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Era colpa di un batterio, lo Pseudomonas, cioè uno che non è nemmeno un mona ma una specie di, se le mozzarelle crucche diventavano blu appena aperte le confezioni. Una cosa schifosa che ricordava dei bozzoli alieni, dei blob contenenti chissà quale forma di vita pronta ad infettarci.
“Problema risolto”, dicono, “non c’è pericolo per la salute dei consumatori”. Il fintomona è stato debellato, scusateci per il disturbo.
E’ incredibile come, anche di fronte all’evidenza di un alimento divenuto di un colore più che improbabile ed inquietante, pur di venderti della roba, si affrettino a minimizzare.
Sarà ma, le mozzarelle blu di Prussia, al limite, magnatevele voi.
Stavo pensando al tradizionale Cenone di Natale, che poi a casa mia è un Pranzone, visto che la sera della vigilia si cena a base di pesce e derivati e il 25 a pranzo si va a cappelletti in brodo di cappone, pasticcio di maccheroni, panettone, torrone e vari ammazzacaffé.

Riflettevo ancora una volta sulla spaventosa quantità di sofisticazioni, adulterazioni, vere e proprie truffe compiute sui cibi, gentilmente offerte da quel mostro sanguinario che è la globalizzazione.
Mi è già capitato di scrivere qualcosa sulla mia xenofobia alimentare, cioè sul fatto che il cibo di provenienza esotica che ormai domina i supermercati francamente mi disgusta perchè lo immagino preparato in condizioni igieniche spaventose e contaminato dalle più indicibili porcherie e sostanze tossiche. Come tutti i razzismi è assurdo perchè anche dalle nostre parti, in quanto a zozzeria, non scherzano. Però, tant’è, alla vongola del Mar Nero preferisco sempre, pur aborrendola, la cozza nostra.

L’altro ieri mi hanno servito un pesciaccio insapore e vagamente gelatinoso spacciato per coda di rospo; un animalaccio che nemmeno sei chili di capperi e peperoncino erano riusciti ad insaporire. Dopo aver sapientemente fatto parlato l’oste, perchè non mi facevo persuasa che si trattasse della gloriosa Rana Pescatrice nostrana, ho saputo che era un non ben identificato pesce del Pacifico, parente dell’odioso Pangasio e nemmeno lontano collaterale della rana.
Che volete, mi dicono pesce del Pacifico e io immagino gli effetti dello Tsunami del 2004 sulla catena alimentare ittica. E’ più forte di me. Oppure penso a certi incubi cronenberghiani.

Per reazione, questo Natale sulla mia tavola ci sarà un cappone che proviene da un’azienda agricola sita a meno di una quindicina di chilometri da Faenza, animale che ho personalmente sottoposto ad autopsia e sezionamento e che se avesse potuto parlare mi avrebbe volentieri mandato affanculo in romagnolo.
Per il resto degli ingredienti del pranzo mi raccomanderò l’anima a Dio.

Negli ultimi tempi, le continue notizie su sempre nuove adulterazioni e truffe alimentari ci stanno portando a limitare se non a escludere del tutto un numero impressionante di cibi. Il menu del profitto a tutti i costi, anche a scapito della salute pubblica ci offre una serie infinita di prelibatezze.

Settore lattiero-caseario: formaggi scaduti, ammuffiti e marci riciclati nel grattugiato, sottilette dove potrebbe esserci rimasto mescolato dentro qualche topino e suoi derivati, mozzarelle teutoniche di origine innominabile, latte alla melamina oppure allungato con l’ammoniaca.

Carni ed insaccati: maiali irlandesi alla diossina, pesci pescati ai tempi delle guerre puniche, congelati, scongelati, ricongelati e rivenduti come freschi, la new entry di questi ultimissimi giorni prosciutto, scaduto da anni, putrefatto e riciclato nei discount.

