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No, vi prego, non la manifestazione di genere, delle donne per le donne in difesa della dignità femminile dove gli uomini, se vogliono, possono anche partecipare. La discesa in piazza con tonnellate di vittimismo senza alcuna volontà di autocritica proprio da parte delle donne e con i papiminkia che scriveranno (oh, mi pare già di leggerli, i Belfeltri) che queste proteste sono solo isterismi da sorellastre di Cenerentola, invidiose del fatto che non sono mai state invitate a Villa S. Martino a causa della racchiedine e dei raggiunti limiti d’età.

Premesso che siamo stati vilipesi tutti come popolo, come cittadini di qualunque sesso, religione e razza, compresi gli animali domestici, non ha senso pensare di potersi offendere di più perché siamo donne e perché le donne sono le protagoniste (sia vittime che carnefici, ricordiamolo) di questo ultimo scandalo nazionale.
Ebbene si, non condivido il vittimismo in sciarpa bianca. “Il colore del lutto”, come ho sentito rimarcare da una delle organizzatrici della manifestazione dell’altro giorno.
Già, bianco come bianchi erano i fazzoletti delle madri di Plaza de Mayo. Senza rendersi conto che però, scusate se puntualizzo, quelle erano madri alle quali avevano torturato e gettato i figli dagli aerei a decine di migliaia.
Qui, ringraziando Iddio, non è morto nessuno facendo bunga bunga e il parallelismo con ben altre tragedie è, secondo me, fuori luogo. Nessuno ha rapito le ragazze e le ha condotte contro la loro volontà nell’antro del mostro ma, al contrario, ci sono famiglie che si sono abbuffate con il pranzo pagato con il sudore delle chiappe delle figlie. Padri e madri orgogliosi di avere figlie puttane, che le hanno vendute per la macchina nuova e la rata del mutuo. Il marcio è in noi, Berlusconi lo ha solo catalizzato. Dovremmo manifestare soprattutto contro noi stessi.

E’ la Caporetto morale dell’Italia dove non c’è nessuno che possa fare la morale agli altri. Ricordiamoci che Berlusconi incarna solo il peggio dell’italiano medio e che non ha inventato nulla. Se non avesse tutti quei soldi e il potere che i suoi avversari gli hanno consegnato a mani alzate, Silvio Ghepensimì sarebbe solo il cugino meneghino di Cetto Laqualunque, l’ennesima macchietta regionale.

Autocritica, dicevo. Parliamoci chiaro, signore mie. Il bunga bunga non è sceso da Marte. La cultura del bunga bunga l’abbiamo assimilata e soprattutto tollerata negli ultimi trent’anni grazie alla televisione tetteculi, che mi risulta sia guardata da milioni di persone, ma nasce ancora più indietro nella storia.
Le donne, prima di scendere in piazza a gridare contro il Papi, che in così tante hanno votato, non dimentichiamolo e domandiamoci perché, dovrebbero chiedersi se non sia il caso di prendere a ceffoni le figlie che trovano normale accompagnarsi a dei vecchi bavosi per denaro. Di chiedersi se anche loro come madri non abbiano per caso contribuito a crescere una generazione bacata persistendo, ad esempio, nell’antica tradizione che considera i figli maschi più importanti delle figlie femmine. Che acconcia le figlie femmine fin da piccole come piccoli oggetti del desiderio (non userò il termine troiette) e smania per mandare le figlie gnocche ai concorsi di bellezza o in televisione o in sposa ad uno ricco. Mentre invece quelle normali o così così, fino alle brutte, pensino solo a studiare.

Quello che voglio dire è che non ci si può lamentare della cultura dell’harem e del puttanaio se si crescono i figli pisellomuniti come dei piccoli sultani che devono essere serviti e riveriti ed ai quali tutto è concesso. I piccoli sultani crescono e diventano, se baciati da una grossa fortuna economica, dei culi flaccidi che pretendono di poter giocare con la dignità degli altri. A quel punto, dopo essersi arresi alla cultura dell’esteriorità, della bellezza fine a sé stessa, al culto della gioventù e al disprezzo di tutto il resto, non ci si può proprio lamentare della perdita della propria dignità.

Il vittimismo non ha senso. Nella fattispecie del Rubycazzigate, siamo solo di fronte ad una ignobile farsa che andrebbe trattata come tale, gettando, a pioggia marrone, tonnellate di ridicolo sui protagonisti, come insegna da secoli la satira. Un potere che si rende ridicolo merita solo di morire sommerso dai pernacchi, altro che lutto. 

