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A me piace molto la Francia, anzi la amo. La considero il grande paese la cui titanica cultura ha contribuito di più alla mia formazione. Forse più dell’America, che è venuta cronologicamente dopo.
Sono cresciuta a film francesi e a libri e film di Maigret. Ho riso con “Mon oncle” di Tati, ho visto e rivisto i crudelissimi film di Henri-Georges Clouzot.
Le prime parole straniere che ho imparato erano quelle di un disco di canzoni popolari francesi che mi era stato regalato da mio padre.
Sono rimasta affascinata dalla Rivoluzione Francese da un lato e dai fasti di Versailles raccontati da mia madre che l’aveva visitata. Parigi per me rimarrà per sempre quella in bianco e nero di Belfagor che si aggira per il Louvre. E’ un’insieme di idee, di immagini, di reverie, di interpretazioni che forse hanno poco a che fare con la vera Francia ma che a me è caro.

Per questo motivo, nonostante mi tenga costantemente informata su blog come quelli di Gabriele e Virginie, che riportano notizie di prima mano da quella parte di Europa, mi domando sempre più spesso se la Francia meriti veramente di non essere mai ricordata nelle news se non per le coglionate di Sarkozy.

Mi rifiuto di credere che non stia succedendo nulla oltralpe, oltre alle cortigianerie di palazzo.
Leggo che anche lì c’è una questione aperta sulla laicità, che a seguito del triste caso di Chantal Sebire che aveva chiesto di poter essere aiutata a morire per porre fine alle proprie sofferenze, si è riacceso il dibattito sul diritto all’eutanasia. Eppure mi tocca leggere anche questo:

Nel giorno in cui Chantal se n’è andata le associazioni che in Francia chiedono una legge sull’eutanasia si sono rivolte ieri a Carla Bruni, sperando che la “sua sensibilità di madre” le aiuti ad ottenere una legge. Un incontro sull’argomento col marito presidente Sarkozy chiesto in forza di 350mila firme a dicembre e rimasto senza neppure una risposta.

Davvero, ma cos’hanno fatto di male i francesi per avere un presidente-ometto sul quale Carla Bruni può appendere i suoi abiti da sfilata? Pare un paese tornato ai tempi della Pompadour, alla quale far arrivare i propri cahiers des doléances, sperando che le lusinghe di madame nel letto dell’ometto possano contare di più della forza delle opinioni?

Non posso credere che, tra un’occhiata e l’altra ad una scollatura, questo piccolo satiro non stia facendo nulla per il suo paese. Tempo fa udimmo l’idea di castrare i pedofili, poi una mezza idea di favorire la tv pubblica tassando le private, poi il nulla sotto vuoto spinto.
Secondo i nostri telecinegiornali Sarkozy è sempre in vacanza a pavoneggiarsi con il figone (stagionato, per altro) in passerella.
Qual’è il motivo che spinge il Grande Fratello mediatico mondiale a trasmettere della Francia un’immagine del genere? E’ un modo per screditarla? Un presidente ometto nel senso di appendiabiti, pare messo lì per non far nulla, se non il servo muto e che deve distrarre continuamente il pubblico con le vicende d’alcova per non dover parlare di cose serie.
Per esempio di cosa sta succedendo nelle banlieues, com’è la situazione economica, se i francesi soffrono dei nostri stessi problemi o sono messi meglio?
Mah, qualcuno mi spieghi, perchè la cosa sta diventando angosciante.


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A me piace molto la Francia, anzi la amo. La considero il grande paese la cui titanica cultura ha contribuito di più alla mia formazione. Forse più dell’America, che è venuta cronologicamente dopo.
Sono cresciuta a film francesi e a libri e film di Maigret. Ho riso con “Mon oncle” di Tati, ho visto e rivisto i crudelissimi film di Henri-Georges Clouzot.
Le prime parole straniere che ho imparato erano quelle di un disco di canzoni popolari francesi che mi era stato regalato da mio padre.
Sono rimasta affascinata dalla Rivoluzione Francese da un lato e dai fasti di Versailles raccontati da mia madre che l’aveva visitata. Parigi per me rimarrà per sempre quella in bianco e nero di Belfagor che si aggira per il Louvre. E’ un’insieme di idee, di immagini, di reverie, di interpretazioni che forse hanno poco a che fare con la vera Francia ma che a me è caro.

