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Ma avete visto bene la faccia di quest’uomo? Siamo governati da un mostro.
C’è qualcosa che lega i deliri oncologici antigiudici dell’illegale rappresentante agli applausi svergognati dei compagni di merende di Confindustria all’assassino seriale  di operai della Thyssen-Krupp, per giungere all’ex cavaliere Callisto Tanzi, degradato per indegnità, che non si capacita di come uno che ha truffato e rovinato economicamente 23.000 investitori possa trovarsi in galera.
Il filo rosso è l’idea che il ricco debba godere di una speciale impunità, di una sorta di esenzione dal peccato originale che lo renda immune da ogni rivalsa giudiziaria sui propri crimini. Nessuna pena è mai troppo lieve per chi si sente economicamente superiore agli altri, per chi si sente un sacerdote del Dio Denaro, dalla persona sacra ed inviolabile.
Questa idea di pretesa di impunità è insita in ogni ricco e ad ogni latitudine ma, a seconda del paese dove il crimine economico o penale viene commesso, esistono importanti differenze di tipo culturale e giuridico. Ci sono paesi come gli Stati Uniti, dove qualche traccia di etica protestante del capitalismo ancora rimane, che ad un  Madoff che ha truffato per 65 miliardi di dollari, anche se lui piange e si dispera, vengono comminati 150 anni di carcere e praticamente uscirà di galera solo con  i piedi in avanti senza che nessuno tiri in ballo le metastasi e i giudici di sinistra che puzzano. Tantomeno il capo dello Stato.
Da noi, nel bel paese che ha creduto al piazzista di Arcore per quindici anni e che lo ha eletto proprio perché era uno che aveva fatto i soldi con l’inganno e l’opportunismo, non certo per i suoi successi, visto che nonostante tutto rischiava di finire in galera se non fosse sceso in politica, l’idea di impunità per i ricchi sta cercando di diventare articolo costituzionale, legge dello Stato, quasi verità biblica.
E’ il retaggio medioevale di quando i signori e signorotti godevano di una sostanziale licenza di peccare, uccidere e opprimere tutto il resto della popolazione, incluso il diritto allo ius primae noctis, che si è trascinato nei secoli fino a noi e che ci costringe a rimanere un paese profondamente arretrato ed antimoderno.
L’impunità medioevale del ricco che si lega con il rampantismo del moderno capitalismo sociopatico della finanza che tutto arraffa in nome del profitto allo stato puro e con il modo di produzione ultra-asiatico fondato sullo schiavismo crea un mix devastante che, nonostante tutti i buoni propositi di facciata, compreso il fatto di chiamare “riforme” lo sfruttamento, fa bagnare i perizoma alle Confindustriali. 
E’ un tipo di capitalismo all’ultimo stadio, metastatico appunto, perché alla fine divorerà sè stesso, che può avere solo la faccia chirurgicamente modificata e dal colorito giallo da salma truccata male dell’ormai mostruoso Dorian Gray del Consiglio.
Se Atene piange, Roma non ride ma non si deve sapere. Dietro alla stizza del nano nei confronti delle agenzie di rating credo ci sia, più che l’interrogativo se siano veramente credibili i loro conteggi, la paura che qualcuna di esse metta a nudo l’incompetenza economica del suo governo che, per tamponare la crisi, non risulta abbia ancora fatto nulla di importante e quindi, di rincalzo, esponga al pubblico ludibrio la sua ignavia come premier bravo solo a difendere i propri di interessi. Dopo le procure, ecco a voi le agenzie di rating politicizzate.
Intanto quelli rubano e si fanno gli appartamenti, la Lega è ormai un poltronificio e noi italiani confidiamo nello stellone e nel nostro proverbiale culo, come al solito.

Ad ogni modo la domanda del nano sull’attendibilità delle agenzie di rating può essere lo spunto per una serie di riflessioni che partono da chi è assolutamente incompetente in materia di macroeconomia ma ha conservato un po’ del vecchio sano intuito del contadino.

Per prima cosa una mera curiosità: chi cazzo sono, fisicamente, materialmente, quelli delle agenzie di rating che sono in grado di decidere delle sorti di interi popoli appena uno dei loro maledetti indici si sposta? Chi è che va a controllare in seguito quelle cifre? Perchè ci fidiamo ciecamente di loro e lasciamo che milioni di persone perdano il lavoro e la libertà (perchè perdere il lavoro è un attentato alla libertà personale) come fosse un qualcosa di ineluttabile?

Chi sono? Sono gli stessi speculatori che provocano disastri finanziari a catena tanto poi c’è chi dice che “non c’è altro modo possibile di gestire il libero mercato che questo, quindi rassegnatevi”?
Sono gli stessi che, mentre i popoli immiseriscono, fanno fare la spaccata alla famosa forbice tra ricchi e poveri, tanto loro stanno dalla parte dei ricchi sempre più ricchi?
Sono quegli economisti che insistono con l’assurda e maledetta “crescita”, facendo credere che il benessere possa essere un valore esponenziale, quando non lo è affatto perchè è legato alla disponibilità delle risorse energetiche limitate?
Sono gli economisti secondo i quali il lavoro garantito e fisso è un valore aggiunto solo all’interno della fottutissima casta cialtrona che rappresentano, quindi vale per i loro parenti, figli, baldracche, eunuchi, concubine ed altra fauna imperiale ma non per i lavoratori extracastali?
Sono i banchieri o peggio, i finanzieri, quelli che prendono il frutto del duro lavoro dell’economia del produrre cose concrete e lo bruciano in un lampo per i loro maledetti giochi d’azzardo borsistici basati sul virtuale e che poi dicono:” Oops, oggi abbiamo bruciato 10 miliardi di dollari, peccato. Ritenta e sarai più fortunato.”

Sono gli stessi che decidono che “C’è la crisi”, così imprenditori di varia paranza possono tranquillamente utilizzare l’alibi per, che ne so, delocalizzare all’estero, licenziare personale, portare i libri in tribunale senza che nessuno vada a controllare se queste azioni siano veramente motivate? Ma come, eppure ne vendevi a carrettate delle tue calze. “Si però c’è la crisi, vado in Serbia, che mi frega?”

