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vignetta di Artefatti
“Io non ho mai detto che l’Inter dovesse essere campione d’Italia. La decisione di assegnare lo scudetto è stata di Guido Rossi. Il commissario ha fatto il massimo per tutelare il calcio italiano. Poi, non so se era veramente convinto che l’Inter meritasse il titolo”. (Gerhard Aigner, uno dei tre saggi della FIGC)

Ora ne parla Dagospia (e quindi sta veramente arrivando la bufera) ma, non faccio per vantarmi, è dal 2009 (e da prima ancora nel vecchio blog) che lo dico e che parlo di questo conflitto di interessi:

“Rossi però, oltre ad essere tifoso interista, è stato effettivamente nel consiglio d’amministrazione del club di via Durini dal 1995 al 1999, nella prima fase dell’era Moratti. Ha elargito i suoi preziosi consigli riguardo al contratto di Ronaldo ma non solo; ha rappresentato Inter, Milan e Juventus nella guerra per i diritti televisivi scatenata dalla Fiorentina e dal consorzio Calcio Italia. E pensare che Diego Della Valle per un certo periodo era stato anche lui nel CdA dell’Inter. Pare che la ruggine con Rossi risalga a quell’epoca.
Quando è diventato commissario straordinario della Figc, all’onorevole di Forza Italia Paniz che gli aveva chiesto conto del possibile conflitto di interessi, come ex componente del CdA dell’Inter, Rossi ha replicato: ‘Il fatto che io sia stato per un brevissimo periodo [quattro anni, estkz] nel Cda dell’Inter e che io sia amico personale di Massimo Moratti non c’entra niente. Moratti da quando ho assunto questo incarico per la sua estrema delicatezza non mi ha più neanche telefonato…’
P.S. Paniz? Paniz… quello lì?

Ho un unico dubbio: basteranno ottantamila posti per gli islamici (rigorosamente integralisti) in arrivo a Milano? Temo di no.

Ieri, per un “Maroni Assassino” vergato su un cartello, l’italiano dei valori Zazzera ha avuto due giornate di squalifica. Gli insulti tra avversari normalmente si sanzionano con l’espulsione e una giornata di squalifica.
Qualche giorno fa invece il ministro La Russa sfancula in piena azione di gioco il presidente della Camera, cioè l’arbitro, e riceve per sanzione solo un richiamo, un buffetto. Normalmente, per una grave ingiuria rivolta all’arbitro c’è il cartellino rosso e da due a tre turni di squalifica.  
Ad ogni modo, una settimana dopo il La Russa graziato vola a Milano (con un aereo di stato?) per vedere l’Inter prendere 5 palle 5 in casa dallo Schalke 04 (Champions, auf wiedersehen).
Più della sudditanza psicologica poté la giustizia divina.
La Spagna calcistica è campione del mondo e la nazione ha dimenticato le sue divisioni, che non sono da poco, basti pensare alle questioni basca e catalana, per stringersi attorno al suo team vincente, il che significa anche poter andare in visita da un re molto informale in informale maglietta. Gli spagnoli sono vincenti in moltissime discipline sportive e prima o poi bisognerà chiedersi cosa c’è nell’aria che respirano tanti campioni, da Rafa Nadal alle Furie Rosse fino a Fernando Alonso, Jorge Lorenzo, Daniel Pedrosa e gli assi del ciclismo. Io un’ideuzza ce l’avrei. Si chiama democrazia.
Non che la democrazia sola produca campioni sportivi. Anche le dittature in passato ne hanno sfornati, basti pensare alle mostruose ginnaste rumene o alle nuotatrici della Germania Est, molte di queste morte in seguito alle cure ormonali subite per pomparle come degli omini michelin. Però alle Olimpiadi razziste di Berlino di Adolf Hilter vinse il nero Jesse Owens.
Per essere orgogliosi di giocare o correre per una nazione, comunque, bisogna esserne fieri, bisogna sentire di appartenervi.