Foto: Cinzia Ricci
La televisione italiana ogni tanto riesce ancora a smettere di essere macelleria di sapere, di dignità di  corpi e strumento di mera propaganda, per tornare a fare cultura, ad emozionare e trasmettere conoscenza. 
Ho appena visto “Ausmerzen” (disponibile sul sito delle repliche de La7), il racconto teatrale di Marco Paolini dedicato allo sterminio misconosciuto dei malati di mente e disabili nel Terzo Reich. Erano argomenti a me noti perché sul nazismo avevo scritto la mia tesi di laurea e uno dei capitoli di quel lavoro era dedicato proprio al Progetto Eutanasia, all’Aktion T4.
Lo ripropongo qui, alla lettura di un pubblico senz’altro diverso da quello di una commissione accademica.  
Il presupposto fondamentale dello stato razziale nazista era una visione antibiologica del mondo dominata dall’invidia della morte e dal desiderio ossessivo del suo controllo. 
La cultura dell’eutanasia, non come libera scelta dell’individuo tra cessazione del dolore fisico e sua accettazione, ma intesa come pratica eugenetica di selezione artificiale ed eliminazione spartana di incurabili, deformi e infelici, era molto diffusa all’inizio del Novecento, e non solo in Germania. L’idea di sterilizzare o eliminare i malati di mente era un comodo espediente per allontanare da sé l’incubo della follia e della diversità di pensiero. 
Il regime nazista ascrisse una patente di incurabilità a chiunque non fosse in grado di adeguarsi al sistema. Il numero delle malattie ereditarie fu arbitrariamente aumentato a dismisura. Chi era affetto dalle cosiddette malattie congenite, quindi senza speranza di guarigione, era un peso per la società. Fu una sorprendente resa senza condizioni della ricerca scientifica di fronte alle possibili soluzioni al disagio, alla malattia e all’handicap. Ampi settori del mondo accademico e in special modo della medicina accettarono il principio di ineluttabilità del male e misero i loro laureati al servizio del sistema eliminatorio criminale. Come persi in un orizzonte degli eventi che sconvolgeva la loro percezione della deontologia e dei principi ippocratici, almeno 350 medici nazisti  utilizzarono cavie umane per i loro  inutili esperimenti, praticarono l’eutanasia attiva e uccisero direttamente migliaia di esseri umani e  per questo furono processati a Norimberga per crimini contro  l’umanità. Come ha scritto Robert Jay Lifton sulla psicologia del genocidio: “Un modo per venire a capo di un ambiente storico saturo di morte è quello di abbracciare la morte stessa come mezzo di cura. L’uccisione come terapia”. 
Nel suo tradizionale schema di progressione verso la morte, il regime nazista colpì da principio i malati con l’imposizione della sterilizzazione coatta, che fu “legalizzata” il 22 giugno 1933
“Fu stimato che tra i “malati ereditari” da sottoporre a “trattamento” (la sterilizzazione chirurgica) ci fossero 200.000 deboli di mente, 80.000 schizofrenici, 60.000 epilettici, oltre a 4.000 ciechi e a 16.000 sordi e poi ancora 20.000 soggetti con malformazioni gravi, 10.000 “alcolisti ereditari” e 600 affetti dalla Corea di Huntington: in tutto 410.000 persone, ma il calcolo era ancora considerato provvisorio. Il genetista Fritz Lenz suggerì di sterilizzare anche quanti presentassero un lieve segno di malattia mentale, pur riconoscendo che ciò avrebbe comportato il trattamento di 20 milioni di persone. Speciali tribunali sceglievano le persone da sottoporre a intervento: vasectomia nell’uomo e legatura delle tube nella donna. Le stime più attendibili indicano in 200.000-350.000 gli interventi compiuti“. 
Le conseguenze psicologiche sulle vittime di questo controllo della fertilità su base autoritaria, erano particolarmente gravi per chi doveva vivere in un paese dove era esaltata la maternità. Giovani uomini e donne furono privati per sempre del diritto di essere genitori perché i loro figli non sarebbero stati graditi al Führer.
Hitler aveva dichiarato i suoi intenti eugenetici già nel 1929, quando aveva affermato che sarebbe stato necessario eliminare settecento-ottocentomila persone tra le più deboli per rinforzare la Germania, ma fu solo nell’inverno del 1938-39 che egli trovò il pretesto per scatenare la sua furia omicida nei confronti delle “vite indegne di essere vissute”. 
Una richiesta di eutanasia pervenne alla Cancelleria, da parte di una famiglia nella quale era nato un bambino gravemente deforme. Si richiedeva l’autorizzazione a sopprimere la creatura e Hitler acconsentì, raccomandando ai dirigenti sanitari di risolvere allo stesso modo casi simili, secondo il principio della Gnadentod (morte pietosa). Fu il primo di tanti “ordini non scritti” tesi ad avviare il genocidio.
Si cominciò con i bambini. Medici e levatrici erano obbligati a segnalare all’autorità la nascita di neonati affetti da malformazioni e deficit psichici, che venivano inviati in speciali “cliniche pediatriche” dove venivano lasciati morire di fame o soppressi con iniezioni letali. Nella prima fase del programma morirono così almeno 5200 tra neonati e adolescenti. 
Nell’ottobre del 1939 si passò agli adulti. Il decreto fu retrodatato al 1° settembre per accampare l’alibi dello stato di guerra. Appositi questionari furono inviati negli ospedali e nei manicomi per schedare le migliaia di pazienti in lista per l’eutanasia, scelti in base a criteri clinici e razziali.
Una  squadra di medici e psichiatri coordinarono quello che in codice era chiamato “progetto T4”, dall’indirizzo (Tiergartenstrasse 4) della sua sede berlinese.  
A Hadamar i malati venivano eliminati e passati per il camino
Dopo il trasferimento nei centri approntati, come Hadamar, i pazienti erano eliminati utilizzando varie tecniche che dovevano selezionare il modo più efficace ma non necessariamente meno doloroso di dare la morte: iniezioni letali o gassazione a mezzo di monossido di carbonio. Il gas fu impiegato dapprima utilizzando gli scarichi di normali furgoni modificati allo scopo, ma presto si passò alle camere a gas. Fu nell’ambito del progetto eutanasia che fu ideato lo strumento simbolo dell’orrore nazista, la camera a gas. Non mancarono esecuzioni sommarie di pazienti, come i 4000 malati di mente fucilati in Polonia nel 1939.  Le vittime complessive della prima fase del progetto eutanasia ammontano a oltre 70.000.
La sparizione nel nulla di malati che, in molti casi, avevano una famiglia inquietava l’opinione pubblica. Le Chiese presero ufficialmente posizione contro quella che ormai si sapeva essere l’eliminazione dei deboli. In molti casi la popolazione diede segno di ribellione, tentando di fermare i convogli che portavano via i malati. Purtroppo non altrettanta indignazione collettiva fu dimostrata quando furono gli ebrei ad essere portati via in massa verso i lager. Segno che la propaganda antisemita aveva attecchito profondamente, dividendo definitivamente l’ingroup tedesco dall’outgroup ebreo.
L’indignazione popolare per l’eutanasia vide il Ministero della Propaganda moltiplicare i suoi sforzi per realizzare film che dimostrassero senza ombra di dubbio la necessità di eliminare dalla società il peso economico di queste vite senza valore. Film come Ich klage an (Io accuso), apologia dell’eutanasia attiva giocata sulle corde dell’emozione e del ribrezzo per la deformità, furono visti da 18 milioni di spettatori in Germania. Le proteste non cessarono e infine Hitler ordinò che il programma fosse interrotto, nell’agosto del 1941. In realtà, con un semplice cambio di sigla (Aktion 14f 13) il progetto eutanasia si spostò nei lager, dove  continuò ad ingoiare vittime su vittime. 
Con il progredire della guerra, “le categorie di persone  previste dal programma vennero estese per includervi gli Ostarbeiter colpiti da malattie o da esaurimento nervoso; i bambini delle Ostarbeiterinnen, razzialmente “indesiderabili”; i detenuti ammalati o inclini a lamentarsi delle normali prigioni; gli handicappati e, forse, i soldati gravemente mutilati e i piloti che non rispondevano alle cure standard per la psicosi traumatica da guerra. L’omicidio proseguì anche nelle unità pediatriche istituite dal programma di “eutanasia per bambini”. 
Mentre eliminavano esseri umani sotto l’egida della medicina e la scusa della Gnadentod, i nazisti perseguivano un folle progetto di creazione di una razza eletta, formata da individui biondi e con gli occhi azzurri, protopitici della razza superiore ariana. Erano stati istituiti, a partire dal 1936, i centri riproduttivi Lebensborn (fonte della vita), dove  maschi delle SS si sarebbero accoppiati con femmine razzialmente pure e i bambini sarebbero stati allevati con ogni cura. A Steinhöering e nel castello di Wewelsburg erano concentrati  gli sforzi per realizzare questo tragico allevamento, voluto dall’ex-allevatore di polli Heinrich Himmler, capo delle SS.
I bambini venivano per la maggior parte dati in adozione a famiglie di SS che non raggiungessero il numero di quattro figli. Con la fine della guerra i bambini ancora presenti nei centri Lebensborn furono abbandonati a loro stessi, molti di loro in condizioni pietose e dispersi per l’Europa, alla disperata ricerca delle proprie origini. Più che creare la razza eletta, furono messi al mondo circa 90.000 orfani, che anni più tardi avrebbero dovuto subire il trauma di scoprire la propria vera origine. 
Le immagini idilliache di un Reich pieno di bambini e mamme felici, che affascinavano i tedeschi e li facevano commuovere alla vista del Führer, autore di quel miracolo, erano sempre più sfuocate e lontane. Si stava realizzando il progetto di distruzione ed autodistruzione di Hitler e di un popolo che aveva ceduto alla fascinazione e preferito “una fine nell’orrore piuttosto che un orrore senza fine”. Una discesa nell’orrore che attendeva solo l’atto finale. L’atto di purificazione estremo dell’ideologia barbarica nazista, l’olocausto del capro espiatorio, lo sterminio del popolo ebraico.

