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Santoro servo di Hamas”, “Santoro ti manca solo di bruciare la bandiera di Israele”, “Santoro la tua pace è unilaterale e senza Israele”, “Santoro sta all’Anno Zero, noi al 5769” e “Santoro è un razzo contro l’informazione”. [17 gennaio 2009]

Forse la chiusa del post precedente era troppo ottimista. E’ vero che non bisogna confondere i governanti con i governati, soprattutto quando questi scatenano guerre sanguinose, però non dobbiamo nemmeno nasconderci il fatto che quel tipo di governanti sono bravissimi a toccare le zone erogene giuste del popolo, pancia ed organi molli annessi, dove risiede il peggio in termini di violenza, risentimento, razzismo, paura e paranoia.
Quel popolo abilmente titillato, arriva ad assomigliare molto ai suoi governanti e, con il consenso che riserva loro alle elezioni, probabilmente se li merita anche. Del resto per la politica è immensamente più facile fare un popolaccio che un popolo.

Nel caso specifico, con tutta la sfiducia che si può avere nei “sondagi”, pare che il 94% degli israeliani intervistati sia favorevole alla tonnara di Gaza.
Rimane, sempre se vogliamo credere ai Piepoli del luogo, un misero 6% che, suppongo, comprende anche i “non so, non risponde”. Una percentuale simile di consenso fa pensare ad un enorme bias di desiderabilità sociale che, detto in termini bovini, consiste nel rispondere ciò che l’intervistatore percepiamo si aspetti da noi.
Sarò ancora un volta ottimista: sono convinta che quelli che sono per la pace in Israele siano molti di più ma capisco che dirlo significa essere antisionisti, odiatori di se stessi, infami, traditori e antisemiti. Una condizione che penso difficilmente si verifichi negli altri paesi.

Detto questo, e ricordando che anche da noi ci sono le vecchie carampane impellicciate che delirano di bombe atomiche da sganciare perchè “siamo troppi”, riferendosi probabilmente e soprattutto ai propri vicini di casa, vorrei ritornare sul post di ieri con una cronaca a margine che ho letto su un giornale online israeliano.

Ynet news.com fa la cronaca della conferenza stampa tenuta dal medico palestinese di cui si parlava ieri, quello della drammatica telefonata alla tv israeliana. Nell’incontro con i giornalisti, Abul Aish ha chiesto spiegazioni di quanto accaduto, in maniera molto civile, usando uno strumento democratico, l’informazione.
Ad un certo punto è stato interrotto da una donna israeliana, Levana Stern, madre di tre soldati impegnati a Gaza: “Siete impazzitii? Questa è propaganda. Sta parlando contro Israele all’ospedale Sheba. Dovreste vergognarvi. I miei tre figli stanno servendo a Gaza come paracadutisti. Chissà cosa teneva in casa? Che c’entra il fatto che sia un medico? I soldati sapevano ciò che facevano, avevi delle armi in casa, dovresti vergognarti. Ho tre figli soldati, perchè gli sparano? Dovreste tutti vergognarvi”.

La risposta del medico è stata questa: “Mi rivolgo a tutti voi, al mondo intero, affinchè sappiate che le mie figlie sono state il prezzo più grande da pagare per la pace e non voglio che nessun’altro provi ciò che io ho sofferto. Voglio che siano il prezzo terribile che abbiamo dovuto pagare per il cessate il fuoco. Il governo israeliano deve dire la verità. Le mie figlie devono essere vittime per la pace, io sono armato solo di pace”. Riguardo alle parole della donna, Abul ha detto: “Non vogliono vedere dall’altra parte, ne vedono solo una. Non vogliono vedere gli altri.”

Dal canto suo, la signora Stern ha detto ai giornalisti: “Mi fa pena, il mio cuore è addolorato per ciò che è accaduto ai suoi figli e so cosa significa quando i figli muoiono e una famiglia è distrutta.
Però non capisco perchè il popolo di Israele gli dà un microfono per parlare all’ospedale mentre i nostri soldati giacciono qui feriti. Che racconti pure la storia ma una volta e basta.”

