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«La Margherita è un partito centrista e profondamente riformista… Noi siamo liberali, democratici, popolari, socialisti, socialdemocratici, ambientalisti e questo me lo dice la mia esperienza personale frequentando i singoli aderenti della Margherita, non esaminando necessariamente le personalita’ dei nostri vertici nazionali.»

Francesco Rutelli nasce sotto il segno dei Gemelli, caratterizzato da costante irrequietezza, in una famiglia borghese romana.
Il noto soprannome deriva da un episodio dei suoi primi difficili mesi di vita. La sorella maggiore, traumatizzata dal fatto di non aver mai ricevuto in dono il Cicciobello come le sue compagne di scuola, lo veste, lo sveste, lo pettina e gli fa ingurgitare litri d’acqua per fargli fare la pipì. Quando alla piccola peste finalmente una zia ricca regala l’agognato bamboccio, Francesco può crescere in pace e pensare al suo futuro.

Architetto mancato, forse spaventato dall’impossibilità di applicare l’ondivaghezza ai calcoli delle strutture in cemento armato, sceglie quasi naturalmente di dedicarsi alla politica.
Per motivi di tempo riassumerò solo l’ultima parte delle sue avventure in giro per i partiti dell’arco costituzionale.

Esordisce come cattolico ma poi svolta leggermente a sinistra per il Partito Radicale, dove si trattiene qualche anno e partecipa alle sue battaglie, come praticante, quindi sterza un po’ a destra per scegliere un partito dalle larghe vedute, i socialdemocratici.
Nei primi anni ‘90, svoltato ancora a sinistra con i Verdi, diventa ministro per l’Ambiente per un sol giorno, come le rose. Lasciati i Verdi, e salito momentaneamente sulle barricate di Tangentopoli, sembra momentaneamente accasarsi come sindaco di Roma ma poi partecipa al movimento dei sindaci. Non riesce a stare fermo.
Nel frattempo ha trovato la sua anima gemella, la Cicciobella Palombella, con la quale mette su famiglia.

Nel 2001 finalmente la grande occasione, è candidato premier per l’Ulivo. I suoi occhioni blu dominano i poster elettorali e bucano lo schermo televisivo. Un successo, tanto che Berlusconi stravince le elezioni.
Chiunque altro si sarebbe ritirato in cima a un monte a produrre il formaggio di malga ma Francesco no, è un moto perpetuo.
Nel 2002, come se niente fosse, ascoltando una canzone di Cocciante ha l’illuminazione, fondare un grande partito riformista, di centro ma anche di sinistra che all’occorrenza strizzi l’occhio alla destra. Insomma il partito perfetto, che chiama Margherita, in onore del suo motto da eterno indeciso “m’ama, non m’ama, m’ama…”.

Attualmente sta lavorando alla costruzione del Partito Democratico e contemporaneamente alla distruzione totale della sinistra.
A questo punto Crepet direbbe che questi sono atti mancati dell’architetto mancato in lui. Insomma, braccia rubate all’architettura.

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Enrico Deaglio, noto anche come En Rico De Aglio, nasce a Torino nel 1947, ahimè in ritardo per beccare i brogli del referendum costituzionale e troppo giovane per quelli del 1948, dei quali parlano però solo gli storici americani.

Forse sarà l’essere nato nella città dei misteri e del satanismo, ma fin da bambino Enrico è affetto da uno strano dualismo, ed è perseguitato dal suo doppio.
Ad esempio il sogno di Enrico 1, detto anche En, è fare il giornalista d’inchiesta e il direttore di giornale ma Enrico 2, alias Rico, si laurea in medicina.
Per fortuna Enrico riesce comunque ad essere convincente in entrambi i ruoli. Magari qualche volta si confonde e chiede ai suoi assistenti di “reimpaginare il paziente” e ai redattori di “rianimare l’articolo” con 0,5 di atropina, ma non importa.

Ha scritto libri di successo, come “La banalità del bene” (quella del male era già impegnata) su temi importanti come le persecuzioni razziali, ma inspiegabilmente anche due testi di geografia per le scuole per l’editore Zanichelli, forse opera di Rico. Pare infatti che il doppio sia appassionato dei documentari di “National Geographic”.
E’ autore di numerose inchieste e ha condotto la trasmissione “Milano Italia” per la RAI, per la quale vi fu una lunga battaglia sul titolo con gli autori perché il titolo originario era “Rogoredo Italia” ma Rico aveva difficoltà a pronunciare la parola Italia.