Da 20 a 50 euro, dipende dalla prestazione. Un guadagno di 70-80 euro al giorno, dicono, ma sicuramente i clienti sono di più e la cifra è maggiore, quasi interamente versata al pappa.
Noterete che la ragazza nigeriana dell’intervista non si schermisce, non dice tutta scandalizzata: “Ehi piano, non sono mica una escort, sono una ragazza immagine della S.S. 16 Adriatica pagata dalla Regione Emilia Romagna, sono una cubista, un semaforo vivente, una modella. Non ho mai fatto sesso con i camionisti di passaggio. Al massimo ci fermavamo alla baracchina qui vicino per un sanbittér e una piadina con lo squacquerone. Tutto nel segno della massima signorilità e cortesia.

Non lo dice, perchè non è una puttana come le altre che riempiono le cronache in questi giorni, è una ragazza che lavora duramente per vivere. Che tutte le sere rischia le botte, lo stupro e perfino la vita, se ha la sfiga di incontrare un Donato Bilancia.
E che, per giunta, deve combattere contro le criptozoccole dell’alta società, quelle che hanno capito che bisogna venderla non ai camionisti di passaggio ma ai vecchi  che hanno i soldi da buttar via a migliaia, e che, una volta ripulite e acconciate dal ricco con la camicetta con il fioccone da suora e sbattute sul marciapiede d’alto bordo della politica, vorrebbero bonificare le strade dalla presenza immonda della prostituzione. 

Uno penserebbe che per settemila euro – sette mesi di stipendio medio di un operaio, una potrebbe anche turarsi il naso e contare le pecore finché il vecchio non ha finito. Invece le criptozoccole, le paracule della scuderia Toro Flaccido, nonostante i lauti e vergognosi guadagni, si lamentano che il vecchio dal vivo fa schifo, che proprio non ce la fanno, che andare a Roma per guadagnare 2000 euro in più fa loro orrore, perchè loro, sia chiaro, vogliono sposarsi con l’abito bianco, fare tanti fii de na e farsi chiamar signore.
Presumo che quello che fa la ragazza nigeriana dell’Adriatica per 50 euro sia la stessa cosa che fanno le Orgettine e compagne di pudende per diverse migliaia di euro. Cinque, sette, perfino diecimila euro per una notte, a fare le igieniste idrauliche al servizio della protesi peniena.
Facciamo così. Se sette milioni per cinque minuti con il vecchio fanno loro schifo, le portiamo sulla Statale 16 Adriatica dove magari, hai visto mai, può capitare anche un camionista figo con il bilico superaccessoriato con l’aria condizionata. Tariffa rigorosamente nigeriana: 20 bocca, 40 completo e 50 secondo canale. 
Quando hanno guadagnato settemila euro torniamo a riprenderle.

