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“Questo patto [dichiarazione di voto, n.d.a.] vogliamo stipularlo con Lei e non col prof. Prodi: la sua campagna fatta di ‘serietà’ e ‘sacrifici’ non ci piace, ci intristisce e ci fa un po’ spavento. E noi signore lo lasciamo volentieri perdere. ‘La bellezza salverà il mondo’.” (Dalla Lettera aperta delle donne a Silvio Berlusconi, marzo 2006) 


Quando tutto sarà finito e ci aggireremo tra le macerie fumanti di questo disgraziato paese, bisognerà fare un discorsetto come si deve alle donne che hanno popolato, appoggiato, sfruttato ed acclamato il maledetto regime del Drago Flaccido per tutto questo tempo. Qualche testolina da rapare metaforicamente a zero per intelligenza – anzi incoscienza – con il nemico, insomma, non guasterebbe.

Non è un mistero che proprio le donne siano state lo zoccolo duro dell’elettorato del Nano della Provvidenza. Non solo le patetiche vecchie passerottine comperate last minute con il cestino da viaggio dei poveri – panino al salame e mezza minerale – e mandate di fronte a Palazzo di Giustizia a fare claque. Non solo le signore bene e male tradizionalmente sensibili ai richiami del populismo fascista e del conservatorismo protettore del privilegio ma milionate di donne di tutte le classi sociali, anche le più umili, che gli si sono donate senza indugio come ringraziamento per essere state sedotte e condizionate pavlovianamente dalla sua cura Silvio-Ludovico.
Ore ed ore, giornate intere per trent’anni a farsi rincoglionire ed offendere da trasmissioni oscene per ignoranza e volgarità, senza che nessuna avesse il buon gusto di spegnere l’ordigno infernale e rifiutarsi di comperare i rovagnati, i mulini bianchi e tutte le cianfrusaglie che avrebbero finanziato altra televisione immonda, altra merda da far colare nel loro salotto, in un loop consumistico e culturalmente degradante senza fine.
L’oscenità che ci ha fatto rabbrividire in “Videocracy” e ne “Il corpo delle donne” le italiane l’hanno tollerata senza fiatare per decenni senza accorgersi di come questo condizionamento tette-culi stesse scavando come una talpa nell’inconscio maschile infettandolo con l’idea che le donne debbano essere sempre e solo categorizzate secondo un sistema binario in strafighe vs. cesse, minorenni vs. vecchie, chiavabili vs. inchiavabili, madonne (le loro madri) vs. troie (il resto del mondo).
Quando il responsabile di tale schifezza è sceso in politica, invece di evitarlo come la peste, lo hanno votato, gli hanno affidato le loro vite e quelle dei loro figli. Del resto anche nella vita reale capita ad esempio che siano proprio le donne a volte  – magari per stupidità ed incoscienza – a dare in pasto i figli ai pedofili, specie se di famiglia. Sarà il riflesso nei confronti del maschio dominante.

Ora le donne che lo hanno votato si adontano. Il vecchiaccio in fondotinta non riesce a difenderle dalla crisi perché ha perso troppo tempo a difenderle dai comunisti e si sentono punte nel vivo soprattutto per il fatto delle mignotte.
Lì per lì, quando Veronica già nel 2007  le aveva avvertite non le avevano creduto. L’avevano considerata un’ingrata che osava toccar loro il Silvio. Avevano svuotato la sacca del veleno. Poi, a furia di martellare, scandalo dopo scandalo, identificandosi nella moglie cornuta con il marito che va a puttane e per giunta più giovani, nella dura scorza dell’elettorato femminile papiminkia si è formata una crepa strutturale, sintomo di crollo imminente del mito.
A proposito, è inquietante che si debba essere d’accordo con uno come Edward Luttwak che ha dichiarato Veronica “vera patriota italiana” per essere stata la prima a ribellarsi al Drago.
Che siano pentite o meno, le elettrici di B. non hanno comunque scuse: sono colpevoli di favoreggiamento continuato al regime.
Anche le donne di centrosinistra hanno latitato nel denunciare come la televisione italiana stesse diventando null’altro che lo specchio della personale perversione sessuale di un vecchio libidinoso. Una manifestazione ogni trent’anni, la famosa “Se non ora quando” è francamente un po’ pochino, soprattutto per quello che contano ormai le manifestazioni. Uno sciopero delle consumatrici, ad esempio, avrebbe fatto più male.

