c’è proprio più niente da ridere in questo paese.
Ma senti questo:

”La pausa pranzo è un danno per il lavoro, ma anche per l’armonia della giornata. Non mi è mai piaciuta questa ritualità che blocca tutta l’Italia”.

Chi parla è il ministro per l’attuazione del Programma Gianfranco Rotondi, durante un’intervista al noto chaffeur-à-penser Klaus Davi.
Forse sarà stato l’ambiente televisivo-salottiero, in grado di distruggere qualsiasi neurone nel raggio di venti metri da una telecamera – per averne la prova basta seguire per non più di cinque minuti quelle ignobili pantomime dialettiche tipo “Domenica In” – ma il purtroppo ministro di uscite ne ha avute anche di peggiori:

”Non possiamo imporre ai lavoratori quando mangiare ma ho scoperto che le ore più produttive sono proprio quelle in cui ci si accinge a pranzare. Chiunque svolga un’attività in modo autonomo, abolirebbe la pausa pranzo. Casomai sarebbe meglio distribuirla in modo diverso, come avviene negli altri Paesi”.

No, ti prego, non dirmi che saresti anche tu per la colazione all’inglese, una bella abbuffata di mattino presto che ti riempie fino a sera, con il buffet ricco di ogni ben di dio che stuoli di camerieri, sguatteri e fantesche hanno amorevolmente preparato per te alzandosi alle quattro del mattino.
Peccato che chi ha la sveglia alle sei ed esce di casa alle 7,45 solo perchè ha il culo di lavorare a soli due chilometri di distanza da casa, non ha proprio il tempo di tostare il pane, spalmare il burro con l’attrezzo che fa i ricciolini, spremere le arance, affettare di fresco i salumi, farti l’ovetto alla coque o strapazzarti le uova con il bacon e servirti il caffè all’americana.
E poi non ci rompete i coglioni, anglofili del cazzo. Siamo italiani – cornetto e cappuccino – non turisti della democrazia nell’albergo a quattro stelle con il problema di come far sera e di “quale marmellatina assaggio oggi”.

Viste le reazioni alle proprie dichiarazioni – sembra impossibile ma qualcuno prende seriamente le cose che vengono dette a Klaus Davi – il più inutile dei ministri ha in seguito precisato:

“Non ho fatto nessuna proposta di abolire la pausa pranzo, ho solo detto a un giornalista che io l’ho abolita da vent’anni e lo stesso consiglio alla Camera dei Deputati, perché quella è l’ora in cui si lavora meglio. Si capisce – aggiunge Rotondi in una nota – che i lavoratori devono avere le loro pause e devono mangiare, magari sarebbe utile che ognuno si gestisse questa pausa come crede, ma è chiaro che è impossibile”.

Si, va bene, grazie per consentirci ancora di mangiare ma, porca di una paletta schifosa, lei, dopo quattro ore filate di lavoro, un languorino, un posticino per un Ferrero Rocher, per una Fiesta Snack, per un non-ci-vedo-più-dalla-fame, non lo sente?

“Non vado alla Buvette, non pranzo da anni ma non mi sogno di entrare in conflitto coi legittimi diritti dei lavoratori. Certo, se fosse possibile rinunziare alla pausa pranzo e uscire un’ora prima se ne avvantaggerebbero la produttività e la famiglia del lavoratore”.

Senta, caro il mio pezzo informe di materia organica anfibia comunemente detta merda; io e suppongo altri svariati milioni di lavoratori lavoriamo duramente di braccia e di cervello dalle 8,00 alle 12,00 (più spesso 12,30).
Si riattacca alle 14,00 fino alle 18,00, salvo impegni da svolgere prima o dopo l’orario stabilito. Non è raro che tra straordinari e pugnette varie si lavori una cinquantina di ore alla settimana, compresi i festivi. Con i tempi che corrono chi ha la fortuna sfacciata di avere un lavoro deve darsi da fare il triplo. Ma tutto questo Alice-Rotondi non lo sa.

Ordunque. A me personalmente alle dodici, dopo quattro ore filate di lavoro, cominciano a calare gli zuccheri e le assicuro che succede lo stesso al mio capo, che è un essere umano e normale come tutti. Per cui si va tutti a pranzo. Mezz’ora, un’ora al massimo. Un piatto di pasta o un secondo. Poi di nuovo al lavoro.

Lei è liberissimo di praticare l’anoressia nervosa come una ballerina del Bolschoi che sta preparando “Le silfidi”. Alle persone normali come coloro ai quali si riferisce in quella scemenza di intervista, gli zuccheri calano, soprattutto dopo un lavoro manuale. Per non parlare del cervello che, come recitava un celebre spot televisivo “ha bisogno di zucchero”.
L’alternativa a questo normalissmo soddisfacimento di una pulsione chiamata fame sarebbe rischiare di addentare qualche cliente e non sarebbe bello, mi creda.

