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Visto un matrimonio li hai visti tutti. Sono sempre le solite situazioni, le solite scene, più o meno uguali a tutte le latitudini e su tutti i gradini della scala sociale. Lo sposo, la sposa, i parenti, i suoceri, gli invitati, i fiori,  la predica sulla sacralità della famiglia, il ricevimento, il bouquet lanciato come la palla ovale del rugby, la mischia delle damigelle, le foto, i paggetti, la torta, il mal di piedi, la sbornia e il mal di testa finali.
Qui, trattandosi di reali, ci hanno risparmiato la seconda parte della festa, quella della sposa senza scarpe sotto il tavolo e con il diadema sulle ventitré e lo sposo con la divisa slacciata e un bel rutto liberatorio postprandiale.
Notavo stamattina, durante l’interminabile passerella degli ospiti, che la capienza di Westminster potrebbe tranquillamente raddoppiare se si abolissero i cappelli a larga tesa d’ordinanza. Guardando le fogge in cui erano acconciate tutte quelle teste più o meno coronate si capisce come un personaggio come il Cappellaio Matto non poteva che essere stato creato in Inghilterra. 
Ma non parliamo di cappelli, nemmeno della signora in giallo, come è stata ribattezzata subito da chi commentava in rete in diretta l’evento, la Nonna Betty. Qualche buontempone si è domandato se a guidare la Rolls reale ci fosse per caso Ambrogio e se la regina avesse già il languorino. Poi dicono che la pubblicità non condiziona la gente.
Gli ospiti erano tutti ordinaria amministrazione, niente di particolare, a parte Victoria Beckham che ha scambiato uno dei quattro matrimoni per un funerale e si è vestita tutta di nero con tanto di muso lungo un metro. Da oggi sarà per noi Beckhamorta.
Delusione per i papiminkia nostrani, non c’era B. Meglio così. Se fosse stato presente al matrimonio avrebbe toccato il culo a Kate e raccontato una barzelletta su Diana.
Il clou di ogni matrimonio, ovviamente, sono gli sposi. Stavolta, secondo me, hanno un po’ deluso. Lui, William, ha una faccia da bambino su una testa che sta andando inesorabilmente in piazza, con un vago effetto Benjamin Button. Vicino alla sposa la faceva sembrare molto più vecchia, Certo, se la divisa fosse stata azzurra come si conviene al Principe, sarebbe stata tutta un’altra storia. Quel rosso guardia faceva pensare a dove mai gli fosse caduto il cappello di pelliccia durante il tragitto da casa a chiesa.
La sposa. La Kate Middleclass che forse tra cent’anni sarà regina, se Betty non diventa definitivamente immortale, a me è parsa niente di che, ma proprio scialba. Una di quelle facce, avrebbe detto Oscar Wilde, che viste una volta non te le ricordi più. Una Barbie mora, troppo secca e parecchio ingessata e, ahimé, con una sorella che, dietro di lei come damigella, rubava la scena sia per l’acconciatura che per il culo parlante sotto il raso dell’abito, tra l’altro molto più bello del suo. E’ proprio il caso di dirlo. Alla sposa, la sorella-damigella gli ha fatto una Pippa.
Detto che, rivisto oggi, il vestito di Diana, la suocera buonanima, farebbe quasi ridere, con le mongolfiere al posto delle maniche e tutto l’eccesso tipico degli anni ottanta, rispetto a quello, comunque, l’abito di Kate sembrava preso al “Paradiso della Sposa”. Senza contare che, aver copiato quello di Grace Kelly, anch’essa stampatasi in auto sfilando una curva, sembra un voler sfidare un po’ troppo la sorte. Come se non fossero bastati la Bechkamorta in lutto stretto, il celebrare il matrimonio nella stessa cattedrale del funerale di mamma Diana ed Elton John che cantò, sempre in quell’occasione, la Messa da Requiem e che oggi, forse ci ha risparmiato la candela nel vento. Roba da non mollare la presa per tutta la cerimonia.