Nel caso specifico, usciti da una lunghissima dittatura anche se ha molto tempo oramai, gli spagnoli sono ancora in fase di innamoramento con la democrazia ritrovata, la bramano e la ricoprono di attenzioni. E’ una di quelle relazioni felici che durano nel tempo. E’ un sentimento positivo che si ripercuote anche sulle vittorie sportive.
Altri paesi, come il nostro, tanto per citarne uno a caso, trattano invece la democrazia come una vecchia moglie sfiorita delle cui sorti non ce ne può fregare di meno. Non è neanche disamoramento, è proprio ostilità, desiderio che crepi prima possibile. Perchè quindi faticare tanto per questa vecchia babbiona dell’Italia?

Nel giorno della finale dei campionati del mondo sudafricani ho visto l’ultimo film di Clint Eastwood, “Invictus”, ovvero “l’invincibile”, apologo dello sport come potente mezzo per riunificare le nazioni, squisito atto d’amore per la democrazia ed inno alla politica lungimirante del Leader con la elle maiuscola, qui il Nelson Mandela appena eletto presidente del Sudafrica.

Nel 1995 Mandela è desideroso di far superare al suo popolo il trauma dell’apartheid cercando qualcosa che unisca bianchi e neri in una vera rinascita nazionale e trova il modo di concretizzare la sua visione negli imminenti campionati del mondo di rugby e nel riscatto della squadra tradizionalmente simbolo dell’apartheid, gli Springboks. Squadra di tutti bianchi ed un solo nero, regolarmente fischiata a sangue dai neri anche quando rappresentava il Sudafrica in ambito internazionale; compagine in crisi e dalla voglia di vincere ormai spenta, il cui capitano sarà letteralmente illuminato dall’incontro con l’anziano leader, sì da trovare la forza di riscattare l’onore della squadra e ritrovare la voglia di vincere. Anzi di sbaragliare ogni avversario con un coraggio da spartani alla battaglia delle Termopili. Con la differenza che qui non vincerà Serse ma Leonida.

Sappiamo fin dall’inizio, anche perchè si tratta di una storia vera, che l’idea di Mandela sarà vincente e gli Springboks annienteranno in finale i mitici AllBlacks nonostante la spaventosa forza evocativa della haka propiziatoria dei neozelandesi e una quasi disperante disparità di forze.
Il finale è certamente scontato ma il film serve a spiegarci cosa rende una squadra vincente e una nazione vittoriosa anche in condizioni difficili, siano queste una faticosa riunificazione o una crisi economica.

Pensando agli ultimi mondiali ed alla figura cacina rimediata da noi, pur camponi del mondo laureati sotto il cielo azzurro di Berlino se ci lasciamo ispirare da Clint è facile capire perchè siamo stati cacciati fuori al primo turno.
Non siamo una nazione unita, tanto per iniziare. Abbiamo la peste leghista che rema contro, che tifa contro, il trota-beota che annuncia che tiferà per una fantomatica nazionale Padana invece che per i campioni del mondo italiani.
Siamo una nazione divisa. Ricchi contro poveri, berlusconiani contro antiberlusconiani e lui, il presunto leader è uno che in qualsiasi altro paese sarebbe associato alle patrie galere per attentato alla Costituzione ed all’unità nazionale. Uno che se ne frega perfino della sua squadra di famiglia, che la lascia agonizzante in mezzo al campo, vittima anch’essa della sua ossessione ormai monotematica di distruggere tutto, in Attila mode, pur di salvarsi il culo da processi che sa benissimo saranno inevitabili come il giorno del giudizio.