A quel punto io avrei un’ideuzza. Come è stato dimostrato da tempo, non è il prodotto che conta ma il logo. Il vero valore di mercato oggi è il brand, il marchio, non la qualità del prodotto, anche perchè ormai tutto è Made in China. La differenza è che alcune fabbriche cinesi si sforzano di utilizzare materiali a norma per il prodotto d’alta fascia e con il logo, mentre con la merda di scarto producono il jeans da tre euro che ti tatua in maniera permanente le gambe di blu e che è riservato alla plebaglia extracastale.
Allora, se è il marchio che conta, se tu fino ad oggi hai utilizzato il marchio “OMSA” o “Golden Lady” producendo le calze in Italia, se vuoi andare a produrre in Serbia per risparmiare ed aumentare i profitti, io ti impongo di commercializzare questo prodotto con un marchio alternativo, “Calze Curva”, per esempio. Sai che successo tra le badanti dell’est?
Oppure paghi un dazio sulla merce che produci all’estero e che vuoi commercializzare in Italia e magari vendere alle stesse donne che hai lasciato in mezzo ad una strada assieme alle loro famiglie. Se vuoi utilizzare dei marchi Italiani rinomati e già consolidati sul mercato italiano da anni di marketing, devi produrre le calze in Italia. Lo so che è l’antica ferraglia del dazio ma vuoi vedere che il logo potrebbe diventare un’arma di difesa per gli interessi dei lavoratori, in questo caso?

Siccome questo capitalismo fallimentare v.1 è in cima ad una discesa con i freni rotti, l’alternativa, signori miei, invece di continuare a schierare i vostri sbirri in tenuta antisommossa contro chi diventerà sempre più incazzato, ad Atene come in altri paesi, perchè dovrà pagare un prezzo troppo lato per colpa di chi invece se la ride al sicuro di qualche conto cifrato alle Cayman, è cominciare a farci divertire a bowling con qualche testa di speculatore.
Saranno da qualche parte, dio svizzero, in qualche resort, beauty farm, casino d’alto bordo o ristorante a gozzovigliare, i bastardi. Se proprio il bowling non vi garba o vi sembra eccessivamente gore, mandateli a cogliere pomodori a cinque euro al giorno, a pulire culi di vecchi nelle R.S.A., a battere sull’Adriatica.
Tra un po’ non saranno più soltanto i vostri black bloc aviotrasportati per l’occazione in ogni piazza bollente per delegittimare la protesta popolare, a fare casino. Saranno i cari vecchi forconi.

Cartello inalberato dai manifestanti a Wall Street contro i profittatori di Borsa. Un invito a “saltare”, come i protagonisti della crisi del 1929.

E’ veramente possibile che interi paesi stiano per “fallire” (addirittura la prospera Austria) mentre il Re Nano insiste nel dire che la crisi non è una cosa seria e si può iniziare tranquillamente a sperperare denaro pubblico per costruire le Piramidi, la Grande Muraglia e il Ponte sullo Stretto?
E’ credibile questa crisi globale finanziaria che provocherà un olocausto economico gettandoci tutti sul lastrico (secondo le Cassandre della propaganda mediatica) mentre un minuto dopo, le stesse prefiche ci annunciano la lieta novella che il mercato del lusso è in crescita verticale e ci vengono proposte le ultime novità del Salone dell’Auto con le quattroruote più costose del mondo, sottintendendo che c’è chi si metterà in fila per comperarle?

Tutto ciò è molto strano e non so se si può interpretare come una manifestazione di pura incoscienza. Come quella di coloro che, mentre il Titanic stava già spezzandosi in due, continuavano a ballare e cantare.
Nella mia infinita ingenuità mi immagino che se crollasse un Paese intero perchè vanno a puttane finanza ed economia, anche i ricchi dovrebbero perdere soldi e andare in rovina. Fino a lanciarsi, come nel 1929, dai grattacieli. Patapunfete!
Invece, se il lusso propera, evidentemente c’è chi non è molto preoccupato. Non si ha neppure notizia di un aumento di prenotazioni di voli per le Cayman e gli altri paradisi fiscali per rischio di rivoluzione imminente.
Per chi non ha capitali accumulati e vive del proprio salario invece è diverso. C’è il panico di perdere il lavoro, di impoverirsi, addirittura di non riuscire a sopravvivere. La crisi è sulla bocca di chi appartiene ai ceti medio-bassi. E’ come essere tornati alla paura della peste.

Questa crisi è un fenomeno proteiforme, che ha tutte le caratteristiche del classico spauracchio. A volte sembra che ci sia già, altri giorni dicono che non è ancora arrivata ma arriverà.
Cos’ha detto però Berlusconi? Che la crisi non è così drammatica, che i media esagerano. Uno che afferma ciò può essere o matto, o un incosciente oppure qualcuno che la sa lunga.

Premesso che hanno fatto due guerre basandosi su balle clamorose, che l’Undici Settembre potrebbe essere stata la truffa politico-terroristica del secolo, giusto per esagerare e andare sull’hard della provocazione: la crisi è reale o è una trovata per allargare ancora di più la forbice tra plutocrazia e democrazia?
Faccio un esempio pratico: se si sparge la voce che c’è crisi, tutti i giornali ne parlano e il tam tam corre tra la gente comune come un virus:”c’è la crisi”, “è colpa della crisi”, “eh, la crisi!”, non rappresenterebbe questo l’alibi perfetto per le aziende per LICENZIARE? Cosa che si struggono di fare continuamente ma che, se non vi sono motivi gravi per giustificarlo, con l’Articolo 18 e le altre leggi di tutela del lavoro che lo impediscono, gli risulta impossibile? Se c’è la Crisi chi può più accusarli di liberarsi con poco sforzo di manovalanza in surplus? Sei licenziato perchè c’è la crisi. Ma la crisi c’è veramente?
Chi controlla poi veramente i bilanci? Chi controlla che i fondi risparmiati sulla forza lavoro non vengano poi reinvestiti, segno che i soldi ci sono e non mancano come si vorrebbe far credere?

Un’analisi particolarmente dettagliata e illuminata della crisi “peggiore di quella del 1929” l’ha compiuta Michael Parenti in questo articolo, tradotto su Comedonchisciotte, del quale vi propongo alcuni stralci, lasciandovi il link per leggerlo integralmente sul sito.