Riusciamo a salvarci con i vegetali? Macchè, abbiamo fatto i conti senza i pesticidi che contaminano i seguenti prodotti: pesche, mele, peperoni dolci, sedano, nocepesca, fragole, ciliegie, lattuga (ricordate le verdure a foglia larga del dopo Chernobyl?), uva di importazione, pere, spinaci, patate.

Non ci si salva nemmeno con i cibi di lusso: caviale contraffatto e spumante camuffato da Champagne, soprattutto nel prezzo. Citiamo infine, per non far torto a nessuno, il famoso vino al metanolo e l’olio contaminato con la colza.

Se andiamo al ristorante è peggio. Quasi quasi si rischia di dover rivalutare McDonald’s e le sue patatine immortali.

Come ci si salva? Escludendo il digiuno, per ovvi motivi, non resta che sperare nell’effetto omeopatico del veleno. Chissà, magari, con tutte le tossine che mangiamo tutti i giorni l’Amanita Phalloides ormai ci fa una sega.


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Stavo pensando al tradizionale Cenone di Natale, che poi a casa mia è un Pranzone, visto che la sera della vigilia si cena a base di pesce e derivati e il 25 a pranzo si va a cappelletti in brodo di cappone, pasticcio di maccheroni, panettone, torrone e vari ammazzacaffé.

Riflettevo ancora una volta sulla spaventosa quantità di sofisticazioni, adulterazioni, vere e proprie truffe compiute sui cibi, gentilmente offerte da quel mostro sanguinario che è la globalizzazione.
Mi è già capitato di scrivere qualcosa sulla mia xenofobia alimentare, cioè sul fatto che il cibo di provenienza esotica che ormai domina i supermercati francamente mi disgusta perchè lo immagino preparato in condizioni igieniche spaventose e contaminato dalle più indicibili porcherie e sostanze tossiche. Come tutti i razzismi è assurdo perchè anche dalle nostre parti, in quanto a zozzeria, non scherzano. Però, tant’è, alla vongola del Mar Nero preferisco sempre, pur aborrendola, la cozza nostra.

L’altro ieri mi hanno servito un pesciaccio insapore e vagamente gelatinoso spacciato per coda di rospo; un animalaccio che nemmeno sei chili di capperi e peperoncino erano riusciti ad insaporire. Dopo aver sapientemente fatto parlato l’oste, perchè non mi facevo persuasa che si trattasse della gloriosa Rana Pescatrice nostrana, ho saputo che era un non ben identificato pesce del Pacifico, parente dell’odioso Pangasio e nemmeno lontano collaterale della rana.
Che volete, mi dicono pesce del Pacifico e io immagino gli effetti dello Tsunami del 2004 sulla catena alimentare ittica. E’ più forte di me. Oppure penso a certi incubi cronenberghiani.

Per reazione, questo Natale sulla mia tavola ci sarà un cappone che proviene da un’azienda agricola sita a meno di una quindicina di chilometri da Faenza, animale che ho personalmente sottoposto ad autopsia e sezionamento e che se avesse potuto parlare mi avrebbe volentieri mandato affanculo in romagnolo.
Per il resto degli ingredienti del pranzo mi raccomanderò l’anima a Dio.

Negli ultimi tempi, le continue notizie su sempre nuove adulterazioni e truffe alimentari ci stanno portando a limitare se non a escludere del tutto un numero impressionante di cibi. Il menu del profitto a tutti i costi, anche a scapito della salute pubblica ci offre una serie infinita di prelibatezze.

Settore lattiero-caseario: formaggi scaduti, ammuffiti e marci riciclati nel grattugiato, sottilette dove potrebbe esserci rimasto mescolato dentro qualche topino e suoi derivati, mozzarelle teutoniche di origine innominabile, latte alla melamina oppure allungato con l’ammoniaca.

