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Con questo post vorrei solo far sapere quanto sia bello avere un cane. Sarà inevitabilmente autoreferenziale, visto che si parla della cucciola che da un anno è entrata nella mia vita e in quella del mio compagno; Lilli, una meticcia di rara bellezza, di mamma labrador e padre ignoto ma, si sospetta, pastore tedesco. Quando ci è stata regalata aveva quattro mesi e ne abbiamo seguito la crescita  non facendole mancare le visite regolari dal veterinario, le vaccinazioni, la microchippatura e la sterilizzazione. Ce la siamo cavata nonostante non avessimo avuto, nessuno dei due, esperienza con dei cani.
Si parla dell’intelligenza dei cani e di come a volte, per alcuni, sia solo questione di mancanza di parola. Non è un luogo comune. Credo di essermi fatta un’idea del tipo di comunicazione che si instaura tra il cane e l’adulto o gli adulti sui quali viene imprintato. Non c’è bisogno di parlare, o meglio, ci si può parlare ma la comunicazione è di altro tipo; lei sa cosa voglio ed io so cosa vuole lei. E’ difficile da spiegare, lo si può capire solo facendo l’esperienza di avere un cane. Forse è una comunicazione che agisce attraverso gli odori o altri canali diversi da quelli utilizzati normalmente tra umani. Ecco, assomiglia alla relazione tra due persone che non hanno bisogno di parlare per capirsi. Una straordinaria simbiosi, un’amicizia. che ti cambia completamente la vita.
Lilli, come tutte le bestie particolarmente intelligenti, ha una sua personalità e, dopo un anno che la conosco, ne riesco ad individuare alcuni tratti caratteristici. E’ straordinariamente docile ed affettuosa, forse fin troppo fiduciosa delle buone intenzioni di coloro che le si avvicinano, e questa è sicuramente la sua componente Labrador. Apprende in maniera straordinariamente rapida e lo fa senza bisogno di sgridate. I sospetti sulla paternità cane lupo si rafforzano.
Con un buon addestramento potrebbe fare qualunque cosa, dal cane da tartufi, all’accompagnatore per i non vedenti, al cane da soccorso, vista la sua passione per scavare. 
Quest’anno l’abbiamo portata in vacanza con noi in Trentino e devo dire che non ci ha creato il minimo problema. In macchina si accuccia sul suo telo e dorme. Durante le soste si sgranchisce le zampe, gradisce una bevutina d’acqua, poi si rimette tranquilla a dormire fino a destinazione, magari con il musetto appoggiato alla mia mano. Per fortuna nella maggior parte dei locali dove siamo andati a mangiare, premesso che sceglievamo  posti all’aperto, l’hanno accettata e lei ha subito imparato a sedersi buona buona ad aspettare che gli umani finiscano di abbuffarsi. Adora la pizza, per cui qualche boccone di pasta del bordo le spetta di diritto.
Altre cose che le piacciono sono la mela, le caldarroste, leccare il vasetto dello yogurt quando finiamo di mangiarlo e soprattutto il pane e le fette biscottate. 
Ovunque andiamo tutti sembrano pazzi per lei. E’ una cagnetta da acchiappo fenomenale. Non solo di altri cinofili, accompagnati o meno dalle loro bestie, ma di bambini, adulti, anziani, signore e giovanotti. “Posso accarezzarla?” “Quanto è bella, che musetto!”
Una vacanza con cane appresso è dunque possibile, soprattutto se l’animale dimostra grande capacità di adattamento e lo si tratta come qualunque essere che ha bisogno di spazio, cibo, riposo, movimento e svago. Per non parlare dell’amore.  Non c’è alcun bisogno di abbandonarli, mi raccomando.
Il 23 luglio è morta Amy Winehouse, ottima cantante molto soul, con uno stile personalissimo ispirato alle grandi voci femminili del passato. Una fine non certo inattesa, nonostante i ventisette anni, perché la sua tossicodipendenza da droghe ed alcool era talmente grave ed ostinato il suo rifiuto ad uscire dal gorgo dell’autodistruzione, come aveva cantato nella canzone “Rehab”, che nessun bookmaker inglese avrebbe accettato scommesse sulla sua morte. Pare che il giorno prima avesse acquistato un intero assortimento potenzialmente letale di droghe. Un suicidio, più che una morte accidentale, secondo molte evidenze che però saranno chiarite forse soltanto dagli esami tossicologici.
Nonostante la morte di chiunque, perfino dei peggiori criminali, in genere richiami atteggiamenti bonari nei confronti della salma, della serie “quando si muore si diventa tutti buoni a posteriori”, per Amy non è stato così. Ho notato una ferocia e una mancanza di pietà, nei commenti su Facebook e nei giornali, che mi ha lasciata perplessa.
Era una sfigata, tossica e alcolizzata, secondo questi commenti, quindi è stata tutta colpa sua se è morta. Come se l’essere sfuggiti al gorgo della droga non sia a volte un merito ma una pura questione di fortuna e del fatto di aver evitato per caso di incontrare le persone sbagliate nel momento sbagliato.
“Se l’è cercata”, come le ragazze che vengono stuprate perché girano vestite troppo provocanti.
E poi le battutine, le spiritosaggini sull’assonanza tra il cognome omen e il vino, provenienti perfino da persone intelligenti che normalmente non perdono l’aplomb di fronte al passaggio del morto.
In fondo Elvis, quando morì, era una farmacia vivente con annesso armadietto delle sostanze stupefacenti; Michael Jackson idem, ma nessuno che abbia avuto il coraggio di definirli dei tossici sfigati del cazzo. Con Amy invece si sono sfondati gli argini della pietas e si è sfiorato francamente il vilipendio.
Infine, come buon peso, Forza Nuova ha dedicato ad Amy uno dei suoi celebri poster moraleggianti, sottolineando come solo i deboli possano soccombere di droga. E allora ho cominciato a capire.
Il caso ha voluto che, lo stesso giorno, uno di quei pazzi lucidi che nessuno lo direbbe – perché i pazzi li immaginiamo sempre con il colapasta in testa e l’andatura ricurva, un figuro alto, biondo ed ariano, dopo aver pianificato a lungo il suo gesto, sia andato su un’isola norvegese con l’artiglieria pesante ed abbia fatto fuori a freddo e con l’aiuto di qualche etto di cocaina, secondo me, quasi un’ottantina di giovani suoi connazionali che stavano frequentando un campo estivo del partito laburista. Il tizio si definisce un patriota cristiano combattente contro gli islamici, tecnicamente sarebbe un allievo della cattiva maestra Oriana Fallaci e delle varie farneticazioni neocon su Eurabia ma stranamente ha scelto di non combattere i jihadisti o i talebani in Afghanistan, faccia a faccia, da uomo. Più vigliaccamente ha messo in atto il remake snuff di “Battle Royale” ed ha cercato il record del tiro al bersaglio su ragazzini di sedici anni. Il tiro al bambino paralizzato dalla paura. Un’impresa da eroe.