Dopo aver descritto il contrasto in America tra Plutocrazia e Democrazia, un concetto caro anche a Gore Vidal, Parenti compie un’acuta disamina delle cause dell’attuale congiuntura mondiale partendo da una critica al capitalismo:

“I capitalisti privati non incoraggiano la prosperità più di quanto non propaghino la democrazia. La maggior parte del mondo è capitalista, e la maggior parte del mondo non è né prospera né particolarmente democratica. Basti pensare alla Nigeria capitalista, all’Indonesia capitalista, alla Thailandia capitalista, alla Haiti capitalista, alla Colombia capitalista, al Pakistan capitalista, al Sud Africa capitalista, alla Lettonia capitalista, e vari altri membri del Mondo Libero – o più precisamente il Mondo del Mercato Libero.
Una popolazione ricca, politicamente colta e con alte aspettative riguardo i propri standard di vita e un forte senso dei propri diritti, che spinga per ottenere migliori condizioni sociali, non corrisponde alla nozione plutocratica di manodopera ideale e di gestione flessibile. Gli investitori privati preferiscono un popolazione povera. Più sei povero, più duro lavorerai – per ottenere di meno. Più sei povero, meno sei equipaggiato per difenderti dagli abusi della ricchezza.
Nel mondo industriale del ‘libero mercato’, il numero di miliardari sta crescendo sempre più velocemente mentre il numero delle persone che vivono nella povertà sta aumentando ad un ritmo più veloce della crescita della popolazione mondiale. La povertà si diffonde mentre la ricchezza si accumula.”

Venendo all’attualità, ecco come Parenti interpreta le ultime megafrodi finanziarie.

“Nel disastro del 2008-2009 il surplus finanziario crescente ha creato un problema per la classe ricca: non c’erano abbastanza opportunità per investire. Trovandosi con più soldi del previsto, di cui non saper cosa fare, i grandi investitori hanno convogliato immense somme in mercati degli immobili inesistenti e in altre avventure sospette, un miscuglio di hedge funds, derivati, credit default swaps, prestiti rapaci e via dicendo.

Tra le vittime ci sono stati anche altri capitalisti, piccoli investitori e i moltissimi lavoratori che hanno perso miliardi di dollari di risparmi e pensioni. Probabilmente il principale brigante è stato Bernard Madoff. Descritto come “un leader di vecchia data dell’industria del sistema finanziario”, Madoff ha gestito un fondo fraudolento, che ha rastrellato 50 miliardi di dollari da investitori benestanti, ripagandoli “con moneta che non esisteva”, dato che la metteva lui stesso. La plutocrazia divora il suo stesso bambino.

La crisi del 2008-2009 è causata da una cronica tendenza alla sovrapproduzione e all’iper-accumulo finanziario, così come diceva Marx? Oppure è il risultato della personale avarizia di persone come Madoff? In altri termini, il problema è individuale o proprio del sistema? In realtà, le due soluzioni non sono mutualmente esclusive.
Il capitalismo nutre i colpevoli e ricompensa i più scaltri e senza scrupoli tra di loro. I crimini e le crisi non sono risultati irrazionali di un sistema razionale, ma il contrario: sono conseguenze razionali di un sistema irrazionale e amorale. Peggio ancora, i conseguenti salvataggi multimiliardari fatti dai governi vengono convertiti in opportunità per saccheggiare. Non solo lo stato fallisce nel regolamentare il capitalismo, ma diventa esso stesso un rapinatore, prendendo vaste somme dalla macchina federale del denaro, salassando chi paga le tasse.”

Gli aiuti statali non risaneranno l’economia fintanto che chi ha provocato il disastro non sarà messo in condizione di non più nuocere:

“… l’operazione di salvataggio del 2008-2009 ha offerto un nutrimento record al tesoro pubblico. Più di 350 miliardi di dollari sono stati distribuiti da un fallimentare Segretario del Tesoro di destra alle maggiori banche e associazioni finanziarie – per non parlare dei più di 4000 miliardi che sono giunti dalla Federal Reserve.Sappiamo che i grandi banchieri hanno usato parte del fondo di salvataggio per comprare piccole banche e sostenere altre banche oltreoceano.
Amministratori delegati e altri dirigenti di alcune tra le principali banche stanno spendendo i soldi della salvezza in favolosi premi aziendali e sontuose vacanze alle terme. Allo stesso tempo, i maggiori beneficiari del piano di salvataggio come Citigroup e Bank of America hanno licenziato migliaia di impiegati, ponendo la domanda: perché, in primo luogo, veniva loro dato tutto quel denaro?

Mentre centinaia di miliardi sono stati distribuiti tra le persone che hanno causato tale catastrofe, il mercato immobiliare ha continuato ad afflosciarsi, il credito è rimasto paralizzato, la disoccupazione è aumentata, e il potere d’acquisto è sprofondato ai minimi storici.

In sintesi, il capitalismo industriale del libero mercato è di per sé un disastro in perenne pericolo di esplosione. La sua essenza è la trasformazione della natura vivente in montagne di comodità e delle comodità in mucchi di capitale morto. Se lasciato al suo destino, il capitalismo appioppa la sua ‘diseconomia’ e la sua tossicità al pubblico e all’ambiente naturale – e infine inizia ad auto-divorarsi.

L’immensa disuguaglianza del potere economico che esiste nella nostra società si traduce in una formidabile disuguaglianza di potere politico, che rende praticamente impossibile imporre delle regole democratiche. Se i paladini dell’America Industriale vogliono conoscere cos’è che realmente minaccia ‘il nostro stile di vita’, è il loro stile di vita, il modo di rubacchiare illimitatamente il loro stesso sistema, distruggendo le reali fondamenta su cui poggiano, la vera comunità di cui si nutrono abbondantemente.
(Traduzione a cura di MAURO SACCOL per http://www.comedonchisciotte.org )

Torno alla provocazione che ho lanciato all’inizio. E se fosse una crisi pilotata, con una base concreta ma un enorme cappello di propaganda usata come arma terroristica per mantenere la maggioranza della popolazione lontana da ricchezze che si vogliono tenere per sé? Vorresti il benessere ma non posso dartelo perchè c’è la crisi (ed io intanto mi strafogo).