Il regime però non ha espresso solamente un elettorato femminile da vergognarsi ma soprattutto una classe dirigente in tacchi a spillo che è  il peggio del peggio femminile. Il berlusconismo si è fatto rappresentare ed ha portato al potere, coprendole di denaro, carriere e ciondoli per farle star buone,  le sciurette cotonate, le zie ricche fasciste, le imprenditrici coscialunga e cervello fino, le figlie-di, le terruncielle rampanti con la specializzazione in arti bolognesi, le zoccole e basta, le minorenni che vanno per i trentacinque, le casalinghe di Voghera, le anelle mancanti razziste con il terrore del negro, le pozze di ignoranza abissale elevate a ministre dell’istruzione e quelle che maitresse si nasce e loro lo nacquero. Un mare di nullità femmine abituate a funzionare in modalità cervello automatico con schede preprogrammate; sacerdotesse della vita facile e della carriera molta spesa e poca resa grazie alla coscia allargata, tutto a spese dei contribuenti. Tutte bonazze perché, come ha recentemente dichiarato la sacerdotessa che parla come Vito Catozzo, “le racchie devono stare a casa”. A casa anche le brave e le intelligenti, era sottinteso. Perché il combinato di bella & intelligente rischia di far andare in sovraccarico il sistema. Il berlusconismo, per stabilizzarsi, deve annichilire l’intelligenza, la creatività e la competenza della donna. Deve essere solo il Trionfo della Cretina.
E bastava guardare le sue televisioni per capirlo con anni di anticipo ed evitare i danni catastrofici che stiamo subendo.

Menzione d’onore alla Marcegaglia che, se non altro, dimostra più coraggio e determinazione di Bersani nel parlare di “salvare l’Italia” ma per il resto? Che facciamo per ricostruire culturalmente il paese?
Una seria e profonda autocritica da parte dell’universo femminile per le colpe che ha avuto nell’aver tollerato ed appoggiato questo schifo del berlusconismo non guasterebbe. Magari cominciando da un bel “che cretine siamo/sono state a votarlo”, “che farabutte quelle madri che spingono le figlie a vendersi per una comparsata in TV o la borsa di Prada”, o “che vergogna non aver denunciato prima il degrado culturale”.
Questa autocritica dubito la si troverà mai nei siti femministi.
Confesso che non riesco più a seguirli. Fatico ogni giorno di più a capire il loro linguaggio e mi infastidisce fino all’orticaria quell’atteggiamento di assoluta e dogmatica giustificazione verso tutto ciò che fanno le donne; una sorta di vittimismo da minoranza etnico-religiosa sempre più piagnone e ricattatorio. Noto sempre più di frequente l’assenza pressoché totale di autocritica per i milioni di errori che commettono ogni giorno le donne, come è normale che sia, vista la loro natura umana. 
Per le femministe paiono non esistere donne cattive, stronze, disoneste, addirittura assassine. Se lo sono non è mai colpa della loro natura umana  ma del maschio che le ha disegnate così e che le opprime. Nell’universo femminista c’è questo gigantesco Godzilla cazzuto che si aggira sfracellando ponti e palazzi, minacciando costantemente l’esistenza delle sue povere vittime. Una visione che non è obiettiva perché profondamente fobica e unisessuale.

