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E’ andato a Milano per cose sue, forse per intestare all’ultimo le pizzerie ai figli
Stasera comunque tutti da lui per il Bunker Bunker.
“Le nuove elezioni furono tenute a luglio [del 1932] e sancirono il successo della politica di Hitler ed il crollo dei partiti moderati di centro. Provati da anni di privazioni e di disoccupazione, i tedeschi si dimostrarono disposti a seguire qualsiasi ideologia estremista che promettesse un rapido cambiamento della situazione. Ciò permise ai nazisti ed ai comunisti di schiacciare in modo evidente le forze moderate che persero centinaia di migliaia di voti.
Il partito di Hitler, assicurandosi il 37,4% dei consensi popolari e riuscendo ad occupare ben 230 seggi al Reichstag, divenne il più forte della Germania.
(Alessandro Persico, Adolf Hitler, l’ascesa al potere)

“Sento il bisogno di dire qualcosa in questo particolare momento. L’interesse del Paese richiede che si fermi la spirale di una crescente drammatizzazione, cui si sta assistendo, delle polemiche e delle tensioni non solo tra opposte parti politiche ma tra istituzioni investite di distinte responsabilità costituzionali”.

“Va ribadito che nulla può abbattere un governo che abbia la fiducia della maggioranza del Parlamento, in quanto poggi sulla coesione della coalizione che ha ottenuto dai cittadini-elettori il consenso necessario per governare. E’ indispensabile che da tutte le parti venga uno sforzo di autocontrollo nelle dichiarazioni pubbliche, e che quanti appartengono alla istituzione preposta all’esercizio della giurisdizione, si attengano rigorosamente allo svolgimento di tale funzione”. (Giorgio Napolitano, 27 novembre 2009)

[…]

Le Olimpiadi, già. Domani ci siamo. Cominciano le controverse e finora sfigatissime (diamoci pure una grattatina) Olimpiadi di Pechino, le prime nella ancor fin troppo, per i nostri gusti, esotica Cina.
Sarà un’altra roboante, l’ennesima, cerimonia di apertura con, fatemi indovinare, le solite coreografie colorate viste nei film hollywoodiani alla Busby Berkeley, bandiere e bandierine in tutte le salse, le atroci divise con cappelli tipici degli atleti, la solitudine del portabandiera di Aruba, il tedoforo che si fa la corsetta finale fino in cima alla scala per andare ad accendere il grande barbecue a gas.

L’unica differenza potrebbero essere i fuochi artificiali di qualità veramente eccelsa (se no che Cina sarebbe), qualche migliaio di comparse in più e draghi, suppongo, draghi in tutte le salse. Vedo già un gigantesco rettile sputafuoco che potrebbe, almeno per questa volta, alitare sul braciere e accendere lui il fuoco olimpico incenerendo anche l’insopportabile tedoforo, perchè no? Giusto per cambiare, perchè le olimpiadi sono ormai ogni volta sempre più noiosamente uguali a loro stesse. Con l’unica differenza che, quadriennio dopo quadriennio ,diventano sempre più paracule. Le paraculimpiadi, appunto.

Sembra impossibile ma il CIO ama scegliere paesi dalle libertà chiacchierate, così si possono tirar fuori le campagne d’ordinanza per i diritti civili, lo sdegno per la sorte delle minoranze, che conservavamo in naftalina in un cassetto e tutta una serie completa di luoghi comuni e paraculaggini da utilizzare contro il paese designato come ospitante la manifestazione. Un idiota direbbe: “ma perchè scegliere paesi a regime dittatoriale allora e non punirli tagliandoli fuori dalla rosa dei papabili?”
Perchè anche quelli, come mercati sui quali piazzare le nostre mercanzie , fanno la loro porca figura. Fa impressione sentire un Romiti ammettere che nessuno si scandalizza quando nei paesi olimpici vanno imprenditori nostrani a sfruttare anche il lavoro minorile. Romiti, ex dirigente FIAT, non Che Guevara.

Sono mesi che la meniamo alla Cina per i diritti umani. Per carità, sacrosanto, ma parliamo noi che siamo andati a disputare un campionato del mondo di calcio in Argentina quando migliaia di persone venivano torturate, passando per gli stessi stadi, oltretutto, senza che nessuno se ne scandalizzasse (delle torture) se non a posteriori? Parliamo noi che abbiamo pianto e battuto i piedi per terra affinchè i nostri tennisti biancovestiti nel 1976 potessero giocare la Coppa Davis nel Cile di Pinochet?
Oggi i dirigenti cinesi hanno detto senza perifrasi al guerrafondaio, torturatore di Guantanamo e boia del Texas, G.W. Bush di farsi i cazzi propri. Non so se è proprio il mitico “scagli la prima pietra” ma quasi.