A parte il look deludente gli sposi mi sono parsi freddini. Va bene che stavolta lei non è affetta da quel meraviglioso pudore virginale di Diana che le infiammava la gota (buongustaia!) e che, fidanzati da tanto tempo ormai, faranno l’amore con il pilota automatico, ma il bacio al balcone, mioddìo, con lui che nemmeno la tocca, che strazio. Proprio il bacio di chi non si bacia più. 
Vuoi mettere Jessica e Ivano? Anche l’anello che non calza loro lo rendevano molto più interessante di ‘st’ inglesi ingessati. ‘Tacci loro!

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“Esistono le famiglie tradizionali che fanno crescere i bambini e li educano. Questi quando sono grandi pagano tasse e contributi anche per le pensioni e l’assistenza sanitaria di quelli che i bambini non li hanno avuti, e che hanno avuto invece molti soldi in più durante la vita. Sennò da dove pensiamo che si prendano i soldi per pagare le pensioni ai gay?”
 (Rocco Buttiglione – Radio24, “La Zanzara” 27 aprile 2011, dal minuto 66 in poi)
Quale problema affligge quest’uomo? Ho una mia teoria ma per spiegarla ho bisogno di una breve premessa.
Avete presente quelle notti insonni, oppure quei risvegli precoci delle tre del mattino seguiti dall’incapacità di riaddormentarsi, quando si viene assaliti da pensieri tipicamente notturni? Mi riferisco a quei pensieri che si sforzano di essere assolutamente logici e razionali e di solito sono la ricerca disperata della soluzione di un problema che abbiamo dovuto affrontare durante la giornata appena trascorsa ma che in realtà sono giri a vuoto di un cervello che, invece di sforzi di problem solving, avrebbe un tremendo bisogno di dormire e di lasciarsi andare all’irrazionalità salutare del sogno per farsi un salutare defrag e cancellare tutte le informazioni ridondanti ed inutili e i file danneggiati che affollano la mente.
Avrete notato che, di solito, dopo una nottata passata a rimuginare, perduti nel labirinto del nostro cervello, dopo anche una breve dormita, alla mattina la soluzione del problema giunge all’improvviso e senza alcuna fatica, con il tipico meccanismo dell’insight (la lampadina di Archimede, per intenderci.)
Ecco, chi è afflitto in maniera costante da questi pensieri notturni che, dopo un po’, tendono a prendere il sopravvento anche durante l’attività cerebrale diurna, può arrivare a concepire ragionamenti proprio come quello di Buttiglione. Un concetto più contorto di un fusillo su famiglie, figli, gay e pensioni che alla fine si concretizza nell’assunto illogico che l’unico scopo della vita è procreare. Che chi non procrea e magari è pure frocio è un po’ come quei disabili dell’epoca nazista che costavano tot marchi al giorno e che se fossero eliminati lo Stato risparmierebbe milioni. Vi ricordate quella famosa scena di “La vita è bella” con la maestra fascista che parla entusiasta di come si studia l’aritmetica nelle elementari del Reich? 
Per Buttiglione è veramente insopportabile l’idea che un proprio figlio sia costretto, da grande, a pagare con i propri contributi INPS la pensione dorata di Dolce & Gabbana e magari l’ennesima Vespa leopardata al suo anziano ex parrucchiere. 
Dopo una sana dormita e ragionandoci di nuovo su potrebbe venirgli in mente che, per esempio, ci sono persone che non possono procreare per motivi di infertilità e perché c’è una legge, voluta dalla sua parte politica, che impedisce loro di ricorrere alla procreazione assistita; che ci sono gay che, lavorando una vita intera sudando come somari a mille euro al mese, non come stilisti alla moda ma come operai, meccanici e impiegati e quant’altro,  pagano le pensioni a chi bivacca in Parlamento e che, dopo appena cinque anni, ha diritto ad una pensione vergognosa da migliaia di euro al mese.
Che pure i gay lavoratori pagano la pensione a chi i figli non li ha avuti. Per esempio ai preti, compresi quelli pedofili. 