Per questo motivo, nonostante mi tenga costantemente informata su blog come quelli di Gabriele e Virginie, che riportano notizie di prima mano da quella parte di Europa, mi domando sempre più spesso se la Francia meriti veramente di non essere mai ricordata nelle news se non per le coglionate di Sarkozy.

Mi rifiuto di credere che non stia succedendo nulla oltralpe, oltre alle cortigianerie di palazzo.
Leggo che anche lì c’è una questione aperta sulla laicità, che a seguito del triste caso di Chantal Sebire che aveva chiesto di poter essere aiutata a morire per porre fine alle proprie sofferenze, si è riacceso il dibattito sul diritto all’eutanasia. Eppure mi tocca leggere anche questo:

Nel giorno in cui Chantal se n’è andata le associazioni che in Francia chiedono una legge sull’eutanasia si sono rivolte ieri a Carla Bruni, sperando che la “sua sensibilità di madre” le aiuti ad ottenere una legge. Un incontro sull’argomento col marito presidente Sarkozy chiesto in forza di 350mila firme a dicembre e rimasto senza neppure una risposta.

Davvero, ma cos’hanno fatto di male i francesi per avere un presidente-ometto sul quale Carla Bruni può appendere i suoi abiti da sfilata? Pare un paese tornato ai tempi della Pompadour, alla quale far arrivare i propri cahiers des doléances, sperando che le lusinghe di madame nel letto dell’ometto possano contare di più della forza delle opinioni?

Non posso credere che, tra un’occhiata e l’altra ad una scollatura, questo piccolo satiro non stia facendo nulla per il suo paese. Tempo fa udimmo l’idea di castrare i pedofili, poi una mezza idea di favorire la tv pubblica tassando le private, poi il nulla sotto vuoto spinto.
Secondo i nostri telecinegiornali Sarkozy è sempre in vacanza a pavoneggiarsi con il figone (stagionato, per altro) in passerella.
Qual’è il motivo che spinge il Grande Fratello mediatico mondiale a trasmettere della Francia un’immagine del genere? E’ un modo per screditarla? Un presidente ometto nel senso di appendiabiti, pare messo lì per non far nulla, se non il servo muto e che deve distrarre continuamente il pubblico con le vicende d’alcova per non dover parlare di cose serie.
Per esempio di cosa sta succedendo nelle banlieues, com’è la situazione economica, se i francesi soffrono dei nostri stessi problemi o sono messi meglio?
Mah, qualcuno mi spieghi, perchè la cosa sta diventando angosciante.


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Dite quello che volete, ma per me Star Wars è Darth Vader (o Fener, come lo tradussero allora, con la mania di storpiare tutto, in italiano).
Il padre perduto, l’angelo del male, il jedi votatosi al lato oscuro della Forza, ha sempre rappresentato per me il motivo principale di interesse per la saga, ideata da George Lucas, che il 25 maggio scorso ha compiuto trent’anni.

Andai a vedere il primo “Guerre Stellari” (ora Episodio IV nell’economia generale della serie) in un cinema di periferia. Avevo appena visto anche “Incontri ravvicinati del terzo tipo” di Spielberg che, con l’astronave madre rutilante di mille luci e colori, mi aveva impressionato più o meno come l’arrivo del treno a La Ciotat aveva colpito i primi spettatori del cinema dei fratelli Lumiére.
Sarà stata l’inadeguatezza tecnica della sala o la preferenza per il film di Spielberg ma allora “Guerre Stellari” mi sembrò più o meno una favoletta anche se arricchita da mirabolanti (per quei tempi) effetti speciali.
L’unica cosa che mi piacque veramente da pazzi era proprio lui, Darth Vader, con quel terrificante respiro da enfisema e la maschera nera che risvegliava in me il trauma infantile di Belfagor. In più era una carogna finita dai poteri misteriori e terribili e si sa che alle ragazze piacciono un sacco i farabutti.