Ieri sera mi sono fermata in libreria ed ho acquistato “Sconfiggere Hitler” di Avraham Burg, un libro che ha provocato un enorme dibattito in Avraham BurgImage via WikipediaIsraele e che è stato recensito in maniera velenosa da Benny Morris su “il Sole 24 ore”. Mi ha colpito il titolo di un capitolo: “Le Shoah degli altri”.
In sintesi Burg dice che dalla Shoah bisognava imparare una lezione molto più alta del “mai più”, quella cioè del “mai più a nessun popolo del mondo”.
E’ la solita vecchia questione. Il giorno della memoria si ricorda la Shoah e non il Porraimos della gente rom e sinti o l’olocausto omosessuale o quello dei disabili, pur dovuti alla stessa mano nazista, perchè in qualche modo bisogna mantenere il primato della sofferenza ebraica su quella degli altri. Per poter essere giustificati a difendersi comunque, anche in modo eccessivo ed irrazionale. Per poter essere esentati dal dovere di empatia ed immedesimazione nei confronti del nemico, e poterlo considerare liberamente disumano, un untermensch.
Burg definisce la Shoah una malattia ed è una definizione che condivido. Un trauma, se rimane irrisolto, porta solo alla volontà di distruzione, degli altri e di sé stessi.

Burg propone ed invoca un neoumanesimo ebraico, un modo nuovo di vedere la propria identità nazionale, che si allontani dal disumanesimo sionista e che dalla Shoah tragga l’insegnamento che nessun popolo deve dubire ciò che ha subito il popolo ebraico. Sembrano cose ovvie ma in un paese che si attacca disperatamente ad un totem negativo, che si fa rappresentare da una ideologia fallimentare e morente ma che non vuol morire, il cui emblema è l’Ariel Sharon attaccato alle macchine per respirare, dirle diventa un atto di coraggio.
Israele dà sempre la colpa agli altri così può attuare la sua strategia di proiezione delle responsabilità. La pace sarà possibile solo quando Israele farà delle concessioni, che dovranno essere per forza unilaterali. La prima di tutte sarà il dover per forza considerarsi uguali agli altri.

La chiave di qualsiasi Pace è nella solidarietà e nell’empatia. Ho l’impressione che un Burg e un Aish potrebbero parlarsi, comprendersi ed arrivare in breve tempo alla pace.

La signora Stern non dice quelle cose perchè è cattiva, o perchè è parente della sciuretta impellicciata che butterebbe le atomiche per farsi largo, è solo stata abituata a considerarsi superiore agli altri, è parte integrante di una ideologia che è incapace di immedesimarsi nella sofferenza degli altri ma solo nella propria e arriva a considerare la morte di un cane colpito da un missile Qassam in Israele, più commovente di quella di 1300 palestinesi.

P.S. Una curiosità, visto che, per certe cose sono una donna all’antica: che ci fanno le teste rasate in bomber al Portico d’Ottavia?


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Santoro servo di Hamas”, “Santoro ti manca solo di bruciare la bandiera di Israele”, “Santoro la tua pace è unilaterale e senza Israele”, “Santoro sta all’Anno Zero, noi al 5769” e “Santoro è un razzo contro l’informazione”. [17 gennaio 2009]

Forse la chiusa del post precedente era troppo ottimista. E’ vero che non bisogna confondere i governanti con i governati, soprattutto quando questi scatenano guerre sanguinose, però non dobbiamo nemmeno nasconderci il fatto che quel tipo di governanti sono bravissimi a toccare le zone erogene giuste del popolo, pancia ed organi molli annessi, dove risiede il peggio in termini di violenza, risentimento, razzismo, paura e paranoia.
Quel popolo abilmente titillato, arriva ad assomigliare molto ai suoi governanti e, con il consenso che riserva loro alle elezioni, probabilmente se li merita anche. Del resto per la politica è immensamente più facile fare un popolaccio che un popolo.