Ieri il malefico ha nominato i “sondagi”, giustificando la mossa antidemocratica e decisamente vigliacchetta di voler togliere la parola agli elettori del referendum antinucleare con la scusa che costoro sarebbero scossi dalla tragedia di Fukushima e quindi si troverebbero più o meno in stato confusionale, con il rischio di rigettare anche il legittimo impedimento che riguarda le sue costose terga. Un comportamento da pischello di sette anni che, siccome il pallone è suo e non vogliono farlo giocare, è disposto perfino a bucarlo e portarselo via.
Abituato a vincere facile e con la roulette truccata più di lui, il piccolo vuole il 2-0 a tavolino. Perché? Perché sa che i referenda li perderebbe e che forse rischia la mutanda piena anche nelle elezioni normali, politiche ed amministrative. 
Lo dimostrerebbero i risultati dei sondaggi condotti dalla Università LUISS, Centro Italiano Studi Elettorali, pubblicati ieri. Manca solo che i media televisivi e cartacei ne diano notizia ma, in presenza di cotanti maggiordomi pietosi che preferiscono lasciare il vecchio all’oscuro e prigioniero dei suoi deliri, lasciamo che siano i blog a riprendere la notizia. (Io l’ho trovata su Facebook).
Come vediamo nel primo grafico, a differenza dei referenda scorsi, che di tendenza attiravano sempre meno elettori fino a non raggiungere il quorum, questa volta, nonostante la domenica di giugno, il mare e tutto il cucuzzaro festivo, un sorprendente 87% di intervistati dichiara di voler andare a votare per i referenda. Quorum assicurato se il risultato dovesse mantenersi tale nella realtà. 
Le intenzioni di voto per tutti e quattro i quesiti sono per il SI, ovvero per l’abrogazione delle leggi relative: ritorno al nucleare, entrata dei privati nel settore dell’acqua pubblica e legittimo impedimento.
Alla domanda se in Italia si dovrebbero costruire nuove centrali nucleari, il 69,9% degli intervistati risponde con un no risoluto.
Il 64,3% degli intervistati si dichiara contrario ad affidare la gestione dell’acqua pubblica ai privati.
Infine, riguardo al legittimo impedimento, il 56,5 degli intervistati si dichiara per niente d’accordo con la pretesa dei membri del governo di rinviare i processi a loro carico. Si noti che non viene nominato B. ma si parla in generale di membri del governo. 
Come si dice? En plein?
Alla domanda più generale, se fosse auspicabile reintrodurre l’immunità parlamentare, il 63,7% del campione ha risposto no. Altro segno che i privilegi di casta sono sempre meno graditi dall’elettorato.
E le intenzioni di voto per le elezioni politiche? Per chi voterebbero oggi gli italiani del campione intervistato dal CISE? Anche qui il risultato è abbastanza sorprendente. Il centrosinistra è al 44,1%, il centrodestra al 41,2%.
Non dite a Bersani che rischia di vincere, però. Se no si caca addosso.
Chernobyl, 26 aprile 1986 – 26 aprile 2011
L’avete sentito il nano fetuso, questo venditore di scimmie di mare? Il decretino inserito nel decretone, quello che eliminava  il nucleare, era una finta, serviva solo per prendere tempo ed ingannare, come al solito. 
Certo ci vuole una faccia come la sua per scegliere il giorno della commemorazione del disastro di Chernobyl e con i reattori di Fukushima ancora fumanti per dichiarare ufficialmente che lui non vuole che gli italiani, gli stessi che blandisce quando ha bisogno di voti per salvare il suo culo, si esprimano democraticamente con il voto nel referendum sul nucleare, ovvero su una questione di capitale importanza per la loro vita e salute. 
Lui non vuole, la Marcegaglia e gli amici degli amici non vogliono. Diventan tristi se noi votiam.
A questo punto, come sempre, siamo nelle mani della Cassazione che dovrà decidere se annullare o meno il referendum sul nucleare. Speriamo decida per mantenerlo, assieme a tutti gli altri. I quattro SI, in quel caso, potrebbero diventare orgasmici. Un orgasmo democratico multiplo.