Questi eroi ariani però hanno un loro fascino, soprattutto nelle province meridionali neonazi del continente europeo. Ecco quindi che Vittorio Feltri, forse deluso perché l’attentatore (ha anche piazzato una bomba in centro ad Oslo, pare) non si chiama Ahmed e non puzza di kebab e non c’entra un cavolo con Al Qaeda, come si sarebbero giocati le palle i nostri giornalisti crociati, si domanda come mai lo spree-killer Breivik non abbia incontrato resistenza nei ragazzini.
Invece di pensare al dolore atroce di decine e decine di famiglie distrutte dalla morte di un figlio, improvvisandosi etologo sociale, questo scrive: “Incredibile come ciascuno pensi solo a salvare se stesso, anziché adottare la teoria più vecchia (ed efficace) del mondo: l`unione fa la forza”.
Un genio. O, più semplicemente, uno che forse non si è mai visto puntare addosso una pistola e nemmeno un fucile automatico come quello imbracciato da Breivik durante la strage ma che si considera certamente uno di quegli esseri superiori che in qualunque occasione saprebbero reagire nel modo più fascisticamente appropriato. Chissà come si sarebbe comportato, ad esempio, in mano a Er Canaro?
Il turpe Borghezio, dal canto suo, dichiara la sua ammirazione per le idee del nazi norvegese, dicendo che “sono condivisibili”. Anche qui sfugge all’essere superiore sovrappeso, la mancanza dell’elemento fondamentale, il nemico islamico e il fatto che il suo eroe sia solo un volgare killer alla Columbine uccisore di ragazzini innocenti. La Lega sulle prime fa la sdegnosa e dice di non essere d’accordo con le farneticazioni del turpe, con Maroni che chiede scusa alla Norvegia ma poi Speroni, altro bel tomo padano, si associa all’apologia di reato di governo.
Le risatacce della gente comune sul cadavere della tossicodipendente Amy Winehouse, le mutandine bagnate dei nazi nostrani per il biondo ammazzabambini altrettanto strafatto di sostanze ma tanto cristiano ed ariano, la spietatezza del vecchio cronista nei confronti dei piccoli vigliacchi che non hanno sbaragliato il terrorista come avrebbero fatto i nipoti di Chuck Norris che lui conosce a decine. Sono tutti episodi legati da un filo inconfondibilmente nero. Non fascista ma proprio nazista. Sono sintomo di un’infezione subdola ma perniciosa, della quale dovremmo avere più paura che dell’influenza suina.
Il nazismo si fonda sul culto della forza, di un popolo composto da esseri superiori incaricato da Dio di dominare il resto dell’umanità, riducendola di numero ed eliminandone tutti i rami secchi ed improduttivi. Uno dei fondamentali del nazismo, che è necessario inculcare nel popolo per ottenerne l’appoggio è l’anestesia della pietas, l’abolizione dell’empatia e l’addestramento all’insensibilità. E’ solo così che si accettano le camere a gas e i forni crematori.
Nessuna pietà per i deboli, per i malati, tanto meno per i tossicodipendenti come Amy Winehouse che, “se la cercano la morte”.
Senza pensare che la libertà è anche, volendo, decidere di morire facendosi di droga ed alcool fino a scoppiare. Ma vallo a dire nel paese del mito di San Patrignano che guariva i drogati con l’imposizione della carota ed anche del bastone; nel paese dei sondini nasogastrici inseriti a forza per legge nei malati terminali per evitare che in un soprassalto di dignità possano scegliere di morire in pace. E’ questo che fa rabbia ai nazi, la libertà. Anche quella di farsela addosso di fronte ad uno spietato assassino, a soli sedici anni.
Il neonazismo che sta infettando il nostro paese non si evince tanto dalle idee di Feltri e di Borghezio, che erano così anche da piccoli, deve preoccupare piuttosto la disinibizione della ggente comune nei commenti sulla morte di una drogata, segno che forse è passata irrimediabilmente l’idea della Fini-Giovanardi che chi si droga non è un malato ma un delinquente. Sempre però che si faccia di eroina, cocaina, ketamina ed ecstasy tutte assieme o solo di marija , perché se si strafa’ di cocaina ma ogni tanto si fa ricucire il naso e sta attento a non schiattare, magari nei bagni di Montecitorio, nessuno lo sbatterà mai in galera.
Lasciateli stare. La cantante morta di sballo e i ragazzini dell’isola della paura ammazzati da uno strafatto che però non si deve far notare perché lui lottava contro i perfidi islamici. Lasciateli riposare in pace. E soprattutto non chiamatevi cristiani, che quelli veri non ridacchiano e non sbeffeggiano i morti. E soprattutto non li giudicano.
Cosa ci vorrebbe per guarire dal berlusconismo acuto, una volta che B. togliesse le tende, magari dopo avergli concesso quel cavolo di salvacondotto ma fuori dall’Italia, con armi, bagagli, bagasce e famiglie al seguito e che a Maronn l’accumpagn?
Non sarà facile guarire da una malattia così perniciosa ma, per l’immediata convalescenza, ho una proposta, per nulla modesta. Sembra un piano di rinascita democratica reloaded e la cosa mi inquieta tanticchia ma non m’importa.
Parliamoci chiaro. Per il nostro paese sarà indispensabile presto un governo autorevole e in grado di gestire la cosa pubblica con serietà e rigore, finalmente senza distrazioni personalistiche, a maggior ragione se ci sarà veramente il default degli Stati Uniti per colpa degli stramaledetti repubblicani, cosa che speriamo non accada, perché vorrebbe dire che tutto il mondo può aspettarsi economicamente momenti bui e sicuramente nuove guerre.
Questo governo dovrà essere, per forza di cose, di unità nazionale, senza bilancini a misurare il peso politico di ciascuna componente, apparire autorevole all’estero e dovrà avere un mandato con scadenza a sei mesi, dopodiché bisognerà indire nuove elezioni politiche per ottenerne la legittimazione democratica a proseguire nel lavoro o lasciare il campo ad un nuovo governo scelto dagli elettori. L’esecutivo potrebbe cominciare a lavorare già da settembre su alcune priorità assolute. Prima di parlare del presdelcons adatto, e capirete perché, secondo me, 2Maroni non lo è, individuiamo le priorità di questo governo.
In primo luogo, riformare la legge elettorale per tornare ad un sistema dove gli elettori possano veramente scegliere, nella massima trasparenza, da chi farsi governare ( da parlamentari eletti, non nominati) ed evitare che, ad esempio, un partitello che rappresenta solo il dieci per cento dell’elettorato e per giunta dal consenso su base regionale (quindi non omogeneo territorialmente) possa dettare legge in ambito nazionale come se avesse il 30%, per giunta sbandierando propositi eversivi e scissionisti, oltre che idioti. In soldoni, ridimensionare e tagliare la cresta alla Lega, cosa che, tra l’altro, potrebbe solo farle bene.  Una volta condotta a più miti consigli, la Lega potrà diventare un intelocutore di governo. Ora, tra ministeri farlocchi, cazzate e leader fanculeggianti, è meglio darle qualche stop and go.
E’ necessario un sistema proporzionale con una robusta soglia di sbarramento al 5%, per evitare i partitucoli da percentuali da albumina e la dispersione del consenso elettorale in mille rivoli. Senza contare che, meno partiti, vorrebbe dire un minor costo della politica.