Siamo alla disperazione, allo scarafaggio che, rovesciato sulla corazza, agita disperato le zampette.
Arieccoci alla casa di Montecarlo, all’unico argomentuccio trovato dalle truppe cammellate, le Garnero e gli Starace, i TG e i giornalacci porno del Flaccido, contro il Gran Traditore.
La Procura di Roma aveva già archiviato il caso stabilendo che, di chiunque sia la proprietà della casa, non  sussistono reati nella compravendita della medesima. Già l’estate scorsa le famose carte di S. Lucia, ovvero la dichiarazione di un ministro di quel paese circa la proprietà di una società off-shore da ricondurre al cognato di Fini, dovette essere seppellita alla svelta, tanto puzzava di falso ma, non importa, l’infame la deve pagare lo stesso, ordina il nano.

Così quel gran bell’uomo Lebole di Frattini, impeccabile come un maggiordomo inglese che ti porta la colazione in camera, anzi alla Camera, è stato inviato oggi a giuringiurellare in Senato che le famose carte di S. Lucia di cui sopra sono autentiche. Autentiche perché suo cuggino gli ha detto che i tenutari del paradiso fiscale lo giurano sulla testa dei loro figli. 
Battista Frattini ha ricevuto la conferma, sempre dal governo di S. Lucia, che la casa di Montecarlo è di Tulliani. L’ha saputo tempo fa ma ha aspettato che le cose si mettessero proprio brutte per il nano per trasmetterle alla Procura. Quel gran imparziale di Schifani, in tutta fretta, ha convocato la seduta del Senato che doveva servire a chiedere le dimissioni del suo collega della Camera, accusato di imparzialità. Hanno la faccia come il flaccido.

E va bene, la casa è di Tulliani. Se quest’affermazione è vera allora è vero anche che  un paradiso fiscale come S. Lucia, che campa sulle società off-shore e solo di quello, accetta di sputtanarsi a livello planetario violando il voto di segretezza sui nomi dei reali proprietari di quelle società, rivelandoli ad un Frattini qualsiasi. Una tattica che definire suicida è poco. Come se gli gnomi svizzeri, improvvisamente impazziti, cominciassero a dare un nome a tutti i loro conti cifrati. Quanti capitali pensate rimarrebbero tra i quattro cantoni? Meno di zero. Campare solo di cioccolata e orologi non è facile.

Le prove di Frattini

A parte il fatto che, in ogni caso, se vi fosse il sospetto di un reato commesso da una di queste società con sede all’estero dovrebbe essere il Ministro della Giustizia su richiesta della magistratura a richiedere al paradiso fiscale, attraverso una rogatoria internazionale, tutti i documenti atti a rivelarne la reale proprietà, non certo un ministro degli Esteri su mandato di un presidente del consiglio per favorirlo in una faida personale che lo riguarda. Don’t cry for me Angelino non ha niente da dire su questa faccenda?

Allora, se non è un bluff da tavolo da gioco degno di Montecarlo, ma nel senso del Casinò, e fosse vero che un paradiso fiscale da oggi spiattella i segreti dei suoi clienti, allora dovremmo proprio pensar male e sospettare che qualcuno stia cominciando a comperarsi non più le puttane a vagonate ma intere isolette caraibiche.

Intanto, mentre siamo tutti ansiosi che Fini dia le dimissioni perché non si è mai visto che il cognato di un nemico di Berlusconi si comperi una casa al grezzo a Montecarlo pagandola il giusto prezzo, il padrone di Battista, accusato di prostituzione minorile e concussione, inquina le prove, fabbrica testimoni prezzolati affinché neghino il fatto che lui paga profumatamente ragazze perché si facciano toccare nelle parti intime, come un maniaco da quattro soldi. Non solo, riduce questori e prefetti al rango di sguatteri al servizio permanente delle sue puttane.

Secondo me, invece di amminchiarsi su quella scemenza della casa di Montecarlo, dovrebbe preoccuparsi del fatto che sull’inchiesta che lo coinvolge comincia a cadere la neve e si moltiplicano le minorenni coinvolte in esibizioni hard e, soprattutto che, vista la mala parata e il pericolo di affondamento, le zoccole cominciano ad abbandonare la nave. Non prima di aver dato al loro generoso benefattore del “culo flaccido”. Veline ingrate.

Scarpe di prigionieri di Auschwitz

“I neri non possono essere italiani.”
“Gli zingari rubano i bambini e vanno deportati.”
“Gli ebrei sono troppo influenti e hanno in mano tutti i poteri forti.”
“Gli omosessuali non possono fare la morale a nessuno.”

Dunque, aspetta, ho poca memoria: cos’è che si dovrebbe ricordare oggi?