Berlusconi è uno che come apre bocca divide, crea steccati, apre crepacci che separano interi settori della società. E’ profondamente antidemocratico e, cianciando d’amore, sparge odio come un Canadair sopra un incendio boschivo. C’è qualcosa di profondamente etico nel fatto che il destino ha voluto non potesse pavoneggiarsi con la coppa del mondo. E’ giusto. Lasciamo pure che blateri millantando un suo merito inesistente nella vittoria spagnola. Ormai conosciamo i termini del delirio.
Eh si, l’Italia non aveva proprio i requisiti per spingere una squadra alla vittoria. Una nazione a pezzi in balìa di una banda di criminali può sperare solo in un intervento della divinità in persona.
Cannavaro è un grande capitano ma purtroppo, parlando di anziani leader, non ha trovato un Mandela a consigliarlo, ma solo un Berlusconi qualsiasi.

Essù, che volete che sia, siamo stati sbattuti fuori dai Mondiali al primo turno. Noi, i Campioni del Mondo gridato quattro volte, quelli del cielo azzurro sopra Berlino, di Materazzi, un anziano difensore, capocannoniere e della capocciata di Zinedine al suddetto che manda la Francia sotto la doccia.
E, pensate, “non-succedeva-dal-1974” hanno belato agonizzanti i fanatici delle statistiche, quei portasfiga che, appena un minuto prima, avevano detto appunto che era impossibile non passare il turno visto che dal 1974 non venivamo sconfitti. Possinammazzalli.

Ma poi perchè, pensavate che avremmo combinato qualcosa con quella squadra? Quando si gioca alla pene di cane, sempre con il solito schema: Zambrotta che va giù sulla fascia, crossa in area dove attende Cannavaro vestito da San Gennaro che ci deve fare la grazia, più un paio di attaccanti che sperano sempre che la palla caramboli loro sui piedoni di balsa, tutti marcati a francobollo da tre o quattro avversari misura armadio quattro stagioni che regolarmente intercettano la palla per manifesta superiorità fisica, cosa volevate di più?

In questi casi sono stupende le giustificazioni che vengono accampate da chi non è capace di dire “abbiamo fatto schifo, è giusto così” ma vogliono spiegarci il motivo della sconfitta. Per primi i giocatori, quando dicono: “Sentivamo la responsabilità”, “Eravamo terrorizzati”.
Grazie al cazzo, se queste signorine avessero dovuto sbarcare ad Omaha Beach con i crucchi che gli tiravano addosso, chissà…
E’ qui che si vedono gli attributi di una nazione e le palle dei suoi abitanti maschi. A questi miliardari in tacchetti, alla prima avversità, è scappata la responsabilità all’improvviso, con il sudorino freddo, e se la sono fatta addosso.

Ho sentito telecronisti tirare in ballo la sfortuna (e vabbé, un classico che si porta su tutto), l’altitudine (1600 metri, hai detto l’Annapurna), la stanchezza (ziobò, non per essere banali, ma con quello che guadagnano…). Non ho sentito nessuno nominare una “distrazione da vuvuzela”, peccato, non ci sarebbe stata male.
Per fortuna non abbiamo dovuto lamentarci dei soliti errori arbitrali, non ce n’è stato neppure bisogno, dell’arbitro ostile. E’ stato un suicidio collettivo tipo Guyana, tipo Reverendo Jones.
Con Lippi che sorbisce l’amaro calice per ultimo, dichiarando sorprendentemente di “assumersi tutte le responsabilità” della débacle. Davvero, è talmente raro che qualcuno in Italia si assuma delle responsabilità che la cosa sembra quasi sospetta. Abbiamo dovuto riascoltare la dichiarazione più volte, perchè non potevamo crederci.

I leghisti avevano detto che l’Italia avrebbe comprato la qualificazione. Qualcosa tipo la famosa partita sospetta con il Camerun, ricordate?
Come al solito i legaioli mancano di fantasia. Non scherziamo, questa Italia sembrava tutt’altro che una potenza calcistica che corrompe le schiappe per vincere e consolidare il suo predominio. Sembrava invece una squadra pagata per perdere. In fondo, al nostro calcio, mancherebbe solo questo.