Seconda cosa che il governo dovrebbe fare, appunto, una feroce revisione dei costi della politica. Riduzione del numero dei parlamentari, adeguamento dei loro guadagni al PIL nazionale e taglio di ogni privilegio di casta. L’abolizione delle province sarebbe un altro buon modo per provare ad ottimizzare il funzionamento e costo delle amministrazioni locali.
Grafico tratto da  la voce.info. Mostra il rapporto tra gli stipendi dei parlamentari e il PIL per i diversi paesi europei. Se per tutti gli altri paesi il rapporto è in proporzione, e quindi più il paese è ricco, più guadagnano i suoi governanti, l’Italia (rappresentata dal quadratino rosso in alto) mostra una vergognosa dicotomia tra ricchezza paese e tenore di vita della sua classe politica.
Terza priorità: soluzione definitiva del problema del conflitto di interesse. Ritorno al rispetto delle norme che impediscono, a chi detiene conflitti di interesse, di fare politica senza prima averli risolti; il divieto assoluto di candidarsi per chi detiene concessioni governative nel mondo della comunicazione, con l’abrogazione delle leggi ad personam dalla Mammì in giù che favorivano illecitamente Mediaset, e la liberalizzazione effettiva delle frequenze radiotelevisive. E, a questo proposito, affidamento della RAI ad un consiglio di amministrazione super partes formato da esperti e personalità della società civile e della cultura, con esclusione dei politici  che: elimini una rete per metterla sul mercato, elimini totalmente la pubblicità da una delle due reti rimaste e si impegni a ridefinire il ruolo della RAI come servizio pubblico che deve rispondere del suo operato ai cittadini che pagano il canone.Una TV di informazione e cultura, non ad immagine e somiglianza di Mediaset.
Quinto: un progetto di crescita economica che punti all’innovazione ed alla valorizzazione dei punti di forza dell’Italia, tra i quali ci sono senz’altro: turismo e beni culturali. Un progetto che investa, credendoci, nella ricerca e che valorizzi al massimo il nostro potenziale creativo a livello tecnologico e scientifico, individuando, nelle università, le menti più brillanti da coinvolgere nel progetto. Ovviamente le Università vanno aiutate e non demolite a picconate come è stato fatto finora.
Per quanto riguarda il ministro dell’economia, più che di un commercialista e quindi di qualcuno dotato pur sempre della mentalità del tipo “come pagare meno tasse e fottere lo Stato”, io vedrei meglio una persona abituata a ragionare ogni giorno in termini macroeconomici. Una personalità come Mario Monti, sicuramente autorevole e in grado di comprendere le nuove esigenze europee di unità e cooperazione che verranno e che saranno inevitabili, sarebbe l’ideale.
La riforma della giustizia si attua facilmente in due mosse: con il ripristino del concetto di legalità come principio imprescindibile da parte di chi governa; con il potenziamento degli organi inquirenti e giudicanti ed i loro ammodernamento. Se chi governa non è un farabutto anche la Magistratura non avrà più bisogno di interessarsi dei fatti dei politici.
Eliminati i ladri conclamati, gli inquisiti per mafia, corruzione ed ogni altro reato penale od amministrativo, per non parlare dei servi, delle baldracche, dei responsabili, dei dipendenti Fininvest e dei voltagiubba, i partiti potrebbero fare la loro parte andando a cercare quel buono che al loro interno pur sempre si nasconde per coprire qualche ruolo ministeriale ma, per diventare ministro, sarebbe preferibile essere in grado di offrire una competenza più che una tessera. 
Rimarrebbe il problema del presidente del consiglio. Credo che i tempi siano maturi per affidare questo compito ad una donna e, per rilanciare un’idea già affiorata in passato, quella donna potrebbe essere Emma Bonino. Me ne sto convincendo ogni giorno di più. Emma sarebbe anche un ottimo presidente della repubblica ma credo che prima dovremmo provarla come capo del governo. Il primo governo Bonino della terza repubblica. Non suona male. Certo è un po’ troppo laica e i pretonzoli, dovendo scegliere una signora, le preferirebbero la Rosy Bindi. La Bonino però è, come autorevolezza internazionale ed esperienza politica, sicuramente due spanne sopra la Rosy e poi il PD deve ancora mangiarne di pastasciutta prima di individuare un vero leader credibile. Che ne dite?
Oggi pomeriggio ho visto in DVD “Ggate – Genova 2001 il massacro del G8” (in vendita in edicola a € 7,90)  e non posso che consigliarne caldamente la visione. So che è stato trasmesso in rete eccezionalmente da diversi siti in contemporanea il 22 luglio scorso ma, non solo per chi se lo è perso, penso sia indispensabile conservare questo documento eccezionale nella propria mediateca. A futura memoria dei nostri tempi e supponendo che difficilmente potremo vederlo sulle reti televisive mainstream.
Avendo visto, credo, tutto il possibile sull’argomento, posso dire che è senz’altro la più accurata indagine sui fatti del G8 genovese, se non quella definitiva. 
Chi erano i Black Bloc e qual era il loro ruolo, perché la polizia non interveniva a fermarli quando compivano le devastazioni e la gente chiamava invano disperata il 113. Il racconto di Mark Covell, il giornalista inglese massacrato alla Diaz e mandato in coma dalle botte e la brutalità che non si è fermata neppure di fronte ad un ragazzo disabile. I ragazzi inseguiti in spiaggia ed attaccati da reparti da sbarco, con i bagnanti che tentavano di difenderli e qualcuno che riusciva a farli salire su una barca per portarli al largo lontano dalle botte. La tecnica scientificamente ripetuta in tutte le giornate del G8 di colpire i manifestanti pacifici piuttosto che i provocatori violenti. Le denunce su infiltrazioni di esponenti di estrema destra e tifoserie violente. Perché non è stato mai celebrato un processo per i fatti di Piazza Alimonda.
E’ un’inchiesta fondamentale soprattutto perché offre l’ipotesi di una regia sovranazionale di tanta violenza scatenata, con tecniche militari e da uomini survoltati e caricati d’odio ideologico, sui contestatori della globalizzazione convenuti a Genova nel 2001 ma non solo, con modalità identiche anche su quelli arrivati pochi mesi prima a Napoli e sotto un governo non di centrodestra. Una spiegazione di comportamenti altrimenti inspiegabili che potrebbe essere riassunta nella frase “se osate ancora contestare il nostro potere e la nostra visione del mondo, guardate cosa può succedervi.”
Molti di noi avevano intuito già allora qualcosa del genere ma, grazie alla sedimentazione dei fatti in questi dieci anni trascorsi, si sono aggiunti nuovi tasselli all’ipotesi, che si sta facendo sempre più chiara e comprensibile. Ascoltate cosa dicono in proposito, nell’inchiesta di Franco Fracassi, i dirigenti e sindacalisti di polizia. Cosa dice l’ex generale della Nato, Mini.
E quel dialogo tra i due agenti, nel finale, con quell’ “Uno a zero per noi” riferito alla morte di Carlo Giuliani, che mette i brividi.