Nel caso specifico, con tutta la sfiducia che si può avere nei “sondagi”, pare che il 94% degli israeliani intervistati sia favorevole alla tonnara di Gaza.
Rimane, sempre se vogliamo credere ai Piepoli del luogo, un misero 6% che, suppongo, comprende anche i “non so, non risponde”. Una percentuale simile di consenso fa pensare ad un enorme bias di desiderabilità sociale che, detto in termini bovini, consiste nel rispondere ciò che l’intervistatore percepiamo si aspetti da noi.
Sarò ancora un volta ottimista: sono convinta che quelli che sono per la pace in Israele siano molti di più ma capisco che dirlo significa essere antisionisti, odiatori di se stessi, infami, traditori e antisemiti. Una condizione che penso difficilmente si verifichi negli altri paesi.

Detto questo, e ricordando che anche da noi ci sono le vecchie carampane impellicciate che delirano di bombe atomiche da sganciare perchè “siamo troppi”, riferendosi probabilmente e soprattutto ai propri vicini di casa, vorrei ritornare sul post di ieri con una cronaca a margine che ho letto su un giornale online israeliano.

Ynet news.com fa la cronaca della conferenza stampa tenuta dal medico palestinese di cui si parlava ieri, quello della drammatica telefonata alla tv israeliana. Nell’incontro con i giornalisti, Abul Aish ha chiesto spiegazioni di quanto accaduto, in maniera molto civile, usando uno strumento democratico, l’informazione.
Ad un certo punto è stato interrotto da una donna israeliana, Levana Stern, madre di tre soldati impegnati a Gaza: “Siete impazzitii? Questa è propaganda. Sta parlando contro Israele all’ospedale Sheba. Dovreste vergognarvi. I miei tre figli stanno servendo a Gaza come paracadutisti. Chissà cosa teneva in casa? Che c’entra il fatto che sia un medico? I soldati sapevano ciò che facevano, avevi delle armi in casa, dovresti vergognarti. Ho tre figli soldati, perchè gli sparano? Dovreste tutti vergognarvi”.

La risposta del medico è stata questa: “Mi rivolgo a tutti voi, al mondo intero, affinchè sappiate che le mie figlie sono state il prezzo più grande da pagare per la pace e non voglio che nessun’altro provi ciò che io ho sofferto. Voglio che siano il prezzo terribile che abbiamo dovuto pagare per il cessate il fuoco. Il governo israeliano deve dire la verità. Le mie figlie devono essere vittime per la pace, io sono armato solo di pace”. Riguardo alle parole della donna, Abul ha detto: “Non vogliono vedere dall’altra parte, ne vedono solo una. Non vogliono vedere gli altri.”

Dal canto suo, la signora Stern ha detto ai giornalisti: “Mi fa pena, il mio cuore è addolorato per ciò che è accaduto ai suoi figli e so cosa significa quando i figli muoiono e una famiglia è distrutta.
Però non capisco perchè il popolo di Israele gli dà un microfono per parlare all’ospedale mentre i nostri soldati giacciono qui feriti. Che racconti pure la storia ma una volta e basta.”

Ieri sera mi sono fermata in libreria ed ho acquistato “Sconfiggere Hitler” di Avraham Burg, un libro che ha provocato un enorme dibattito in Avraham BurgImage via WikipediaIsraele e che è stato recensito in maniera velenosa da Benny Morris su “il Sole 24 ore”. Mi ha colpito il titolo di un capitolo: “Le Shoah degli altri”.
In sintesi Burg dice che dalla Shoah bisognava imparare una lezione molto più alta del “mai più”, quella cioè del “mai più a nessun popolo del mondo”.
E’ la solita vecchia questione. Il giorno della memoria si ricorda la Shoah e non il Porraimos della gente rom e sinti o l’olocausto omosessuale o quello dei disabili, pur dovuti alla stessa mano nazista, perchè in qualche modo bisogna mantenere il primato della sofferenza ebraica su quella degli altri. Per poter essere giustificati a difendersi comunque, anche in modo eccessivo ed irrazionale. Per poter essere esentati dal dovere di empatia ed immedesimazione nei confronti del nemico, e poterlo considerare liberamente disumano, un untermensch.
Burg definisce la Shoah una malattia ed è una definizione che condivido. Un trauma, se rimane irrisolto, porta solo alla volontà di distruzione, degli altri e di sé stessi.

