Nella prospettiva che il maniaco Silvio Berlusconi sia costretto, con le buone o le cattive, a mollare la povera Italia che tiene segregata in uno scantinato da sedici anni, piegandola ai suoi turpi voleri,  gli italiani sembrano in preda all’angoscia, alla paura di perdere il loro torturatore di riferimento. Siamo in piena Sindrome di Stoccolma e la reazione è sintomatica del trauma collettivo che questo individuo ha provocato al suo paese.
Non capita solo ai suoi cortigiani che, comprensibilmente, perduto lui perderebbero tutti i loro privilegi da saprofiti e sono quindi in pieno panico da smobilitazione, oppure ai suoi irriducibili fans, a quelli che lo hanno votato e lo rivoterebbero mille volte perché sono o vorrebbero essere come lui. 
Succede persino a qualcuno che non lo ha votato e mai lo voterebbe ma si lascia scappare un “Si però, dall’altra parte, chi c’è?” Dimenticando che, subito dopo il fascismo, perfino un Badoglio poté andar bene per ricominciare a vivere. 
Questa assurda e fallace credenza che esistano uomini insostituibili dopo dei quali può venire solo il diluvio è tipica dei popoli che regrediscono allo stadio infantile in cui la propria vita dipende esclusivamente dai genitori, da figure dominanti e spesso non autorevoli ma autoritarie. Caratterizza chi, invece di esercitare, votando, quel senso di responsabilità che sarebbe richiesto nel momento in cui si manda al potere un tizio, decide invece di delegare il proprio potere decisionale e quindi il proprio destino al primo uomo della provvidenza che passa, al piazzista che sa gridare più forte e li elegge propri sovrani assoluti. 
Il concetto è racchiuso in quel “ghe pensi mi” che libera tanti cervellini dal disturbo di doversi mettere in moto a freddo per ragionare e controllare  che il potere politico legittimato dal loro voto non travalichi i limiti del lecito. Quel “ghe pensi mi” che il nano nostrano ha sfruttato fino alla nausea per carpire la dabbenaggine degli elettori e piegarla ai propri fini.
Gli italiani, credendo che non vi sia nessuno in grado di sostituire il Piccolo Papi, non vogliono mollarlo e sono disposti a tenerselo purchessia.  Ed io crudelmente mi domando: se per ipotesi dovesse morire, magari durante una seduta di bunga bunga, come accade sovente ai vecchietti che cercano di scopare, che farebbero? Se lo imbalsamerebbero e lo terrebbero seduto sulla sedia a dondolo in bella mostra in salotto, accarezzandogli il cranio e spolverandolo ogni giorno?
Lo so che sembra impossibile a chi teme sopra ogni cosa la perdita di un idolo e di una figura paterna da cui comodamente dipendere ma la verità è che ai funerali, nella maggioranza dei casi, si comincia a ridacchiare e a distrarsi prima del “Confutatis”. Al “Lux Aeterna” il morto è già bell’e dimenticato e si pensa a come spartirsi i suoi beni. Calato il feretro nella tomba si va tutti a mangiare e la vita ricomincia. 
Nell’ambito della politica e del potere poi, mai detto fu più veritiero del “morto un Papa se ne fa un altro”.
Noi che fin dalla discesa in campo mai abbiamo voluto Berlusconi come capo di governo perché ci bastò leggerne le gesta giovanili nei pochi libri allora a lui dedicati per conoscerlo ed evitarlo come l’AIDS, siamo già preparati alla vita senza di lui. Diciamo che ci stiamo portando avanti con l’elaborazione del lutto. Siamo prontissimi ad un nuovo governo, con facce, se non nuove, almeno che non siano quelle di Bondi, Cicchitto, Brambilla, Gelmini e don’t cry for me Angelino. Non temiamo alcun male ad oltrepassare la porta che ci condurrà fuori dal berlusconismo, sia che esso cada per cause naturali o forzose.
Un’altra categoria di elettori che sta vivendo un’ancor diversa reazione al crepuscolo del nano è rappresentata da coloro che lo hanno votato ma se ne dichiarano pentiti e, in un paese di coniglioni, coraggiosamente ammettono di essersi sbagliati. A loro, che devono sentirsi come le vittime di un atto di seduzione, perché tale si configura l’azione del tiranno nei confronti del popolo sottomesso, dovrebbe andare tutta la nostra solidarietà e rispetto.

A qualche fortunato capita di riconoscere il male appena esso si manifesta, la tirannia appena si instaura, come accadde a Karl Kraus con “La terza notte di Valpurga”, analisi spietata del nazismo condotta già nel 1933 ma nella maggior parte dei casi chi si affida ad un deus ex machina si fida di lui fino all’ultimo, fino a quando non emerge in tutta la sua bassezza la sua vera natura maligna.
Coloro che sono profondamente delusi dal ghepensimì, man mano che vengono fuori, vengono sbeffeggiati al suono di “dove siete stati fino ad oggi”, “ben svegliati” eccetera. Irrisi spesso da coloro che votano da anni un’opposizione che non si oppone perché altrettanto collusa con il berlusconismo e che nemmeno si scandalizzano più di ciò.

L’argomento delle vergini dai bianchi manti contro i pentiti di centrodestra  è “come avete potuto credere che Berlusconi potesse compiere una rivoluzione liberale, con il suo connaturato autoritarismo?”
Ebbene, io penso che tra i motivi per i quali tanti elettori di centrodestra non intrinsecamente berlusconiani sono rimasti ingannati da Berlusconi risiede nel fatto che allora quella era la sola destra possibile, che il tizio ha utilizzato armi di seduzione di massa di goebbelsiana memoria e infine il jolly dell’anticomunismo che, in ambienti di destra, ha sempre aperto tutte le coscienze come un grimaldello.
Ecco, mi piacerebbe che un giorno, a bocce ferme e a babbo morto, si ragionasse, oltre che dei danni del comunismo, anche di quelli che ha provocato l’anticomunismo. Quello becero e unicamente propagandistico, al quale non interessava approfondire il perché del fallimento della messa in pratica del principio comunista ma che, essendo profondamente disonesto e totalmente privo di una base culturale, giungeva a mettere sullo stesso piano di criminosità Pol Pot e Walter Veltroni.
Quello che, agitando lo spauracchio del comunismo, teneva buono il popolo affinché accettasse i soprusi dei neoaristocratici portatori di immense ricchezze, spesso guadagnate con mezzi ai confini della legalità. L’anticomunismo che faceva parlare curiosamente allo stesso modo, contro i “comunista”, Silvio Berlusconi e Totò Riina.

Credo potremo arrivare a quest’analisi, visto che almeno una parte della società italiana è incamminata a passo svelto verso una nuova idea di politica, dove i concetti di destra e sinistra perdono importanza a vantaggio di valori ben più importanti ed universali come la dignità, il senso di responsabilità, l’onestà e la legalità.
Inoltre, quando l’incubo degli italiani sarà collocato dove non potrà più nuocere, ossia nel ricordo di un periodo sciagurato della nostra storia,  ci sarà posto per tutte queste riflessioni, non ultima quella  sulla fragilità della democrazia quando essa è posta di fronte alla seduzione del denaro e della faciloneria. Sperando che, oltre al ragionamento, possiamo produrre gli anticorpi democratici che ci impediscano di farci ingannare di nuovo.

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