Ha ragione Marco Travaglio. Dobbiamo lasciarlo lavorare, il piccoletto, perchè sta scavandosi la fossa da solo e ormai è arrivato ai fatidici six feet under.
Un Berlusconi sotto osservazione da parte di numerosi poteri forti internazionali per le sue tendenze autoritarie e le minacce alla libertà di stampa che fa? Va a Parigi e cita Mussolini, sottilmente paragonandovisi e lamentando che “i capi di governo non hanno potere”. Parla di gerarchi, di cavalli, neanche fosse Caligola, insomma un delirio totale ed ormai irreversibile. Si può pensare che se il prossimo 25 luglio Fini e Bocchino non lo faranno cadere durante un Gran Consiglio dei Ministri, ne farà una malattia.
Non abbiamo visto le facce di chi lo ascoltava durante il vertice parigino dell’OSCE ma possiamo immaginarle simili a quella dell’impietrito Gianfranco Fini all’epoca dello Schultz-suggerito-nel-ruolo-di-Kapo nella famosa guittata in “chiacchiere&distintivo mode” di Strasburgo.

La cosa incredibile comunque è che abbia scelto, come fonte della sua citazione odierna, i “diari di Mussolini”. Diari sbandierati tempo fa da Marcello Dell’Utri come una grande scoperta storica e in seguito bocciati come falsi clamorosi dagli esperti. Non si accontenta più delle sue, di bugie, utilizza anche quelle altrui, raccatta le cicche.

Il suo rapporto con la menzogna è a dir poco cosmico. Giorni fa ha inanellato una sequela di balle sull’operato del suo governo che ad un certo punto il naso ha sfondato la vetrata.
Durante un incontro con la Lega ha affermato che “con me tecnico il Milan sarebbe campione” e “Avrei vinto lo scudetto con 5-6 punti di vantaggio”.

Non è che al Real lo vorrebbero al posto di Mourinho? A me, come premier, al suo posto, andrebbe benissimo anche Leonardo.

E’ dura dover dar ragione a Daniele Capezzone ma oggi mi tocca pure questo.
Da simpatizzante romanista anch’io ritengo che la partita di ieri sera tra Inter e Lazio sia stata una cosa vergognosa sulla quale bisognerà indagare a fondo, compreso il comportamento della tifoseria organizzata sugli spalti. Altrimenti non chiamiamolo più calcio ma materia organica anfibia comunemente detta merda.
Ad ogni modo, prima o poi, la banda degli onesti pagherà tutto e pure con gli arretrati. Non ho fretta. Vado a sedermi sulla riva del fiume.

Questa volta è toccato ad un allenatore di calcio fare la parte del bambino che vede l’Imperatore nudo. Siamo in attesa che rotoli anche la sua testa.

Omaggio al grande disegnatore satirico Attalo (1894-1986)


“Su Kaka’ non e’ stata presa ancora nessuna decisione. Io ero impegnato in campagna elettorale quindi ho chiesto che Kaka’ e Galliani non assumessero nessuna decisione prima della possibilita’ di stare con me a una cena, cosa che accadra’ probabilmente lunedi’ sera” (Silvio Berlusconi, 4 giugno 2009)

Kakà, lo stesso giorno, smentisce Berlusconi dal Brasile e annuncia: “Vado al Real. La trattativa e’ quasi chiusa. So che andro’ a Madrid e sono molto contento. (Quotidiano Net, 4 giugno)
Oggi il Corriere conferma che l’accordo di massima con il Real per la cessione di Kakà risale a maggio e rivela che anche la millantata telefonata di Papi a Kakà per pregarlo di restare era una bugia. Il Real Madrid ha ufficializzato proprio ieri l’acquisto dell’attaccante brasiliano.

Per carità, da che calcio è calcio sono i giocatori migliori che se ne vanno. Le società comprano e vendono i loro branzini come sul banco del pescivendolo prediligendo i centravanti dall’occhio brillante e i difensori dalle branchie rosse. La robetta di paranza fa solo varietà per il brodetto.