Se critichi il puttanaio che circonda, volontariamente, il satrapo nano, ti rispondono, le sorelle femministe, come ti permetti di giudicare, visto che “siamo tutte puttane”, – dimostrando di non conoscere la differenza tra il ruolo, il mestiere e la forma mentis di puttana, che non sempre si sovrappongono e, per tagliare il discorso, concludono che il problema è che tanto siamo tutti sfruttati in questo mondo, quindi che vuoi? Quindi un par di balle. La ricostruzione dell’immagine della donna italiana, per esempio a cominciare dalla riscoperta e valorizzazione di tutti i talenti femminili, non solo della figaggine, non può che partire dall’autocritica. E da noi stesse.

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“Il delfino”

“Noi dobbiamo lavorare per un partito degli onesti”. (Angelino Alfano, oggi)

Si sedettero dalla parte degli onesti visto che i posti per i disonesti erano finiti.

(parafrasando B. Brecht)


Facciamo un brevissimo riepilogo della situation per cercare di capire chi comanda veramente in Italia, che qui si rischia di perdersi in un labirinto di intrallazzi.
La sensazione è che il governo del grande comunicatore sia stato dato in subappalto, visto che chi ha ufficialmente vinto la gara, ormai è evidente, non è assolutamente capace di governare perché qualsiasi cosa tocca la fa fallire neanche fosse affetto dalla maledizione di un Re Mida all’incontrario. Meglio che si dedichi quindi a trombare nel suo patetico casino domestico e a far meno danni possibili. Il gran frullo di passere notturne ad Arcore potrebbe essere un modo, ideato da premurosi amici e amici degli amici, per tenerlo abbastanza rincoglionito di giorno per permettere agli altri, i subappaltatori, di lavorare in pace, visto il disastro in corso. Un giorno magari scopriremo che quella sonnolenza perfino durante le cerimonie di beatificazione dei papi (intesi come pontefici) era dovuta anche a qualche pasticchina di clorpromazina. “Ma cosa hai messo nel caffè?”, diceva una canzoncina degli anni ’60.

Chi ha in mano il timone della baracca, quindi? Non è poi un mistero. Nel corso degli anni le logge invecchiano: P2, P3, P4 e i Gran Maestri imbiancano ma il potere, quello vero, rimane sempre nelle stesse mani. Addirittura, il faccendiere Bisignani, spacciato dalla stampa come l’eminenza grigia del momento, sarebbe un astro sorto all’ombra di Andreotti, ovvero dell’eternità fatta politica, tanto per (non) cambiare.

Per più di quarant’anni un solido potere clerico-mafio-massonico-atlantico aveva tenuto ben salde le redini del comando in Italia.
Nei primi anni novanta, sotto i colpi di Tangentopoli e delle monetine degli italiani imbufaliti dall’altissimo tasso di ladrocinio della politica, crolla la prima repubblica. Ce ne vuole subito una seconda che si fondi sull’apparenza del cambiamento ma che in realtà risponda al sacro principio del Gattopardo: “Cambiare tutto perché nulla cambi”.
La seconda repubblica sceglie come uomo immagine e frontman l’imbonitore ideale per dare l’illusione del nuovo, il megaimprenditore rampante milanese con amicizie palermitane che contano sia nel clerico, che nel mafioso e nel massonico. A posteriori si deve proprio ammettere che Silvio era l’ideale. Quel mix di volgarità ed ignoranza poi che agli italiani fa tanto sangue.
Si liquidano i vecchi garanti del patto di stabilità tra poteri palesi ed occulti, si siglano patti più o meno scellerati con i nuovi e, tolti di mezzo i più pericolosi giudici guastafeste, si chiude la prima repubblica ed inizia l’era berlusconiana, il vecchio che avanza vestito da nuovo, con Licio che benedice l’iniziativa.

B. è come la serva, serve. Serve perché  ha le televisioni, l’unica sua salvezza ed assicurazione sulla vita, visto che come imprenditore ha sempre bisogno della legge o leggina ad hoc e ad personam per non fare fallimento. Citofonare Craxi per conferma. Le televisioni servono a creare consenso, sono fondamentali strumenti di propaganda. Ufficialmente per B. e la sua presunta bravura nel governare, in realtà per mantenere il potere nelle mani dei manovratori occulti.
A questo punto è inevitabile rigirare il coltello nella piaga e ricordare come i collaborazionisti dell’opposizione giurarono, fin dal primo momento, di non toccargliele e gioverebbe chieder loro in cambio di quale innominabile contropartita.