Per colmo di facciadaculaggine i politici, ovvero la longa manus dell’economia e della finanza, vorrebbero che gli atleti, che si schiantano per quattro anni in allenamenti per le olimpiadi, rinunciassero a tanti sacrifici per far far loro (ai politici) una figura da megaparaculi. Ridicolo anche il balletto “vado o non vado all’inaugurazione?” che assomiglia tanto al morettiano “mi si nota di più se vado o se non vado?”

Come se dello spirito olimpico, ovvero del gareggiare per puro spirito competitivo, proprio grazie al mercato ed alle sue leggi, non ne fosse rimasto che qualche traccia, come gli ossalati di calcio nelle urine, in discipline come il pentathlon, la lotta greco-romana e poco altro. L’atletica è ormai una passerella di divi, idem il nuoto, nel quale si discetta più delle trasparenze pubiche dei costumi che di bracciate.

La stessa dose massiccia di paraculaggine viene sparsa a profusione quando si parla di doping.
Esistono linee di ricerca dedicate alle sostanze per migliorare le prestazioni atletiche in tutte le aziende di BigPharma con le medesime che tampinano i medici sportivi affinchè le facciano adottare alle squadre di calcio o a singoli atleti; nelle palestre si va avanti a bombe, certe muscolature sono più che sospette in quasi tutti gli sport ma si fa finta che il doping sia un fatto di poche mele marce, di qualche pirata corsaro.

Per fortuna non ci sono più le orrende ginnaste rumene mezze nane e mezze bambine con le mestruazioni bloccate a tempo indeterminato, le mastodontiche nuotatrici della DDR o le lanciatrici di peso russe, più maschie di giocatori di rugby gallesi.
Non ci sono più perchè sono quasi tutte morte a causa delle cure alle quali si erano sottoposte per vincere. Si, ma erano paesi comunisti, dittatoriali, direte. E’ morta anche l’americanissima ed eroina reaganiana Florence Griffith, la corridora con le unghie lunghissime e la tuta da spiderwoman.
Lo sport è ipocrita. Non esiste più la vittoria per caso. La vittoria si costruisce e se l’atleta non ce la fa con il suo, gli si dà una spinta. Le olimpiadi sono sempre state un fatto politico da quando sono dominate dal mercato. La Cina di quest’anno è solo un pretesto per dare aria ai cocomeri pensanti o ai meloni.

Sarebbe bello che le Olimpiadi cinesi regalassero momenti indimenticabili come quelli del passato. Come il Pietro Mennea che stabilì un record che resistette per 17 anni nello stesso anno dei pugni neri degli atleti sul podio, o le sette medaglie di Mark Spitz, una meteora di fulgida ed indimenticabile bellezza, assieme alle evoluzioni dello scricciolo russo Olga Korbut, a rischiarare il tragico buio di sangue di Monaco 1972.

Non scandalizziamoci se le olimpiadi si intonano così bene con i regimi. Nello sport c’è una forte componente di autoritarismo e mitica fascista dell’eroe (che è la stessa anche se vestita di rosso).
Le più belle olimpiadi in assoluto, dal punto di vista estetico, del resto, furono quelle di Berlino del 1936.

Le filmò in maniera geniale una regista per la quale faceva le bave il Fuhrer, Leni Riefenstahl. Guardare il filmOlympia” oggi è illuminante. Si rimane sconcertati nel vedere come tutte le successive cerimonie olimpiche di apertura e chiusura siano state modellate su quella di Berlino, soprattutto quelle dei paesi a libertà vigilata ma non solo.
La Riefenstahl non ha soltanto codificato un modo di filmare lo sport che è rimasto a tutt’oggi l’unico possibile ma ha messo a nudo quasi con innocenza l’ipocrisia e l’opportunismo della politica.
C’è un momento, durante la sfilata delle rappresentanze, in cui tutte le nazioni democratiche sembrano essere entusiaste di sfilare davanti al pazzo psicopatico razzista ed antisemita, già allora conclamato.
Anche i signori americani, ebbene si, non parliamo dell’Italia littoria e dei francesi, quelli con il braccio più entusiasticamente teso.
Non ho dubbi che ci saranno tanti bracci ritti, domani a Pechino.