C’è solo da raccontare un brutto sogno, in questo 25 aprile, l’incubo nel quale siamo precipitati senza che nessuno venga per pietà a darci il calcio del risveglio.
Ecco i veri revisionisti, scatenati nel loro indomabile revanscismo. Il fascismo come malattia endemica del capitalismo, come suo cancro, per questo non riusciamo ad estirparlo. Manifesti sconci a Roma e la comunità ebraica tace, dimentica delle Fosse Ardeatine, del Ghetto di Roma, delle deportazioni. Anche loro stanno sognando, perduti nel sogno dell’utopia fallita, della terra promessa nella quale non vuole andare più nessuno, che però i fascisti gli permettono di continuare a sognare finché il sogno non si sgretolerà del tutto.
L’Italia non l’ha liberata la Resistenza ma gli alleati, dicono i revisionisti di cui nessuno ha paura e che nessuno addita al pubblico linciaggio. (In questo brutto sogno sono i blogger la minaccia, non i fascisti al governo.)
Certo, gli alleati, quelli che hanno scatenato le orde di stupratori e bombardato a tappeto i civili  ma che hanno permesso a loro, i fascisti, di continuare ad esistere anche dopo. In stand-by, in coma vigile, fintanto che non fosse arrivato l’uomo giusto per rianimarli e permettergli di vomitare ancora le loro teorie così consone al sistema da mantenere ad ogni costo.
Poveri partigiani che hanno liberato un popolo che voleva solo essere dominato da un dittatore e che tanto ha fatto per trovarsene un altro, peggiore del primo. Uno che oggi non ha niente da festeggiare, giustamente, essendo il campione del revanscismo.
Un 25 aprile che coincide con la Pasquetta. Il 1° maggio che sarà la grande celebrazione dell’orgoglio vaticano. Quest’anno la Chiesa ci scippa le uniche feste laiche del calendario. Anche questo è un segno che viviamo nel peggiore degli incubi.
Cercate segni dell’esistenza di Dio, per caso? 
Un santo è stato assassinato ma, nel giorno di Pasqua, anche se la nostra fede era fortissima, non è risorto. Non riesco ad immaginare una prova più evidente di questa della non esistenza di un Dio, se non profondamente malvagio. Un Dio che fa di tutto per far credere che non esiste.
Tra una settimana un santo lo faranno, in pompa magna, ma sarà Woytila, non Monsignor Romero. Quel Woytila che disse chiaramente a Romero che non doveva inimicarsi il governo fascista del Salvador che poi l’avrebbe massacrato sull’altare. Quel Woytila che, per coerenza, non volle inimicarsi il generale Pinochet e che ora sarà il primo megasanto dell’anticomunismo. Oltre che malvagio, il Dio del sogno nel quale siamo precipitati dev’essere un Dio fascista.

Ma quanto è stupida l’omofobia, quanto è violentemente idiota nella sua irrazionalità? In un paio di giorni due episodi di intolleranza verso le persone omosessuali hanno riempito la pagina dell’imbecillità sui giornali.
Nel primo, un presunto vero uomo apostrofa per strada Paola Concia e la sua compagna con una sequela di insulti di stampo nazista, il più carino dei quali è ” vi dovevano bruciare nei forni”. E solo perché le due donne camminavano tenendosi per mano. 
Tranquilli, non è il sesso a turbare l’aspirante addetto volontario al crematorio, ma l’affettività. C’è gente talmente disturbata emotivamente che può venire sconvolta dalla manifestazione di un normalissimo gesto d’amore.
Il giorno dopo, la notizia dell’episodio di omofobia ai danni di una parlamentare viene riportata sul “Giornale” e lì, i soliti commentatori più a destra di Hitler ci mettono del loro, dicendo che, “si, è vero, che schifo le lesbiche”. Addirittura se la prendono con la Concia perché ha giustamente reagito nei confronti dell’ominide omofobo. Come si permette, questa, di difendersi da un’aggressione incivile?