Nonostante abbia diretto il giornale “Lotta Continua” non è mai approdato a Forza Italia anzi, la vista di Berlusconi è l’unica che riesce a mettere d’accordo le due personalità provocando oltremodo in Enrico uno strano fenomeno. Mentre altri giornalisti cadono improvvisamente in ginocchio, lui prova una voglia irrefrenabile di farci un film. Finora ne ha realizzati due: “Quando c’era Silvio” e “Uccidete la democrazia”, le altre volte i collaboratori sono riusciti a calmarlo prima.

Sul tema dei complotti il dualismo è più forte che mai. L’Enrico pubblico è pronto a giurare che le ultime elezioni italiane sono state taroccate ma di fronte al buco nel Pentagono il suo doppio non ha dubbi, ha ragione quel giornaletto di bricolage, la versione americana di “Sistema Pratico”, è stato un aereo con le ali e tutto.

Di notte i vicini sentono Enrico litigare con “l’altro”.
Ieri sera l’alterco si è fatto particolarmente violento:
“Non ti sopporto più, dillo che hai votato Berlusconi!”
“Le tue inchieste sono delle boiate pazzesche!”
“Servo della CIA!”
“Eizenstein dei miei stivali”… e così fino a mattina.

Su, riproviamo con l’esorcismo, ripetete con me: “Aglio Travaglio, Deaglio ca nun quaglia, corne e bicorne, cap’alice e capa d’aglio…


Le prime parole che il piccolo Rocco Tano udì, ancora tra le braccia del medico che lo fece nascere furono “Oddio, e che è?”

In compenso, appena aprì gli occhi un mondo meraviglioso gli si parò davanti: ostetriche, infermiere calde che lo accudivano, la zia polposa che lo prendeva in braccio e lo baciava, le amiche della mamma e soprattutto le tettone della mamma!

Bambino particolarmente dotato, all’asilo veniva regolarmente sgridato dalle maestre, che lo accusavano ingiustamente di nascondersi le merendine degli altri bambini nella patta.

A scuola fu sempre molto svogliato. Si distraeva a guardare le compagnucce e le maestre, non parliamo poi delle giovani supplenti.
Per la Prima Comunione gli fu regalata una cinepresa dove lui scoprì il suo indubbio talento per il cinema. Passava ore a filmare cani e gatti del vicinato ma si annoiava, il documentario naturalistico non era il suo genere, o almeno quello sugli animali. Trovava gli esseri umani decisamente più interessati, soprattutto le femmine della specie. Fu espulso dalla scuola quando la maestra dichiarò che lo aveva trovato sdraiato sotto la cattedra ai suoi piedi che riprendeva non si sa bene cosa con la cinepresa.

Con l’adolescenza cominciarono i suoi problemi. Quella cosa che aveva fatto trasalire il medico in sala parto cresceva a dismisura e si faceva sempre più fatica a contenerla e le donne erano sempre di più, ovunque, di ogni forma e di ogni età.
Come mettere a frutto tale prodigio della natura? Certo la famiglia gli ripeteva che lo studio era importante. E così, incerto tra la laurea in scienza delle costruzioni e una carriera come pornostar, scelse di fare il pornostar.
Il resto della storia è noto. Una carriera sfolgorante con titoli indimenticabili come “Marco Polo”, “Rocco ti presento mia moglie”, “Rocco e le storie vere”, “Avventure erotiche nella giungla”.

Recentemente ritiratosi dalla carriera di attore si dedica alla produzione ed è di questi giorni la notizia della realizzazione dell’opera più ambiziosa della sua carriera: la versione porno del capolavoro di Tolkien (Dio ci perdoni), che si intitolerà “Il signore degli uccelli”, girato alla Peter Jackson, tutto in un botto.
Sta girando il primo episodio, “La compagnia dell’uccello”, anche se le riprese hanno dovuto essere interrotte a causa di un infortunio all’attore che interpreta Dildo Baggins. Per il secondo, “Le due torri”, dove a sorpresa Rocco farà la sua trionfale rentrée e reciterà assieme a John Holmes, resuscitato per l’occasione grazie alle meraviglie della computer graphics, occorreranno mesi e mesi per la postproduzione.
Il terzo episodio invece è ancora da realizzare e molte scene dei primi due episodi devono ancora essere girate. Il problema è che non si trova nessun attore porno disposto a impersonare il ruolo di Pipino.