Nella prospettiva che il maniaco Silvio Berlusconi sia costretto, con le buone o le cattive, a mollare la povera Italia che tiene segregata in uno scantinato da sedici anni, piegandola ai suoi turpi voleri,  gli italiani sembrano in preda all’angoscia, alla paura di perdere il loro torturatore di riferimento. Siamo in piena Sindrome di Stoccolma e la reazione è sintomatica del trauma collettivo che questo individuo ha provocato al suo paese.
Non capita solo ai suoi cortigiani che, comprensibilmente, perduto lui perderebbero tutti i loro privilegi da saprofiti e sono quindi in pieno panico da smobilitazione, oppure ai suoi irriducibili fans, a quelli che lo hanno votato e lo rivoterebbero mille volte perché sono o vorrebbero essere come lui. 
Succede persino a qualcuno che non lo ha votato e mai lo voterebbe ma si lascia scappare un “Si però, dall’altra parte, chi c’è?” Dimenticando che, subito dopo il fascismo, perfino un Badoglio poté andar bene per ricominciare a vivere. 
Questa assurda e fallace credenza che esistano uomini insostituibili dopo dei quali può venire solo il diluvio è tipica dei popoli che regrediscono allo stadio infantile in cui la propria vita dipende esclusivamente dai genitori, da figure dominanti e spesso non autorevoli ma autoritarie. Caratterizza chi, invece di esercitare, votando, quel senso di responsabilità che sarebbe richiesto nel momento in cui si manda al potere un tizio, decide invece di delegare il proprio potere decisionale e quindi il proprio destino al primo uomo della provvidenza che passa, al piazzista che sa gridare più forte e li elegge propri sovrani assoluti. 
Il concetto è racchiuso in quel “ghe pensi mi” che libera tanti cervellini dal disturbo di doversi mettere in moto a freddo per ragionare e controllare  che il potere politico legittimato dal loro voto non travalichi i limiti del lecito. Quel “ghe pensi mi” che il nano nostrano ha sfruttato fino alla nausea per carpire la dabbenaggine degli elettori e piegarla ai propri fini.
Gli italiani, credendo che non vi sia nessuno in grado di sostituire il Piccolo Papi, non vogliono mollarlo e sono disposti a tenerselo purchessia.  Ed io crudelmente mi domando: se per ipotesi dovesse morire, magari durante una seduta di bunga bunga, come accade sovente ai vecchietti che cercano di scopare, che farebbero? Se lo imbalsamerebbero e lo terrebbero seduto sulla sedia a dondolo in bella mostra in salotto, accarezzandogli il cranio e spolverandolo ogni giorno?
Lo so che sembra impossibile a chi teme sopra ogni cosa la perdita di un idolo e di una figura paterna da cui comodamente dipendere ma la verità è che ai funerali, nella maggioranza dei casi, si comincia a ridacchiare e a distrarsi prima del “Confutatis”. Al “Lux Aeterna” il morto è già bell’e dimenticato e si pensa a come spartirsi i suoi beni. Calato il feretro nella tomba si va tutti a mangiare e la vita ricomincia. 
Nell’ambito della politica e del potere poi, mai detto fu più veritiero del “morto un Papa se ne fa un altro”.
Noi che fin dalla discesa in campo mai abbiamo voluto Berlusconi come capo di governo perché ci bastò leggerne le gesta giovanili nei pochi libri allora a lui dedicati per conoscerlo ed evitarlo come l’AIDS, siamo già preparati alla vita senza di lui. Diciamo che ci stiamo portando avanti con l’elaborazione del lutto. Siamo prontissimi ad un nuovo governo, con facce, se non nuove, almeno che non siano quelle di Bondi, Cicchitto, Brambilla, Gelmini e don’t cry for me Angelino. Non temiamo alcun male ad oltrepassare la porta che ci condurrà fuori dal berlusconismo, sia che esso cada per cause naturali o forzose.
Un’altra categoria di elettori che sta vivendo un’ancor diversa reazione al crepuscolo del nano è rappresentata da coloro che lo hanno votato ma se ne dichiarano pentiti e, in un paese di coniglioni, coraggiosamente ammettono di essersi sbagliati. A loro, che devono sentirsi come le vittime di un atto di seduzione, perché tale si configura l’azione del tiranno nei confronti del popolo sottomesso, dovrebbe andare tutta la nostra solidarietà e rispetto.

A qualche fortunato capita di riconoscere il male appena esso si manifesta, la tirannia appena si instaura, come accadde a Karl Kraus con “La terza notte di Valpurga”, analisi spietata del nazismo condotta già nel 1933 ma nella maggior parte dei casi chi si affida ad un deus ex machina si fida di lui fino all’ultimo, fino a quando non emerge in tutta la sua bassezza la sua vera natura maligna.
Coloro che sono profondamente delusi dal ghepensimì, man mano che vengono fuori, vengono sbeffeggiati al suono di “dove siete stati fino ad oggi”, “ben svegliati” eccetera. Irrisi spesso da coloro che votano da anni un’opposizione che non si oppone perché altrettanto collusa con il berlusconismo e che nemmeno si scandalizzano più di ciò.

L’argomento delle vergini dai bianchi manti contro i pentiti di centrodestra  è “come avete potuto credere che Berlusconi potesse compiere una rivoluzione liberale, con il suo connaturato autoritarismo?”
Ebbene, io penso che tra i motivi per i quali tanti elettori di centrodestra non intrinsecamente berlusconiani sono rimasti ingannati da Berlusconi risiede nel fatto che allora quella era la sola destra possibile, che il tizio ha utilizzato armi di seduzione di massa di goebbelsiana memoria e infine il jolly dell’anticomunismo che, in ambienti di destra, ha sempre aperto tutte le coscienze come un grimaldello.
Ecco, mi piacerebbe che un giorno, a bocce ferme e a babbo morto, si ragionasse, oltre che dei danni del comunismo, anche di quelli che ha provocato l’anticomunismo. Quello becero e unicamente propagandistico, al quale non interessava approfondire il perché del fallimento della messa in pratica del principio comunista ma che, essendo profondamente disonesto e totalmente privo di una base culturale, giungeva a mettere sullo stesso piano di criminosità Pol Pot e Walter Veltroni.
Quello che, agitando lo spauracchio del comunismo, teneva buono il popolo affinché accettasse i soprusi dei neoaristocratici portatori di immense ricchezze, spesso guadagnate con mezzi ai confini della legalità. L’anticomunismo che faceva parlare curiosamente allo stesso modo, contro i “comunista”, Silvio Berlusconi e Totò Riina.