Per il secondo episodio mi scuso se dovrò nominare, nell’occasione, Carlo Giovanardi. Il sottosegretario se l’è presa con una pubblicità IKEA  che raffigura due uomini che si tengono per mano (arridaje, fidatevi, è l’affettività che li sconvolge, il volersi bene e il dimostrarselo, non il sesso). 
Lo slogan della campagna incriminata è che IKEA è aperta a tutte le famiglie, quindi anche a quelle omosessuali. Per forza, IKEA deve vendere la sua mercanzia e se ne frega se sul divano Klippan ci faranno l’amore lui e lei, lei e lei o lui e lui. O tutti assieme appassionatamente. Basta che comprino. Si chiama legge del mercato, della domanda e dell’offerta. Il consumatore non ha sesso. E’ un portafogli che cammina.
Casomai un Giovanardi così attento alla difesa della sacra istituzione familiare messa a repentaglio dai busoni che infestano i centri commerciali, potrebbe preoccuparsi che sul Klippan non venga molestato qualche bambino da un genitore, parente, amico di famiglia o prete, o vi venga semplicemente maltrattato da un genitore eterosessuale ma sociopatico.
Viene da sorridere a pensare che questi omofobi idrofobi  votano e si fanno inchiappettare politicamente da quasi vent’anni da un tizio che si è rimminchionito a furia di guardare gli spettacolini lesbo che le sue amiche fidanzatine gli organizzano tutte le sere, coinvolgendo anche presunte maggiorenni.
Sono ipocriti e incoerenti e se non lo fossero non si divertirebbero.

Due donne che si tengono per mano scatenano la voglia di riaccendere i forni ma  è noto che se due pezzi di strafighe nude con il tacco del dodici e un collare da cane al collo si slinguazzano su un palco la cosa è considerata dagli uomini cosiddetti normali cosa assai arrapante.
Ecco quindi che cominciamo a capire il perché di certe reazioni. Finché il lesbo è una rappresentazione delle fantasie maschili più trite esso è accettato e promosso in tutte le sue manifestazioni. E’ sottinteso che le due, ipersessuate e rigorosamente etero, si esibiscono solo per far piacere all’uomo e alla fine torneranno a farsi trapanare dal loro padrone assoluto. Come recita lo slogan di un pornazzo: “In mancanza di cazzo si può diventare lesbichette”. L’amore fra donne come ripiego, non come scelta.
Se invece è l’amore sessuale tra due donne a volersi affermare, magari facendo a meno dell’uomo, la reazione di chi si sente escluso è violenta e rabbiosa e può arrivare a forme estreme di punizione, come lo stupro rieducativo delle lesbiche che è piaga endemica in Sudafrica.
Non che le cose vadano meglio se sono due uomini a tenersi per mano per strada. Da un certo punto di vista la rappresentazione dell’affettività e del sesso tra uomini è ancora più osteggiata da una società maschilista di eterosessuali ad ogni costo. La violenza contro i gay è talmente diffusa che non fa più nemmeno cronaca, nemmeno gli episodi più truci.
Per giunta, al contrario degli uomini che amano il lesbo show, noi donne non ci arrapiamo a vedere due palestrati che si inchiappettano nella doccia e non ci sogneremmo mai di chiedere a due nostri amici particolarmente gnoccoloni di farlo per noi.
Non perché non li troviamo belli e seducenti ma perché se due uomini vogliono fare sesso è giusto per noi donne sentirci di troppo e non voler disturbare. Senza nemmeno illuderci di volerli redimere, con la nostra immensa presunzione.
Se i sondaggi dicono che la gente è stufa del governo di un vecchio regredito a causa della tabe senile alla fase anale, ecco che la voglia di far esprimere il popolo attraverso le urne diventa improvvisamente un qualcosa da evitare a tutti i costi.  Un nano è per sempre. Nel 2008 fu eletto e, se il vento da allora sta cambiando e diventando sfavorevole, semplicemente non si voti più. Si eviti che il popolo deficiente che gli ha dato il voto possa cambiare idea.