Burg propone ed invoca un neoumanesimo ebraico, un modo nuovo di vedere la propria identità nazionale, che si allontani dal disumanesimo sionista e che dalla Shoah tragga l’insegnamento che nessun popolo deve dubire ciò che ha subito il popolo ebraico. Sembrano cose ovvie ma in un paese che si attacca disperatamente ad un totem negativo, che si fa rappresentare da una ideologia fallimentare e morente ma che non vuol morire, il cui emblema è l’Ariel Sharon attaccato alle macchine per respirare, dirle diventa un atto di coraggio.
Israele dà sempre la colpa agli altri così può attuare la sua strategia di proiezione delle responsabilità. La pace sarà possibile solo quando Israele farà delle concessioni, che dovranno essere per forza unilaterali. La prima di tutte sarà il dover per forza considerarsi uguali agli altri.

La chiave di qualsiasi Pace è nella solidarietà e nell’empatia. Ho l’impressione che un Burg e un Aish potrebbero parlarsi, comprendersi ed arrivare in breve tempo alla pace.

La signora Stern non dice quelle cose perchè è cattiva, o perchè è parente della sciuretta impellicciata che butterebbe le atomiche per farsi largo, è solo stata abituata a considerarsi superiore agli altri, è parte integrante di una ideologia che è incapace di immedesimarsi nella sofferenza degli altri ma solo nella propria e arriva a considerare la morte di un cane colpito da un missile Qassam in Israele, più commovente di quella di 1300 palestinesi.

P.S. Una curiosità, visto che, per certe cose sono una donna all’antica: che ci fanno le teste rasate in bomber al Portico d’Ottavia?


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Lo confesso, noi psicologi siamo bastardi, come quel Zimbardo che mise su l’esperimento del carcere, dimostrando che, nella parte del secondino, ognuno di noi ha, nei meandri dell’inconscio, un Abu Ghraib da ricreare.
Ci piace creare situazioni per testare le reazioni della gente. Soprattutto in circostanze emotive forti, coinvolgenti.
L’esperimento è pienamente riuscito.

Il titolo dell’ultimo post era volutamente provocatorio. Anzi disturbante. Se vi può consolare disturba anche me, però andava utilizzato come esca.
Avrei potuto usare anche la parola chutzpah, forse più appropriata ma non l’avrebbero capita che in pochi.
Pensavo ai coloni nei territori occupati, che portano si l’emblema religioso però assieme al mitra, anzi anche il mitra per loro è un emblema religioso e le due cose si confondono. E allora parliamone. Dov’è lo scandalo?
Cos’è, per caso gli emblemi religiosi, le croci, le mezzelune, le croci di david non sono mai state utilizzare come armi contundenti e letali? Ma stiamo scherzando? Non sono le religioni causa di conflitti? Gott mit uns può essere tradotto in ogni lingua e religione.
Oppure è lo stesso ragionamento che si fa per le bandiere? Bruciare una bandiera è come bruciare un intero popolo?

Nell’ultimo post raccontavo cose orribili, corredandole con la foto di cinque piccole vittime avvolte nei sudari; ho fornito, a chi avesse avuto la forza di guardarle, il link alle immagini delle gambe maciullate dalle armi DIME e ho raccontato dello stronzo che vuole bombardare Gaza con le atomiche. Uno che non è un Borghezio qualsiasi ma un ex ministro del governo israeliano.
Ho perfino parlato di tette, di capezzoli, per vedere di far salire l’adrenalina almeno nei maschi, ma niente. Lo scandalo è rimasto il titolo. Non i bambini morti, non i crimini, non la guerra ma un titolo.
Il primo commento che ho ricevuto è stato significativo. Diceva, più o meno, mi piace il tuo blog però ultimamente, parlando di Gaza, stai diventandomi antisemita. Il che vuol dire che svicolare dal pensiero dominante, di cui il titolo rassicurante e politically correct di questo post è un perfetto esempio, non è permesso perchè è ansiogeno.