Cosa propone quindi per ovviare all’inconveniente della fame a metà giornata che affligge il lavoratore sfortunatamente non anoressico? La sigillatura degli orifizi usati per perdere tempo a mangiare, compresa quella dello sfintere anale usato per la spiacevole conseguenza del nutrirsi che è il chiudersi in bagno per espletare?

Le do un’idea. Se i miei studi di neurochimica non fallano, ricordo che la cocaina ti fa tirare avanti per quattordici ore filate senza sentire né fame, né sete, né stanchezza, né sonno.
Facciamo così. Per non interrompere il lavoro degli schiavi, sostituiamo la pausa pranzo con la pausa coca?
Faccio presente comunque che perfino chilla zoccola ‘e Maria Antonietta, una briosche, non l’ha mai negata a nessuno.

E’ finita una settimana che mi ha lasciato zero tempo per informarmi e scrivere ma solo una stanchezza mortale a causa di una mole eccezionale di lavoro.
Se devo scegliere la notizia che mi ha comunque colpito, tra le tante e drammatiche carpite durante la frettolosa lettura mattutina dei giornali online, scelgo quella che riguarda la cosiddetta “Operazione White Christmas“. Bing Crosby e le canzoncine natalizie non c’entrano. Questo è un problema di infestazione da malapianta padana.
Ma andiamo per ordine.

Premetto che considero quelli che vorrebbero togliere i crocifissi dai muri dei dannosi rompicoglioni che, con le loro fisime, ottengono solo il risultato di scatenare il peggior baciapilismo militante.
Di solito il crocifisso è piazzato lassù, dove l’occhio non arriva a meno che tu non stia attendendo il tuo turno dal medico e stia facendo di tutto, anche di inutile, per passare il tempo, compreso scandagliare ogni centimetro quadrato della stanza. Toh, che bel crocifisso.
Il crocifisso non è un problema, tranne che per coloro che hanno dei problemi. Soprattutto il problema di notare qualcosa che dovrebbe normalmente passare inosservato, come parte integrante dei muri dei luoghi pubblici, come le prese della corrente e le scatolette del cronotermostato. Quando un oggetto è incastonato del frame di un ambiente non dovremmo notarlo più, normalmente, tantomeno farcene turbare. Se poi qualcuno, durante un esame importante a scuola o attendendo un responso medico potenzialmente grave nel corridoio di un ospedale, si sentisse sollevato dalla presenza dell’omino inchiodato alla croce, che male ne verrebbe alla collettività?

Non penso inoltre che la sua presenza possa disturbare le persone non credenti oppure appartenenti ad altre religioni. Chi è ateo considererà quella cosa appesa al muro un puro ornamento ligneo o lo ignorerà, aiutato in ciò dal meccanismo percettivo dell’abituazione. Idem per coloro che hanno la fortuna di appartenere a religioni che non prevedono la rappresentazione iconica della divinità.
Si potrebbe dire, tanto per esercitare gli addominali della dialettica, che la presenza del crocifisso nei luoghi pubblici è un epifenomeno dell’abuso di posizione dominante del cattolicesimo sulle altre religioni ma anche detto ciò e registrato il dato di fatto, la cosa migliore è convincersi che il crocifisso non è un problema. Il vero guaio sono i cristianacci e, con ciò, vengo alla notizia sul “White Christmas”.

Cosa si sono inventati gli abitanti di un paesello nel bresciano che fa rima con boccaglio? Un simpatico gioco di ruolo: si mandano i vigili di casa in casa alla ricerca di immigrati irregolari e, trovatili, li si caccia. Almeno, si dice alla popolazione boccalona – o boccagliona, che l’amministrazione legaiola ha “cacciato i clandestini”. In pratica non lo farà perchè non è così semplice applicare un decreto di esplusione ma che importa, dal nano hanno imparato a spararle grosse, tanto i loro seguaci di grana grossa si fanno impressionare con poco.
La cosa che ha scandalizzato di più di questa iniziativa è il fatto che si sia pensato al 25 dicembre come data di termine dell’operazione e soprattutto la motivazione addotta dal suo ideatore, l’assessore leghista alla Sicurezza, Claudio Abiendi:

“Per me il Natale non è la festa dell’accoglienza, ma della tradizione cristiana, della nostra identità”.

“Per me”, quindi è un suo parere personale, con il quale, se permette, ci puliamo le terga. Di quale cazzo di identità poi stia parlando il mistero permane. Da quelle parti, tra Visigoti, Ostrogoti, Austroungarici, Germani ed altri popoli de paranza che hanno inseminato le loro ave volenti o nolenti, di purezza della razza ce n’è ben poca. Di ignoranza e meschinità d’animo, tanta.

Intermezzo musicale con una morale.
La diversità spaventa perchè attrae. Soprattutto sessualmente. “Hair” nella versione cinematografica di Milos Forman del 1979. Trent’anni fa eravamo più avanti. Stiamo andando all’indietro, per caso?