Carni ed insaccati: maiali irlandesi alla diossina, pesci pescati ai tempi delle guerre puniche, congelati, scongelati, ricongelati e rivenduti come freschi, la new entry di questi ultimissimi giorni prosciutto, scaduto da anni, putrefatto e riciclato nei discount.

Riusciamo a salvarci con i vegetali? Macchè, abbiamo fatto i conti senza i pesticidi che contaminano i seguenti prodotti: pesche, mele, peperoni dolci, sedano, nocepesca, fragole, ciliegie, lattuga (ricordate le verdure a foglia larga del dopo Chernobyl?), uva di importazione, pere, spinaci, patate.

Non ci si salva nemmeno con i cibi di lusso: caviale contraffatto e spumante camuffato da Champagne, soprattutto nel prezzo. Citiamo infine, per non far torto a nessuno, il famoso vino al metanolo e l’olio contaminato con la colza.

Se andiamo al ristorante è peggio. Quasi quasi si rischia di dover rivalutare McDonald’s e le sue patatine immortali.

Come ci si salva? Escludendo il digiuno, per ovvi motivi, non resta che sperare nell’effetto omeopatico del veleno. Chissà, magari, con tutte le tossine che mangiamo tutti i giorni l’Amanita Phalloides ormai ci fa una sega.


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Questa sera c’è solo l’imbarazzo della scelta per commentare le notizie del giorno. Caricatevi di indignazione perchè ce ne sarà bisogno.

Intanto andrò a letto stasera senza sapere cosa sono le Opa ostili. Non si sono degnati di spiegarmelo.

C’è in Italia un nostro concittadino che ha ricevuto l’equivalente camorristico della fatwa e corre altrettanti rischi di Salman Rushdie, tanto da essere costretto ad emigrare, eppure mi aspetto da un giorno all’altro che qualcuno dalle alte sfere dia anche a lui del “rompicoglioni”.
Non si può che ammirare ogni giorno di più il coraggio di Roberto Saviano.

Diceva Manzoni che “il coraggio uno non se lo può dare”. E’ il caso di Marcello Lippi, invitato nei giorni scorsi da Moni Ovadia a partecipare ad un’iniziativa sulla memoria della Shoah per le scuole. Don Abbondio prima ha detto si, poi ci ha ripensato e se n’è uscito con questa incredibile scusa: che parlare contro il nazifascismo avrebbe rappresentato “prendere una posizione politica”. Occazzo! Credevo che il nazismo fosse stato condannato dalla STORIA e che non si dovesse avere paura a condannarlo ad alta voce, anzi a squarciagola, pensando a quei milioni di esseri umani da esso sterminati in nome della purezza razziale.
Paura di tutti quei nazistelli tatuati che si nascondono negli spogliatoi e dei loro dirigenti dal cuore nero, eh? Che tristezza.

A proposito di schieramenti. Da che parte dovrebbe stare l’informazione pubblica? Dalla parte di una grande azienda accusata di taroccare le date di scadenza di prodotti alimentari deperibili? Oppure dalla parte dei cittadini che rischiano, alimentandosi di prodotti avariati, nella migliore delle ipotesi, una tossinfezione alimentare? Se lo chiedete a Gianni Riotta, vi risponderà che dovere del servizio pubblico è difendere i diritti della multinazionale, in questo caso Lactalis (già nota alla giustizia in Francia) e comunque della grande azienda (Galbani) che ha i mezzi per difendersi. Spruzzando su tutto, magari, a mo’ di anestetico paralizzante, la presunta rassicurazione dell’Istituto Superiore di Sanità secondo il quale “non si correrebbero rischi dal consumare prodotti scaduti”. Mi faccia capire allora: perchè mettere le date di scadenza?
Va bene “la Stampa” che pubblica (a pagamento) il paginone con lo spottone della Galbani che “vuol dire fiducia” e che dice: “i miei formaggi sono perfetti, che mi possino cecà.” Ma il TG che si arruola volontario nel collegio difensivo della multinazionale invece di adoperarsi per cercare solo la verità per il bene dei cittadini, fa decisamente schifo. Se il film parla di formaggio perchè voler interpretare a tutti i costi la parte dei vermi?