Un mio commentatore ha scritto, nel post maledetto: “Ahi, ahi, ahi, la sindrome dell’Annunziata. Vede i bimbi morti, si turba ma non dovrebbe perchè sono piccoli wannabe terrorists, quindi piccole bestiole senza importanza. Allora si incazza con Santoro perchè le ha provocato turbamento e se ne va, così non si turba più. Questi sono i turbodemocratici.
Vedo che anche nel tuo blog le Annunziate, con i paletti o senza, si turbano e si incazzano. Ma tu continua così, che gli intellettuali ebrei scrivono anche di peggio su Israele. Quelli che sono rimasti umani, è ovvio”.

Condivido. L’Annunziata ha sbroccato esattamente un minuto secondo dopo che è stata nominata la Shoah. Prima la discussione era rimasta talmente pacata che stava risultando quasi noiosa.
E’ stato un riflesso pavloviano. Deve essersi detta, dopo essere andata internamente in Defcon 2, oddìo, qui si nomina la Shoah, devo smarcarmi. E ha sbroccato. Poi, per la serie “identifichiamoci con gli aggressori”, se n’è andata, esattamente come fece Berlusconi con lei.

Quello che trovo vergognoso, come al solito, è l’attacco a Santoro e ad una trasmissione che dichiaratamente portava a conoscenza dello spettatore italiano, inscimunito dal Serenase somministrato ogni sera dal telegiornale monocolore israeliano, il punto di vista dei palestinesi. Che sarà mai, una dose di Santoro alla settimana tra due flebo di Pagliara al giorno prima e dopo i pasti.
Una trasmissione schierata ma senza dimenticare, per la verità, anche le voci israeliane. Soprattutto quella di una persona come Manuela Dviri che ha saputo, dalla tragedia personale della perdita di un figlio, trovare la forza di battersi per la pace dialogando con “il nemico”.
Mi è piaciuto meno l’ultimo ragazzo che ha parlato, quello che ha detto che, certo, “dispiace per i bambini che sono mancati“. E’ mancato all’affetto dei suoi cari, come si dice.
No, amico in kippah, che ti adorni di un nobile simbolo religioso che non andrebbe offeso in un volgarissimo blog, sono morti ammazzati, ammazzati da una classe dirigente criminale che è responsabile anche della sofferenza dello stesso popolo israeliano, costretto a vivere in uno stato di paranoia indotta. Noi non dobbiamo permetterci di paragonare questi 1100 morti alla Shoah però anche tu la nomini un po’ troppo alla leggera.

Israele, intesa come entità nazionale collettiva, si sta comportando come si comporterebbe una persona profondamente disturbata. E’ come una donna che è stata violentata, traumatizzata. Ogni uomo che vede vorrebbe farlo sparire, annientarlo, ucciderlo. La sua non è aggressività, è aggressione, ovvero la reazione dell’essere che si sente in pericolo di vita e reagisce colpendo alla gola. Non si potrà mai fare la pace con un paese traumatizzato, che i crimini che commette è convinto di doverli compiere per autodifesa. Se stermino tutti gli uomini del mondo nessuno più potrà violentarmi. E dopo che avro sterminato gli uomini mi accorgerò che anche le donne mi guardano male.

E’ colpa della Shoah, certo ma anche di una classe politica che in sessant’anni ha sfruttato ignobilmente il ricordo del trauma, mantenendolo vivo per poter portare avanti un progetto coloniale su base razziale. Non lo dico io, lo dice un politico israeliano, Avraham Burg, che ha scritto un libro che si intitola nientepopodimeno che: “L’Olocausto è finito, dobbiamo risorgere dalle sue ceneri”.
Per Burg, Israele è una società malata, «un ghetto di bellicoso colonialismo» «paranoico» e «schizofrenico» in conseguenza dell’Olocausto. Egli parla dell’«assoluto monopolio e il predominio della Shoah su ogni aspetto delle nostre vite». Come Norman Finkelstein, anche Burg parla dell’«industria dell’Olocausto» e, spingendosi un passo oltre, dell’«epidemia della Shoah».
Nel libro di Tom Segev “Il settimo milione” è spiegato come la Shoah sia diventata l’arma più potente in mano al sionisti per difendere il loro fallimentare progetto coloniale. Perchè un paese costretto a difendersi da sessant’anni è un fallimento. La Shoah come arma e tabu assieme. La nuova Arca dell’Alleanza dai poteri tremendi.Uri AvneryImage via Wikipedia