La metafora del Titanic non è così sbagliata. Ricordate? Chiusero i poveri nelle cuccette di terza classe, di sotto, ad annegare come topi, mentre i ricchi lasciavano la nave sulle scialuppe. In numero appena sufficiente per loro.

http://www.youtube.com/v/HFFk1m5UbLY&hl=it&fs=1


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Cartello inalberato dai manifestanti a Wall Street contro i profittatori di Borsa. Un invito a “saltare”, come i protagonisti della crisi del 1929.

E’ veramente possibile che interi paesi stiano per “fallire” (addirittura la prospera Austria) mentre il Re Nano insiste nel dire che la crisi non è una cosa seria e si può iniziare tranquillamente a sperperare denaro pubblico per costruire le Piramidi, la Grande Muraglia e il Ponte sullo Stretto?
E’ credibile questa crisi globale finanziaria che provocherà un olocausto economico gettandoci tutti sul lastrico (secondo le Cassandre della propaganda mediatica) mentre un minuto dopo, le stesse prefiche ci annunciano la lieta novella che il mercato del lusso è in crescita verticale e ci vengono proposte le ultime novità del Salone dell’Auto con le quattroruote più costose del mondo, sottintendendo che c’è chi si metterà in fila per comperarle?

Tutto ciò è molto strano e non so se si può interpretare come una manifestazione di pura incoscienza. Come quella di coloro che, mentre il Titanic stava già spezzandosi in due, continuavano a ballare e cantare.
Nella mia infinita ingenuità mi immagino che se crollasse un Paese intero perchè vanno a puttane finanza ed economia, anche i ricchi dovrebbero perdere soldi e andare in rovina. Fino a lanciarsi, come nel 1929, dai grattacieli. Patapunfete!
Invece, se il lusso propera, evidentemente c’è chi non è molto preoccupato. Non si ha neppure notizia di un aumento di prenotazioni di voli per le Cayman e gli altri paradisi fiscali per rischio di rivoluzione imminente.
Per chi non ha capitali accumulati e vive del proprio salario invece è diverso. C’è il panico di perdere il lavoro, di impoverirsi, addirittura di non riuscire a sopravvivere. La crisi è sulla bocca di chi appartiene ai ceti medio-bassi. E’ come essere tornati alla paura della peste.

Questa crisi è un fenomeno proteiforme, che ha tutte le caratteristiche del classico spauracchio. A volte sembra che ci sia già, altri giorni dicono che non è ancora arrivata ma arriverà.
Cos’ha detto però Berlusconi? Che la crisi non è così drammatica, che i media esagerano. Uno che afferma ciò può essere o matto, o un incosciente oppure qualcuno che la sa lunga.

Premesso che hanno fatto due guerre basandosi su balle clamorose, che l’Undici Settembre potrebbe essere stata la truffa politico-terroristica del secolo, giusto per esagerare e andare sull’hard della provocazione: la crisi è reale o è una trovata per allargare ancora di più la forbice tra plutocrazia e democrazia?
Faccio un esempio pratico: se si sparge la voce che c’è crisi, tutti i giornali ne parlano e il tam tam corre tra la gente comune come un virus:”c’è la crisi”, “è colpa della crisi”, “eh, la crisi!”, non rappresenterebbe questo l’alibi perfetto per le aziende per LICENZIARE? Cosa che si struggono di fare continuamente ma che, se non vi sono motivi gravi per giustificarlo, con l’Articolo 18 e le altre leggi di tutela del lavoro che lo impediscono, gli risulta impossibile? Se c’è la Crisi chi può più accusarli di liberarsi con poco sforzo di manovalanza in surplus? Sei licenziato perchè c’è la crisi. Ma la crisi c’è veramente?
Chi controlla poi veramente i bilanci? Chi controlla che i fondi risparmiati sulla forza lavoro non vengano poi reinvestiti, segno che i soldi ci sono e non mancano come si vorrebbe far credere?

Un’analisi particolarmente dettagliata e illuminata della crisi “peggiore di quella del 1929” l’ha compiuta Michael Parenti in questo articolo, tradotto su Comedonchisciotte, del quale vi propongo alcuni stralci, lasciandovi il link per leggerlo integralmente sul sito.

Dopo aver descritto il contrasto in America tra Plutocrazia e Democrazia, un concetto caro anche a Gore Vidal, Parenti compie un’acuta disamina delle cause dell’attuale congiuntura mondiale partendo da una critica al capitalismo:

“I capitalisti privati non incoraggiano la prosperità più di quanto non propaghino la democrazia. La maggior parte del mondo è capitalista, e la maggior parte del mondo non è né prospera né particolarmente democratica. Basti pensare alla Nigeria capitalista, all’Indonesia capitalista, alla Thailandia capitalista, alla Haiti capitalista, alla Colombia capitalista, al Pakistan capitalista, al Sud Africa capitalista, alla Lettonia capitalista, e vari altri membri del Mondo Libero – o più precisamente il Mondo del Mercato Libero.
Una popolazione ricca, politicamente colta e con alte aspettative riguardo i propri standard di vita e un forte senso dei propri diritti, che spinga per ottenere migliori condizioni sociali, non corrisponde alla nozione plutocratica di manodopera ideale e di gestione flessibile. Gli investitori privati preferiscono un popolazione povera. Più sei povero, più duro lavorerai – per ottenere di meno. Più sei povero, meno sei equipaggiato per difenderti dagli abusi della ricchezza.
Nel mondo industriale del ‘libero mercato’, il numero di miliardari sta crescendo sempre più velocemente mentre il numero delle persone che vivono nella povertà sta aumentando ad un ritmo più veloce della crescita della popolazione mondiale. La povertà si diffonde mentre la ricchezza si accumula.”

Venendo all’attualità, ecco come Parenti interpreta le ultime megafrodi finanziarie.

“Nel disastro del 2008-2009 il surplus finanziario crescente ha creato un problema per la classe ricca: non c’erano abbastanza opportunità per investire. Trovandosi con più soldi del previsto, di cui non saper cosa fare, i grandi investitori hanno convogliato immense somme in mercati degli immobili inesistenti e in altre avventure sospette, un miscuglio di hedge funds, derivati, credit default swaps, prestiti rapaci e via dicendo.