Torniamo ai nostri cristianacci leghisti.
Dispiace essere d’accordo con le alte gerarchie vaticane ma il cristianesimo è accoglienza. Punto.
La delazione, la denuncia, il comportarsi da STRONZI, non fa parte del cristianesimo. Forse del paganesimo druidico celtico, che ne so. Ma non chiamatevi cristiani, per dio.

Già il Natale è una festa che ha rimasto ben poco del suo significato religioso tra palle luccicanti, pandori intrisi di creme sempre più inquietanti, renne, babbinatale, consumismo sfrenato e un accidente che li fulmini; non peggioriamo le cose con iniziative che sono pure bestemmie sparate verso le divine orecchie del Padreterno in 5+1 con il surround.

Cari cristianacci, ha ragione Fini. Quest’anno, vabbé, premiate pure la Berlusconcina junior con l’Ambrogino, che se l’è tanto meritato, pora nana, ma poi cambiate nome al vostro prezioso premio. Non faccio distinzione tra milanesi, bergamaschi, bresciani, varesotti. Non sono razzista, per me siete tutti uguali. Dal prossimo anno e sotto Natale un bello “Stronzolino D’Oro” per tutti. Ad honorem.

“I mafiosi sono automaticamente esclusi dalla Chiesa cattolica. Non c’è bisogno di scomuniche per loro e per coloro che fanno parte della criminalità organizzata.”

(Mons. Crociata, segretario generale della Cei)

“Non abbiamo bisogno di partecipare alle manifestazioni. Con questo intendo dire che il nostro anti-berlusconismo e’ quotidiano ed e’ nei fatti”.
(Rosy Bindi, presidente del P.D.)

Trova le differenze. Sempre che ci siano.

P.S. Lo sanno i dirigenti di “quel-partito-là” che oramai ogni volta che pensiamo o pronunciamo “P.D.” si fa peccato di bestemmia?

Il vero enigma avvolto in un mistero di Dan Brown è il seguente: sono i suoi libri che fanno cagare o è Ricky Cunningham-Ron Howard che come regista fa cagare perchè non riesce a trasmetterci la bellezza delle opere del più grande scrittore contemporaneo?
Tom Hanks è un bravissimo attore, capace di coinvolgere emotivamente lo spettatore sia nel drammatico che nella commedia.
Lo stesso Ron Howard non è certo Kubrick ma ha realizzato buoni film. Come mai quando si uniscono nella realizzazione del filmone tratto dall’ultimo bestseller di Dan Brown, il primo sembra Barbareschi e il secondo un sottocoda dei Vanzina?

Potrebbe esserci una terza ipotesi, oltre le due testé citate: regista ed interprete lo fanno apposta.
In effetti, dopo la visione del secondo film della triade Brown-Howard-Hanks, “Angeli e Demoni”, non v’è altra spiegazione.
Tom e Ron stanno disperatamente cercando di farci capire che i libri che acquistiamo al supermercato credendo di portarci a casa dei capolavori sono delle sòle mostruose.

Già il primo caso risolto da Robert Langdon, l’eroe doppelganger di Dan Brown, “Il Codice Da Vinci”, portato sullo schermo era risultato imbarazzante come se avessero pubblicato a tradimento su YouTube il tuo filmino privato dove fai il deficiente o le porcate. Imbarazzante come tutti i film che nè il regista nè gli attori erano pienamente convinti di dover fare. Una tale accozzaglia di situazioni assurde che diventa persino penoso parlarne.

Il secondo, “Angeli e demoni” è quasi una copia conforme. Stessa espressione da “che ci faccio io qui” in viso agli attori, una carrettata di assurdità una più assurda dell’altra, musica onnipresente a cercar di distrarre lo spettatore dall’incoerenza delle situazioni, il protagonista che corre, corre, corre sempre, più una continua frenesia da videogioco, uno di quelli dove devi risolvere l’enigma prima di salire di livello.

Ormai l’abbiamo capito, il Signore offre ogni tanto degli spunti interessanti, delle intuizioni per delle ottime trame narrative e le getta sulla Terra affinchè gli scrittori ne approfittino. Peccato che chi intercetta questi spunti sia una nullità come Dan Brown il quale, ditemi se non è vero, è più un frullatore che un narratore. Uno di quegli infernali frullatori della serie “Will it blend?” che alla fine ti restituiscono degli abominevoli intrugli.

Per “Angeli e Demoni” ha messo nel bicchierone: il dvd de “Il segno del comando” con Ugo Pagliai, una videocassetta turistica di Roma, i libri di David Yallop sulle cospirazioni papali, un pezzetto di antimateria, Pierfrancesco Favino tutto intero, i carabinieri delle barzellette, una topa scienziata fisica che è anche medico legale, sminatrice, tuttofare e probabilmente grande esperta di sesso tantrico ma tanto Langdon è totalmente immune alla topa, la faccia di Tom Hanks, il povero Armin-Muller Stahl, il fu Stellan Skarsgård, un camerlengo, una cucchiaiata di disaster movie, un morto di quattordici giorni che non puzza, la Cappella Sistina che crolla, ed infine una bella spolverata di guardia svizzera grattugiata.

Immangiabile.

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