Non si sa dove e quando sia nato Bruno Vespa, forse addirittura all’epoca del Big Bang, ma le prime tracce della sua presenza risalgono all’Era Mesozoica, dove ben presto si mette in luce come uno più stimati giornalisti della preistoria della televisione.
Molto amico dei dinosauri, specialmente del Tirannosaurus Rex, si attira molte invidie e deve lottare per difendere il suo posto di lavoro. E’ di quell’epoca il suo primo successo editoriale: “Il duello – chi vincerà nello scontro finale tra dinosauri” con prefazione del T.Rex in persona.

Miracolosamente scampato all’estinzione dei suoi primi protettori trova nei mammiferi nuove amicizie e di due in particolare, certi Adamo ed Eva, fa i primi telespettatori umani che riesce a conquistare per la sua nuova trasmissione “Melo a melo”.
E’ di quell’epoca il suo slogan più riuscito: “Chi Vespa mangia le mele”. Purtroppo l’idea si rivela nefasta e Vespa è costretto a nascondersi per molti secoli per sfuggire all’Ira di Adamo.

Lo ritroviamo in un castello medioevale dove conduce “Ponte levatoio a ponte levatoio” una piacevole trasmissione dove ogni mese il signore feudale, un certo Ser Silvio da Arcore, si rivolge ai suoi vassalli con un editto chiamato “Contratto con i servi della gleba”.
Vespa è molto popolare tra i valvassori e i valvassini, meno tra i servi e quando è costretto ahimè a scendere tra il volgo per comperare il giornale deve girare travestito da frate.

Litiga con Cristobal Colombo perché il genovese gli rifiuta l’imbarco sulla Santa Maria per una puntata speciale di “Puerta a puerta” ed ha un lungo contenzioso con il veneziano Marco Polo per i diritti d’autore del suo nuovo libro “La grande muraglia”.

Nel corso dei secoli supera nell’ordine: due pestilenze, tra cui quella manzoniana dove si distingue per una campagna particolarmente aggressiva contro i monatti; la Rivoluzione Francese, dove scampa alla ghigliottina per interessamento personale di Robespierre, i moti carbonari, la Comune di Parigi, la Rivoluzione d’Ottobre e la beffa di Bùccari.
Durante il ventennio rischia grosso parecchie volte perché ha il vizio di rivolgersi a Lui chiamandolo Silvio.

Negli anni ’50 la televisione arriva anche in Italia e da allora il nostro vespone è sempre in prima fila. Conduce il TG, è giornalista spregiudicato e sempre controcorrente, scrive altri 87 libri e riesuma una sua vecchia trasmissione, “Porta a Porta”.

Ora però si annunciano tempi cupi. Un tale patrimonio dell’umanità è minacciato di estinzione. La vespa “brunis brunis” è condannata a scomparire se non potrà andare in onda almeno cinque volte alla settimana.
Certo è dura pensare che potremmo non sapere mai come finirà la saga di Cogne tra vent’anni ma forse qualche vecchio dinosauro si ricorderà del vespone e correrà a salvarlo. Come sempre.

Condoleezza Rice nasce in Alabama, il 4 luglio da una famiglia poverissima. I suoi sono così poveri che tutti si accorgono subito, appena li vedono, che sono neri.
Avendo esaurito tutti i nomi disponibili per gli altri 18 figli, suo padre le dà quello di un peschereccio che sta passando in quel momento nel porto.
Condoleza, o Conddolleza (anche sua madre ha difficoltà a pronunciare il suo nome) da bambina è molto vispa e intelligente, e stupisce tutti dicendo che da grande non vuol fare né la parrucchiera né la cantante soul ma il consigliere del Presidente!
Anzi, a dire la verità, quando la bambina, alta un soldo di cacio, sale sulla sedia gridando “sono il Segretario di Stato!” i fratelli e i genitori si spanciano dalle risate.

Condoleezza soffre molto del fatto di non aver un grande futuro per il fatto di essere piccola e nera.