Ad integrazione della commemorazione del decennale delle giornate di Genova, vi propongo anche un video della segreteria del GLF: “La gestione dell’ordine pubblico a Genova.”

B. sembra uno di quei vecchi che vendono la casa, firmano il contratto e prendono i soldi, poi ci ripensano e si barricano in soggiorno dicendo che non se ne vogliono andare perché quella è casa loro. Chiami i carabinieri ma il vecchio dà di matto e li prende ad ombrellate e alla fine, per disperazione, ti tocca inserire nel contratto una clausola per lasciargli uno scantinato dove abitare fino alla fine dei suoi giorni, sperando che schiatti il prima possibile.
P.S. E’ uscito il nuovo volume di rotoballe patinate a cura della presidenza del consiglio. Come romanzo di fantapolitica da leggere sotto l’ombrellone o al cesso è gradevole.

Un paese musicalmente analfabeta lo si riconosce da alcuni tratti inconfondibili.
Prima di tutto dal privare i suoi cittadini bambini di una vera educazione musicale scolastica; educazione soprattutto al gusto musicale, all’armonia e alla creatività, limitandosi a a farli soffiare disperatamente dentro degli stramaledetti pifferi e chiamare questa crudeltà ora di musica.

Il secondo segno di analfabetismo è il dominio della musica sotto forma di rumore molesto nei luoghi pubblici, tanto che non possiamo che trovarci d’accordo con Kant che sosteneva come la musica, se imposta anche a colui che non la vuole ascoltare, diventasse qualcosa di importuno e fastidioso.
All’estero puoi trovare la musica ambient come sottofondo piacevole e mai soverchiante nei ristoranti, caffé e centri commerciali. Da noi, in un centro commerciale dove l’acustica non è mai stata presa in considerazione in fase di progetto, perché per quell’architetto l’acustica architettonica è un’opinione e forse ha rappresentato un esame stiracchiato da diciotto scarso, se ci sono dieci negozi abbiamo dieci musicacce a tutto volume una sopra l’altra, possibilmente le più rumorose e screanzate, alle quali si aggiungono il rimbombo delle voci umane e dei rumori prodotti dalle macchine in funzione.  Una linea della Breda risulta quasi idilliaca come un tranquillo laghetto di montagna, al confronto.