Tra le vittime ci sono stati anche altri capitalisti, piccoli investitori e i moltissimi lavoratori che hanno perso miliardi di dollari di risparmi e pensioni. Probabilmente il principale brigante è stato Bernard Madoff. Descritto come “un leader di vecchia data dell’industria del sistema finanziario”, Madoff ha gestito un fondo fraudolento, che ha rastrellato 50 miliardi di dollari da investitori benestanti, ripagandoli “con moneta che non esisteva”, dato che la metteva lui stesso. La plutocrazia divora il suo stesso bambino.

La crisi del 2008-2009 è causata da una cronica tendenza alla sovrapproduzione e all’iper-accumulo finanziario, così come diceva Marx? Oppure è il risultato della personale avarizia di persone come Madoff? In altri termini, il problema è individuale o proprio del sistema? In realtà, le due soluzioni non sono mutualmente esclusive.
Il capitalismo nutre i colpevoli e ricompensa i più scaltri e senza scrupoli tra di loro. I crimini e le crisi non sono risultati irrazionali di un sistema razionale, ma il contrario: sono conseguenze razionali di un sistema irrazionale e amorale. Peggio ancora, i conseguenti salvataggi multimiliardari fatti dai governi vengono convertiti in opportunità per saccheggiare. Non solo lo stato fallisce nel regolamentare il capitalismo, ma diventa esso stesso un rapinatore, prendendo vaste somme dalla macchina federale del denaro, salassando chi paga le tasse.”

Gli aiuti statali non risaneranno l’economia fintanto che chi ha provocato il disastro non sarà messo in condizione di non più nuocere:

“… l’operazione di salvataggio del 2008-2009 ha offerto un nutrimento record al tesoro pubblico. Più di 350 miliardi di dollari sono stati distribuiti da un fallimentare Segretario del Tesoro di destra alle maggiori banche e associazioni finanziarie – per non parlare dei più di 4000 miliardi che sono giunti dalla Federal Reserve.Sappiamo che i grandi banchieri hanno usato parte del fondo di salvataggio per comprare piccole banche e sostenere altre banche oltreoceano.
Amministratori delegati e altri dirigenti di alcune tra le principali banche stanno spendendo i soldi della salvezza in favolosi premi aziendali e sontuose vacanze alle terme. Allo stesso tempo, i maggiori beneficiari del piano di salvataggio come Citigroup e Bank of America hanno licenziato migliaia di impiegati, ponendo la domanda: perché, in primo luogo, veniva loro dato tutto quel denaro?

Mentre centinaia di miliardi sono stati distribuiti tra le persone che hanno causato tale catastrofe, il mercato immobiliare ha continuato ad afflosciarsi, il credito è rimasto paralizzato, la disoccupazione è aumentata, e il potere d’acquisto è sprofondato ai minimi storici.

In sintesi, il capitalismo industriale del libero mercato è di per sé un disastro in perenne pericolo di esplosione. La sua essenza è la trasformazione della natura vivente in montagne di comodità e delle comodità in mucchi di capitale morto. Se lasciato al suo destino, il capitalismo appioppa la sua ‘diseconomia’ e la sua tossicità al pubblico e all’ambiente naturale – e infine inizia ad auto-divorarsi.

L’immensa disuguaglianza del potere economico che esiste nella nostra società si traduce in una formidabile disuguaglianza di potere politico, che rende praticamente impossibile imporre delle regole democratiche. Se i paladini dell’America Industriale vogliono conoscere cos’è che realmente minaccia ‘il nostro stile di vita’, è il loro stile di vita, il modo di rubacchiare illimitatamente il loro stesso sistema, distruggendo le reali fondamenta su cui poggiano, la vera comunità di cui si nutrono abbondantemente.
(Traduzione a cura di MAURO SACCOL per http://www.comedonchisciotte.org )

Torno alla provocazione che ho lanciato all’inizio. E se fosse una crisi pilotata, con una base concreta ma un enorme cappello di propaganda usata come arma terroristica per mantenere la maggioranza della popolazione lontana da ricchezze che si vogliono tenere per sé? Vorresti il benessere ma non posso dartelo perchè c’è la crisi (ed io intanto mi strafogo).

La metafora del Titanic non è così sbagliata. Ricordate? Chiusero i poveri nelle cuccette di terza classe, di sotto, ad annegare come topi, mentre i ricchi lasciavano la nave sulle scialuppe. In numero appena sufficiente per loro.


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E’ veramente possibile che interi paesi stiano per “fallire” (addirittura la prospera Austria) mentre il Re Nano insiste nel dire che la crisi non è una cosa seria e si può iniziare tranquillamente a sperperare denaro pubblico per costruire le Piramidi, la Grande Muraglia e il Ponte sullo Stretto?
E’ credibile questa crisi globale finanziaria che provocherà un olocausto economico gettandoci tutti sul lastrico (secondo le Cassandre della propaganda mediatica) mentre un minuto dopo, le stesse prefiche ci annunciano la lieta novella che il mercato del lusso è in crescita verticale e ci vengono proposte le ultime novità del Salone dell’Auto con le quattroruote più costose del mondo, sottintendendo che c’è chi si metterà in fila per comperarle?

Tutto ciò è molto strano e non so se si può interpretare come una manifestazione di pura incoscienza. Come quella di coloro che, mentre il Titanic stava già spezzandosi in due, continuavano a ballare e cantare.
Nella mia infinita ingenuità mi immagino che se crollasse un Paese intero perchè vanno a puttane finanza ed economia, anche i ricchi dovrebbero perdere soldi e andare in rovina. Fino a lanciarsi, come nel 1929, dai grattacieli. Patapunfete!
Invece, se il lusso propera, evidentemente c’è chi non è molto preoccupato. Non si ha neppure notizia di un aumento di prenotazioni di voli per le Cayman e gli altri paradisi fiscali per rischio di rivoluzione imminente.
Per chi non ha capitali accumulati e vive del proprio salario invece è diverso. C’è il panico di perdere il lavoro, di impoverirsi, addirittura di non riuscire a sopravvivere. La crisi è sulla bocca di chi appartiene ai ceti medio-bassi. E’ come essere tornati alla paura della peste.