Un giorno, mentre è seduta tutta sola nel cortile dietro a casa sua, cioè dietro la capanna, mentre lo Zio Tom sta zappando l’orto, sente una voce che le dice:
Non piangere, Condoleezza, tu non sei nera, sei solo povera”.
Detto ciò la bambina si sente sollevare per aria e ricadere in una grande tinozza piena di acqua saponata. Superato lo spavento e riaperti gli occhi, Condoleezza si trova di fronte una fata, identica ad Aretha Franklin in ciabatte e grembiule che le dice: “Ascolta sorella, queste magie ce le concedono solo una volta ogni tre secoli, perciò ascolta bene Mama e fai come ti dico. Cosa vuoi fare da grande, il segretario di Stato? Qui ci vorrebbe Merlino in persona ma vedrò cosa posso fare. Vai a casa ad asciugarti e vedrai che da domani i tuoi sogni si avvereranno.”

Condoleezza non fa in tempo a ringraziare la fata Aretha che questa… puf! è sparita. Voltatasi per rientrare in casa non crede ai suoi occhi. La capanna non c’è più e al suo posto c’è una casa bellissima, tale e quale quelle dei ricchi, con un giardino meraviglioso. Anche i suoi famigliari sono cambiati. Suo padre sta scendendo in quel momento da una macchina stupenda e sua madre indossa un abito di alta moda. Stranamente la loro pelle è sempre nera ma nessuno se ne accorge più.

Da quel momento la vita di Condoleezza è un susseguirsi di successi: studia e si laurea a pieni voti, diventa manager, grande manager e super manager, le petroliere cominciano a chiamarsi come lei. Entra in politica e finalmente il Presidente la chiama a ricoprire il ruolo di Segretario di Stato.

Tutto bene finchè un giorno, mentre è a farsi un giro di shopping sulla Quinta Strada, le arriva un messaggio sul cellulare, che dice:
Ciao Condi, finalmente ti trovo! Sono mortificata, ho dimenticato di dirti una cosa importante, che testa!
Perché la magia continui devi farti eleggere Presidente entro il 2008. Se non ci riuscirai, ritornerà tutto come era prima. Dici che è quasi impossibile che una donna nera diventi presidente degli Stati Uniti?
Beh, se è diventato presidente George allora tutto è possibile.
Un abbraccio, Mama”.

George Dabliù Bush nasce senza cervello il 4 luglio durante uno sciopero selvaggio di medici ospedalieri. Riceve poco dopo in dono dal cugino povero Dick metà del suo cervello, mai usato, e può così condurre da quel momento una vita pressocché normale.

Fin da pargoletto dimostra spiccate qualità di leader. Quando gioca con il suo cane Buck la bestia è solita dirgli: “Lascia stare, George, fai fare a me che fai solo del casino”. (I ricchi bambini texani giocano con cani parlanti). E’ simpatico e fa ridere di cuore la tata che lo accudisce quando le dice che un giorno sarà Presidente degli Stati Uniti, glielo ha detto papi.

A cinque anni ha già mandato in fallimento tre aziende di famiglia, e visto che gironzola sempre attorno ai pozzi, suo padre medita seriamente di affogarlo in un barile di petrolio.

Del suo percorso scolastico si sa ben poco. Corre voce che sia stato bocciato due volte in prima elementare ma forse sono solo malignità. Si sa solo che aveva un compagno di banco molto cattivo con lui; uno straniero, il nipote di un uomo d’affari iracheno, un certo Hussein. Questo piccolo terrorista si divertiva a nascondergli bombette puzzolenti nel cestino della merenda. Da lì una certa fobia del piccolo George verso gli islamici e le sostanze chimiche.

Miracolosamente giunto fino all’Università gli viene offerto di entrare nella nota società segreta Skulls & Bones, ma lui all’inizio rifiuta dicendo di non amare la musica heavy metal.
Fuggito da Yale per evitare le orribili pratiche di iniziazione, tra cui il temuto rito del carciofo con le spine, si rifugia nell’ambasciata saudita dove viene subito preso a ben volere da alcuni sceicchi e da un certo Osama, che lui credeva inizialmente essere una donna.
Poi l’illuminazione. Un 4 luglio, durante la tradizionale parata, passando casualmente davanti alla Casa Bianca incontra suo padre che gli dice: “Giusto te! Non posso metterci Jeb, è troppo intelligente, devi andarci tu”. In quel momento un’aquila dal collo bianco compì un ampio volo radente sui due Bush e uno dei cavalli della parata lanciò alto un nitrito.
Quella stessa sera nella sua cameretta, cogliendo i vari segni del destino e con la benedizione di papi, George capì che sarebbe diventato il più grande Presidente americano di tutti i tempi.