Secondo le ultime inchieste giudiziarie su quella evoluzione della P2 che è la P4, oltre a scoprire che ci sono forti indizi dell’esistenza del contratto di subappalto del governo, come ad esempio la carta intestata di Palazzo Chigi nell’ufficio di Bisignani, si ha l’impressione che qualcuno voglia liquidare la serva perché divenuta ingestibile e troppo pretenziosa, visto che pensa solo a sé stessa ed ai suoi affari privati.

Molte cose sono cambiate infatti dai primi anni novanta. Il frontman non ha perso il vizio di mandare a puttane (non è una battuta) tutto ciò che gli passa per le mani, solo che qui non si sta parlando di un’azienda come la Fininvest ma di un intero paese e ci sono molti, tra i suoi amici imprenditori, che cominciano a preoccuparsi per le proprie terga. Il tizio, per giunta, sta invecchiando a rotta di collo come un vampiro che ha preso la luce del giorno e come comunicatore innesca solo l’effetto boomerang di far cambiare canale alla gente. Le televisioni, quindi, cominciano a non contare più un cazzo ed ecco Veltroni che ammette, chissà perché solo ora, che è stato un errore non togliergliele a suo tempo.

Una cricca di predoni al seguito del B. sta spadroneggiando in un paese che ha i conti sull’orlo della bancarotta. Il popolo, della libertà o meno, si sta sempre di più incazzando e sentendo imbrogliato dal venditore di aspirapolvere. All’estero ci considerano un circo itinerante di buffoni e fenomeni da baraccone. Il governo A, quello di facciata, è in ostaggio dei deliri di due vecchi cadaveri ambulanti, il vampiro e il vampirla. Tra un vaneggiamento e l’altro, il ragioniere tenta disperatamente di far quadrare i conti ma intanto è evidente  che cerchi disperatamente nuove alleanze per salvare il salvabile.

Andare avanti così è impensabile anche se l’uscita dal tunnel non si vede ancora, in questo incubo italiano. Non è facile liquidare la serva B. perché gli è stato concesso troppo potere e vuole l’impunità a tutti i costi, a costo di distruggere un paese intero e il suo sistema giudiziario e per giunta ha portato al governo e concesso loro un potere eccessivo ai barbari della Lega, portatori di altrettanto nefaste richieste di distruzione dello Stato.
Se fossi il nostro, viste le schiere dei nemici che aumentano di numero ogni giorno che passa, accetterei il dorato esilio in un paese che non ammette estradizione, come gli suggerì senza scherzare tempo fa il sindaco di Napoli De Magistris, ma dubito che lo farà.
Se la situazione continuerà a peggiorare, tra un ministro che dice A e quell’altro che gli risponde B e la barca che intanto va a fondo, con le leggi ad personam nascoste dentro le manovre finanziarie, i poteri che finora si erano sentiti rappresentati e al sicuro da B., ovvero i subappaltatori, potrebbero decidere di cambiare il cavallo in corsa. Con le buone o con le cattive. Temo sempre di più con le cattive. Sempre che i subappaltatori, invece di ripristinare un’andreottiana continuità con il passato non siano interessati a far fallire l’Italia in combutta con gli speculatori internazionali. In quel caso, che Dio ci protegga e stramaledica B.