Terzo tratto caratteristico di analfabetismo musicale: la difficoltà a nominare un numero sufficientemente elevato di attuali talenti musicali italiani, perché l’Italia non fa nulla per valorizzare e tentare di rianimare la propria tradizione musicale e i pochi veramente validi si contano sulle dita di una mano.
Nella cloaca massima televisiva, a parte la farlocca competizione tra case discografiche di Sanremo che monopolizza un’intera settimana all’anno, non si fa musica se non in casi assolutamente eccezionali. Un vero divulgatore musicale come Renzo Arbore viene relegato a tarda notte oppure non va neppure in onda. Nonostante ciò, grazie a trasmissioni come le sue, anche chi non masticava proprio il jazz ha potuto imparare ad apprezzare uno Stefano Bollani, tanto per fare un esempio.
Il massimo della musica classica che passa in televisione è il concerto di Capodanno, sia nella versione austroungarica che in quella italiana, dove imperano il plinplin di Giovanni Allevi e il poveropiero di Peppino Verdi. Oltre quello, il vuoto pneumatico. Musica contemporanea, jazz, folklore, etnica, lirica, non pervenute.

Siccome il panorama musicale è un encefalogramma da coma profondo, con pochi sporadici impulsi qua e là, la critica musicale si annoia e allora si dedica alla riesumazione dei cadaveri dei musicisti del passato, alla loro  depredazione e vilipendio.
L’ultima vittima è Fabrizio de André che, in un articolo della rivista “Rolling Stone”, viene descritto come un cantautore sopravvalutato ed eccessivamente idolatrato post-mortem, oltreché, ohibò, personaggio dalle molte contraddizioni. Confondendo l’artista con l’uomo, come mai si dovrebbe fare nel giudicarne l’opera, si rimprovera a De André di essere stato nientepopodimeno che un borghesuccio, finto comunista (a parte che era casomai anarchico) e collezionista di dobloni d’oro alla faccia del proletariato.
Riesumando, da bravi becchini, il vecchio dualismo Coppi-Bartali, i criticominkia di “RS” finiscono per giocherellare anche con il cadavere di Lucio Battisti, secondo loro un povero Salieri offuscato (perché di destra) da colui che si credeva il Mozart di Boccadasse, privilegiato dalla critica perché di sinistra. Figuriamoci se un articolo del genere non avrebbe fatto subito salivare copiosamente “Panorama” e  “Il Giornale” che, trovandosi tra le mani la polemichetta estivo-funeraria sul cantante di destra vs. cantante di sinistra, ci hanno scritto sopra altri tre o quattro articoli. Tutti orgogliosamente pro-Lucio e anti-Faber, sostenendo oltretutto che la tacchetta esistesse veramente tra i due cantautori.

Se si fossero fermati a ragionare invece di pagare pegno all’idiozia culturale di regime, avrebbero notato che, ormai, per il pubblico, sia le canzoni di De André che quelle di Battisti sono classici del nostro patrimonio culturale e che nessuno, di fronte ai “fiori rosa fiori di pesco” o al “letame da cui nascono i fiori” si preoccupa se chi ha scritto le due canzoni era di destra o di sinistra, se era tirchio o munifico e se gli puzzavano o meno i piedi. Sono canzoni memorabili e basta e l’unica distinzione che possiamo fare è se ci piace di più lo stile dell’uno o quello dell’altro.
Fabrizio de Andrè era un poeta, anche se preferiva definirsi cantautore perché, diceva: “Fino a 18 anni tutti scrivono poesie. Dopo i 18 anni le scrivono solo 2 categorie di persone: i poeti e cretini. Per questo io preferirei considerarmi solo un cantautore.” 
E’ stato senza dubbio l’autore che con maggiore raffinatezza ha tradotto la lingua italiana in musica. Prima di lui, solo Montale aveva descritto Genova nella sua vera essenza. Se ascoltare “Creuza de ma” riesce ogni volta a spezzarmi il cuore di nostalgia e “Dolcenera” a riportarmi tutta intera la tragedia dell’alluvione del 1970, è perchè De André non era un canzonettaro pompato dalla sinistra, come ridacchiano i becchini saltellando sulla sua bara, ma un poeta.  La sua musica è “priva di soul? Pazienza.

I poeti hanno il vizio di predire il futuro. Di vedere in anticipo dove stiamo andando a finire. Poeti come Pasolini, Gaber e lo stesso Fabrizio de André hanno descritto minuziosamente con quarant’anni di anticipo cosa siamo diventati oggi, che razza di paese anticulturale e profondamente ignorante siamo. L’omologazione, il ruolo della televisione, “cos’è la destra, cos’è la sinistra“, sono stati previsti e ci sono stati annunciati affinché potessimo, attraverso la conoscenza, salvarci in tempo.
Non li abbiamo ascoltati ed ora tentiamo di distruggerne la testimonianza parlando solo delle loro debolezze. Pasolini era un omosessuale, de André un ubriacone. Dei “poveri comunisti”, come direbbe lui.
Ci divertiamo a vilipenderli da morti ed a scarabocchiarne il ritratto perché, così facendo, ci illudiamo di essere ancora vivi. Invece i morti siamo noi.

Il 19 luglio 1992 in Via d’Amelio a Palermo un’autobomba uccide il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta. Sono passati diciannove anni. E’ una strage di mafia, si, ma non solo. E’ a quel solo che non riusciamo a dare un volto ma che sappiamo  nascondersi dietro una famigerata ed infame trattativa tra Stato e mafia, con quest’ultima che cerca di scrivere le regole della Seconda Repubblica a suo vantaggio.
Paolo ci manca enormemente, ogni giorno di più, assieme a Giovanni.