In questi casi in cui è di scena la salute pubblica, è fondamentale che l’informazione e gli organi di controllo stiano dalla parte del cittadino. Se si schierano con i più economicamente forti è la fine, lo capirebbe anche un sasso.

Se permettete vi racconto un piccolo aneddoto personale. Una dozzina di anni fa, in un elegante albergo di una ridente località balneare romagnola (mica Casalborsetti ma Milano Marittima) mi presi una bella tossinfezione alimentare da salmonella. Responsabile una torta di ricotta troppo grande per essere conservata in frigo e lasciata a cuocersi per un intero pomeriggio al sole di luglio, in sala da pranzo.
Il giorno dopo, un mercoledì, eravamo ricoverati in 52 e in diversi ospedali. Il giovedì, sul “Resto del Carlino”, io e altri ricoverati, ancora in preda a lancinanti dolori addominali e agganciati alle flebo, leggiamo il titolone: “TUTTI GUARITI I 52 INTOSSICATI”.
I NAS andarono si a controllare le cucine dell’hotel ma non riscontrarono niente di irregolare, nonostante l’infezione fosse dovuta a dolo dei proprietari che, guarda caso, erano gli unici a non aver mangiato la torta sfatta e a non essersi ammalati . Si erano accorti benissimo che la torta era andata a male ma l’avevano servita lo stesso a noi clienti, per non buttarla via.
Non solo i NAS non presero provvedimenti e il giornali scrissero informazioni false e tendenziose ma le nostre cartelle cliniche ospedaliere furono falsificate e le analisi, comprovanti l’infezione da salmonella, fatte sparire. Ricordo benissimo il primario che ci disse, guardandoci fissi negli occhi, il giorno della dimissione: “ricordate, siete stati contagiati da STA-FI-LO-CO-CCO.”
Fu solo in seguito e grazie alle indagini dell’Ufficio provinciale di igiene di Ravenna che fummo informati della verità e sottoposti a nuove analisi che confermarono l’infezione da salmonella.

Capite come da quel giorno siano cresciuti il mio disagio nei confronti dei bottegai senza scrupoli, la sfiducia nei confronti degli organi di controllo e il disprezzo verso i giornalisti venduti per paura di danneggiare l’alta stagione alberghiera e quindi capaci di scrivere palle grosse così senza pudore. Anche questa, se non vi dispiace, è Gomorra.


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Questa sera c’è solo l’imbarazzo della scelta per commentare le notizie del giorno. Caricatevi di indignazione perchè ce ne sarà bisogno.

Intanto andrò a letto stasera senza sapere cosa sono le Opa ostili. Non si sono degnati di spiegarmelo.

C’è in Italia un nostro concittadino che ha ricevuto l’equivalente camorristico della fatwa e corre altrettanti rischi di Salman Rushdie, tanto da essere costretto ad emigrare, eppure mi aspetto da un giorno all’altro che qualcuno dalle alte sfere dia anche a lui del “rompicoglioni”.
Non si può che ammirare ogni giorno di più il coraggio di Roberto Saviano.

Diceva Manzoni che “il coraggio uno non se lo può dare”. E’ il caso di Marcello Lippi, invitato nei giorni scorsi da Moni Ovadia a partecipare ad un’iniziativa sulla memoria della Shoah per le scuole. Don Abbondio prima ha detto si, poi ci ha ripensato e se n’è uscito con questa incredibile scusa: che parlare contro il nazifascismo avrebbe rappresentato “prendere una posizione politica”. Occazzo! Credevo che il nazismo fosse stato condannato dalla STORIA e che non si dovesse avere paura a condannarlo ad alta voce, anzi a squarciagola, pensando a quei milioni di esseri umani da esso sterminati in nome della purezza razziale.
Paura di tutti quei nazistelli tatuati che si nascondono negli spogliatoi e dei loro dirigenti dal cuore nero, eh? Che tristezza.