Poveri illusi se avevate creduto per un attimo che i legaioli avrebbero dato il calcio alla sedia del Gran Fallito per farlo ripiombare nella dura realtà della sua colossale disfatta come statista. Macché. Questi sono diventati maestri del tira a campa’, del cambiar tutto perché non cambi nulla, altro che rivoluzionari. Sembrano tardi e con i neuroni annegati nella polenta, e invece imparano alla svelta tutti i trucchi del mestiere del più tipico bizantinismo politico.
Bossi domenica ha bofonchiato per ore le solite solfe sulla Padania, questa espressione geografica di pura fantasia che però ci ritroviamo sulla minchia tutti, dalle Alpi a Lampedusa, per il fatto che il più grande fallito degli ultimi centocinquant’anni, per pararsi il culo dalle pratiche sodomitiche tipiche della galera, ha trascinato al potere con sé e si fa scudo di una formazione eversiva che farnetica da anni di secessione e pratica con solerzia l’alto tradimento attraverso il suo esponente Maroni, Ministro degli Interni italiano che ammette senza vergogna di sognare una Padania libera ed indipendente, quindi la divisione della patria indivisibile. Roba da manicomio, praticamente impossibile da spiegare ad uno straniero.

Oggi su Facebook ho visto una vignetta: Bossi e B. che si tengono reciprocamente per il pannolone. Se molla uno casca per terra anche l’altro. Sono come i gemelli siamesi che non si possono dividere chirurgicamente perché hanno gli organi in comune e in questo caso i due sono uniti per le palle anzi, per i maroni.

Una mostruosità che andava pietosamente soppressa alla nascita. Una teratologia che però ha delle radici programmatiche ed ideologiche ben precise in quel patto scellerato di spartizione dell’Italia tra Nord federalista e secessionista e Sud come enclave di affari mafiosi teorizzato da Gianfranco Miglio, colui al quale si intestano le scuole frequentate dai piccoli padani.
Ecco quindi che il destino dei due mostriciattoli è di essere inseparabili. B. si regge sull’appoggio della Lega, ultimo alleato rimastogli e l’altro B. della coppia B&B sa benissimo che, senza il Bagonghi della Brianza, la Lega ritornerebbe ad essere quel dieci per cento di elettori che conterebbe sicuramente in una coalizione ma non esageratamente come nel governo B. dove, praticamente, spadroneggia senza ritegno. E’ impensabile che in qualunque altro governo la Lega avrebbe modo di fare i capricci secessionisti e similfederali come quelli che sta facendo per avere i Ministeri della Cassoeula e della Polenta Taragna da insediare a Berghem de hura e Berghem de hota.
Se il dirigente legaiolo è svelto nell’imparare l’arte di stare al mondo e soprattutto in politica, il suo elettore tarda a rendersi conto della realtà di essere governato da degli incapaci innamorati delle favole e dei miti assurdi dell’acqua del Po e della Padania che servono solo ad abbindolare la base per ottenere l’altezza del privilegio da boiardi.
Eppure il papiminkia sta lentamente risvegliandosi dal lungo sonno del miracolo italiano e si sta rendendo finalmente conto di essere stato raggirato per diciassette anni da un piazzista da quattro soldi. Il cornutazzo padano, invece, l’ultrapirla con il cervello accessoriato con un set minimo di concetti base e frasi fatte a sfondo razzista, crede ancora nella sincerità di quel pugile suonato del suo leader. 
E’ disposto a prendere per buone le sue tirate biascicate contro Equitalia e il racconto straziante delle vacche deportate e della case dei poveri allevatori rase al suolo dalle SS della Finanza  (“Bene, Umberto, le vacche hanno smesso di muggire?”)  e dimenticare il nepotismo sfacciato, il figlio idiota piazzato in regione a 12 mila euro al mese alla faccia dei pensionati al minimo e le varie parentopoli in giro per la Padania. Senza contare che il federalismo fiscale, ma l’ultrapirla non lo sa, con tutta una serie di nuove gabelle ultrasalate, gli farà pisciare sangue e renella tanto da dover rimpiangere Equitalia, le Fiamme Gialle e gli ispettori dell’Agenzia delle Entrate.
E’ brutto quando si portano le corna e non ci si accorge di averle.