Credo potremo arrivare a quest’analisi, visto che almeno una parte della società italiana è incamminata a passo svelto verso una nuova idea di politica, dove i concetti di destra e sinistra perdono importanza a vantaggio di valori ben più importanti ed universali come la dignità, il senso di responsabilità, l’onestà e la legalità.
Inoltre, quando l’incubo degli italiani sarà collocato dove non potrà più nuocere, ossia nel ricordo di un periodo sciagurato della nostra storia,  ci sarà posto per tutte queste riflessioni, non ultima quella  sulla fragilità della democrazia quando essa è posta di fronte alla seduzione del denaro e della faciloneria. Sperando che, oltre al ragionamento, possiamo produrre gli anticorpi democratici che ci impediscano di farci ingannare di nuovo.

Dopo Pecorella e Cicchitto, anche il giornalista Massimo Fini reclama l’abbassamento della maggiore età, sentite un po’ perché:

“C’è il caso di Ruby, minorenne, diciassettenne. E la prostituzione minorile è reato (del cliente, non del minore). Ma a parte che oggi una ragazza di diciassette anni è minorenne per l’anagrafe, ma non di fatto (e sarebbe bene, per i reati sessuali, abbassare la soglia della minore età, perché in giro circolano delle vere “mine vaganti), in questo caso Berlusconi più che carnefice potrebbe essere stato vittima, oltre che della sua imprudenza, della ragazza. È plausibile che nei primi incontri il premier ignorasse la vera età di Ruby e che in seguito costei l’abbia ricattato come risulterebbe dalle carte della Procura. D’altronde non è che uno prima di andare a letto con una ragazza – sempre ammesso che Berlusconi ci sia andato – le può chiedere la carta d’identità. Non è reato nemmeno fare in casa propria festini dove le ragazze siedono a cena, orrore, con i seni al vento.”

Una legge dello Stato dovrebbe servire le necessità della maggioranza dei cittadini. Ora, a parte le esigenze di Berlusconi, mi spiegherebbe Fini a chi gioverebbe un’abbassamento della maggiore età allo scopo di depenalizzare il reato di prostituzione minorile, se non ad un’infima categoria di vecchi maiali che hanno la velleità – o forse solo il denaro, di accompagnarsi con coloro che potrebbero esser loro nipoti?
Conosce forse lui migliaia di donne che abitualmente sbavino dietro a ragazzini di sedici? Conosce spettacoli televisivi dove a sculettare siano giovani maschi imberbi per la gioia di mature casalinghe che potrebbero far loro da nonne? No, eh? 
Ci sono perfino uomini – e io ne conosco parecchi, che non toccherebbero mai una ragazzina, sia perché hanno figlie minorenni e la cosa li disturberebbe, sia perché preferiscono confrontarsi sessualmente con donne adulte. Sono forse loro i malati, i retrogradi, i moralisti?
Chiedere la carta d’identità ad una prostituta dall’aspetto troppo giovanile non è una cattiva pensata, specialmente se straniera, perché potrebbe essere stata indotta a forza alla prostituzione dal racket.
L’idea poi che Ruby – che sicuramente è una filona ma non ha tutta la responsabilità del caso, possa aver ricattato Berlusconi, prima di averlo circuìto come un bischero è la solita storia, la solita vigliacchissima scusa del vecchio che ha messo le mani dove non le doveva mettere. E’ lei che ha provocato. E’ lei la diavola tentatrice. Nel Medioevo Ruby l’avrebbero condotta sul rogo e, bon, tutti assolti.
La perfida Lolita, del resto, è uno dei greatest hits di Fini. Già l’anno scorso (e quest’anno la primavera per lui arriva un po’ anticipata) il nostro scriveva:

“Non fan che provocare, sculando in bikini, in tanga, in mini (“si vede tutto e di più” cantano gli 883), ma se in ufficio le fai un’innocente carezza sui capelli è già molestia sessuale, se dopo che ti ha dato il suo cellulare la chiami due volte è già stalking, se in strada, vedendola passare con aria imperiale, le fai un fischio, cosa di cui dovrebbero essere solo contente e che rimpiangeranno quando non accadrà più siamo già ai limiti dello stupro. Basta. Meglio soddisfarsi da soli dietro una siepe.”

Consiglierei a Fini, se non l’ha ancora fatto, la lettura delle intercettazioni delle giovani fringuelle delle festicciole Arcoriane. Sono illuminanti. Se ne deduce una verità che sospettavamo. Le giovani, minorenni o no, vanno a letto con i vecchi solo per denaro ma poi corrono a vomitare. “Se il vecchio non scuce dovremmo cominciare a portargli via qualcosa da casa.” “E’ ingrassato, fa schifo, sta giù.” “Deve solo pagare.”
I vecchi non li vuole nessuno. Solo magari un vecchio compagno o compagna che sappia dar loro del vero amore costruito mattone su mattone negli anni.Qualcuno per il quale magari sei ancora bello/a.
Gli uomini vecchi che vanno a puttane illudendosi di piacere ancora finiscono per pagare qualcuna per farsene disprezzare.  E se questo qualcuno è uno che in teoria ha una nazione in pugno la cosa è solo squallida. Altro che Ruby provocatrice.
Oggi ho ascoltato per radio un riassunto della convenscion di Veltroni al Lingotto. Un pianto. Una pena.
Ho sentito Bersani ripetere più volte che il PD, nella politica italiana, è indispensabile. Senza dirci per fare che cosa.
Chiamparino ha benedetto Fassino come candidato ideale a sindaco di Torino. Se lo fa per la rima, ok. Se lo fa perché Fassino vorrebbe essere operaio sotto Marchionne, abbiamo già capito tutto.
Gentiloni (quello che avrebbe dovuto fare la legge sul conflitto di interessi e per non averla fatta ma avercelo fatto credere dovrebbe andare in giro con il burqa) ha ribadito che le primarie non s’hanno da fare. 
Insomma, l’ordinaria amministrazione dei piddini grigi.
Infine, il Uolter, il genio del Modem e la sua proposta per nientepopodimenoche risolvere il problema del debito pubblico:

Il 10% degli italiani, coloro che sono i più ricchi, diano un contributo straordinario per fare scendere il debito pubblico. Veltroni lancia la proposta a metà discorso. Definendo il debito pubblico “un cancro che divora il paese”. Per questo, secondo il leader della minoranza Pd, serve uno sforzo straordinario. Come l’eurotassa di passata memoria: “In quel caso tutti compresero che era necessaria, doverosa e utile”.