P.S. L’immagine raffigura una delle meravigliose sculture di carta di Paperpino, segnalatomi dall’amico Candido tempo fa.

Roberto Calderoli nasce da un affluente del Po la notte di Valpurga in Val Brembana.

Fin da bambino sviluppa una sana diffidenza per tutto ciò che non assomiglia ai suoi nanetti da giardino. La prima parola che pronuncia, durante un pranzo di Natale e la commozione di tutti i parenti è “Va a laurà”, riferendosi allo zio Pino, allora disoccupato.
Non ha una tata, ma viene allevato amorevolmente da un pastore bergamasco, una cagna di nome Padania, di razza purissima. La sua mamma è molto severa e non lo vizia né lo coccola perché quelle sono smancerie da meridionali. E’ Padania che gli porta di nascosto i panini con la nutella.

A tre anni, sa già che Roma è ladrona, che gli arabi mettono la cintura di castità alle donne e che quelli sotto Ferrara (nel senso della città) sono tutti terroni. Glielo ha insegnato la mamma, non Padania, che ringhia sottovoce mentre la signora parla con il bambino.

A sei anni lo iscrivono alla scuola elementare, ma lui è preoccupato perché è una scuola pubblica e ci sono anche gli altri bambini, perfino quelli meridionali. Infatti il suo compagno di banco, un certo Pasqualino Cafiero, è un terùn, uno che non ha voglia di studiare perché suo padre essendo terrone non ha voglia di lavorare ma è venuto su lo stesso per portar via il lavoro allo zio Pino. Il Cafiero vorrebbe fare amicizia con lui, gli porta tutte le mattine le sfogliatelle calde che suo padre pasticcere ha appena sfornato ma Robertino tiene duro, come gli dice sempre il babbo: “Roberto, dai retta a me, non dare confidenza a nessuno, tanto meno ai terùn”.

Un giorno però, mentre sta facendo i compiti, decide di assaggiare una sfogliatella, che era rimasta spiaccicata dentro un quaderno, ed è la rivelazione. Nemmeno i panini della cara Padania erano mai stati così buoni e all’improvviso tutte le sue certezze vacillano. Ma questi meridionali sono poi così brutti e cattivi se sanno fare cose tanto buone? Non sarà che la mamma a volte esagera?
Lo risvegliò dai suoi sogni un potente ceffone della mamma:”Cosa fai lì, lo sai che non voglio che tu mangi quella robaccia, fatta da quelle mani sporche…

Passano gli anni e lui è un dentista di successo come tutti i maschi della sua famiglia fin dal 1868, ha sposato la Barbie abbronzata ed è impegnato politicamente, con la Lega Nord, è ovvio.
Un giorno sua madre lo va a trovare in studio con un terribile mal di denti. Mentre sta preparando i ferri un lontano ricordo d’infanzia gli balena nella mente: la faccia solare di Pasqualino che gli porge sorridendo una di quelle sfogliatelle così buone, così delicate…….
Ahiaaa! Roberto, ma perché sento così male???, non mi avevi fatto l’anestesia??”
“Oh, scusami mamma, me ne sono dimenticato.”

P.S. Ovviamente l’ex ministro Calderoli non ama che si raccontino queste debolezze della sua vita privata. Specialmente ora che vuole bombardare l’Iran con l’atomica.

Piero Fassino nasce pretermine e fortemente sottopeso il 1 maggio, Festa dei Lavoratori, sotto la Mole, da una famiglia comunista.
Della sua prima infanzia si ricordano gli appelli disperati della sua mamma e delle numerose zie: “Piero, mangia nèh cit!”. Solo il nonno, un vecchio sindacalista, lo difende dagli assalti delle donne di famiglia dicendo “Chi a l’é lest a mangé a l’é lest a travajé”. ( Chi é veloce a mangiare è veloce a lavorare).