Il resto della saga l’ho visto negli anni seguenti in TV o in DVD. Non ho mai considerato memorabili né il secondo episodio, “L’impero colpisce ancora” né tanto meno “Il ritorno dello Jedi”, con quel disgustoso Jabba the Hut (quando vedo il Betulla un po’ me lo ricorda) e quegli stucchevoli orsetti del cappero.
E’ vero, non avrei certo gettato alle murene Han Solo, e nemmeno forse Luke, R2D2 era il robottino più simpatico e spaccaballe dai tempi di Robby, ma Darth era Darth. A proposito, guardate un po’ qui come si sono tutti ridotti. Un macello. Trent’anni e sentirli, eccome.

Il mio interesse per la saga si è destato nuovamente con i nuovi episodi prequel usciti negli ultimi anni, che promettevano di raccontare tutto l’antefatto e soprattutto la storia di Anakin Skywalker (Darth Vader) che ormai sapevamo essere il padre di Luke e Leia e del quale i nuovi episodi avrebbero rivelato la discesa all’inferno.
Nonostante un po’ troppi bambocci petulanti e una dose abbondante di sentimentalismo nella parte dedicata alla regina Amidala, con le nozze sul lago di Como dove mancava solo Clooney e un pericoloso miscuglio di amore, luna e stelle che avrebbe fatto mettere mano al fucile Bukowski, confesso che sono rimasta veramente colpita ed emozionata da una scena di Episodio III, visto al cinema l’anno scorso.

Dopo il duello all’ultimo sangue con Obi-Wan, Anakin giace orribilmente bruciato e amputato sulla riva di un fiume di lava e viene “ricostruito” e androidizzato, con la maschera che cala per ultima a chiuderlo per sempre nell’armatura nero metal-latex e il respiro diventa quello inconfondibile di Darth Vader. E’ una favola, lo so, ma è da brividi.
La fine dell’episodio poi, con l’apparizione della Morte Nera, si riagganciava perfettamente a quel film che avevo visto nel lontano 1978, con il quadro che ogni tanto se ne andava, tra il “buu-buu” dei ragazzini impazienti e il pavimento ricoperto di cartacce, stecchi di “moretto” e sacchetti di patatine.
Il ciclo era chiuso ed era valsa la pena di aspettare trent’anni per conoscerne il mistero.

P.S. Questo articolo è pubblicato anche su Kino Lameduck, il cinemino più amato dalle papere.


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Dite quello che volete, ma per me Star Wars è Darth Vader (o Fener, come lo tradussero allora, con la mania di storpiare tutto, in italiano).
Il padre perduto, l’angelo del male, il jedi votatosi al lato oscuro della Forza, ha sempre rappresentato per me il motivo principale di interesse per la saga, ideata da George Lucas, che il 25 maggio scorso ha compiuto trent’anni.

Andai a vedere il primo “Guerre Stellari” (ora Episodio IV nell’economia generale della serie) in un cinema di periferia. Avevo appena visto anche “Incontri ravvicinati del terzo tipo” di Spielberg che, con l’astronave madre rutilante di mille luci e colori, mi aveva impressionato più o meno come l’arrivo del treno a La Ciotat aveva colpito i primi spettatori del cinema dei fratelli Lumiére.
Sarà stata l’inadeguatezza tecnica della sala o la preferenza per il film di Spielberg ma allora “Guerre Stellari” mi sembrò più o meno una favoletta anche se arricchita da mirabolanti (per quei tempi) effetti speciali.
L’unica cosa che mi piacque veramente da pazzi era proprio lui, Darth Vader, con quel terrificante respiro da enfisema e la maschera nera che risvegliava in me il trauma infantile di Belfagor. In più era una carogna finita dai poteri misteriori e terribili e si sa che alle ragazze piacciono un sacco i farabutti.