Uri Avnery, ha inviato un appello ad Obama indicandogli la via per giungere alla pace in Medio Oriente. Il suo messaggio è veramente troppo utopistico per poter essere accolto, visti i personaggi in ballo dall’una e dall’altra parte, ma è bello che qualcuno possa ancora coltivare progetti di pace in quella parte di mondo.

Gli ostacoli alla pace sono le classi dirigenti. Compresa quella israeliana, che non è formata da dei terribili ed infallibili ma da persone che dovranno prima o poi fare un atto di umiltà.

Norman Finkelstein
ha detto di recente:

“Ogni anno, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite vota una risoluzione intitolata “Sistemazione pacifica della questione Palestinese”, ed ogni anno il risultato della votazione è sempre lo stesso: il mondo intero da un lato e dall’altro Israele, Stati Uniti, alcune isole del Pacifico Meridionale ed Australia. L’anno scNorman Finkelstein giving a talk at Suffolk Un...Image via Wikipediaorso la votazione fu di 164 voti a favore della risoluzione e 7 contro. Ogni anno dal 1989 (nel 1989, il risultato della votazione fu di 150 a 3) da un lato c’è il mondo intero e dall’altro gli Stati Uniti, Israele e lo Stato-isola della Dominica.
[…] Credo sia abbastanza chiaro quello che deve succedere. In primo luogo, Stati Uniti ed Israele devono unirsi al resto della Comunità Internazionale, devono rispettare il Diritto Internazionale. Non credo si debba sottovalutare quest’ultimo punto, è una questione molto importante. Se Israele non rispetta il Diritto Internazionale, la si deve rendere responsabile delle sue azioni, esattamente come qualsiasi altro stato del mondo.
[…]
Obama deve essere sincero con il popolo americano. Deve essere onesto in relazione a qual’è il principale ostacolo per risolvere il conflitto. Non è il negazionismo; è l’attitudine di Israele, spalleggiata dal governo degli Stati Uniti, a non rispettare il Diritto Internazionale, a non rispettare l’opinione della comunità internazionale.
E la principale sfida per tutti noi, statunitensi, è vedere attraverso le bugie.

Voci che è meglio non si ascoltino in prima serata. Meglio i Fini che parlano di livelli di indecenza, i Veltroni che si adombrano, le Annunziate che se ne vanno, gli ambasciatori israeliani che si impicciano di libertà di parola in casa d’altri e i Petruccioli che fanno si si con la testa.
La pelle si accappona un po’ a tutti in questi giorni, e non solo per le immagini della guerra e per i titoli canaglia.


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Ci piace creare situazioni per testare le reazioni della gente. Soprattutto in circostanze emotive forti, coinvolgenti.
L’esperimento è pienamente riuscito.

Il titolo dell’ultimo post era volutamente provocatorio. Anzi disturbante. Se vi può consolare disturba anche me, però andava utilizzato come esca.
Avrei potuto usare anche la parola chutzpah, forse più appropriata ma non l’avrebbero capita che in pochi.
Pensavo ai coloni nei territori occupati, che portano si l’emblema religioso però assieme al mitra, anzi anche il mitra per loro è un emblema religioso e le due cose si confondono. E allora parliamone. Dov’è lo scandalo?
Cos’è, per caso gli emblemi religiosi, le croci, le mezzelune, le croci di david non sono mai state utilizzare come armi contundenti e letali? Ma stiamo scherzando? Non sono le religioni causa di conflitti? Gott mit uns può essere tradotto in ogni lingua e religione.
Oppure è lo stesso ragionamento che si fa per le bandiere? Bruciare una bandiera è come bruciare un intero popolo?