P.S. Abbiate pietà, credevo veramente che El Pibe avesse giocato ai mondiali in Argentina. Del resto non sono Minà, nemmeno una Biscarda, lo sport mi si accatasta tutto assieme nella memoria a lungo termine in maniera disordinata, per cui può capitare che Ilje Nastase abbia giocato la finale di Wimbledon 1978 con Rafa Nadal. (Chi dice che la cosa non è mai avvenuta perchè Rafa non era manco nato, si becca un pugno sul naso!) 😉

http://www.youtube.com/v/ievWXjssU_Y&hl=it&fs=1


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Le Olimpiadi, già. Domani ci siamo. Cominciano le controverse e finora sfigatissime (diamoci pure una grattatina) Olimpiadi di Pechino, le prime nella ancor fin troppo, per i nostri gusti, esotica Cina.
Sarà un’altra roboante, l’ennesima, cerimonia di apertura con, fatemi indovinare, le solite coreografie colorate viste nei film hollywoodiani alla Busby Berkeley, bandiere e bandierine in tutte le salse, le atroci divise con cappelli tipici degli atleti, la solitudine del portabandiera di Aruba, il tedoforo che si fa la corsetta finale fino in cima alla scala per andare ad accendere il grande barbecue a gas.

L’unica differenza potrebbero essere i fuochi artificiali di qualità veramente eccelsa (se no che Cina sarebbe), qualche migliaio di comparse in più e draghi, suppongo, draghi in tutte le salse. Vedo già un gigantesco rettile sputafuoco che potrebbe, almeno per questa volta, alitare sul braciere e accendere lui il fuoco olimpico incenerendo anche l’insopportabile tedoforo, perchè no? Giusto per cambiare, perchè le olimpiadi sono ormai ogni volta sempre più noiosamente uguali a loro stesse. Con l’unica differenza che, quadriennio dopo quadriennio ,diventano sempre più paracule. Le paraculimpiadi, appunto.

Sembra impossibile ma il CIO ama scegliere paesi dalle libertà chiacchierate, così si possono tirar fuori le campagne d’ordinanza per i diritti civili, lo sdegno per la sorte delle minoranze, che conservavamo in naftalina in un cassetto e tutta una serie completa di luoghi comuni e paraculaggini da utilizzare contro il paese designato come ospitante la manifestazione. Un idiota direbbe: “ma perchè scegliere paesi a regime dittatoriale allora e non punirli tagliandoli fuori dalla rosa dei papabili?”
Perchè anche quelli, come mercati sui quali piazzare le nostre mercanzie , fanno la loro porca figura. Fa impressione sentire un Romiti ammettere che nessuno si scandalizza quando nei paesi olimpici vanno imprenditori nostrani a sfruttare anche il lavoro minorile. Romiti, ex dirigente FIAT, non Che Guevara.

Sono mesi che la meniamo alla Cina per i diritti umani. Per carità, sacrosanto, ma parliamo noi che siamo andati a disputare un campionato del mondo di calcio in Argentina quando migliaia di persone venivano torturate, passando per gli stessi stadi, oltretutto, senza che nessuno se ne scandalizzasse (delle torture) se non a posteriori? Parliamo noi che abbiamo pianto e battuto i piedi per terra affinchè i nostri tennisti biancovestiti nel 1976 potessero giocare la Coppa Davis nel Cile di Pinochet?
Oggi i dirigenti cinesi hanno detto senza perifrasi al guerrafondaio, torturatore di Guantanamo e boia del Texas, G.W. Bush di farsi i cazzi propri. Non so se è proprio il mitico “scagli la prima pietra” ma quasi.

Per colmo di facciadaculaggine i politici, ovvero la longa manus dell’economia e della finanza, vorrebbero che gli atleti, che si schiantano per quattro anni in allenamenti per le olimpiadi, rinunciassero a tanti sacrifici per far far loro (ai politici) una figura da megaparaculi. Ridicolo anche il balletto “vado o non vado all’inaugurazione?” che assomiglia tanto al morettiano “mi si nota di più se vado o se non vado?”

Come se dello spirito olimpico, ovvero del gareggiare per puro spirito competitivo, proprio grazie al mercato ed alle sue leggi, non ne fosse rimasto che qualche traccia, come gli ossalati di calcio nelle urine, in discipline come il pentathlon, la lotta greco-romana e poco altro. L’atletica è ormai una passerella di divi, idem il nuoto, nel quale si discetta più delle trasparenze pubiche dei costumi che di bracciate.

La stessa dose massiccia di paraculaggine viene sparsa a profusione quando si parla di doping.
Esistono linee di ricerca dedicate alle sostanze per migliorare le prestazioni atletiche in tutte le aziende di BigPharma con le medesime che tampinano i medici sportivi affinchè le facciano adottare alle squadre di calcio o a singoli atleti; nelle palestre si va avanti a bombe, certe muscolature sono più che sospette in quasi tutti gli sport ma si fa finta che il doping sia un fatto di poche mele marce, di qualche pirata corsaro.