“Qua crolla tutto.” (Daniela Santanché)


Io Brunetta lo capisco. Appena ha visto la stangona che è salita sul palco si è sentito male. Ma non per l’inevitabile effetto “articolo il”, perché ha capito che non era una ragazza irriverente curiosa di scoprire se è vero ciò che si dice attorno ai nani ma una con degli argomenti e con delle domande da porre ad uno che per lavoro dovrebbe stare ad ascoltare chi lo paga.
Per giunta, quanto ha sentito la parola “precari” ha avuto la tipica reazione di fuga ed è scappato come lo scarafaggio quando metti mano al flit in polvere. 
E’ stato troppo, in una sola volta, ricordargli quanto è piccolo in tutti i sensi ma soprattutto quanto sta diventando precario, per non dire pericolante, il suo posto di ministro
Per questa compagnia di giro di buffoni, con in testa il capocomico, è quasi pronto il biglietto Roma – Antigua, solo andata, e sono disperati, perché il popolo comincia ad armarsi di fiaccole e forconi e a guardare male il Palazzo. Meglio che si affrettino al terminal, prima che comincino a cigolare le ghigliottine.
Il video merita un posto in cineteca accanto alla famosa invettiva di Paolo Pillitteri contro i tassisti dell’epoca di Tangentopoli. Sempre reparto socialisti. A futura imperitura memoria.

“Penitenziagite! Watch out for the draco who cometh in futurum to gnaw on your anima! La mort e supremos! You contemplata me apocalypsum, eh? La bas! Nous avon il diabolo! Ugly cum Salvatore, eh? My little brother! Penitenziagite!” (Il nome della Rosa)
Credo che, viste le orde di rosicanti che, in queste ore, premono alle porte bisognerà edificare al più presto un nuovo quartiere adiacente a Sucate: Rosicate. 
Nosfigatu sul Giornale dice che votare Pisapia è stata “una grande, enorme stronzata”. Per forza, che si aspettava da ‘sti milanesi brutti, sporchi, comunisti e senza cervello? Mica tutti sono dei geni come la Goebbels di Cuneo, quella che ha suggerito alla povera Lombrichetto, quella che non schiaccerebbe nemmeno un suo simile, la strategia della spranga sui denti al rivale ai tempi supplementari del confronto televisivo. Alla poveretta infine è tremata la mano e invece della spranga è partito il boomerang. Ora la Ministra della Propaganda, responsabile anche delle uscite in stile “notte dei morti viventi” dell’ex comunicatore ridottosi a sorta di freddykruger in fondotinta che a mezzanotte da Vespa riesce solo a terrorizzarti l’audience, è latitante. Già in DefCon 2 la redazione di “Chi l’ha visto”.
Rosica anche la Mussolini che così commenta la vittoria di De Magistris a Napoli: “Per forza, ha vinto Antonio Banderas”. Segno che due botte dal giustizialista non le disdegnerebbe affatto.
Palma d’oro del rosicamento, è ovvio, a iddu. Dalla ridente Romania, dalla quale purtroppo è ritornato, dice che è presto per fargli il funerale ma lancia il malocchio sugli elettori fedifraghi: “I milanesi preghino, i napoletani si pentiranno”.  Tra  il dolciniano “penitenziagite!” di Frate Salvatore e l’ “anatrema su di voi!” del testimone di BagnacavalloInsuperabile come sempre.
Infine Grillo. Definendo il neo sindaco di Milano “Pisapippa” pensava di prenderlo per il culo ma è solo rimasto vittima del gioco beffardo delle libere associazioni. Pisapia, pippa, prendere per il culo, Pippa, il culo di Pippa. Paragonandolo al culo più cool del momento, senza volerlo,  ha fatto a Pisapia solo un complimento. E non è il culo di Sacchi, qui si fa sul serio.