Il resto della saga l’ho visto negli anni seguenti in TV o in DVD. Non ho mai considerato memorabili né il secondo episodio, “L’impero colpisce ancora” né tanto meno “Il ritorno dello Jedi”, con quel disgustoso Jabba the Hut (quando vedo il Betulla un po’ me lo ricorda) e quegli stucchevoli orsetti del cappero.
E’ vero, non avrei certo gettato alle murene Han Solo, e nemmeno forse Luke, R2D2 era il robottino più simpatico e spaccaballe dai tempi di Robby, ma Darth era Darth. A proposito, guardate un po’ qui come si sono tutti ridotti. Un macello. Trent’anni e sentirli, eccome.

Il mio interesse per la saga si è destato nuovamente con i nuovi episodi prequel usciti negli ultimi anni, che promettevano di raccontare tutto l’antefatto e soprattutto la storia di Anakin Skywalker (Darth Vader) che ormai sapevamo essere il padre di Luke e Leia e del quale i nuovi episodi avrebbero rivelato la discesa all’inferno.
Nonostante un po’ troppi bambocci petulanti e una dose abbondante di sentimentalismo nella parte dedicata alla regina Amidala, con le nozze sul lago di Como dove mancava solo Clooney e un pericoloso miscuglio di amore, luna e stelle che avrebbe fatto mettere mano al fucile Bukowski, confesso che sono rimasta veramente colpita ed emozionata da una scena di Episodio III, visto al cinema l’anno scorso.

Dopo il duello all’ultimo sangue con Obi-Wan, Anakin giace orribilmente bruciato e amputato sulla riva di un fiume di lava e viene “ricostruito” e androidizzato, con la maschera che cala per ultima a chiuderlo per sempre nell’armatura nero metal-latex e il respiro diventa quello inconfondibile di Darth Vader. E’ una favola, lo so, ma è da brividi.
La fine dell’episodio poi, con l’apparizione della Morte Nera, si riagganciava perfettamente a quel film che avevo visto nel lontano 1978, con il quadro che ogni tanto se ne andava, tra il “buu-buu” dei ragazzini impazienti e il pavimento ricoperto di cartacce, stecchi di “moretto” e sacchetti di patatine.
Il ciclo era chiuso ed era valsa la pena di aspettare trent’anni per conoscerne il mistero.

P.S. Questo articolo è pubblicato anche su Kino Lameduck, il cinemino più amato dalle papere.

L’altro giorno, parlando dello scoiattolo scorreggione, vi ho mentito. Ho scritto che detesto la pubblicità ma in fondo non è vero. La detesto quando è troppo paracula ed esoterica e non la capisco e ciò accade inevitabilmente per gli spot delle automobili tedesche.
Non mi piacciono gli spot dove la tipa approccia un Togo come fosse in un film di Rocco Siffredi perché si prendono troppo sul serio e sono in fondo ridicoli. Il sesso per me funziona in pubblicità solo se è sdrammatizzato e tira sul comico, vedi “Antò, fa caldo!” oppure le battutine della Ridolfi sul gorgonzola e le pere. Per non parlare del ben più audace, per l’epoca :”Caballero, che pistola!” pronunciato da Carmencita.

Va bene, alcune pubblicità mi piacciono ma solo se mi divertono. Dev’essere l’imprinting di Carosello. E’ difficile per chi ha conosciuto solo il “du gusti is meglio che uan” capire cosa ha rappresentato per quelli della mia generazione l’appuntamento serale con i 4-5 sketch della rubrica fissa della RAI, andata in onda ininterrottamente dal 1957 al 1977, della quale in febbraio si è celebrato il cinquantenario.