A proposito di schieramenti. Da che parte dovrebbe stare l’informazione pubblica? Dalla parte di una grande azienda accusata di taroccare le date di scadenza di prodotti alimentari deperibili? Oppure dalla parte dei cittadini che rischiano, alimentandosi di prodotti avariati, nella migliore delle ipotesi, una tossinfezione alimentare? Se lo chiedete a Gianni Riotta, vi risponderà che dovere del servizio pubblico è difendere i diritti della multinazionale, in questo caso Lactalis (già nota alla giustizia in Francia) e comunque della grande azienda (Galbani) che ha i mezzi per difendersi. Spruzzando su tutto, magari, a mo’ di anestetico paralizzante, la presunta rassicurazione dell’Istituto Superiore di Sanità secondo il quale “non si correrebbero rischi dal consumare prodotti scaduti”. Mi faccia capire allora: perchè mettere le date di scadenza?
Va bene “la Stampa” che pubblica (a pagamento) il paginone con lo spottone della Galbani che “vuol dire fiducia” e che dice: “i miei formaggi sono perfetti, che mi possino cecà.” Ma il TG che si arruola volontario nel collegio difensivo della multinazionale invece di adoperarsi per cercare solo la verità per il bene dei cittadini, fa decisamente schifo. Se il film parla di formaggio perchè voler interpretare a tutti i costi la parte dei vermi?

In questi casi in cui è di scena la salute pubblica, è fondamentale che l’informazione e gli organi di controllo stiano dalla parte del cittadino. Se si schierano con i più economicamente forti è la fine, lo capirebbe anche un sasso.

Se permettete vi racconto un piccolo aneddoto personale. Una dozzina di anni fa, in un elegante albergo di una ridente località balneare romagnola (mica Casalborsetti ma Milano Marittima) mi presi una bella tossinfezione alimentare da salmonella. Responsabile una torta di ricotta troppo grande per essere conservata in frigo e lasciata a cuocersi per un intero pomeriggio al sole di luglio, in sala da pranzo.
Il giorno dopo, un mercoledì, eravamo ricoverati in 52 e in diversi ospedali. Il giovedì, sul “Resto del Carlino”, io e altri ricoverati, ancora in preda a lancinanti dolori addominali e agganciati alle flebo, leggiamo il titolone: “TUTTI GUARITI I 52 INTOSSICATI”.
I NAS andarono si a controllare le cucine dell’hotel ma non riscontrarono niente di irregolare, nonostante l’infezione fosse dovuta a dolo dei proprietari che, guarda caso, erano gli unici a non aver mangiato la torta sfatta e a non essersi ammalati . Si erano accorti benissimo che la torta era andata a male ma l’avevano servita lo stesso a noi clienti, per non buttarla via.
Non solo i NAS non presero provvedimenti e il giornali scrissero informazioni false e tendenziose ma le nostre cartelle cliniche ospedaliere furono falsificate e le analisi, comprovanti l’infezione da salmonella, fatte sparire. Ricordo benissimo il primario che ci disse, guardandoci fissi negli occhi, il giorno della dimissione: “ricordate, siete stati contagiati da STA-FI-LO-CO-CCO.”
Fu solo in seguito e grazie alle indagini dell’Ufficio provinciale di igiene di Ravenna che fummo informati della verità e sottoposti a nuove analisi che confermarono l’infezione da salmonella.

Capite come da quel giorno siano cresciuti il mio disagio nei confronti dei bottegai senza scrupoli, la sfiducia nei confronti degli organi di controllo e il disprezzo verso i giornalisti venduti per paura di danneggiare l’alta stagione alberghiera e quindi capaci di scrivere palle grosse così senza pudore. Anche questa, se non vi dispiace, è Gomorra.