“Tolta Milano, è stato sostanzialmente un pareggio.” Denis Verdini, coordinatore PDL e negazionista.
“Se si fosse votato per le politiche, il centrodestra avrebbe vinto”. Maurizio Gasparri, veggente.
‘Risultato drogato per intervento massiccio delle toghe”. Fabrizio Cicchitto, muratorino.
‘Moratti contro droga, altri usano stanza del buco…” Ignazio Benito Maria La Russa, bipolare criptico.
“La vittoria di Pisapia sarebbe come portare il Leonkavallo a Palazzo Marino, sarebbe una cosa bestiale.” Daniela Santanché, maitresse à penser.

Citiamo, come nota lacrimogena, il caso di Emilio Fede che ha impiegato ben quattro minuti a riuscire a dare la ferale notizia della tranvata milanese. Alla fine, nonostante i dati ormai incontrovertibili, continuava a ripetere “sono solo proiezioni”, neanche stesse dentro “Inception”. 
Mancano ancora le reazioni ufficiali dei due vecchi B. dalla Casa di Riposo della Libertà. Penso che ormai le rispettive badanti glielo abbiano detto. Se non hanno dovuto sedarli con il Serenase, il B. padre del trota farfuglierà qualcosa sul fatto di avere comunque qualcosa di duro e l’altro B., il cavaliere dimezzato nelle preferenze, penso avrà poca voglia di raccontare barzellette e forse, nemmeno di ciulare.
Si sa, quando ti arriva in testa non un duomino di plastica ma un tram vero con sul display la destinazione “VA DA VIA I CIAPP” è possibile rimanere parecchio confusi e infelici.
Ma che razza di donna è la berlusconide rettiliana? Non parlo delle elettrici retequattrodipendenti, paurose dell’invasione dei comunisti e degli extracomunitari superdotati; delle nostalgiche ridotte ad accontentarsi di un duce nano imbroglione in fondotinta o delle comparse pensionate che si prestano alla celebrazione del culto del diosilvio di fronte ai tribunali per la modica cifra di un panino con il salame, non essendo più in età da bunga bunga.
Parlo di quelle scelte a rappresentare elettori ed elettrici e beneficiate per questo di un posto di ministro, deputata, sindaca o sottosegretaria e che, in ogni buona occasione, vengono paracadutate dei talk-show a rappresentare il silviopensiero. Vere e proprie sacerdotesse sabbatiche del culto del diocaprone piduista, un’anticultura che fa dell’ignoranza più nera (anche in senso politico) la sua bandiera ed il suo orgoglio.
Addestrate ad aprire bocca solo per ripetere il disco con lo slogan preregistrato e che hanno probabilmente inserito nella schiena, come le bambole della mia infanzia, vomitano cazzate a getto come delle indemoniate. Nessun maestro della dialettica può farle ragionare  mentre parlano a vanvera delle imprese del loro pre-si-den-te-ber-lus-co-ni (ben scandito come una formula magica da streghe che rimestano nel pentolone) con quelle bocche che, se togli l’audio al televisore, ti sembra di guardare un film porno dove lui è già andato via e lei non se n’è accorta.
Delle due l’una. O per essere scelte da Silvio in politica bisogna essere già cretine in proprio oppure fanno loro un addestramento più terribile di quello dei marines, utilizzando tecniche da MKUltra, con lo scopo finale di distruggere ogni residuo di pensiero indipendente ed eventualmente intelligente.
Per anni si è discusso sulla responsabilità del berlusconismo nella degradazione ad uso consumistico e voyeuristico del corpo femminile, la famigerata cultura della triade “cosce-tette-culi” che da trent’anni okkupa ogni canale televisivo. 
Ora, grazie alle ultime vicende giudiziarie, abbiamo avuto le prove che la televisione in Italia non è espressione della liberazione sessuale anni settanta ma nient’altro che una versione mediatica edulcorata del bunga bunga e la perfetta metafora del vecchio che fa puf, puf con la pompetta e si illude di essere Rocco Siffredi. Una pia illusione, come il fatto che il vecchio sia un grande statista.
Donne oggetto, bambole per uomini che vengono inconsapevolmente addestrati da decenni ad unirsi alla personale perversione del capo guardone. Guardare ma non toccare, delegare ma non decidere. Ghe pensi mi, anche alla scopata. Tu guarda le veline e dammi il voto. “Guarda e taci”, una versione moderna del fascista “Mangia e taci”. Poi tanto le tocco io perché io solo ho i soldi per farlo, visto che le fighe di pregio vanno solo con i ricchi. Perché le donne sono solo delle grandi puttane.
Se finora la devastazione del femminino era riservata ai corpi, ora siamo passati ai cervelli e l’opera di dispregio verso la Donna in generale è quasi completa. Se questo maledetto berlusconismo un giorno finirà, alle sue spalle si lascerà, tra i numerosi cadaveri sul campo, anche quello della reputazione femminile in politica, così faticosamente costruito, dopo il buio fascista, da decenni di impegno di donne di tutte le classi sociali e di tutte le opinioni politiche.
Uno che dice di amare le donne avrebbe cercato il meglio in ogni campo, sarebbe andato ad offrire di collaborare al governo del paese alle donne studiose, preparate, che lavorano come muli faticando il doppio perché da loro ci si aspetta sempre di più che dagli uomini. Senza guardare solo lo stacco di coscia e la quinta di wonderbra ma alla sostanza, alle idee. Accettando perfino le brutte, se portatrici di grande professionalità.
E’ evidente però che un mediocre non può che circondarsi di mediocri. E un mediocre misogino andrà a cercare il peggio della trivialità ed ignoranza femminile, accettando della donna solo l’elemento estetico e di richiamo sessuale. 
Le ricche imprenditrici espressione di un governo di pura casta, ad esempio, come la Brambilla, la Prestigiacomo o la Lombrichetto Moratti (una delle poche carampane ammesse alla corte, assieme alla carampana chirurgicamente modificata Santanché)  non devono essere certo in grado di offuscare la (presunta) bravura del capo. Anzi, qualche magagnetta, qualche pregresso fallimento sono vivamente consigliati, visto che lui rischiava di fallire se non scendeva in politica, ormai lo sanno anche i sampietrini per strada.
Va bene che devono ripetere la lezioncina a pappagallo e che non è richiesta, per questo, una particolare attività cerebrale di tipo corticale. Che se non capiscono un cazzo della materia ministeriale della quale sono eventualmente destinate ad occuparsi, meglio. Tanto è il governo del far finta di fare.
E’ gente del suo livello, perché meravigliarsi?