Nell’ultimo post raccontavo cose orribili, corredandole con la foto di cinque piccole vittime avvolte nei sudari; ho fornito, a chi avesse avuto la forza di guardarle, il link alle immagini delle gambe maciullate dalle armi DIME e ho raccontato dello stronzo che vuole bombardare Gaza con le atomiche. Uno che non è un Borghezio qualsiasi ma un ex ministro del governo israeliano.
Ho perfino parlato di tette, di capezzoli, per vedere di far salire l’adrenalina almeno nei maschi, ma niente. Lo scandalo è rimasto il titolo. Non i bambini morti, non i crimini, non la guerra ma un titolo.
Il primo commento che ho ricevuto è stato significativo. Diceva, più o meno, mi piace il tuo blog però ultimamente, parlando di Gaza, stai diventandomi antisemita. Il che vuol dire che svicolare dal pensiero dominante, di cui il titolo rassicurante e politically correct di questo post è un perfetto esempio, non è permesso perchè è ansiogeno.

Un mio commentatore ha scritto, nel post maledetto: “Ahi, ahi, ahi, la sindrome dell’Annunziata. Vede i bimbi morti, si turba ma non dovrebbe perchè sono piccoli wannabe terrorists, quindi piccole bestiole senza importanza. Allora si incazza con Santoro perchè le ha provocato turbamento e se ne va, così non si turba più. Questi sono i turbodemocratici.
Vedo che anche nel tuo blog le Annunziate, con i paletti o senza, si turbano e si incazzano. Ma tu continua così, che gli intellettuali ebrei scrivono anche di peggio su Israele. Quelli che sono rimasti umani, è ovvio”.

Condivido. L’Annunziata ha sbroccato esattamente un minuto secondo dopo che è stata nominata la Shoah. Prima la discussione era rimasta talmente pacata che stava risultando quasi noiosa.
E’ stato un riflesso pavloviano. Deve essersi detta, dopo essere andata internamente in Defcon 2, oddìo, qui si nomina la Shoah, devo smarcarmi. E ha sbroccato. Poi, per la serie “identifichiamoci con gli aggressori”, se n’è andata, esattamente come fece Berlusconi con lei.

Quello che trovo vergognoso, come al solito, è l’attacco a Santoro e ad una trasmissione che dichiaratamente portava a conoscenza dello spettatore italiano, inscimunito dal Serenase somministrato ogni sera dal telegiornale monocolore israeliano, il punto di vista dei palestinesi. Che sarà mai, una dose di Santoro alla settimana tra due flebo di Pagliara al giorno prima e dopo i pasti.
Una trasmissione schierata ma senza dimenticare, per la verità, anche le voci israeliane. Soprattutto quella di una persona come Manuela Dviri che ha saputo, dalla tragedia personale della perdita di un figlio, trovare la forza di battersi per la pace dialogando con “il nemico”.
Mi è piaciuto meno l’ultimo ragazzo che ha parlato, quello che ha detto che, certo, “dispiace per i bambini che sono mancati“. E’ mancato all’affetto dei suoi cari, come si dice.
No, amico in kippah, che ti adorni di un nobile simbolo religioso che non andrebbe offeso in un volgarissimo blog, sono morti ammazzati, ammazzati da una classe dirigente criminale che è responsabile anche della sofferenza dello stesso popolo israeliano, costretto a vivere in uno stato di paranoia indotta. Noi non dobbiamo permetterci di paragonare questi 1100 morti alla Shoah però anche tu la nomini un po’ troppo alla leggera.

Israele, intesa come entità nazionale collettiva, si sta comportando come si comporterebbe una persona profondamente disturbata. E’ come una donna che è stata violentata, traumatizzata. Ogni uomo che vede vorrebbe farlo sparire, annientarlo, ucciderlo. La sua non è aggressività, è aggressione, ovvero la reazione dell’essere che si sente in pericolo di vita e reagisce colpendo alla gola. Non si potrà mai fare la pace con un paese traumatizzato, che i crimini che commette è convinto di doverli compiere per autodifesa. Se stermino tutti gli uomini del mondo nessuno più potrà violentarmi. E dopo che avro sterminato gli uomini mi accorgerò che anche le donne mi guardano male.