Per fortuna non ci sono più le orrende ginnaste rumene mezze nane e mezze bambine con le mestruazioni bloccate a tempo indeterminato, le mastodontiche nuotatrici della DDR o le lanciatrici di peso russe, più maschie di giocatori di rugby gallesi.
Non ci sono più perchè sono quasi tutte morte a causa delle cure alle quali si erano sottoposte per vincere. Si, ma erano paesi comunisti, dittatoriali, direte. E’ morta anche l’americanissima ed eroina reaganiana Florence Griffith, la corridora con le unghie lunghissime e la tuta da spiderwoman.
Lo sport è ipocrita. Non esiste più la vittoria per caso. La vittoria si costruisce e se l’atleta non ce la fa con il suo, gli si dà una spinta. Le olimpiadi sono sempre state un fatto politico da quando sono dominate dal mercato. La Cina di quest’anno è solo un pretesto per dare aria ai cocomeri pensanti o ai meloni.

Sarebbe bello che le Olimpiadi cinesi regalassero momenti indimenticabili come quelli del passato. Come il Pietro Mennea che stabilì un record che resistette per 17 anni nello stesso anno dei pugni neri degli atleti sul podio, o le sette medaglie di Mark Spitz, una meteora di fulgida ed indimenticabile bellezza, assieme alle evoluzioni dello scricciolo russo Olga Korbut, a rischiarare il tragico buio di sangue di Monaco 1972.

Non scandalizziamoci se le olimpiadi si intonano così bene con i regimi. Nello sport c’è una forte componente di autoritarismo e mitica fascista dell’eroe (che è la stessa anche se vestita di rosso).
Le più belle olimpiadi in assoluto, dal punto di vista estetico, del resto, furono quelle di Berlino del 1936.

Le filmò in maniera geniale una regista per la quale faceva le bave il Fuhrer, Leni Riefenstahl. Guardare il filmOlympia” oggi è illuminante. Si rimane sconcertati nel vedere come tutte le successive cerimonie olimpiche di apertura e chiusura siano state modellate su quella di Berlino, soprattutto quelle dei paesi a libertà vigilata ma non solo.
La Riefenstahl non ha soltanto codificato un modo di filmare lo sport che è rimasto a tutt’oggi l’unico possibile ma ha messo a nudo quasi con innocenza l’ipocrisia e l’opportunismo della politica.
C’è un momento, durante la sfilata delle rappresentanze, in cui tutte le nazioni democratiche sembrano essere entusiaste di sfilare davanti al pazzo psicopatico razzista ed antisemita, già allora conclamato.
Anche i signori americani, ebbene si, non parliamo dell’Italia littoria e dei francesi, quelli con il braccio più entusiasticamente teso.
Non ho dubbi che ci saranno tanti bracci ritti, domani a Pechino.

P.S. Abbiate pietà, credevo veramente che El Pibe avesse giocato ai mondiali in Argentina. Del resto non sono Minà, nemmeno una Biscarda, lo sport mi si accatasta tutto assieme nella memoria a lungo termine in maniera disordinata, per cui può capitare che Ilje Nastase abbia giocato la finale di Wimbledon 1978 con Rafa Nadal. (Chi dice che la cosa non è mai avvenuta perchè Rafa non era manco nato, si becca un pugno sul naso!) 😉


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Sarà un’altra roboante, l’ennesima, cerimonia di apertura con, fatemi indovinare, le solite coreografie colorate viste nei film hollywoodiani alla Busby Berkeley, bandiere e bandierine in tutte le salse, le atroci divise con cappelli tipici degli atleti, la solitudine del portabandiera di Aruba, il tedoforo che si fa la corsetta finale fino in cima alla scala per andare ad accendere il grande barbecue a gas.

L’unica differenza potrebbero essere i fuochi artificiali di qualità veramente eccelsa (se no che Cina sarebbe), qualche migliaio di comparse in più e draghi, suppongo, draghi in tutte le salse. Vedo già un gigantesco rettile sputafuoco che potrebbe, almeno per questa volta, alitare sul braciere e accendere lui il fuoco olimpico incenerendo anche l’insopportabile tedoforo, perchè no? Giusto per cambiare, perchè le olimpiadi sono ormai ogni volta sempre più noiosamente uguali a loro stesse. Con l’unica differenza che, quadriennio dopo quadriennio ,diventano sempre più paracule. Le paraculimpiadi, appunto.

Sembra impossibile ma il CIO ama scegliere paesi dalle libertà chiacchierate, così si possono tirar fuori le campagne d’ordinanza per i diritti civili, lo sdegno per la sorte delle minoranze, che conservavamo in naftalina in un cassetto e tutta una serie completa di luoghi comuni e paraculaggini da utilizzare contro il paese designato come ospitante la manifestazione. Un idiota direbbe: “ma perchè scegliere paesi a regime dittatoriale allora e non punirli tagliandoli fuori dalla rosa dei papabili?”
Perchè anche quelli, come mercati sui quali piazzare le nostre mercanzie , fanno la loro porca figura. Fa impressione sentire un Romiti ammettere che nessuno si scandalizza quando nei paesi olimpici vanno imprenditori nostrani a sfruttare anche il lavoro minorile. Romiti, ex dirigente FIAT, non Che Guevara.