Questa crisi è un fenomeno proteiforme, che ha tutte le caratteristiche del classico spauracchio. A volte sembra che ci sia già, altri giorni dicono che non è ancora arrivata ma arriverà.
Cos’ha detto però Berlusconi? Che la crisi non è così drammatica, che i media esagerano. Uno che afferma ciò può essere o matto, o un incosciente oppure qualcuno che la sa lunga.

Premesso che hanno fatto due guerre basandosi su balle clamorose, che l’Undici Settembre potrebbe essere stata la truffa politico-terroristica del secolo, giusto per esagerare e andare sull’hard della provocazione: la crisi è reale o è una trovata per allargare ancora di più la forbice tra plutocrazia e democrazia?
Faccio un esempio pratico: se si sparge la voce che c’è crisi, tutti i giornali ne parlano e il tam tam corre tra la gente comune come un virus:”c’è la crisi”, “è colpa della crisi”, “eh, la crisi!”, non rappresenterebbe questo l’alibi perfetto per le aziende per LICENZIARE? Cosa che si struggono di fare continuamente ma che, se non vi sono motivi gravi per giustificarlo, con l’Articolo 18 e le altre leggi di tutela del lavoro che lo impediscono, gli risulta impossibile? Se c’è la Crisi chi può più accusarli di liberarsi con poco sforzo di manovalanza in surplus? Sei licenziato perchè c’è la crisi. Ma la crisi c’è veramente?
Chi controlla poi veramente i bilanci? Chi controlla che i fondi risparmiati sulla forza lavoro non vengano poi reinvestiti, segno che i soldi ci sono e non mancano come si vorrebbe far credere?

Un’analisi particolarmente dettagliata e illuminata della crisi “peggiore di quella del 1929” l’ha compiuta Michael Parenti in questo articolo, tradotto su Comedonchisciotte, del quale vi propongo alcuni stralci, lasciandovi il link per leggerlo integralmente sul sito.

Dopo aver descritto il contrasto in America tra Plutocrazia e Democrazia, un concetto caro anche a Gore Vidal, Parenti compie un’acuta disamina delle cause dell’attuale congiuntura mondiale partendo da una critica al capitalismo:

“I capitalisti privati non incoraggiano la prosperità più di quanto non propaghino la democrazia. La maggior parte del mondo è capitalista, e la maggior parte del mondo non è né prospera né particolarmente democratica. Basti pensare alla Nigeria capitalista, all’Indonesia capitalista, alla Thailandia capitalista, alla Haiti capitalista, alla Colombia capitalista, al Pakistan capitalista, al Sud Africa capitalista, alla Lettonia capitalista, e vari altri membri del Mondo Libero – o più precisamente il Mondo del Mercato Libero.
Una popolazione ricca, politicamente colta e con alte aspettative riguardo i propri standard di vita e un forte senso dei propri diritti, che spinga per ottenere migliori condizioni sociali, non corrisponde alla nozione plutocratica di manodopera ideale e di gestione flessibile. Gli investitori privati preferiscono un popolazione povera. Più sei povero, più duro lavorerai – per ottenere di meno. Più sei povero, meno sei equipaggiato per difenderti dagli abusi della ricchezza.
Nel mondo industriale del ‘libero mercato’, il numero di miliardari sta crescendo sempre più velocemente mentre il numero delle persone che vivono nella povertà sta aumentando ad un ritmo più veloce della crescita della popolazione mondiale. La povertà si diffonde mentre la ricchezza si accumula.”

Venendo all’attualità, ecco come Parenti interpreta le ultime megafrodi finanziarie.

“Nel disastro del 2008-2009 il surplus finanziario crescente ha creato un problema per la classe ricca: non c’erano abbastanza opportunità per investire. Trovandosi con più soldi del previsto, di cui non saper cosa fare, i grandi investitori hanno convogliato immense somme in mercati degli immobili inesistenti e in altre avventure sospette, un miscuglio di hedge funds, derivati, credit default swaps, prestiti rapaci e via dicendo.

Tra le vittime ci sono stati anche altri capitalisti, piccoli investitori e i moltissimi lavoratori che hanno perso miliardi di dollari di risparmi e pensioni. Probabilmente il principale brigante è stato Bernard Madoff. Descritto come “un leader di vecchia data dell’industria del sistema finanziario”, Madoff ha gestito un fondo fraudolento, che ha rastrellato 50 miliardi di dollari da investitori benestanti, ripagandoli “con moneta che non esisteva”, dato che la metteva lui stesso. La plutocrazia divora il suo stesso bambino.

La crisi del 2008-2009 è causata da una cronica tendenza alla sovrapproduzione e all’iper-accumulo finanziario, così come diceva Marx? Oppure è il risultato della personale avarizia di persone come Madoff? In altri termini, il problema è individuale o proprio del sistema? In realtà, le due soluzioni non sono mutualmente esclusive.
Il capitalismo nutre i colpevoli e ricompensa i più scaltri e senza scrupoli tra di loro. I crimini e le crisi non sono risultati irrazionali di un sistema razionale, ma il contrario: sono conseguenze razionali di un sistema irrazionale e amorale. Peggio ancora, i conseguenti salvataggi multimiliardari fatti dai governi vengono convertiti in opportunità per saccheggiare. Non solo lo stato fallisce nel regolamentare il capitalismo, ma diventa esso stesso un rapinatore, prendendo vaste somme dalla macchina federale del denaro, salassando chi paga le tasse.”

Gli aiuti statali non risaneranno l’economia fintanto che chi ha provocato il disastro non sarà messo in condizione di non più nuocere:

“… l’operazione di salvataggio del 2008-2009 ha offerto un nutrimento record al tesoro pubblico. Più di 350 miliardi di dollari sono stati distribuiti da un fallimentare Segretario del Tesoro di destra alle maggiori banche e associazioni finanziarie – per non parlare dei più di 4000 miliardi che sono giunti dalla Federal Reserve.Sappiamo che i grandi banchieri hanno usato parte del fondo di salvataggio per comprare piccole banche e sostenere altre banche oltreoceano.
Amministratori delegati e altri dirigenti di alcune tra le principali banche stanno spendendo i soldi della salvezza in favolosi premi aziendali e sontuose vacanze alle terme. Allo stesso tempo, i maggiori beneficiari del piano di salvataggio come Citigroup e Bank of America hanno licenziato migliaia di impiegati, ponendo la domanda: perché, in primo luogo, veniva loro dato tutto quel denaro?