Intanto, questa tornata referendaria non s’abbia da fare, soprattutto se uno dei quesiti riguarda il culo in persona. Vedrete che in futuro, per evitare altre noie, studieranno una legge per abolire il referendum o renderlo completamente inefficace, per esempio abbassando il quorum o obbligando i comitati a raccogliere 10.000.000 di firme. 
Se lo scontento aumenterà, il problema non sarà tanto se e quando andremo di nuovo a votare ma se ce lo permetteranno ancora. E se anche ci sarà concesso di votare, coloro che hanno avuto un potere enorme,  dal mantenimento del quale dipende la loro mera sopravvivenza, non lo molleranno di certo e studieranno sicuramente qualche trucco per rimanere in sella. Anche contro il volere degli italiani. 
Stanno già studiando il premio di maggioranza su base nazionale e non regionale da estendere al Senato ma è chiaro che non farebbero mai una legge che possa favorire gli avversari politici, e nemmeno sono i tipi da dire “ok, rispettiamo la volontà degli elettori e ci facciamo da parte”.
Quindi, se studiano di blindare entrambe le camere è perché hanno già il broglio in mente.
Bisognerà vigilare con tutti gli organismi di controllo, anche internazionali, al fine di evitare che un vecchio megalomane si aggiusti un’elezione eventualmente sfavorevole. Sono capaci di tutto e se il popolo italiano vorrà mai liberarsi di loro temo che ci vorranno le cannonate.

“Qual è il parassita più resistente? Un batterio? Un virus? Una tenia intestinale? 
Un’idea. Resistente, altamente contagiosa. Una volta che un’idea si è impossessata del cervello è quasi impossibile sradicarla. Un’idea pienamente formata, pienamente compresa si avvinghia, qui da qualche parte.
Il seme che pianteremo nella mente di quell’uomo, diventerà un’idea che lo condizionerà per sempre. Potrebbe cambiarlo… può arrivare a cambiarlo radicalmente.” (Dom Cobb, dal film “Inception”)

La mattina, andando al lavoro, mi capita di passare in mezzo alle bancarelle del mercato e di captare al volo i discorsi di quelli che io chiamo per abitudine ideologica bottegai. Discorsi che generalmente vertono sulle ultime notizie di cronaca, commenti leggeri che rimbalzano da un banco all’altro come palloncini pieni d’aria. Possono essere sfottò tra tifosi per l’ultima partita di calcio o personali del tipo: “Allora, com’è andata ieri sera con la tipa?” Sottinteso: “Te la sei trombata?”

Stamattina, uno di questi bottegai raccontava ad alta voce perché sentissero tutti, eccitato e con la bavetta all’angolo della bocca, le imprese del nano di Hardcore, evidentemente il suo idolo di riferimento.
“Aveva un harem! (Pausa per riprendere fiato dall’emozione) Avete sentito? La Minetti gli faceva annusare la passerina, gli faceva annusare la passerina (lo avrà ripetuto tre o quattro volte) e lei baciava il pistolino.”  Proprio così, con il linguaggio da bambino sporcaccione oramai fuori tempo massimo.
“Bella roba”, ha provato a ribattere una ragazza giovane, visibilmente scandalizzata, dirimpettaia di bancarella e un altra donna più in là, sempre bottegaia, ha commentato con fastidio, rivolgendosi al collega: “Te, adesso, con questa storia ne hai fatto proprio una fissazione.” 
Beh, ho pensato, la corazza di questi elettori, apparentemente inattaccabile dal sospetto di aver votato solo un impunito e maniaco sessuale, sta cedendo, sta mostrando qualche crepa.
L’illusione  però è durata poco. Un altro bancarellaro, il papiminkia del giorno, ha pronunciato la fatidica frase che chiude ogni discussione che riguardi B. e il suo governo: “Comunque, piuttosto che governi la sinistra, guarda….”
Ecco quali danni può compiere l’innesto di un semplicissimo concetto, un pregiudizio, un sentito dire, un’affermazione non vera ma che lo sembra, una piccolissima ma geniale trovata come  “votatemi per evitare che i comunisti prendano il potere”.