Avrete sentito dire che i nostri genitori pronunciavano la fatidica frase: “A letto dopo Carosello”. Ma era proprio vero? In genere si, non c’era alcun problema di fascia protetta perché i bambini a quei tempi si levavano dagli zebedei alle otto e mezza di sera e si andava a letto per davvero. Poi, che il massimo della trasgressione per gli adulti rimasti di fronte al teleschermo fosse Albertazzi con le lenti a contatto bianche nei panni di Dr. Jekyll e Mr. Hyde, è un’altra storia.
A volte ci veniva concesso di rimanere svegli per eventi eccezionali, come Maigret o il mitico Belfagor (sui cui effetti traumatici su un’intera generazione ho già raccontato), oppure lo sbarco sulla Luna, per il quale venni tirata giù dal letto senza troppa convinzione da parte mia.

Carosello e imprinting, si diceva. Pare che la prima parola che riuscii a leggere sia stata “Zoppas”, letta sulla cucina a gas di mia zia.
Il pianeta Papalla, Carmencita “chiudi il gas e vieni via”, L’ispettore Rock e la brillantina Linetti, Caio Gregorio guardiano der Pretorio, Joe Condor, Gigante-pensaci-tu, “capitano, lo posso torturare?” “supercortemaggiore-la-potente-benzina-italiana”, “con quella bocca può dire ciò che vuole”, l’omino Bialetti, l’uomo in ammollo, la linea di Cavandoli, Alemagna “ullallà è una cuccagna” e ovviamente Calimero, il più grande.
Se ancora oggi uso “quel” detersivo il motivo sta sicuramente nell’imprinting, del quale si parla anche nel Lorenziano primo episodio di Calimero, che narra del pulcino rifiutato, “perchè nero”, da una gallinaccia parente di Borghezio. Per fortuna l’Olandesina (il cui significato allegorico mi sfugge) lo lava e lo rende uguale ai suoi ariani fratelli. Spot reazionario o sapiente uso della pubblicità per divulgare un messaggio antirazzista?

Una cosa che mi stupisce, ricordando Carosello, è la quantità incredibile di alcolici e superalcolici che erano pubblicizzati ed il cui messaggio arrivava tranquillamente, senza che alcun MOIGE si imbarazzasse, a noi bambini.
Stock 84, Dom Bairo l’uvamaro, Vecchia Romagna Etichetta Nera, Amaro Ramazzotti, Liquore Strega, la China Martini, la sambuca Molinari, aperitivo Biancosarti, Brancamenta brrrr, l’orrenda Batida de Coco, Petrus Boonekamp (che mi faceva venire ogni volta un accidente con il guantone di ferro, sbang!), Cambusa Uam l’amaricante, il Cynar contro-il-logorio-della-vita-moderna, Cavallino Rosso, Rosso Antico.
Eppure non siamo diventati tutti alcolizzati. Meno male. In compenso non c’erano spot di automobili e ne siamo più o meno tutti schiavi.
Misteri del condizionamento.


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Un fantasma si aggira per l’inconscio di chi ha almeno 45 anni.

Non so quanto possa dire questo post agli under 40. Non dico che non abbiano mai sentito parlare di Belfagor ma l’aver vissuto la cosa è sicuramente diverso.
Se vi dicessi che ancora oggi, se devo percorrere un corridoio buio anche in casa mia lo faccio regolarmente di corsa senza guardarmi indietro? Colpa di Belfagor.
Da qualche parte devo avere ancora qualcuno dei disegni che facevo compulsivamente per esorcizzare lo spavento: Belfagor di qui, di là, di fianco alla casetta con l’alberello, Belfagor piccolo, Belfagor grande. Mio nonno me li comperava, 100 lire l’uno (che a pensarci oggi era una bella cifra!)

Ma chi era ‘sto Belfagor?
Il 15 giugno 1965 sul Secondo canale della televisione (allora c’era solo la RAI) andava in onda per la prima volta uno sceneggiato francese in sei puntate, “Belfagor o il fantasma del Louvre” ispirato a un romanzo scritto nel 1927 da Arthur Bernède e diretto da Claude Barma. Lo sceneggiato fu poi replicato varie volte, nel 1966, 1969, 1975 e 1988.