Questa storia fa rabbia a chi, come la sottoscritta, ha un lontano passato milanista, una trascorsa sincera ammirazione proprio per il Milan di Sacchi e Berlusconi e delle Coppe dei Campioni raccolte a mazzetti e che quindi può immedesimarsi nella delusione dei tifosi rossoneri. Questa storiaccia fa rabbia però anche e soprattutto per il contesto extracalcistico.

Cacchio, questi qui (Papi, Pierpapi, la Papessa con le tette finte e Galliani nel ruolo di sé stesso) vendono il giocatore più amato, Riccardino bello, fanno finta che sia solo una questione di grettezza ed avidità del Riccardo stesso, millantano cene e telefonate per implorarlo di restare, incolpano gli arabi, i comunisti, il maltempo e la congiunzione Urano-Saturno della cessione di Kakà e, non contenti, impongono ai media il silenzio, una sorta di silenzio calcistico-elettorale, per impedire che l’ira milanista si manifesti sulle schede elettorali? Ma dove siamo?
Nonostante ciò, due punti e mezzo percentuali in meno di preferenze sarebbe costata a Berlusconi la cessione di Kakà. Anzi, diciamo meglio, la continua ridda di menzogne sulla cessione.

In questi giorni si è visto materializzarsi ancora una volta il gap che esiste tra televisione e realtà. In televisione, lo si diceva prima, silenzio assoluto tra sabato e lunedì su un argomento da prima pagina di cronaca, seppure frivola come quella calcistica. Totale servilismo dei media alla volontà di Papi di parare il danno d’immagine negando la realtà.
Lunedì poi, come se niente fosse, e con la giusta espressione anale: “Ah si, giusto, il Milan ha ceduto Kakà al Real”.

Chi invece ha seguito i forum milanisti e, in generale, il mondo della Rete, nei giorni scorsi, si è reso conto che tutti avevano capito tutto e si sentivano giustamente inferociti per come veniva gestita la cosa, trattando i tifosi come fossero dei bambini o peggio, degli imbecilli.
Credo che il colpo di grazia e la causa primaria di quel 2,5% teorico di perdita di voti non sia stato dovuto alla vendita di Kakà ma alla sporcizia assoluta del silenzio mediatico asservito al padrone. Una cosa da vomito che si è giustamente ritorta contro chi l’aveva ideata. Una schifezza che ha visto il Real tenere bordone fino in fondo al satrapetto italiano. Quello che oggi si lamenta degli ingaggi miliardari dei giocatori e ieri spendeva e spandeva come una casalinga frustrata sguinzagliata in un centro commerciale con la carta di credito illimitata.
Chi ha rovinato il calcio importando interi containers di stranieri e pagandoli a peso d’oro ora dà la colpa al petrolio che bolle sotto i piedi degli arabi cattivi.

Amici milanisti, non siate tristi. Meglio dieci sceicchi e quaranta ladroni che un Berlusconi presidente: Papi, Pierpapi o Pierpapessa.
E se non foste ancora convinti, sarà pure una leggenda metropolitana molto popolare nei forum interisti, ma pare che Papi sia dalla nascita interista e che, essendogli stata negata la possibilità di acquistare l’Inter, abbia ripiegato, come seconda scelta, sul Milan.
Dopo la cessione di Kakà, comincio a credere che non sia affatto una leggenda.


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Omaggio al grande disegnatore satirico Attalo (1894-1986)


“Su Kaka’ non e’ stata presa ancora nessuna decisione. Io ero impegnato in campagna elettorale quindi ho chiesto che Kaka’ e Galliani non assumessero nessuna decisione prima della possibilita’ di stare con me a una cena, cosa che accadra’ probabilmente lunedi’ sera” (Silvio Berlusconi, 4 giugno 2009)

Kakà, lo stesso giorno, smentisce Berlusconi dal Brasile e annuncia: “Vado al Real. La trattativa e’ quasi chiusa. So che andro’ a Madrid e sono molto contento. (Quotidiano Net, 4 giugno)
Oggi il Corriere conferma che l’accordo di massima con il Real per la cessione di Kakà risale a maggio e rivela che anche la millantata telefonata di Papi a Kakà per pregarlo di restare era una bugia. Il Real Madrid ha ufficializzato proprio ieri l’acquisto dell’attaccante brasiliano.