Il papiminkia dovrà soffrire ancora molto, dovrà sentire il fiato della Finanza sul collo, degli Enti Locali che gli aumentano le tasse perché con i tagli continui non ce la fanno più, dell’Agenzia delle Entrate che gli fa i controlli ogni tre mesi perché il bilancio dello Stato non ha più soldi e bisogna, d’altra parte, mantenere la casta cialtrona e mafiosa a caviale e champagne, ma dubito che, senza un’operazione che rimuova l’innesto, al limite fisicamente mediante la trapanazione del cranio, la capirà.

E’ da un po’ di giorni che ho in mente il Titanic. Sarà per le orchestrine che continuano a suonare imperterrite nonostante l’allarme affondamento imminente e perché si cominciano a vedere topi e tope che abbandonano la nave (l’ultima in ordine di tempo Stefania Craxi che ha rilasciato un’intervista, già a bordo della scialuppa di salvataggio e bardata di salvagente, dove scongiura il comandante di abbandonare la nave).
Oggi l’annuncio che il governo rinuncia al nucleare. Le cinquanta centrali cinquanta entro il 2020 sognate dal piccolo Brunetta e dall’ineffabile Scajola rimarranno un sogno. Anche perché erano francamente irrealizzabili, un sogno appunto, e il tanto sbandierato accordo con la Francia per la costruzione delle centrali, firmato tempo fa dai due nani premier, quello nostrano e quello transalpino, era solo un pour parler, un “vedremo in futuro, casomai”.
Il rilancio del nucleare italiano, visti i costi stratosferici che sarebbero ricaduti solo sulle finanze pubbliche, cioè nelle nostre tasche, era chiaramente l’ennesimo bluff di questo governo aerostatico e Tremonti deve avergli detto, ad un certo punto, ai vari nanicurie: “Bambole, non c’è un euvo”.
Pensando poi che si sono spesi dal 1987 ad oggi 9 miliardi di euro per un decommissioning che non è mai partito del tutto, figuriamoci come e dove si sarebbero trovati i soldi per nuove centrali e nuovi problemi. 
Ricordo, a chi stesse per dire che ci sono pur sempre i privati per costruirle, che in nessun paese del mondo il nucleare riesce nemmeno a porre la prima pietra senza un poderoso aiuto statale. 
E’ cosa stranota ma giova ripeterla. Quando la Thatcher provò a privatizzare il nucleare britannico negli anni ’80, le gare d’appalto andarono deserte. Non c’era allora e non c’è oggi alcun imprenditore al mondo in grado di investire subito capitali enormi con la prospettiva di cominciare ad averne un ritorno, se tutto va bene, tra non meno di una quindicina d’anni. 
Il nucleare è il modo più costoso mai inventato dall’uomo per produrre acqua calda ed è anche il più pericoloso perché, se salta la pentola a pressione, bisogna demolire non solo la cucina e il ristorante ma smobilitare tutt’attorno per decine di chilometri città intere e per sempre. 
Ammesso poi che la centrale andasse in funzione e operasse senza incidenti, la sua vita sarebbe non più lunga di un’altra ventina d’anni in media, quindi nascerebbe il problema del decommissioning e dello smaltimento non solo delle scorie ma di tutto l’ambaradan contaminato da livelli più o meno alti di radiazioni. La  famosa riduzione  “a prato verde” dell’impianto, ovvero il suo totale smantellamento, compreso il nocciolo del reattore, è  finora risultata possibile in pochissimi casi, visto che non esiste al mondo un sito dove stoccare in piena sicurezza tutto questo materiale radioattivo. Nemmeno il famoso megadeposito di Mount Yucca negli Stati Uniti, mai entrato in funzione e costato al contribuente americano $ 11 miliardi.
Detto questo, io non canterei tanto vittoria, pensando alla decisione del governicchio B. (Barnum) di rinunciare ai sogni di Brunetta e Scajola. Non è affatto una vittoria del fronte antinucleare ma l’ennesima fregatura.