La Francia era molto popolare in televisione allora. Un anno prima avevano cominciato ad andare in onda “Le Inchieste del Commissario Maigret” con Gino Cervi e la collaborazione alla sceneggiatura del maestro Camilleri. Tutto rigorosamente in bianco e nero.

Belfagor fu una sferzata in faccia. Sugli allora pudibondi schermi democristiani approdarono tutti assieme: i Rosa Croce e le sette segrete, l’esoterismo, l’alchimia, l’antico Egitto, una donna adulta che ha una relazione con uno studentello, le droghe che rendono gli individui automi, i maestri del terrore e misteriose pietre radioattive, il tutto avvolto in una pericolosa nebbia sulfurea e diabolica (Belfagor è un famoso arcidiavolo).

Ricordo la trama per i troppo giovani. Un guardiano del Museo parigino del Louvre viene assassinato nottetempo durante il suo giro di ronda. Il commissario Menardier indaga e per conto suo anche uno studente curioso, Andrea Bellegarde, che si fa prendere dal mistero che circonda il caso. Già, perché si parla di un misterioso fantasma che si aggirerebbe nelle sale dell’Antico Egitto, visto da diversi guardiani.
Andrea, che ha conosciuto per caso Colette, la figlia del commissario, si fa rinchiudere nel Louvre assieme a lei che ha ereditato il fiuto da segugio dal padre e una notte il fantasma compare finalmente. E’ alto, completamente ricoperto da un mantello nero e indossa una maschera di cuoio. Nel corso delle indagini Andrea conosce Luciana, un’affascinante signora dell’alta borghesia che ha una relazione con un misterioso individuo, un certo Williams. Da lì la trama si sviluppa e si fa intricatissima. Compaiono una vecchia signora che forse sa troppe cose, una setta esoterica e una sorella gemella di Luciana. Chi è il fantasma? Chi manipola la sua volontà?

Elemento fondamentale del successo di Belfagor era la sceneggiatura di Jacques Armand che mescolava tutti gli elementi della storia misteriosa senza far uso di effetti speciali o trucchi. Lo spavento nasceva da cose in fondo stupide ma tremendamente efficaci. Cosa immaginare di più spaventoso che svegliarsi nella propria camera con Belfagor che si nasconde dietro una tenda? Un altro elemento di fascinazione è la Parigi di Belfagor, che è ancora quella dei cafés, dei cancan e delle edicole, un luogo denso di grandi misteri ma in fondo familiare.

In Belfagor domina la presenza magnetica di Juliette Greco, con la voce profonda, l’occhio egizio e l’allure di femme fatale. Assieme a lei il protagonista Yves Rénier, deciso a combattere il male ma manipolato e salvato da figure femminili di grande forza. Nei ruolo secondari René Dary, visto in “Non toccate il Grisbi”, un commissario Menardier con gli accenti di un Gabin, mentre François Chaumette conferma la sua grandezza di attore teatrale. Una curiosità, nei panni eburnei di Belfagor si celava un mimo, Isaac Alvarez.

Per chi volesse farsi prendere dalla nostalgia consiglio il cofanetto in DVD del 40° anniversario che contiene anche, integralmente, la prima versione di Belfagor: un film muto del 1927 che venne sceneggiato direttamente dall’autore del romanzo originale, Arthur Bernède, e co-prodotto da un altro intenditore di misteri parigini: Gaston Leroux, il padre del “Fantasma dell’Opera”.

Un fantasma si aggira per l’inconscio di chi ha almeno 45 anni.

Non so quanto possa dire questo post agli under 40. Non dico che non abbiano mai sentito parlare di Belfagor ma l’aver vissuto la cosa è sicuramente diverso.
Se vi dicessi che ancora oggi, se devo percorrere un corridoio buio anche in casa mia lo faccio regolarmente di corsa senza guardarmi indietro? Colpa di Belfagor.
Da qualche parte devo avere ancora qualcuno dei disegni che facevo compulsivamente per esorcizzare lo spavento: Belfagor di qui, di là, di fianco alla casetta con l’alberello, Belfagor piccolo, Belfagor grande. Mio nonno me li comperava, 100 lire l’uno (che a pensarci oggi era una bella cifra!)