Sono mesi che la meniamo alla Cina per i diritti umani. Per carità, sacrosanto, ma parliamo noi che siamo andati a disputare un campionato del mondo di calcio in Argentina quando migliaia di persone venivano torturate, passando per gli stessi stadi, oltretutto, senza che nessuno se ne scandalizzasse (delle torture) se non a posteriori? Parliamo noi che abbiamo pianto e battuto i piedi per terra affinchè i nostri tennisti biancovestiti nel 1976 potessero giocare la Coppa Davis nel Cile di Pinochet?
Oggi i dirigenti cinesi hanno detto senza perifrasi al guerrafondaio, torturatore di Guantanamo e boia del Texas, G.W. Bush di farsi i cazzi propri. Non so se è proprio il mitico “scagli la prima pietra” ma quasi.

Per colmo di facciadaculaggine i politici, ovvero la longa manus dell’economia e della finanza, vorrebbero che gli atleti, che si schiantano per quattro anni in allenamenti per le olimpiadi, rinunciassero a tanti sacrifici per far far loro (ai politici) una figura da megaparaculi. Ridicolo anche il balletto “vado o non vado all’inaugurazione?” che assomiglia tanto al morettiano “mi si nota di più se vado o se non vado?”

Come se dello spirito olimpico, ovvero del gareggiare per puro spirito competitivo, proprio grazie al mercato ed alle sue leggi, non ne fosse rimasto che qualche traccia, come gli ossalati di calcio nelle urine, in discipline come il pentathlon, la lotta greco-romana e poco altro. L’atletica è ormai una passerella di divi, idem il nuoto, nel quale si discetta più delle trasparenze pubiche dei costumi che di bracciate.

La stessa dose massiccia di paraculaggine viene sparsa a profusione quando si parla di doping.
Esistono linee di ricerca dedicate alle sostanze per migliorare le prestazioni atletiche in tutte le aziende di BigPharma con le medesime che tampinano i medici sportivi affinchè le facciano adottare alle squadre di calcio o a singoli atleti; nelle palestre si va avanti a bombe, certe muscolature sono più che sospette in quasi tutti gli sport ma si fa finta che il doping sia un fatto di poche mele marce, di qualche pirata corsaro.

Per fortuna non ci sono più le orrende ginnaste rumene mezze nane e mezze bambine con le mestruazioni bloccate a tempo indeterminato, le mastodontiche nuotatrici della DDR o le lanciatrici di peso russe, più maschie di giocatori di rugby gallesi.
Non ci sono più perchè sono quasi tutte morte a causa delle cure alle quali si erano sottoposte per vincere. Si, ma erano paesi comunisti, dittatoriali, direte. E’ morta anche l’americanissima ed eroina reaganiana Florence Griffith, la corridora con le unghie lunghissime e la tuta da spiderwoman.
Lo sport è ipocrita. Non esiste più la vittoria per caso. La vittoria si costruisce e se l’atleta non ce la fa con il suo, gli si dà una spinta. Le olimpiadi sono sempre state un fatto politico da quando sono dominate dal mercato. La Cina di quest’anno è solo un pretesto per dare aria ai cocomeri pensanti o ai meloni.

Sarebbe bello che le Olimpiadi cinesi regalassero momenti indimenticabili come quelli del passato. Come il Pietro Mennea che stabilì un record che resistette per 17 anni nello stesso anno dei pugni neri degli atleti sul podio, o le sette medaglie di Mark Spitz, una meteora di fulgida ed indimenticabile bellezza, assieme alle evoluzioni dello scricciolo russo Olga Korbut, a rischiarare il tragico buio di sangue di Monaco 1972.

Non scandalizziamoci se le olimpiadi si intonano così bene con i regimi. Nello sport c’è una forte componente di autoritarismo e mitica fascista dell’eroe (che è la stessa anche se vestita di rosso).
Le più belle olimpiadi in assoluto, dal punto di vista estetico, del resto, furono quelle di Berlino del 1936.