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Quando ero bambina, in casa mia i formaggini erano banditi. O meglio, me li davano ma in dose omeopatica, con la speranza che non mi facessero troppo male. Già allora, quasi mezzo secolo fa, sentivo i miei genitori paventare la presenza di schifezze in quei rettangolini confezionati nell’alluminio. “Li fanno con gli scarti”, diceva regolarmente mio padre, scuotendo la testa.

Nell’Italia di oggi, quella dell’informazione adulterata, si riesce a raccontare uno scandalo che all’estero scatenerebbe immediatamente più di una class-action, senza fare uno straccio di nome di responsabile ma grattugiando in un’unica poltiglia i produttori onesti assieme a quei pezzi di merda dei sofisticatori.

E’ una sensazione unica cenare con questo gustoso prodotto della natura e sentir parlare la TV di muffe, larve, escrementi di topo senza, ripeto, sentir venir fuori almeno il nome dell’imprenditore siciliano che è stato preso dalla magistratura come un topo in trappola attraverso le intercettazioni telefoniche.
Era lui che riciclava il formaggio sporco facendolo ritornare sulla tavola degli ignari consumatori.
Non è solo un problemuccio con il grattato, per la solita superficialità parishiltoniana dei TG, la realtà parrebbe molto ma molto più inquietante e l’inchiesta in corso sta cercando di farvi luce.

E Lactalis, il megasuperpadrone di quasi tutti i marchi europei, pare coinvolto dell’affaire?
Per carità, non nominare la multinazionale invano, nonostante sia già stata condannata in Francia per truffa e frode alimentare (allungavano il latte, tra l’altro, con l’acqua ossigenata).
Si sa come funziona in questi casi. Si getta il sasso, si accenna, poi si lascia che siano i portavoce delle aziende a smentire il coinvolgimento. Noi non siamo stati. Oro colato, fine della storia e se per caso si tratta di multinazionale, è cassazione.

Visto che viviamo all’interno di un grande cartone animato, dove ogni giorno cadiamo dal Grand Canyon abbracciati ad un razzo ACME ma non ci facciamo un graffio, no, forse non parlavano di vero formaggio, di quello che sto addentando in questo momento e che da domani guarderò con sospetto nel frigo ricordando la saggezza da capo indiano di mio papà ma di cacio virtuale, come quello del quale va matto il topino Remy.


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Quando ero bambina, in casa mia i formaggini erano banditi. O meglio, me li davano ma in dose omeopatica, con la speranza che non mi facessero troppo male. Già allora, quasi mezzo secolo fa, sentivo i miei genitori paventare la presenza di schifezze in quei rettangolini confezionati nell’alluminio. “Li fanno con gli scarti”, diceva regolarmente mio padre, scuotendo la testa.

Nell’Italia di oggi, quella dell’informazione adulterata, si riesce a raccontare uno scandalo che all’estero scatenerebbe immediatamente più di una class-action, senza fare uno straccio di nome di responsabile ma grattugiando in un’unica poltiglia i produttori onesti assieme a quei pezzi di merda dei sofisticatori.

E’ una sensazione unica cenare con questo gustoso prodotto della natura e sentir parlare la TV di muffe, larve, escrementi di topo senza, ripeto, sentir venir fuori almeno il nome dell’imprenditore siciliano che è stato preso dalla magistratura come un topo in trappola attraverso le intercettazioni telefoniche.
Era lui che riciclava il formaggio sporco facendolo ritornare sulla tavola degli ignari consumatori.
Non è solo un problemuccio con il grattato, per la solita superficialità parishiltoniana dei TG, la realtà parrebbe molto ma molto più inquietante e l’inchiesta in corso sta cercando di farvi luce.