E’ colpa della Shoah, certo ma anche di una classe politica che in sessant’anni ha sfruttato ignobilmente il ricordo del trauma, mantenendolo vivo per poter portare avanti un progetto coloniale su base razziale. Non lo dico io, lo dice un politico israeliano, Avraham Burg, che ha scritto un libro che si intitola nientepopodimeno che: “L’Olocausto è finito, dobbiamo risorgere dalle sue ceneri”.
Per Burg, Israele è una società malata, «un ghetto di bellicoso colonialismo» «paranoico» e «schizofrenico» in conseguenza dell’Olocausto. Egli parla dell’«assoluto monopolio e il predominio della Shoah su ogni aspetto delle nostre vite». Come Norman Finkelstein, anche Burg parla dell’«industria dell’Olocausto» e, spingendosi un passo oltre, dell’«epidemia della Shoah».
Nel libro di Tom Segev “Il settimo milione” è spiegato come la Shoah sia diventata l’arma più potente in mano al sionisti per difendere il loro fallimentare progetto coloniale. Perchè un paese costretto a difendersi da sessant’anni è un fallimento. La Shoah come arma e tabu assieme. La nuova Arca dell’Alleanza dai poteri tremendi.Uri AvneryImage via Wikipedia

Uri Avnery, ha inviato un appello ad Obama indicandogli la via per giungere alla pace in Medio Oriente. Il suo messaggio è veramente troppo utopistico per poter essere accolto, visti i personaggi in ballo dall’una e dall’altra parte, ma è bello che qualcuno possa ancora coltivare progetti di pace in quella parte di mondo.

Gli ostacoli alla pace sono le classi dirigenti. Compresa quella israeliana, che non è formata da dei terribili ed infallibili ma da persone che dovranno prima o poi fare un atto di umiltà.

Norman Finkelstein
ha detto di recente:

“Ogni anno, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite vota una risoluzione intitolata “Sistemazione pacifica della questione Palestinese”, ed ogni anno il risultato della votazione è sempre lo stesso: il mondo intero da un lato e dall’altro Israele, Stati Uniti, alcune isole del Pacifico Meridionale ed Australia. L’anno scNorman Finkelstein giving a talk at Suffolk Un...Image via Wikipediaorso la votazione fu di 164 voti a favore della risoluzione e 7 contro. Ogni anno dal 1989 (nel 1989, il risultato della votazione fu di 150 a 3) da un lato c’è il mondo intero e dall’altro gli Stati Uniti, Israele e lo Stato-isola della Dominica.
[…] Credo sia abbastanza chiaro quello che deve succedere. In primo luogo, Stati Uniti ed Israele devono unirsi al resto della Comunità Internazionale, devono rispettare il Diritto Internazionale. Non credo si debba sottovalutare quest’ultimo punto, è una questione molto importante. Se Israele non rispetta il Diritto Internazionale, la si deve rendere responsabile delle sue azioni, esattamente come qualsiasi altro stato del mondo.
[…]
Obama deve essere sincero con il popolo americano. Deve essere onesto in relazione a qual’è il principale ostacolo per risolvere il conflitto. Non è il negazionismo; è l’attitudine di Israele, spalleggiata dal governo degli Stati Uniti, a non rispettare il Diritto Internazionale, a non rispettare l’opinione della comunità internazionale.
E la principale sfida per tutti noi, statunitensi, è vedere attraverso le bugie.

Voci che è meglio non si ascoltino in prima serata. Meglio i Fini che parlano di livelli di indecenza, i Veltroni che si adombrano, le Annunziate che se ne vanno, gli ambasciatori israeliani che si impicciano di libertà di parola in casa d’altri e i Petruccioli che fanno si si con la testa.
La pelle si accappona un po’ a tutti in questi giorni, e non solo per le immagini della guerra e per i titoli canaglia.


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