Per carità, da che calcio è calcio sono i giocatori migliori che se ne vanno. Le società comprano e vendono i loro branzini come sul banco del pescivendolo prediligendo i centravanti dall’occhio brillante e i difensori dalle branchie rosse. La robetta di paranza fa solo varietà per il brodetto.

Questa storia fa rabbia a chi, come la sottoscritta, ha un lontano passato milanista, una trascorsa sincera ammirazione proprio per il Milan di Sacchi e Berlusconi e delle Coppe dei Campioni raccolte a mazzetti e che quindi può immedesimarsi nella delusione dei tifosi rossoneri. Questa storiaccia fa rabbia però anche e soprattutto per il contesto extracalcistico.

Cacchio, questi qui (Papi, Pierpapi, la Papessa con le tette finte e Galliani nel ruolo di sé stesso) vendono il giocatore più amato, Riccardino bello, fanno finta che sia solo una questione di grettezza ed avidità del Riccardo stesso, millantano cene e telefonate per implorarlo di restare, incolpano gli arabi, i comunisti, il maltempo e la congiunzione Urano-Saturno della cessione di Kakà e, non contenti, impongono ai media il silenzio, una sorta di silenzio calcistico-elettorale, per impedire che l’ira milanista si manifesti sulle schede elettorali? Ma dove siamo?
Nonostante ciò, due punti e mezzo percentuali in meno di preferenze sarebbe costata a Berlusconi la cessione di Kakà. Anzi, diciamo meglio, la continua ridda di menzogne sulla cessione.

In questi giorni si è visto materializzarsi ancora una volta il gap che esiste tra televisione e realtà. In televisione, lo si diceva prima, silenzio assoluto tra sabato e lunedì su un argomento da prima pagina di cronaca, seppure frivola come quella calcistica. Totale servilismo dei media alla volontà di Papi di parare il danno d’immagine negando la realtà.
Lunedì poi, come se niente fosse, e con la giusta espressione anale: “Ah si, giusto, il Milan ha ceduto Kakà al Real”.

Chi invece ha seguito i forum milanisti e, in generale, il mondo della Rete, nei giorni scorsi, si è reso conto che tutti avevano capito tutto e si sentivano giustamente inferociti per come veniva gestita la cosa, trattando i tifosi come fossero dei bambini o peggio, degli imbecilli.
Credo che il colpo di grazia e la causa primaria di quel 2,5% teorico di perdita di voti non sia stato dovuto alla vendita di Kakà ma alla sporcizia assoluta del silenzio mediatico asservito al padrone. Una cosa da vomito che si è giustamente ritorta contro chi l’aveva ideata. Una schifezza che ha visto il Real tenere bordone fino in fondo al satrapetto italiano. Quello che oggi si lamenta degli ingaggi miliardari dei giocatori e ieri spendeva e spandeva come una casalinga frustrata sguinzagliata in un centro commerciale con la carta di credito illimitata.
Chi ha rovinato il calcio importando interi containers di stranieri e pagandoli a peso d’oro ora dà la colpa al petrolio che bolle sotto i piedi degli arabi cattivi.

Amici milanisti, non siate tristi. Meglio dieci sceicchi e quaranta ladroni che un Berlusconi presidente: Papi, Pierpapi o Pierpapessa.
E se non foste ancora convinti, sarà pure una leggenda metropolitana molto popolare nei forum interisti, ma pare che Papi sia dalla nascita interista e che, essendogli stata negata la possibilità di acquistare l’Inter, abbia ripiegato, come seconda scelta, sul Milan.
Dopo la cessione di Kakà, comincio a credere che non sia affatto una leggenda.


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