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“Ginoooo!”

“Dimmi, Levante.”

“Quant’anni tu c’hai?”

“Settantasette.”

“Come tu ti senti?”

“Bene.”

“Ho visto la bara.”

“Ma vaffanculo, va!”

Monicelli partecipò, solo in voce, a “Il Ciclone” di Pieraccioni, dal quale è tratto questo breve dialogo. 

Addio, Gino.
Si è ucciso come Primo Levi, gettandosi nel vuoto. Si può avere avuto un vita lunghissima e piena di soddisfazioni ed essere lo stesso disperati. Una cosa che chi mitizza la vita per principio non capirà mai.
Monicelli non credeva nella speranza, ce l’aveva detto nell’intervista a Raiperunanotte. La speranza era una cosa inventata dai padroni, diceva. 
Forse è vero. Gli inguaribili ottimisti, quelli per i quali va sempre tutto bene e che si meravigliano se gli altri sono disperati, sono quasi sempre coloro che pensano di poter comperare la speranza con quei soldi che non sanno più dove mettere. 
Senza speranza, inseguito dalla malattia e dal terrore di perdere la libertà che è data da un cervello straordinariamente lucido come il suo, Monicelli ha scelto la morte, che a volte è preferibile alla paura di morire. Disperazione ma anche ribellione e burla estrema al destino. 
Da artista aveva giocato con la morte, l’aveva sbeffeggiata nei suoi film. Come il Perozzi, il giornalista di “Amici Miei”, quello che in punto di morte fa la supercazzola al prete che gli dà l’estrema unzione. Come aveva fatto veramente Ettore Petrolini che, sempre in fin di vita, si rivolse al medico che lo assisteva, Professor Ascoli, con un’ultima battuta: “Aah, parente di Piceno?
L’insegnamento di Monicelli era che si deve sempre trovare il lato comico della tragedia, come la guerra o  l’atroce solitudine dei vecchi che viene esorcizzata dalla zingarata, e nel “colpo di genio” dei cinque amici. Non sempre però si riesce a scherzare di tutto.

Recentemente aveva espresso il suo disagio per gli italiani, passivi come l’amante della Signora Necchi che si lascia pisciare nella minestra e che sorbisce tutto di un regime che taglia i contributi alla cultura, al film d’autore, per finanziare le velleità cinematografiche delle nipoti da parte di fava del re. Usando i soldi del popolo, in estremo spregio al medesimo.
Non possiamo credere che un maestro come Monicelli si sia ucciso perché anche alla cultura italiana si sta cercando di togliere definitivamente la speranza di un futuro. Forse è solo la depressione e la stanchezza di vivere che ti fa compiere gesti estremi come questo ma se fosse così, se questo paese stesse diventando intollerabile per i grandi vecchi della cultura, qualcuno dovrà pagare e caro per questo. 

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