E Lactalis, il megasuperpadrone di quasi tutti i marchi europei, pare coinvolto dell’affaire?
Per carità, non nominare la multinazionale invano, nonostante sia già stata condannata in Francia per truffa e frode alimentare (allungavano il latte, tra l’altro, con l’acqua ossigenata).
Si sa come funziona in questi casi. Si getta il sasso, si accenna, poi si lascia che siano i portavoce delle aziende a smentire il coinvolgimento. Noi non siamo stati. Oro colato, fine della storia e se per caso si tratta di multinazionale, è cassazione.

Visto che viviamo all’interno di un grande cartone animato, dove ogni giorno cadiamo dal Grand Canyon abbracciati ad un razzo ACME ma non ci facciamo un graffio, no, forse non parlavano di vero formaggio, di quello che sto addentando in questo momento e che da domani guarderò con sospetto nel frigo ricordando la saggezza da capo indiano di mio papà ma di cacio virtuale, come quello del quale va matto il topino Remy.


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Ci vuole proprio poco per ricrearsi la propria oasi tropicale anche in città. Basta un bel viale alberato di pini, fornitori di ombra, frescura e inconfondibile profumo che ricorda le località marine e una frutteria all’aperto, quelle con gli ombrelloni-oni-oni di paglia, i tavolini, la musica etnica e tante prelibatezze esotiche e non.
La frutteria che frequento in questi giorni in maniera compulsiva per illudermi di stare ancora in vacanza e disintossicarmi a furia di vitamine e sali minerali, è un luogo che invito chiunque passi da Faenza a visitare. Si trova in Via Tolosano, il viale che si imbocca, venendo da Imola, quasi di fronte all’Ospedale, per andare alla stazione.

Ideale per la pausa del pranzo, sempre frequentata ma incredibilmente tranquilla, una vera oasi, offre non solo frutta, gelati, frappé, centrifugati e cocktails ma la possibilità, ad esempio, di farsi la propria insalata-compilation con gli ingredienti preferiti.
Per la frutta c’è solo l’imbarazzo della scelta. Oltre al classico cocomero, i miei preferiti sono i piattoni di frutta mista da gustare con lo yogurt. In questi ultimi giorni, complici il caldo e una certa nausea per il cibo tradizionale, mi sono mangiata quantità industriali di cocomero, ananas, cocco e melone.

Oggi, per cambiare e per la serie “o magnamo strano”, mi sono concessa un “Laguna Blu” tutto di frutti tropicali. Confesso che alla mia tenera erà non avevo mai mangiato il Rambutan, la carambola, il Litchi, la Pitaya e nemmeno il Mangustan. Per dire la verità nemmeno tanto spesso il frutto della passione, il mango e la papaya. E’ stato divertente e gustoso anche se certi frutti esotici hanno sembianze un po’ inquietanti, tipo certe pallette pelose chiamate Rambutan.

Il bello è che mangiando al pasto solo frutta, anche quella aliena con il pelo, ci si sente leggeri come piume. L’unico effetto collaterale è che, soprattutto quella tropicale, è piuttosto diuretica ma per sgonfiarsi è l’ideale.
Ecco, oggi mi sono sentita veramente ai tropici ed ero a meno di un chilometro da casa. Se passate da Faenza, non mancate di fare un salto in Frutteria.


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Ci vuole proprio poco per ricrearsi la propria oasi tropicale anche in città. Basta un bel viale alberato di pini, fornitori di ombra, frescura e inconfondibile profumo che ricorda le località marine e una frutteria all’aperto, quelle con gli ombrelloni-oni-oni di paglia, i tavolini, la musica etnica e tante prelibatezze esotiche e non.
La frutteria che frequento in questi giorni in maniera compulsiva per illudermi di stare ancora in vacanza e disintossicarmi a furia di vitamine e sali minerali, è un luogo che invito chiunque passi da Faenza a visitare. Si trova in Via Tolosano, il viale che si imbocca, venendo da Imola, quasi di fronte all’Ospedale, per andare alla stazione.