Già, Giovanni Falcone e la strage di Capaci, 23 maggio 1992.
Mi fermo a pensare. Ci sono stati altri anniversari, di recente, ed altri si aggiungeranno nei prossimi giorni, in un rosario di misteri e lutti che decenni di mancanza di giustizia rendono quasi senza speranza di elaborazione.

Domani 20 luglio saranno dieci anni dai giorni del G8 Genova. Un morto, Carlo Giuliani, e nessun processo a stabilire chi veramente lo uccise; la Scuola Diaz e la caserma di Bolzaneto, le botte in Corso Italia, centinaia di feriti e soprattutto la democrazia sospesa e la volontà di dare una bella lezione a suon di legnate a chi osasse di nuovo in futuro protestare contro il modo in cui va il mondo e dovrà continuare ad andare. Secondo loro e perché lo hanno stabilito loro.

Il 27 giugno abbiamo ricordato i trentun’anni di silenzi, omissioni e misteri della strage di Ustica e il 2 agosto si commemoreranno anche, della schiera degli affamati di giustizia, gli 85 morti della strage di Bologna.

C’è un politico, un certo Garagnani, del partito degli onesti, che invoca per la prossima cerimonia di commemorazione del 2 agosto a Bologna la presenza dell’esercito in piazza. Per fronteggiare le contestazioni al governo, dice. L’esercito in piazza. Nemmeno più i celerini dal tonfa facile, l’esercito. Basterà il fosforo bianco o ci facciamo prestare un po’ di quel gas famoso del teatro Dubrovka da Putin?
L’esercito. Di questo dovremmo preoccuparci. Di un governo che non esiterà ad usare qualsiasi mezzo pur di non mollare la presa. Di questo dobbiamo parlare. Altro che  stare a sferruzzare mufole di lana caprina sulla vera identità di Spider-coso. 

Capita che, una domenica d’estate, per evitare l’imbottigliamento sull’Adriatica e la difficoltà di parcheggio a destinazione, si scelga di andare al mare in treno.  
All’andata tutto bene. Treno in ordine, climatizzato, posto a sedere, parte e arriva puntuale. Troppo bello però, doveva essere un sogno svizzero perché, nel pomeriggio, si ripiomba in Italia, dove i viaggiatori, da esseri umani, possono trasformarsi all’improvviso in trenabbestia, ovvero in esseri scalmanati, maleodoranti ed incazzatissimi atti a riempire ogni spazio disponibile delle carrozze perché Trenitalia ‘gna fa. 
Ieri pomeriggio alla stazione di Cesena i treni non arrivavano più, tutto bloccato in direzione Nord. Ritardi su ritardi, fino al record di un’ora e mezza per un Intercity Frecciabianca da Lecce che, in teoria, prima o poi, sarebbe dovuto arrivare fino a Milano. Chissà se ci è mai arrivato?
Dopo circa un’ora di attesa, l’annuncio che il nostro treno, il regionale numero eccetera eccetera, transiterà ma non potrà accogliere passeggeri perché al completo. Giuro che il treno sold-out finora me l’ero perso.
Trenitalia la misericordiosa ci concede, in via del tutto eccezionale, senza pagamento di supplemento rapido e solo se dobbiamo scendere a Forlì, Faenza e Bologna, di salire sul famoso Frecciabianca che, pare, si sia finalmente messo in moto e sarà il primo treno a giungere in stazione. Sulla Freccia, non più bianca ma del Punjab, sono giunta finalmente a casa, anche se tramutata appunto in trenabbestia, stretta a mo’ di saraghina con altri sei o sette viaggiatori nel corridoio striminzito di uno scompartimento, con la faccia incollata alla porta della toilette, a benedire Moretti e tutta la dirigenza di Trenitalia.
Cos’era successo? Nella mia quinquennale carriera di viaggiatrice pendolare per motivi universitari, all’epoca delle Ferrovie dello Stato e quindi prima della privatizzazione, una ventina di anni fa, ricordo blocchi spaventosi di ore per cause molto gravi, tipo un suicidio sui binari o lo straripamento di un fiume a Forlimpopoli durante un’alluvione, o lo scassamento di una motrice con conseguente attesa del traino alla più vicina stazione per un trasporto a destinazione su autobus sostitutivo. Erano casi rari, però. Uno all’anno o poco più.
Ieri ho pensato appunto ad un disastro ferroviario, ad un asteroide caduto sui binari, ad un attentato di Al Qaeda.
Invece, la motivazione addotta per il blocco della circolazione dei treni sulla tratta Adriatica, annunciata con tono addirittura serio dalla voce della Signora Trenitalia è stata la seguente: “Ci scusiamo per i ritardi provocati  dall’elevato afflusso di viaggiatori”. 
Cioè, fatemi capire. Chi poteva mai prevedere che, il 17 di luglio, domenica, con una splendida giornata di sole, alla gente venisse in mente di andare al mare sulla Riviera Adriatica?
Aridatece le Ferrovie dello Stato.
Post scriptum. Stamattina ho cercato in rete notizia di questo blocco ferroviario. Nulla. Si parla solo dei disagi previsti sulla rete a causa dello sciopero del 22 luglio. Così, se il viaggiatore è insoddisfatto o incazzato, se la prenderà con i lavoratori dei trasporti che, se scioperano, lo faranno anche per protestare contro i disservizi dei quali, se non si parla, è come se non esistessero. Capito?
Ho trovato in compenso decine e decine di segnalazioni su siti, blog e gruppi Facebook riguardo agli ormai cronici disservizi di Trenitalia, soprattutto ai danni dei treni pendolari. Cancellazioni di treni, ritardi, treni scassati, condizione di viaggio stile trenabbestia che sta diventando praticamente la norma e non l’eccezione. Segnalazioni di disservizi perfino sui treni dei signori, le Freccerosse con le hostess bonazze e il quotidiano in omaggio e, in generale, una terrificante suddivisione classista tra il treno di lusso e la carrozza bestiame, con la forbice che si allarga sempre di più. La “Freccia del Punjab” e la foto che ho scelto potrebbero non essere più battute, in futuro.
Ribadisco: aridatecele.