Ma chi era ‘sto Belfagor?
Il 15 giugno 1965 sul Secondo canale della televisione (allora c’era solo la RAI) andava in onda per la prima volta uno sceneggiato francese in sei puntate, “Belfagor o il fantasma del Louvre” ispirato a un romanzo scritto nel 1927 da Arthur Bernède e diretto da Claude Barma. Lo sceneggiato fu poi replicato varie volte, nel 1966, 1969, 1975 e 1988.

La Francia era molto popolare in televisione allora. Un anno prima avevano cominciato ad andare in onda “Le Inchieste del Commissario Maigret” con Gino Cervi e la collaborazione alla sceneggiatura del maestro Camilleri. Tutto rigorosamente in bianco e nero.

Belfagor fu una sferzata in faccia. Sugli allora pudibondi schermi democristiani approdarono tutti assieme: i Rosa Croce e le sette segrete, l’esoterismo, l’alchimia, l’antico Egitto, una donna adulta che ha una relazione con uno studentello, le droghe che rendono gli individui automi, i maestri del terrore e misteriose pietre radioattive, il tutto avvolto in una pericolosa nebbia sulfurea e diabolica (Belfagor è un famoso arcidiavolo).

Ricordo la trama per i troppo giovani. Un guardiano del Museo parigino del Louvre viene assassinato nottetempo durante il suo giro di ronda. Il commissario Menardier indaga e per conto suo anche uno studente curioso, Andrea Bellegarde, che si fa prendere dal mistero che circonda il caso. Già, perché si parla di un misterioso fantasma che si aggirerebbe nelle sale dell’Antico Egitto, visto da diversi guardiani.
Andrea, che ha conosciuto per caso Colette, la figlia del commissario, si fa rinchiudere nel Louvre assieme a lei che ha ereditato il fiuto da segugio dal padre e una notte il fantasma compare finalmente. E’ alto, completamente ricoperto da un mantello nero e indossa una maschera di cuoio. Nel corso delle indagini Andrea conosce Luciana, un’affascinante signora dell’alta borghesia che ha una relazione con un misterioso individuo, un certo Williams. Da lì la trama si sviluppa e si fa intricatissima. Compaiono una vecchia signora che forse sa troppe cose, una setta esoterica e una sorella gemella di Luciana. Chi è il fantasma? Chi manipola la sua volontà?

Elemento fondamentale del successo di Belfagor era la sceneggiatura di Jacques Armand che mescolava tutti gli elementi della storia misteriosa senza far uso di effetti speciali o trucchi. Lo spavento nasceva da cose in fondo stupide ma tremendamente efficaci. Cosa immaginare di più spaventoso che svegliarsi nella propria camera con Belfagor che si nasconde dietro una tenda? Un altro elemento di fascinazione è la Parigi di Belfagor, che è ancora quella dei cafés, dei cancan e delle edicole, un luogo denso di grandi misteri ma in fondo familiare.

In Belfagor domina la presenza magnetica di Juliette Greco, con la voce profonda, l’occhio egizio e l’allure di femme fatale. Assieme a lei il protagonista Yves Rénier, deciso a combattere il male ma manipolato e salvato da figure femminili di grande forza. Nei ruolo secondari René Dary, visto in “Non toccate il Grisbi”, un commissario Menardier con gli accenti di un Gabin, mentre François Chaumette conferma la sua grandezza di attore teatrale. Una curiosità, nei panni eburnei di Belfagor si celava un mimo, Isaac Alvarez.

Per chi volesse farsi prendere dalla nostalgia consiglio il cofanetto in DVD del 40° anniversario che contiene anche, integralmente, la prima versione di Belfagor: un film muto del 1927 che venne sceneggiato direttamente dall’autore del romanzo originale, Arthur Bernède, e co-prodotto da un altro intenditore di misteri parigini: Gaston Leroux, il padre del “Fantasma dell’Opera”.

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