Le filmò in maniera geniale una regista per la quale faceva le bave il Fuhrer, Leni Riefenstahl. Guardare il filmOlympia” oggi è illuminante. Si rimane sconcertati nel vedere come tutte le successive cerimonie olimpiche di apertura e chiusura siano state modellate su quella di Berlino, soprattutto quelle dei paesi a libertà vigilata ma non solo.
La Riefenstahl non ha soltanto codificato un modo di filmare lo sport che è rimasto a tutt’oggi l’unico possibile ma ha messo a nudo quasi con innocenza l’ipocrisia e l’opportunismo della politica.
C’è un momento, durante la sfilata delle rappresentanze, in cui tutte le nazioni democratiche sembrano essere entusiaste di sfilare davanti al pazzo psicopatico razzista ed antisemita, già allora conclamato.
Anche i signori americani, ebbene si, non parliamo dell’Italia littoria e dei francesi, quelli con il braccio più entusiasticamente teso.
Non ho dubbi che ci saranno tanti bracci ritti, domani a Pechino.

P.S. Abbiate pietà, credevo veramente che El Pibe avesse giocato ai mondiali in Argentina. Del resto non sono Minà, nemmeno una Biscarda, lo sport mi si accatasta tutto assieme nella memoria a lungo termine in maniera disordinata, per cui può capitare che Ilje Nastase abbia giocato la finale di Wimbledon 1978 con Rafa Nadal. (Chi dice che la cosa non è mai avvenuta perchè Rafa non era manco nato, si becca un pugno sul naso!) 😉


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Grazie a Ivo Silvestro e Metilparaben per l’ispirazione.


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La storia degli attentati alla vita di Hitler è costellata di incertezze, titubanze e sorprendenti atti mancati che contribuirono al loro regolare fallimento.
Hitler ringraziava istericamente ogni volta la Provvidenza per avergli salvato la vita e faceva notare come fosse un segno del destino che lui fosse ancora lì, ma avrebbe dovuto piuttosto ringraziare quel sorprendente impedimento al tirannicidio creato nel suo popolo dalla suggestione del suo personaggio.

I primi attentati furono opera di persone appartenenti alle categorie perseguitate dal regime: comunisti, ebrei e cattolici. I loro gesti disperati non fecero che causare di conseguenza altro dolore. Astutamente il dottor Goebbels prese a pretesto l’attentato di un giovane ebreo per avviare l’orgia distruttiva della Kristallnacht nel novembre 1938; come nel 1933, quando dopo l’incendio “false flag” al Reichstag si era appellato alla necessità di difendere lo Stato, stringendo ancor di più la morsa persecutoria contro gli oppositori politici, soprattutto comunisti.

L’unica occasione nella quale Hitler rischiò veramente la vita fu il 20 luglio 1944, quando una bomba squarciò la baracca nella quale si teneva una riunione militare ed egli si ritrovò ancora una volta salvo ma con i timpani lesionati e la divisa bruciacchiata, tra i cadaveri e i feriti non risparmiati dall’esplosione.
Quello che avrebbe dovuto rimanere l’unico tentativo concreto della Resistenza tedesca di eliminare il Führer e rovesciare la dittatura nazista era fallito in parte per fatalità e in parte per una disorganizzazione creata dalla dissonanza cognitiva tra la necessità di agire e le forti ed inspiegabili remore sull’uccisione di Hitler. Chi apparentemente riuscì a superare questo conflitto fu l’autore materiale dell’attentato, il conte Claus Schenk von Stauffenberg.

Fin dai primi anni di guerra, come ufficiale di stato maggiore, Stauffenberg aveva assistito ai continui errori militari di Hitler. Si era indignato nell’apprendere degli eccidi commessi dietro il fronte e nei campi di sterminio e giunse alla conclusione che era stato lo stesso Hitler a ordinarli.

“Stauffenberg e altri membri dello stato maggiore cercarono di sabotare gli ordini criminali e di neutralizzare gli errori tattici, ma con scarso successo. Egli però non si accontentava “di aver tentato”. Si convinse che Hitler doveva essere eliminato. Nel settembre del 1942 si dichiarò pronto a uccidere Hitler. In una riunione tenuta presso l’alto comando militare, uno degli ufficiali di stato maggiore disse la frase ormai trita che qualcuno avrebbe dovuto andare dal Führer e dirgli la verità sulla situazione militare. Stauffenberg replicò: “Il punto non è dirgli la verità ma ucciderlo, e io sono pronto a farlo”. Non aveva però accesso al dittatore e non trovò appoggi. Non era neppure in contatto con i cospiratori già attivi contro Hitler, guidati da Beck e Goerdeler”.