La sua tata, una fervente cattolica, un giorno lo rapisce per farlo battezzare di nascosto, pensando a quegli atei senza Dio in famiglia. Anche il parroco, appena vede il piccolo gli dice: “Ma stellìn, come sei magro, non ti dà da mangiare la mamma?”

A scuola è fatto scherno dai compagni per la sua magrezza, lo chiamano balengo ciuciafurmije. Lui in realtà ha imparato infine a mangiare, e anche molto, ma non assimila.
Il più grande dolore della sua vita lo patisce a 10 anni, quando la mamma gli proibisce di andare in gita scolastica con i compagni a Trieste, temendo che la bora lo porti via.

Negli studi è sempre il primo, anche se a volte si addormenta in classe. Il maestro è convinto che la stanchezza e l’aspetto emaciato siano dovuti ad eccessivo studio e rimane molto colpito quando i genitori gli rivelano che veramente lui i compiti li sbriga sempre in cinque minuti.
Essi non sanno che ogni notte il nonno butta giù il ragazzino dal letto e lo costringe a leggere i “Grundrisse”, “Il Capitale” di Marx e ad imparare a memoria l’opera omnia di Engels. A lume di candela. Lui ha un sogno per il nipote: farlo diventare segretario del partito comunista.

La verità però è che Piero ha un sogno, diventare body-builder e grosso come Schwartzenegger e ogni pomeriggio scappa di nascosto in una lontana palestra di Chivasso dove si distrugge con i pesi e ingurgita beveroni a base di aminoacidi. Senza alcun risultato, però. Nonostante le dozzine di uova, le bistecche alla tartara e i frullati di maionese, non mette su un etto di muscolo.

Un triste giorno il suo segreto viene scoperto. Di fronte ai familiari riuniti gli viene posto l’aut-aut: o studi da segretario comunista o con noi hai chiuso. Piero, che in fondo è un buono, accetta molto a malincuore…

Anche adesso che è segretario dei DS, nonostante non lo dia a vedere, le Feste dell’Unità lo mettono un po’ a disagio e il sigaro di Diliberto, ma forse anche il resto di Diliberto, gli provoca una fastidiosa tosse nervosa. Appena può si chiude nel suo ufficio a Botteghe Oscure, fa dire alla segretaria che non c’è per nessuno e accende il lettore DVD. “Conan il barbaro” gli strappa sempre una lacrimuccia finale.

Silvio Berlusconi nasce con la camicia da una covata della gallina dalle uova d’oro in un ridente paesino della Brianza. Fin da poppante dimostra spiccate qualità di latin-lover. Fa arrossire spesso la tata che gli racconta le favole la sera, mettendogli una manina sulle tette. A due anni sa già tutto della compravendita immobiliare, e visto che non smette di cercare di convincere i suoi genitori ad acquistare un intero lotto di terreno non edificabile a Paderno Dugnano, accusandoli di non essere abbastanza ottimisti, essi meditano segretamente di darlo in adozione in Patagonia. Ma Silvio è furbo, trova sempre una scusa per evitare di seguire i genitori all’aeroporto.

A sei anni, mentre sta andando a scuola, a causa della piccola statura, viene rapito da un Circo itinerante rumeno. Silvio si rende subito simpatico e dimostra di avere il piglio del comunicatore. A 18 anni convince l’impresario ad affidargli un numero e, assieme al suo gruppo “Le Bandane Volanti” miete un successo dopo l’altro in ogni parte del mondo.
Il domatore di leoni, un livornese rosso come un estintore, figlio naturale di Bakunin e discendente diretto di una cugina di Rosa Luxemburg, invidioso di lui, non perde occasione di fargli i dispetti e lo chiude ogni notte a tradimento nella gabbia delle belve. Ma Silvio, con le sue arti di seduttore, sera dopo sera convince i leoni a fondare un partito politico per difendersi dai comunisti e induce la donna cannone a liberarlo con promesse di amore eterno.

Fuggito dal circo per evitare il matrimonio con la corpulenta collega, si rifugia nel villaggio dei Puffi, dove viene subito preso a ben volere dal Grande Puffo che lo inizia all’antica arte del muratore.
Poi l’illuminazione. Un giorno, passando casualmente da Segrate incontra il suo antico persecutore che, divenuto un rapper di successo gli “chiede un cinque” in segno di pace. Silvio invece decide di vendicarsi e lo getta in un canale di irrigazione. Quella stessa sera nella sua cameretta, cogliendo i vari segni del destino e con la benedizione del Gran Maestro dei Puffi, decide di fondare la sua prima televisione: Canale 5.