“Troviamo un accordo per evitare l’Armageddon economico. E’ semplice, serve un approccio equilibrato, sacrifici condivisi e l’intenzione di fare scelte impopolari da tutte le parti. Questo significa spendere meno sui programmi interni, spendere meno per la difesa e prendere le leggi fiscali e tagliare alcuni sgravi e deduzioni degli americani più ricchi. Sono pronto a fare quello che è necessario per risolvere questo problema, anche se impopolare, mi aspetto che i leader del Congresso diano prova della stessa volontà per arrivare a un compromesso”. (Barack Obama, 16 luglio 2011)

C’è una novità succulenta in Italia. Più che i poveri, che poveri lo sarebbero rimasti comunque con qualunque manovra e qualunque governo, la crisi la pagheranno i redditi medio-bassi, soprattutto la classe media, con una decisione che un governo di sinistra avrebbe fatto fatica a prendere perché della classe media avrebbe avuto paura. Classe media che si innamorò del padrone dello stalliere perché aveva le televisioni che vomitavano oscenità, rotoloni e sofficini ad ogni ora del giorno e per questo faceva tanto libbertà e libberismo; uno che l’ha abbindolata facendole credere che, essendo un grande imprenditore (in realtà sceso in politica per non fallire già vent’anni fa) avrebbe fatto i suoi interessi e l’avrebbe resa ricca come lui. Uno che era Gatto e Volpe allo stesso tempo e che ha fottuto qualche milione di Pinocchi suoi concittadini, come scrivono i giornali stranieri, facendo loro innaffiare l’albero degli zecchini. Un albero che non è mai esistito ma che i papiminkia erano convinti svettasse pieno di dobloni e pezzi da 500 euro nel loro giardino e chi non lo vedeva era una zecca comunista.
Pensate a cosa hanno creduto, questi dementi. Che un miliardario, anzi un fantastiliardario, uno con quaranta case e abituato a pagarsi le zoccole a migliaia di euro a botta, potesse rendersi conto di cosa significa tirare avanti ed avere la forma mentis adatta per governare lo stile di vita della classe media. 
Da un certo punto di vista non era neppure colpa sua. Quando lui continuava a dire che la crisi non c’era, credete che lo dicesse per cattiveria, per sadismo? No, a parte la stupidità e l’impudicizia di dirlo, per lui la crisi effettivamente non c’era. Stranamente era sincero.
Poi, ovviamente, quando sono andati a strappargli con la pinzetta 560 milioni di peli dal culo con la sentenza del Lodo Mondadori, si è finalmente svegliato ed ha cominciato a piangere miseria e a sentirla anche lui, la crisi. Ma ovviamente hanno dovuto andarlo a pungolare nel patrimonio, altrimenti continuava a dormire.
Non pagherà la crisi la classe medio-alta, quella per la quale del resto la crisi non è mai veramente esistita,  a partire dai medici a 150+ euro a visita, dagli avvocati da 600 euro per un colloquio preliminare, dai commercialisti, dai notai, da certi bottegai con il ricarico a volontà; tutta gente che se ti fa la fattura è perché la Finanza gli ha appena fatto visita, altrimenti ciccia e che le tasse non le paga passando dalle forche caudine come chi è lavoratore dipendente ma riesce spesso e volentieri ad evaderle. Evadono per un motivo semplice, perché nessuno gliele trattiene alla fonte ma aspetta che le dichiarino di loro spontanea volontà. La crisi non la pagheranno perchè di loro il governo, evidentemente, ha un po’ più di paura, ma presto capirete il perché.
A proposito di Fiamme Gialle ed affini. Pagherei qualsiasi cifra per vedere in questi giorni le facce degli imprenditori che hanno votato B. per solidarietà di corpo, quegli imprenditori che magari si sono visti mettere i sigilli all’attività dalla Finanza, oppure quegli altri che ne ricevono la visitina regolarmente assieme ai funzionari dell’Agenzia delle Entrate, magari per un controllo su uno scontrino non fatto o una fattura di dieci anni fa e che si vedono fare il verbale con conseguente multa da pagare ad Equitalia per migliaia di euro. Chissà come l’hanno presa a leggere le notizie sui sospetti degli inquirenti che per fare i controlli alle aziendacce di B., del loro nano della Provvidenza, la Finanza prima telefonasse per sapere se la visita disturbava. Le facce, le facce, vi prego.
Quanto gli sta bene agli italiani. Come un Caraceni su misura. Come se lo meritano, questo governaccio, il peggiore di tutti i tempi. Se non fosse che ci andiamo di mezzo tutti bisognerebbe tramutare questa situazione in uno stato permanente, in una pena infernale eterna. Punizione che non sarebbe ancora abbastanza per chi se l’è cercata fino in fondo. E non è ancora finita, ci sarà ancora da divertirsi.
Avrete saputo, spero, che nel mezzo della notte, come i ladri d’appartamento, questi infami manigoldi si sono riuniti nelle stanze del potere e si sono fatti le leggine paraculo per blindare la legislatura fino al 2013 e cancellare i tagli ai loro privilegi. Promessi di giorno e cancellati di notte.
Non pensate però che qui sia solo colpa del nano e del suo circo. Peter Gomez, sul  “Fatto quotidiano” ha scritto qualcosa che condivido profondamente:

“Nel nostro Paese, in maniera assolutamente bipartisan, ci sono un milione e 300mila persone che vivono, direttamente o indirettamente, di politica. Amici, parenti, ex camerati ed ex compagni. Gente che grazie all’attività di partito (magari condotta nell’onestà e buona fede più assolute) ha pianificato la propria esistenza presente, passata e futura. Gente che se fosse costretta ad andare a casa non saprebbe proprio cosa fare. Vi dice niente, a questo proposito, l’astensione di parte dell’opposizione sull’abolizione (mancata) delle province?”