Questo episodio riportato dallo storico Hoffmann contiene una delle costanti dell’atteggiamento di coloro che venivano a conoscenza dei crimini nazisti. La reazione era quasi sempre quella di pensare: “Tutto ciò è impossibile, il Führer non può permetterlo, certamente non ne sa nulla, stanno tramando alle sue spalle, bisogna avvertirlo”. Frasi che molti tedeschi si saranno ripetuti mille volte.
Quanto doveva essere forte la fiducia in quell’uomo che si era presentato come un Messia e del Messia rivendicava l’assoluta incorruttibilità e purezza. Quali meccanismi di difesa, fino alla negazione scattavano contro la minaccia di una disillusione e la vergogna di scoprire di essere stati ingannati da altri che un criminale.
La suggestione del ciarlatano Hitler sul popolo si configura come una seduzione a tutti gli effetti, alla quale segue, nelle menti più sensibili, la vergogna per essere stati sedotti.
Mentre in alcuni questa esperienza di disinganno provocava depressione e paralisi della volontà, in altri come Stauffenberg questi sentimenti erano sopravanzati dalla spinta all’agire. Fu in Stauffenberg che venne superato il tabù dell’uccisione di Hitler.

Il percorso che l’aveva portato a piazzare una bomba sotto il tavolo al quale sedeva Hitler, era iniziato nello stesso clima culturale e ideale che è considerato dagli studiosi tra i presupposti del delirio nazionalsocialista; in quello stesso movimento di risveglio nazionale tedesco che raccoglieva i giovani aristocratici come Stauffenberg attorno al poeta Stefan George ed ai suoi languori estetizzanti ed improvvisamente era poi virato nella neoplasia razzista dei pangermanisti come Alfred Schuler e Ludwig Klages.
Stauffenberg aveva applaudito gli esordi di Hitler e ne aveva servito con senso dell’onore prussiano l’esercito. Questo non gli aveva impedito però in seguito di aderire al progetto di colpo di stato della insicura Resistenza tedesca.
Dopo il fallimento dell’attentato fu condannato a morte assieme agli altri congiurati e si dice che Hitler si facesse proiettare privatamente il filmato della loro esecuzione. Himmler organizzò una vendetta barbarica contro migliaia di persone coinvolte nel complotto e contro la famiglia Stauffenberg che fu sterminata, compresi un bambino di tre anni e l’ottantacinquenne padre di un loro cugino.

Che fossero stati lo sdegno per le atrocità commesse dal suo stesso esercito o la percezione della prossima disfatta ad armargli la mano contro Hitler, il colonnello Stauffenberg fu comunque tra i pochi a comprendere chi fosse veramente il responsabile della tragedia in atto e a trarne le conseguenze.
Pochi giorni prima del colpo di stato aveva detto alla moglie:
“E’ ora di fare qualcosa. Ma chi ha il coraggio di fare qualcosa deve farlo sapendo che nella storia tedesca sarà ricordato come un traditore. Se non fa nulla, però, sarà un traditore per la propria coscienza”.

Non riuscì ad uccidere Hitler e a fermare la guerra anzitempo ma riuscì concretamente a fare paura al semidio schiumante di rabbia, che da quel momento si rinchiuse nel bunker, insonne ed imbottito di farmaci e droghe, tra seguaci ormai disillusi che, quando alla fine lui si suicidò, riscoprirono per prima cosa il gusto di poter fumare di nuovo liberamente.


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La storia degli attentati alla vita di Hitler è costellata di incertezze, titubanze e sorprendenti atti mancati che contribuirono al loro regolare fallimento.
Hitler ringraziava istericamente ogni volta la Provvidenza per avergli salvato la vita e faceva notare come fosse un segno del destino che lui fosse ancora lì, ma avrebbe dovuto piuttosto ringraziare quel sorprendente impedimento al tirannicidio creato nel suo popolo dalla suggestione del suo personaggio.

I primi attentati furono opera di persone appartenenti alle categorie perseguitate dal regime: comunisti, ebrei e cattolici. I loro gesti disperati non fecero che causare di conseguenza altro dolore. Astutamente il dottor Goebbels prese a pretesto l’attentato di un giovane ebreo per avviare l’orgia distruttiva della Kristallnacht nel novembre 1938; come nel 1933, quando dopo l’incendio “false flag” al Reichstag si era appellato alla necessità di difendere lo Stato, stringendo ancor di più la morsa persecutoria contro gli oppositori politici, soprattutto comunisti.

L’unica occasione nella quale Hitler rischiò veramente la vita fu il 20 luglio 1944, quando una bomba squarciò la baracca nella quale si teneva una riunione militare ed egli si ritrovò ancora una volta salvo ma con i timpani lesionati e la divisa bruciacchiata, tra i cadaveri e i feriti non risparmiati dall’esplosione.
Quello che avrebbe dovuto rimanere l’unico tentativo concreto della Resistenza tedesca di eliminare il Führer e rovesciare la dittatura nazista era fallito in parte per fatalità e in parte per una disorganizzazione creata dalla dissonanza cognitiva tra la necessità di agire e le forti ed inspiegabili remore sull’uccisione di Hitler. Chi apparentemente riuscì a superare questo conflitto fu l’autore materiale dell’attentato, il conte Claus Schenk von Stauffenberg.