P.S. Bisogna spiegare il senso della cartolina e raccontare come finì la storia:

A 60 anni Silvio è ricco sfondato, si è sposato 6 volte e ha 47 figli. Grazie a qualche aiutino degli amici possiede 50 televisioni, 87 giornali, 5 squadre di calcio, calcetto e calciobalilla, è presidente del Milan e si annoia molto. Ricordandosi di come aveva ammansito i leoni del circo pensa di scendere in politica e anche lì è un successo. Diviene presidente del consiglio due volte ma deve fare i conti con l’invidia dei comunisti, che tramano per liberarsi di lui.
Una sera, nella sua villa in Sardegna, quella con la riproduzione della diga di Assuan, mentre intrattiene gli amici con canzoni napoletane, un ignoto ospite mascherato lo convince a rifare il vecchio numero della valigia, uno dei suoi più grandi successi. Silvio è generoso e ha bevuto un po’ e accondiscende. Non fa in tempo a dire: “Ma cribbio, non c’è aria qui dentro!” che la valigia viene imbarcata su un volo diretto Olbia-Kathmandu.
Da allora di lui si perdono le tracce ma pare che, di recente, il suo fido amico Emilio abbia ricevuto una cartolina con la seguente dicitura:
Caro Emilio, scusa se non mi faccio vivo spesso, ma da quando mi hanno riconosciuto come la vera reincarnazione del piccolo Buddha non ho molto tempo per scrivere. Non ho dimenticato i miei amici e la politica. Io e Marcello stiamo pensando di fondare un partito perché anche qui è pieno di comunisti che vogliono toglierci la libertà. Abbiamo già il nome, “FORZA NEPAL”, che ne dici?
Dai un bacio a Bondi,
sempre tuo,
Silvio
.”

Daniele Capezzone nasce già con la barba da una cellula staminale embrionale abbandonata sugli scalini di una chiesa in una notte di luna piena, ad Halloween.
Fin da infante dimostra spiccate qualità dialettiche. Fa addormentare spesso la tata la sera, raccontandogli le storie delle mirabolanti battaglie civili di Emma Bonino. A due anni sa già leggere, scrivere, far di conto e calcolare la partita doppia, e visto che non smette di riprendere i suoi genitori su qualunque cosa, accusandoli di non essere abbastanza liberali, essi meditano segretamente di portarlo nel vicino bosco e abbandonarvelo. Ma Daniele è furbo, ha le tasche piene di molliche di pane e trova sempre una scusa per evitare di uscire con loro…

A sei anni va a scuola ma sapendo già tutto e pretendendo di sostituirsi al maestro lo mettono in un’aula tutta per lui, assieme ad un ragazzo caratteriale, figlio di un anarchico livornese e della segretaria della sezione Mirafiori del PMLI. Regolarmente picchiato dal compagno, che ama particolarmente brandire il pestacarne, sviluppa un certo anticomunismo viscerale. Poi, viste le sue condizioni (sembra un puffo tutto blu), il direttore, mosso a pietà, lo mette assieme agli altri bambini.
Daniele si rende subito simpatico e dimostra di avere il piglio del leader. L’ultimo giorno di scuola, il maestro saluta i bambini e augura loro buone vacanze. Daniele alza la manina sudata e dice con voce ferma: “Signor Maestro, si è dimenticato di darci i compiti per le vacanze.”

Miracolosamente sopravvissuto fino all’adolescenza, fugge di casa per evitare il seminario e si rifugia nell’ambasciata americana, dove viene subito preso a ben volere da alcuni esuli cubani e dall’ambasciatore che lo inizia alle teorie neocon.
Poi l’illuminazione. Un giorno, passando casualmente da via Torre Argentina incontra il suo antico persecutore che, divenuto frate trappista, gli porge una rosa in segno di pace. Daniele invece decide di vendicarsi e gli sferra un pugno.
Quella stessa sera nella sua cameretta, cogliendo i vari segni del destino e con la benedizione degli esuli cubani, decide di diventare il più giovane segretario radicale del mondo.

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Simpaticamente citato sul sito de La Rosa nel Pugno

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