Mentre centinaia di miliardi sono stati distribuiti tra le persone che hanno causato tale catastrofe, il mercato immobiliare ha continuato ad afflosciarsi, il credito è rimasto paralizzato, la disoccupazione è aumentata, e il potere d’acquisto è sprofondato ai minimi storici.

In sintesi, il capitalismo industriale del libero mercato è di per sé un disastro in perenne pericolo di esplosione. La sua essenza è la trasformazione della natura vivente in montagne di comodità e delle comodità in mucchi di capitale morto. Se lasciato al suo destino, il capitalismo appioppa la sua ‘diseconomia’ e la sua tossicità al pubblico e all’ambiente naturale – e infine inizia ad auto-divorarsi.

L’immensa disuguaglianza del potere economico che esiste nella nostra società si traduce in una formidabile disuguaglianza di potere politico, che rende praticamente impossibile imporre delle regole democratiche. Se i paladini dell’America Industriale vogliono conoscere cos’è che realmente minaccia ‘il nostro stile di vita’, è il loro stile di vita, il modo di rubacchiare illimitatamente il loro stesso sistema, distruggendo le reali fondamenta su cui poggiano, la vera comunità di cui si nutrono abbondantemente.
(Traduzione a cura di MAURO SACCOL per http://www.comedonchisciotte.org )

Torno alla provocazione che ho lanciato all’inizio. E se fosse una crisi pilotata, con una base concreta ma un enorme cappello di propaganda usata come arma terroristica per mantenere la maggioranza della popolazione lontana da ricchezze che si vogliono tenere per sé? Vorresti il benessere ma non posso dartelo perchè c’è la crisi (ed io intanto mi strafogo).

La metafora del Titanic non è così sbagliata. Ricordate? Chiusero i poveri nelle cuccette di terza classe, di sotto, ad annegare come topi, mentre i ricchi lasciavano la nave sulle scialuppe. In numero appena sufficiente per loro.


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«Cos’è rapinare una banca a paragone del fondare una banca?»

Berthold Brecht

Notizie dal prossimo futuro

“Questa mattina alcuni passanti sono stati rapinati da una banca di fronte alla quale stavano incautamente passando. Le persone coinvolte, due pensionati e una casalinga, sono stati aggrediti da bancari mascherati ed armati di fucile a canne mozze ed alleggeriti della pensione appena ritirata e di alcuni risparmi.
Le forze dell’ordine, a fronte di sempre più frequenti atti di rapina compiuti dalle banche ai danni di inermi cittadini, invitano gli stessi a non transitare da soli e in possesso di denaro contante nei pressi degli istituti di credito”.

Postfazione

Avete notato che non stanno dando la colpa dell’attuale crisi finanziaria ai comunisti?


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“Questa mattina alcuni passanti sono stati rapinati da una banca di fronte alla quale stavano incautamente passando. Le persone coinvolte, due pensionati e una casalinga, sono stati aggrediti da bancari mascherati ed armati di fucile a canne mozze ed alleggeriti della pensione appena ritirata e di alcuni risparmi.
Le forze dell’ordine, a fronte di sempre più frequenti atti di rapina compiuti dalle banche ai danni di inermi cittadini, invitano gli stessi a non transitare da soli e in possesso di denaro contante nei pressi degli istituti di credito”.

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“Questa mattina alcuni passanti sono stati rapinati da una banca di fronte alla quale stavano incautamente passando. Le persone coinvolte, due pensionati e una casalinga, sono stati aggrediti da bancari mascherati ed armati di fucile a canne mozze ed alleggeriti della pensione appena ritirata e di alcuni risparmi.
Le forze dell’ordine, a fronte di sempre più frequenti atti di rapina compiuti dalle banche ai danni di inermi cittadini, invitano gli stessi a non transitare da soli e in possesso di denaro contante nei pressi degli istituti di credito”.

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Qual’è l’emblema ultimo, l’oggetto simbolo dell’oppressione del sistema capitalistico?
Io non ho alcun dubbio: la camicia. Quella da uomo, di cotone, con i bottoncini, le tasche con i risvolti, le pieghe, le piegoline attorno ai polsi, ed altri bottoncini, possibilmente doppi o tripli, le stecche nel colletto.

La funzione oppressiva della camicia sulla classe lavoratrice si evidenzia nell’atto della sua stiratura.
Si favoleggia che esistano camicie “non stiro” ma sarà un caso, quelle dei miei uomini sono sempre del genere “prova a stirarmi a puntino se ne sei capace”.

Abbiamo sbagliato, a suo tempo, noi ragazze a bruciare i reggiseni, non esisterà mai vera emancipazione femminile fintanto che esisterà la maledizione della camicia da stirare.
E i maschi single che ultimamente sono costretti a darsi da fare in casa, obtorto collo?
Parlate con loro e vi diranno che tutto sommato riescono a cucinare, a fare una lavatrice, a coltivare il basilico sul terrazzo, a passare il battitappeto ma stirare le camicie no, terribile, non è possibile, “quelle le porto da mamma”.

Si, la camicia è uno strumento di oppressione borghese, per usare un termine da Maggio ’68 (a proposito, qualcuno si è accorto che è il quarantesimo anniversario? Boh, staranno aspettando il 2009 per festeggiare il 69, inteso come posizione).
Mi sono sempre chiesta, en passant, come facciano gli uomini, oltre alla schiavitù della camicia, a tollerare la cravatta attorno al collo. Solo pensare di dover indossare qualcosa che ti strangola a me pare insopportabile.
Va bene che noi donne potremmo controbattere con il tacco a stiletto, le autoreggenti che se non sono siliconate te le ritrovi giù a gambaletto, il push-up con i ferretti. Insomma, la gara è dura ma non divaghiamo.