Però l’idea devastante che uno si fa dopo tutti questi governi berlusconiani delle Gelmini, Brambilla, Prestigiacomo, Carfagna, Santanché, per tacer del ciarpame eletto solo per meriti sessuali di bunga bunga, è che le donne, invece di fare politica, è meglio che restino in cucina a spignattare o a letto a darsi da fare.
E’ peggio di quanto succedeva durante il fascismo, che almeno alle donne non dava l’illusione di contare qualcosa ma le escludeva completamente dalla politica, privandole prima di tutto del diritto di voto.
E’ peggio della sottomissione talebana del burqa.
Il berlusconismo rischia di diventare, con gli esempi femminili che propone ed impone, la più violenta giustificazione della misoginia.

“I pm sono un cancro e la Boccassini è una metastasi”.
(B. e Daniela Santanché)

Comunque se parlano di metastasi può solo voler dire che si sentono spacciati.

Prove tecniche di successione. Cosa c’è di meglio di un avvocato, di un prezioso consigliere reclutato tra i fedelissimi yesmen per sostituire l’unico boss virile sul viale del tramonto?
Ho l’impressione però che Isabelito Alfano non riuscirà a fare il miracolo di sostituire il Peron nano al comando della cosca, pardon, del governo. Troppo alto. 
E poi, sapete, in un popolo inscimunito dalla televisione temo si rischi il “Vota Alfano”, “Alfano chi, già? Quello che cantava con Romina?”

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