Questa casta parassita ci costa, tra parentesi, 24 miliardi. Oltre ai politicanti puri, vi sono poi le varie caste professionali: i medici, gli avvocati, i notai, l’élite tradizionale ed ovviamente l’eterna Chiesa. Poi gli imprenditori, compresi quelli più spregiudicati ed impresentabili che pagano il pizzo alla politica. Infine, ed è la novità introdotta dal berlusconismo, gli inquisiti e i condannati che ormai rischiano di diventare maggioranza all’interno della casta. La casta mira a proteggere sé stessa e ad ampliare a dismisura i propri privilegi. Siccome sono già ricchi ma la permanenza nelle stanze del potere, attraverso i meccanismi della corruzione neoplastica che corrode il tessuto della nazione, li rende straricchi, ecco che diventano tutti come B., incapaci di mettersi nei panni dell’impiegato o dell’operaio.

La Casta, formata dalle elite tradizionali, dalle classi medio-alte, dalle malavite che approfittano dei favori dei politici non pagheranno la crisi. La pagheremo noi che della Casta non facciamo parte, che ne siamo espulsi, i cui membri non possiamo neppure toccare perché siamo solo marmaglia impura da gasare con il CS.

Tutto questo è infinitamente peggio di Tangentopoli perché dalla situazione attuale si uscirebbe solo con una Rivoluzione alla francese, con i tagli orizzontali si, ma a livello del collo.

Per quest’anno non cambiare, stessa villa stesso mare. Il fotografo Zappadu, puntuale come una cometa all’ennesimo passaggio, anche quest’estate ci offre le sue foto scoop di Villa Certosa che proverebbero senza alcun dubbio l’appartenenza alla massoneria del B. Dopo esserci rinfrancati con un “nooo, ma va?” ghiacciato ed esserci chiesti a chi possa fregare di meno se nel villone pacchiano dell’ex-ghepensimì ora morto in Libia, ci sono i divani a forma di labbroni, i compassi e i triangoli massonici, il bunker e le tartarughe, c’è comunque una cosa curiosa da notare. 
Le foto di Zappadu che ho visto, se non sono state semplicemente scaricate da GoogleMaps, sembrano comunque foto satellitari. Ora, visto che Villa Certosa è considerata luogo strategico per la difesa e coperto da segreto di Stato e sembra essere ripresa con strumenti particolarmente sofisticati non in dotazione ai paparazzi, mi chiedo: quale grande occhio di Sauron sta osservando il vecchio? Da che parte arriva il messaggio trasmesso dal Mercurio Zappadu? 
No, perché altrimenti non si capisce tanto interessamento e spiegamento di pagine anche da parte di giornali come il “Fatto” online, riguardo all’arredamento bizzarro delle ville delle vecchie dive del consiglio decadute e a notizie che notizie non sono.
Nel giardino ci sono i simboli massonici. E allora? Che il B. sia un muratorino devoto è cosa nota fin dai tempi della sua iscrizione alla loggia P2 di Licio Gelli e da quelli successivi dei documentari sul suo leggendario mausoleo, il tombone mai condonato, anch’esso zeppo di allusioni al Grande Oriente. Ci saremmo piuttosto meravigliati se non fosse stato massone, visto che tutti coloro che contano qualcosa per denaro ed influenza, anche a livello di Circolo dei notabili cittadini di Cacasotto, pare ci diano dentro con la cazzuola e il compasso.

Secondo Gioele Magaldi, il leader di Grande Oriente Democratico, una fonte sempre molto interessante per sapere cosa ne pensa una parte della Massoneria del nano del consiglio, di solito molto male, il nostro si sarebbe addirittura creato, fin dai primissimi anni ’90, una loggia personale: la “Loggia del Drago” con sede ad Arcore. Ricordate Veronica e le “vergini da offrire al drago”? Diavolo di una donna!
Questa loggia, assieme ad un’altra con a capo Bisignani, sarebbero le famigerate P3 e P4, non proprio emanazioni della P2 ma, secondo Magaldi, “circuiti massonici borderline” alla ricerca di appoggi internazionali specie di area francofona, est-europea, nord-africana e medio-orientale”.
Oltre all’utile degli agganci internazionali tra fratelli, la Loggia del Drago sarebbe dedita a rituali massonici di vario livello, incluso quello che fa riferimento più specificamente a riti di “magia sessuale”. Sempre secondo Magaldi, una delle varianti di questi riti  consiste nel fatto “che una persona iniziata e quindi con un certo tipo di conoscenze, possa acquisire energia, vitalità, benessere e salute attraverso l’uso sessuale di altre persone molto più giovani, vampirizzandone l’energia”.  

Spero che tutta questa ritualità di magia sessuale, senza arrivare ai sacrifici umani di vergini intonse, non consista solo nel bacio delle veline al bigolo del Priapo di terracotta ed al bunga bunga con le zoccole mascherate  da infermiere e poliziotte  perché altrimenti il livello, direbbe l’indimenticato Pazzaglia, sarebbe basso. 
Secondo me si tratta anche qui di mitologia e di millanteria bella e buona. Checché ne dica il prof. Scopagnini, che (stra)parla di addirittura sei prestazioni al giorno (si, forse a 18 anni), a me pare che tutti questi riti di magia sessuale non sortiscano nel drago un grande effetto di energia e vitalità, a parte una fastidiosa e persistente narcolessia diurna, osservabile in particolar modo durante le parate militari, le canonizzazioni di papi, le conferenze e le cerimonie ufficiali. Forse il vampiro per sbaglio ha preso troppa luce, perché ultimamente, più che un drago, sembra una vecchia iguana imbolsita e rincoglionita che si trascina su uno scoglio delle Galapagos. Senza ben sapere che cazzo ci stia a fare lì.

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