Fin dai primi anni di guerra, come ufficiale di stato maggiore, Stauffenberg aveva assistito ai continui errori militari di Hitler. Si era indignato nell’apprendere degli eccidi commessi dietro il fronte e nei campi di sterminio e giunse alla conclusione che era stato lo stesso Hitler a ordinarli.

“Stauffenberg e altri membri dello stato maggiore cercarono di sabotare gli ordini criminali e di neutralizzare gli errori tattici, ma con scarso successo. Egli però non si accontentava “di aver tentato”. Si convinse che Hitler doveva essere eliminato. Nel settembre del 1942 si dichiarò pronto a uccidere Hitler. In una riunione tenuta presso l’alto comando militare, uno degli ufficiali di stato maggiore disse la frase ormai trita che qualcuno avrebbe dovuto andare dal Führer e dirgli la verità sulla situazione militare. Stauffenberg replicò: “Il punto non è dirgli la verità ma ucciderlo, e io sono pronto a farlo”. Non aveva però accesso al dittatore e non trovò appoggi. Non era neppure in contatto con i cospiratori già attivi contro Hitler, guidati da Beck e Goerdeler”.

Questo episodio riportato dallo storico Hoffmann contiene una delle costanti dell’atteggiamento di coloro che venivano a conoscenza dei crimini nazisti. La reazione era quasi sempre quella di pensare: “Tutto ciò è impossibile, il Führer non può permetterlo, certamente non ne sa nulla, stanno tramando alle sue spalle, bisogna avvertirlo”. Frasi che molti tedeschi si saranno ripetuti mille volte.
Quanto doveva essere forte la fiducia in quell’uomo che si era presentato come un Messia e del Messia rivendicava l’assoluta incorruttibilità e purezza. Quali meccanismi di difesa, fino alla negazione scattavano contro la minaccia di una disillusione e la vergogna di scoprire di essere stati ingannati da altri che un criminale.
La suggestione del ciarlatano Hitler sul popolo si configura come una seduzione a tutti gli effetti, alla quale segue, nelle menti più sensibili, la vergogna per essere stati sedotti.
Mentre in alcuni questa esperienza di disinganno provocava depressione e paralisi della volontà, in altri come Stauffenberg questi sentimenti erano sopravanzati dalla spinta all’agire. Fu in Stauffenberg che venne superato il tabù dell’uccisione di Hitler.

Il percorso che l’aveva portato a piazzare una bomba sotto il tavolo al quale sedeva Hitler, era iniziato nello stesso clima culturale e ideale che è considerato dagli studiosi tra i presupposti del delirio nazionalsocialista; in quello stesso movimento di risveglio nazionale tedesco che raccoglieva i giovani aristocratici come Stauffenberg attorno al poeta Stefan George ed ai suoi languori estetizzanti ed improvvisamente era poi virato nella neoplasia razzista dei pangermanisti come Alfred Schuler e Ludwig Klages.
Stauffenberg aveva applaudito gli esordi di Hitler e ne aveva servito con senso dell’onore prussiano l’esercito. Questo non gli aveva impedito però in seguito di aderire al progetto di colpo di stato della insicura Resistenza tedesca.
Dopo il fallimento dell’attentato fu condannato a morte assieme agli altri congiurati e si dice che Hitler si facesse proiettare privatamente il filmato della loro esecuzione. Himmler organizzò una vendetta barbarica contro migliaia di persone coinvolte nel complotto e contro la famiglia Stauffenberg che fu sterminata, compresi un bambino di tre anni e l’ottantacinquenne padre di un loro cugino.

Che fossero stati lo sdegno per le atrocità commesse dal suo stesso esercito o la percezione della prossima disfatta ad armargli la mano contro Hitler, il colonnello Stauffenberg fu comunque tra i pochi a comprendere chi fosse veramente il responsabile della tragedia in atto e a trarne le conseguenze.
Pochi giorni prima del colpo di stato aveva detto alla moglie:
“E’ ora di fare qualcosa. Ma chi ha il coraggio di fare qualcosa deve farlo sapendo che nella storia tedesca sarà ricordato come un traditore. Se non fa nulla, però, sarà un traditore per la propria coscienza”.

Non riuscì ad uccidere Hitler e a fermare la guerra anzitempo ma riuscì concretamente a fare paura al semidio schiumante di rabbia, che da quel momento si rinchiuse nel bunker, insonne ed imbottito di farmaci e droghe, tra seguaci ormai disillusi che, quando alla fine lui si suicidò, riscoprirono per prima cosa il gusto di poter fumare di nuovo liberamente.

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