Ideale per la pausa del pranzo, sempre frequentata ma incredibilmente tranquilla, una vera oasi, offre non solo frutta, gelati, frappé, centrifugati e cocktails ma la possibilità, ad esempio, di farsi la propria insalata-compilation con gli ingredienti preferiti.
Per la frutta c’è solo l’imbarazzo della scelta. Oltre al classico cocomero, i miei preferiti sono i piattoni di frutta mista da gustare con lo yogurt. In questi ultimi giorni, complici il caldo e una certa nausea per il cibo tradizionale, mi sono mangiata quantità industriali di cocomero, ananas, cocco e melone.

Oggi, per cambiare e per la serie “o magnamo strano”, mi sono concessa un “Laguna Blu” tutto di frutti tropicali. Confesso che alla mia tenera erà non avevo mai mangiato il Rambutan, la carambola, il Litchi, la Pitaya e nemmeno il Mangustan. Per dire la verità nemmeno tanto spesso il frutto della passione, il mango e la papaya. E’ stato divertente e gustoso anche se certi frutti esotici hanno sembianze un po’ inquietanti, tipo certe pallette pelose chiamate Rambutan.

Il bello è che mangiando al pasto solo frutta, anche quella aliena con il pelo, ci si sente leggeri come piume. L’unico effetto collaterale è che, soprattutto quella tropicale, è piuttosto diuretica ma per sgonfiarsi è l’ideale.
Ecco, oggi mi sono sentita veramente ai tropici ed ero a meno di un chilometro da casa. Se passate da Faenza, non mancate di fare un salto in Frutteria.


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Ci vuole proprio poco per ricrearsi la propria oasi tropicale anche in città. Basta un bel viale alberato di pini, fornitori di ombra, frescura e inconfondibile profumo che ricorda le località marine e una frutteria all’aperto, quelle con gli ombrelloni-oni-oni di paglia, i tavolini, la musica etnica e tante prelibatezze esotiche e non.
La frutteria che frequento in questi giorni in maniera compulsiva per illudermi di stare ancora in vacanza e disintossicarmi a furia di vitamine e sali minerali, è un luogo che invito chiunque passi da Faenza a visitare. Si trova in Via Tolosano, il viale che si imbocca, venendo da Imola, quasi di fronte all’Ospedale, per andare alla stazione.

Ideale per la pausa del pranzo, sempre frequentata ma incredibilmente tranquilla, una vera oasi, offre non solo frutta, gelati, frappé, centrifugati e cocktails ma la possibilità, ad esempio, di farsi la propria insalata-compilation con gli ingredienti preferiti.
Per la frutta c’è solo l’imbarazzo della scelta. Oltre al classico cocomero, i miei preferiti sono i piattoni di frutta mista da gustare con lo yogurt. In questi ultimi giorni, complici il caldo e una certa nausea per il cibo tradizionale, mi sono mangiata quantità industriali di cocomero, ananas, cocco e melone.

Oggi, per cambiare e per la serie “o magnamo strano”, mi sono concessa un “Laguna Blu” tutto di frutti tropicali. Confesso che alla mia tenera erà non avevo mai mangiato il Rambutan, la carambola, il Litchi, la Pitaya e nemmeno il Mangustan. Per dire la verità nemmeno tanto spesso il frutto della passione, il mango e la papaya. E’ stato divertente e gustoso anche se certi frutti esotici hanno sembianze un po’ inquietanti, tipo certe pallette pelose chiamate Rambutan.

Il bello è che mangiando al pasto solo frutta, anche quella aliena con il pelo, ci si sente leggeri come piume. L’unico effetto collaterale è che, soprattutto quella tropicale, è piuttosto diuretica ma per sgonfiarsi è l’ideale.
Ecco, oggi mi sono sentita veramente ai tropici ed ero a meno di un chilometro da casa. Se passate da Faenza, non mancate di fare un salto in Frutteria.


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