Per fare un poco di storia, la camicia per come la conosciamo, capo imprescindibile del guardaroba degli uomini e che contamina anche quello di noi donne, in versione magari peggiorata da ruches e volants, fu inventata, manco a farlo apposta, dagli inglesi, quelli stessi che mandavano i bambini di quattro anni in miniera, nel 1871.

Su Wikipedia c’è una curiosa osservazione. A parte le celeberrime camicie rosse di Garibaldi (portate su delle specie di jeans), molti movimenti fascisti storici si fecero rappresentare da una camicia colorata.
Dalle camicie nere della rivoluzione mussoliniana e dei fascisti inglesi, finlandesi e tedeschi, alle camicie brune delle SA naziste; quelle blu dei falangisti spagnoli e dei movimenti fascisti irlandesi e canadesi, della Solidarité Française e della Società delle Camicie Blu cinesi.
In Ungheria, Romania e Brasile il fascismo vestiva camicie verdi (ogni riferimento a Borghezio è puramente casuale), in Messico camicie dorate, negli Stati Uniti argentate e rosse in Turchia. Per non parlare dei “descamisados” peronisti che si presentavano appunto in camicia, senza giacca e cravatta.

Vuoi vedere che odiare le camicie potrebbe essere un segno inconscio di antifascismo?

Nei tardi anni sessanta, quelli del Sessantotto, appunto, e non a caso del femminismo militante, ci fu un momento in cui imperversarono i colletti alla cinese.
Era soprattutto nei film di fantascienza, quelli che prospettavano il futuro, che sparivano le camicie, sostituite da semplici maglioncini a collo alto.
Purtroppo la rivoluzione tessile del comandante Straker è finita con l’arrivo degli anni ottanta, trionfo di colletti bianchi che più bianchi non si può, di squali da Borsa in camicia Burberry’s e di yuppies in preda all’edonismo Reaganiano.

Oggi, tra camicie verdi padane e le camicie scure del Berlusconi ultima maniera, talmente blu da sembrare nere, non si vede all’orizzonte qualcosa che possa eliminare definitivamente l’incubo kafkiano della casalinga e del single.

Chiunque stia progettando una rivoluzione ricordi che essa dovrà obbligatoriamente comportare l’abolizione della camicia. Questa volta non ci sono santi.


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Qual’è l’emblema ultimo, l’oggetto simbolo dell’oppressione del sistema capitalistico?
Io non ho alcun dubbio: la camicia. Quella da uomo, di cotone, con i bottoncini, le tasche con i risvolti, le pieghe, le piegoline attorno ai polsi, ed altri bottoncini, possibilmente doppi o tripli, le stecche nel colletto.

La funzione oppressiva della camicia sulla classe lavoratrice si evidenzia nell’atto della sua stiratura.
Si favoleggia che esistano camicie “non stiro” ma sarà un caso, quelle dei miei uomini sono sempre del genere “prova a stirarmi a puntino se ne sei capace”.

Abbiamo sbagliato, a suo tempo, noi ragazze a bruciare i reggiseni, non esisterà mai vera emancipazione femminile fintanto che esisterà la maledizione della camicia da stirare.
E i maschi single che ultimamente sono costretti a darsi da fare in casa, obtorto collo?
Parlate con loro e vi diranno che tutto sommato riescono a cucinare, a fare una lavatrice, a coltivare il basilico sul terrazzo, a passare il battitappeto ma stirare le camicie no, terribile, non è possibile, “quelle le porto da mamma”.

Si, la camicia è uno strumento di oppressione borghese, per usare un termine da Maggio ’68 (a proposito, qualcuno si è accorto che è il quarantesimo anniversario? Boh, staranno aspettando il 2009 per festeggiare il 69, inteso come posizione).
Mi sono sempre chiesta, en passant, come facciano gli uomini, oltre alla schiavitù della camicia, a tollerare la cravatta attorno al collo. Solo pensare di dover indossare qualcosa che ti strangola a me pare insopportabile.
Va bene che noi donne potremmo controbattere con il tacco a stiletto, le autoreggenti che se non sono siliconate te le ritrovi giù a gambaletto, il push-up con i ferretti. Insomma, la gara è dura ma non divaghiamo.

Per fare un poco di storia, la camicia per come la conosciamo, capo imprescindibile del guardaroba degli uomini e che contamina anche quello di noi donne, in versione magari peggiorata da ruches e volants, fu inventata, manco a farlo apposta, dagli inglesi, quelli stessi che mandavano i bambini di quattro anni in miniera, nel 1871.

Su Wikipedia c’è una curiosa osservazione. A parte le celeberrime camicie rosse di Garibaldi (portate su delle specie di jeans), molti movimenti fascisti storici si fecero rappresentare da una camicia colorata.
Dalle camicie nere della rivoluzione mussoliniana e dei fascisti inglesi, finlandesi e tedeschi, alle camicie brune delle SA naziste; quelle blu dei falangisti spagnoli e dei movimenti fascisti irlandesi e canadesi, della Solidarité Française e della Società delle Camicie Blu cinesi.
In Ungheria, Romania e Brasile il fascismo vestiva camicie verdi (ogni riferimento a Borghezio è puramente casuale), in Messico camicie dorate, negli Stati Uniti argentate e rosse in Turchia. Per non parlare dei “descamisados” peronisti che si presentavano appunto in camicia, senza giacca e cravatta.

Vuoi vedere che odiare le camicie potrebbe essere un segno inconscio di antifascismo?

Nei tardi anni sessanta, quelli del Sessantotto, appunto, e non a caso del femminismo militante, ci fu un momento in cui imperversarono i colletti alla cinese.
Era soprattutto nei film di fantascienza, quelli che prospettavano il futuro, che sparivano le camicie, sostituite da semplici maglioncini a collo alto.
Purtroppo la rivoluzione tessile del comandante Straker è finita con l’arrivo degli anni ottanta, trionfo di colletti bianchi che più bianchi non si può, di squali da Borsa in camicia Burberry’s e di yuppies in preda all’edonismo Reaganiano.

Oggi, tra camicie verdi padane e le camicie scure del Berlusconi ultima maniera, talmente blu da sembrare nere, non si vede all’orizzonte qualcosa che possa eliminare definitivamente l’incubo kafkiano della casalinga e del single.

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