Prima di tutto perché l’emendamento deve pur sempre essere ancora approvato e bisognerà controllare che il testo finale non nasconda inghippi atti a rianimarlo più avanti, passata la festa (referendaria) e gabbato lo santo. 
Secondo, perché si tratta di un volgare espediente per evitare il pronunciamento democratico degli elettori al referendum del 12-13 giugno e, terzo, perché dietro alla rinuncia al nucleare c’è in realtà ancora una volta l’ombra del culo del nano da salvare. 
E’ noto che una vasta partecipazione al referendum sull’onda della preoccupazione per gli sviluppi dell’incidente di Fukushima avrebbe potuto trainare il quorum anche per gli altri importantissimi quesiti referendari: i due sull’acqua pubblica e il quarto sul legittimo impedimento, che ora rischiano di saltare assieme al quesito sul nucleare.
L’Ego ipertrofico del nano non avrebbe sopportato l’eventuale ferita narcisistica di una trombata elettorale sul suo diritto all’impunità, così hanno gettato via il bambino con l’acqua radioattiva. Poco importa se tutti coloro che avevano fatto le bave sulle nuove centrali, i relativi appalti pubblici eccetera, rimarranno con l’uccello di fuori.
Non mi meraviglierei se uscissero nei prossimi giorni dei manifesti che attribuiscono a B. in persona il merito, nella sua infinità bontà, di aver salvato il popolo italiano dal rischio del radionuclide impazzito. Sarei quasi pronta a scommetterci. 
C’è un precedente, già raccontato nella puntata “L’eredità” di Report da Milena Gabanelli che rafforza la mia ipotesi. Qui l’intera puntata, per chi fosse interessato alla storia del decommissioning italiano ed alla situazione delle scorie in Italia. L’eredità – 2 – 3 –  4 – 5 – 6 – 7 – 8.
Ecco l’aneddoto. Nel novembre del 2003 eravamo, dicevano loro, in piena emergenza terrorismo e, temendo che a Bin Laden saltasse l’uzzolo di fare un attentato a Caorso o Trino, Berlusconi individua in quattro e quattr’otto un sito dove stoccare in maniera permanente le scorie radioattive d’Italia. Viene dichiarato lo stato d’emergenza e il generale Jean, commissario straordinario e presidente della Sogin, azienda incaricata del decommissioning italiano, punta il dito su Scanzano Jonico, in Basilicata. Nei paesi normali gli studi per individuare un sito permanente di stoccaggio delle scorie nucleari richiedono anni ma da noi si fa in fretta e si agisce per decreto, anzi per decretatio praecox. 
Il premio Nobel Carlo Rubbia dichiara il luogo inadatto, a causa della sua sismicità e della vicinanza al mare, che ne erode costantemente la costa e, soprattutto, la popolazione si rivolta, dando luogo alle proteste pacifiche di quel vasto movimento popolare che animerà “i giorni di Scanzano”.
Alla fine del mese, il montare delle proteste costringe il governo B. a rinunciare al progetto e il 27 novembre il nome di Scanzano Jonico viene cancellato dall’elenco dei siti di stoccaggio per le scorie.
E qui viene il bello. Il giorno dopo, sui muri della Basilicata, a cura delle sezioni di Forza Italia, appaiono i seguenti manifesti:

“Scanzano ha vinto grazie al popolo lucano ed alla sensibilità di Silvio Berlusconi!”

Dalla puntata di “Report”


“Libertà vuol dire avere la possibilità di educare i propri figli liberamente, e liberamente vuol dire non essere costretti a mandarli in una scuola di Stato, dove ci sono degli insegnanti che vogliono inculcare principi che sono il contrario di quelli dei genitori”. (B., febbraio 2011)
“I genitori oggi possono scegliere liberamente quale educazione dare ai loro figli e sottrarli a quegli insegnanti di sinistra che nella scuola pubblica inculcano ideologie e valori diversi da quelli della famiglia”. (B., aprile 2011)
Certo, frequentando certi insegnanti di istituti religiosi privati non si corre certo il rischio di essere inculcati.

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