Ecco perché poi i Tremonti paiono dei geni. Questa proposta fa orrore perché è controproducente, inutile e semplicemente idiota. Aiuterà solo Silvio a sbraitare in TV che i comunisti vogliono portargli via le ville, i soldi e rapare a zero le sue figlie. 
E’ una minchiata perché per abbassare il debito pubblico non è necessario questo esproprio velleitario ma bisogna, ad esempio, tagliare la testa alla Casta dei privilegi che succhia risorse pubbliche; fare in modo che le tasse le paghino il giusto tutti, democraticamente e per un vero spirito di uguaglianza tra i cittadini, come succede nel resto del mondo civile e fare in modo che le imprese non nascondano i profitti per paura di pagare più tasse. Come? Incentivando e premiando con sgravi fiscali chi reinveste gli utili, si rinnova e assume personale. Chi cresce deve essere premiato, non tartassato.
Veltroni ha scelto il nome Modem per la sua corrente, ma è un vecchio modem analogico che viaggia ancora a 14.4k, qui ci vuole il WiFi ad alta velocità. No, davvero, non ci siamo. Non ci siamo proprio. Auguri per le prossime elezioni.
Ma una pianta ogni tanto, no?

Di nuovo sulla strada. ‘Na traggedia. Sfrattate le O(r)gettine dall’alveare brianzolo e, quel che è peggio, non dal padrone di casa ma dall’amministratore condominiale con la motivazione che la loro presenza danneggerebbe il decoro del palazzo. Come se nessuno avesse notato fino ad ora l’alto tasso di passera pregiata in zona e non se ne fosse chiesta la ragione. Chissà se sfratteranno anche i lampioni, che potrebbero adesso diventare arredi equivoci?
Non sarà che, più del danno al decoro del palazzo (che non è architettonicamente la Reggia di Caserta, diciamolo) qualcuno si stia preoccupando della credibilità di tutti quei contratti in comodato d’uso, che a volte vengono usati per  pagare meno tasse ed ottenere agevolazioni dai comuni, sull’I.C.I. ad esempio, ed attirano i controlli dell’Agenzia delle Entrate come il miele le mosche?
C’è chi ha scritto oggi che, come al solito, nello sfratto delle O(r)gettine pagano le più deboli. Beh, se sono deboli con settemila euro a botta e i bonifici da diecimila, secondo quanto si dice, cosa dovrebbero dire le albanesi da cinquanta euro, servizio completo, con pure il pappone che le sfregia con l’acido?
In ogni caso, pagare l’affitto di tasca propria fa bene e dopo un po’ ci si abitua. Come a pagare luce e gas. Se vogliamo parlare di debolezza, pensiamo piuttosto agli abitanti dell’Aquila centro che hanno ancora le case e le attività distrutte ma nonostante tutto le tasse devono pagarle.
E poi, tranquilli, forse il dramma delle papigirls sbattute on the road è solo rinviato.

(ASCA) – Roma, 21 gennaio – ”Il Consiglio dei ministri ha autorizzato, su mia proposta, la presentazione di un emendamento al decreto ‘mille proroghe” all’esame del Parlamento che proroga la sospensione degli sfratti, limitatamente a talune categorie sociali, al 31 dicembre 2011”. Lo annuncia il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Altero Matteoli, al termine della seduta del Consiglio dei ministri.

Coincidenza? Straordinario tempismo? L’ennesima legge ad personam? O, per meglio dire, ad lupanarae?

Per non farci mancare nulla e se non ve ne foste ancora accorti, oramai l’eversore piduista si esprime soltanto, come Bin Laden, attraverso videomessaggi minacciosi nei confronti delle istituzioni, come ha scritto oggi anche Luca Telese sul “Fatto”.
Per completare il profiling, non è che questo Osama della Brianza, oltre ad essere narcisisticamente fuori controllo, dopo tutte le recenti frequentazioni, stia flippando del tutto identificandosi irrimediabilmente con Gheddafi (il Bin Laden degli anni ottanta), come Norman Bates di “Psycho” si era identificato con sua madre?

Prima l’harem, le danze del ventre, una concezione di Stato più come sultanato spinto che come democrazia occidentale e ora il comportarsi da alqaedista con i proclami deliranti e i seguaci che si farebbero esplodere per lui. Beh, non esageriamo, esplodere per finta, sempre a pagamento o comunque se riescono a farci su una bella cresta.

E’ finito in un’inchiesta  nata per caso da un suo comportamento maldestro e dettato dal suo essere oramai fuori controllo, ossia dalla telefonata in Questura a Milano per far liberare “la nipote di Mubarak”, in realtà la sua amichetta minorenne, e ora si comporta come un colpevole che sa di esserlo ma urla “Non avete le prove, fottetevi!”, come solo i colpevoli fanno. Manca solo il “siete tutti chiacchiere e distintivo”.
Perché sarà pure innocente fino a prova contraria, la presunzione di innocenza e tutto quello che volete ma non si riesce a credere che uno che insulta i giudici a quel modo sia proprio puro siccome un angelo.

Berlusconi crede che qualsiasi cosa detta in televisione possa diventare automaticamente la verità. La sua, ovviamente. Così va in onda tutto pittato e con l’occhio già in rigor mortis a dire che ci ha la morosa, come se avesse ancora quindici anni. E noi dovremmo crederci. Come se avere una morosa o una moglie avesse mai impedito ad un uomo di andare a puttane. “Ma lei era presente”, dice. Come se a volte non fosse proprio la moglie a stare alla cassa nei casini.
Non solo, ma manda in onda colei che è stata una dozzina di notti a casa sua e gli ha fatto un centinaio di telefonate, quella che nell’agenda di una collega era catalogata nientemeno e senza mezzi termini come “Rubbi troia”, nell’apposita trasmissione dell’utile cicisbeo, ad asciugarsi la lacrimuccia con il ditino dall’unghiona ad artiglio e a sparare cazzate lacrimogene come da illustre suggerimento. Certo, noi dovremmo credere ad una che, essendo comunque inequivocabilmente stata a casa sua di notte, ancora minorenne, potrebbe aver preso dei soldi da lui per tacere e negare, lei dice addirittura cinque milioni di euro.

La sua corte dei miracoli mobilitata su tutti i canali per difenderlo va compatita. Il vecchio sgancia e, come dicono le baldracche a pensione completa del suo harem, “finchè c’è lui io mangio”.
I suoi camerieri, reggicoda, lacché, zoccole redente da un posto in Parlamento o in qualche provincia di Berlusconia, posto comunque fisso e dallo stipendio da decine di migliaia,  servi e sguatteri scribacchini, azzeccagarbugli che campano delle infinite parcelle che lui gli procura, e tutti coloro che in questi giorni lo difendono, formano una varia fauna di parassiti sempre più molesti. Madame rifatte che metterebbero la topa sul fuoco per lui. Nullità miracolate da un ministero, fortuna che non gli capiterà più al mondo, che sputano sulla Costituzione e sulle leggi, convinti che il capo li proteggerà sempre. Liberi, per il fatto di essere schiavi del sovrano, di mettersi le dita nel naso in pubblico.

Altro discorso sono coloro che, dall’altra parte dello schermo televisivo, nonostante tutto lo difendono, che lo difenderebbero anche se lo vedessero squartare un bambino di due anni e cibarsi delle sue cicce. Coloro che da sempre confondono la fascinazione per il criminale con l’ammirazione per un leader.

Come Bin Laden ha i suoi simpatizzanti che lo considerano un fico perché è “il principe del terrore”, così Silvio ha quelli che dicono “Si, avrà anche fatto affari con la Mafia, andrà con le minorenni, ma è sempre meglio lui dei comunisti”. Anzi, non c’entrano neppure i comunisti. Lo amano perché con lui sentono che possono trarre il peggio da sé senza vergogna. Possono mentire,  disprezzare i giudici, la legge e i doveri e se maschi, regredire ad uno stato di preciviltà. Quando tira tira, anche se lei é minorenne. E lo dicono tutti contenti in tv, vantandosene, e se hanno delle figlie le accompagnerebbero ad Arcore di persona, anche quelle vergini.
E’ questo il tratto più patologico della questione. Sono perfino peggio di lui, più sociopatici di lui perché non si  pentono affatto delle enormità che dicono. Scrivono tranquillamente, perché ne sono convinti, che le BR avrebbero dovuto ammazzarne di più, di magistrati.
Lui in fondo si agita tanto perché dimostra di sapere che ha commesso dei reati e addosso ha la tarantola del colpevole. A suo modo ha timore della Legge e forse anche timor di Dio. Loro no. Sono i volonterosi carnefici. Quelli che spingerebbero i cadaveri dentro i forni. Perfino a gratis.
La cosa però che mi irrita di più sentire tutte le sere come una insopportabile litania è la sua pretesa di essere stato votato quella volta e per sempre.  “Vogliono sovvertire il voto popolare”. E che palle, basta.  
Lui può contare sul sostegno di circa il 38% degli italiani (se vogliamo tener buono il consenso espresso dalle ultime elezioni del 2008 e i sondaggi seri che provengono dall’estero), cifra che non rappresenta affatto la maggioranza. Che è in realtà quel 62% che non è con lui. E, in un paese normale, potrebbe anche darsi che, democraticamente, alle prossime elezioni lui non venga riconfermato. Senza contare che uno, perché è stato votato, non è per questo emendato dal peccato originale e può fare tutto ciò che vuole. E’ in questo punto che si capisce che è fuori di testa e che avrebbe bisogno di una bella cura del sonno in una clinica svizzera.
Ormai questa è la  guerra santa personale condotta da chi può ringraziare solo chi gli ha lasciato le televisioni da usare a suo esclusivo sollazzo come fa con le escort, ed avere quindi una smisurata platea a disposizione tutte le sere per coglionare i suoi elettori. Per fortuna solo loro perché chi ha imparato a conoscerne le gesta da vent’anni a questa parte lo evita come la peste.
Comunque vadano a finire le cose non vedo come si potrà andare alle elezioni anticipate se prima non si è modificata la legge elettorale, cone le buone o con le cattive. Nessun partito pensi di poter convincere i propri elettori ad andare a votare con questa schifezza che ha consegnato l’Italia a Berlusconi, al suo circo di fenomeni e ai gioppini del Nord.
Ci vuole una legge elettorale che dichiari ineleggibili i detentori di concessioni pubbliche, i pregiudicati, che ristabilisca il diritto degli elettori di eleggersi i propri rappresentanti. Una legge che sbatta fuori le maitresse, le manicure, le sciampiste, i parenti, amici e conoscenti, le amanti e tutti gli utili idioti messi lì solo per sbafare e dire sempre si.
Per ridare un minimo di credibilità a questo povero paese.

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