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“Guarda che gli anni ’70 sono finiti, forse dovresti aggiornare la tua dialettica. Per quale motivo un uomo non dovrebbe sputarti in faccia appena apri bocca, resta un mistero.” Asdrubale
Certi post raccolgono talmente tanti commenti e di un tale interesse che meritano un post-risposta dedicato, con tanto di menzione d’onore dei commentatori più meritevoli e sagaci.
Ovviamente, se si scrive di varianti di valico e vento forte a Caianello, di solito non si crea un’appassionante discussione tra proisti e contristi.
Se parli di stupro invece, hai voglia, sono argomenti che tirano più di un carro di buoi e che tirano fuori anche il peggio, o il meglio, degli interlocutori. E’ così anche nella conversazione da vita reale.

E’ stato istruttivo leggermi tutti i pensieri scaturiti da molti commentatori uomini che si sono risentiti per essersi sentiti accostati al concetto terrificante di impotenza. L’impotenza di cui parlavo, en passant, non era limitata a quella impotenza ma al non potersi muovere, al non poter reagire, al senso di impotenza, appunto. Poi sono io che penso con il pene come Moravia.

Parlando di reazione alla paura di impotenza non mi riferivo alla totalità del genere maschile , in quanto la maggioranza degli uomini riesce a controllarla, ma soltanto alla categoria degli stupratori. Tant’è, è scattato lo stesso il corporativismo come un salvavita difettoso. Tu generalizzi, mi hanno detto, e non è giusto, non si può criminalizzare il genere maschile. Gnè gnè.
Ma quando mai? Ho solo detto che a volte si ha l’impressione che gli uomini facciano fatica a calarsi nelle mutande delle donne stuprate, per i ragionamenti che fanno sull’argomento e per la quantità industriale di asini che cadono quando se ne discute. In effetti, la reazione piccata di alcuni al post me lo ha dimostrato.

Prendiamo ad esempio chi sostiene che forse “l’unico modo per far capire ad un uomo l’orrore dello stupro è avere la moglie o la sorella o la figlia violentate.”
Oplà, un po’ talebano come ragionamento, non trovate? C’è una gran parte di mondo che obbliga le donne stuprate a suicidarsi dopo aver subito violenza per mondare l’onore della famiglia, cioè degli uomini di casa e di solito lo chiamiamo terzo mondo, per mettere in chiaro che non abbiamo niente a che spartire con certe tradizioni barbare, noi no, noi.

Per far capire ad un uomo l’orrore dello stupro basta che l’uomo immagini di essere stuprato. Suvvia, non è difficile. Nelle carceri, sulle navi, in qualche spogliatoio di caserma, avendo l’accortezza, in quest’ultimo caso, di chiamarlo atto di nonnismo. A parte le condizioni di isolamento monosessuale, succede regolarmente a molti ragazzi gay, ai trans, a chi appare un maschio sottomesso, debole e di facile sopraffazione. Lo stupro di guerra colpisce anche gli uomini conquistati, non solo le donne.

Molti commentatori, parlando di stupro, si dedicano con accanimento allo spaccare il capello in quattro. Fanno furore, innanzitutto, le spiegazioni socio-etologiche del fenomeno.
Solo una infima minoranza dà la colpa degli stupri a fattori genetici; qualche lombrosiano che ritiene lo stupro un fenomeno limitato alla categoria dei delinquenti congeniti dai tratti facciali porcini. Magari fosse solo così.
La maggior parte del risentimento gnè gnè è fermamente comportamentista. Poca Natura e molta Cultura. Anzi, è solo un problema culturale. Una conclusione po’ forte, visto che un altro amico puntualizza che anche il germano reale stupra la femmina e lì, nei laghetti, di cultura e televisione culi-tette-culi ce n’è poca.

Tra gli spaccatori di capello ci sono i santommasi, quelli che per credere allo stupro, anche quello di gruppo, hanno bisogno del referto autoptico con sfondamento della vagina, altrimenti suppongono che lei ci stava.
Perchè spesso lo stupro non è facile da dimostrare, bisogna vedere, valutare, soppesare, ci vuole il riscontro oggettivo. Bisogna andar cauti perchè ci sono i padri ingiustamente accusati di pedofilia. Ah, ecco. Meno male che il 99 % dei padri, nonni e amici di famiglia pedofili rimangono impuniti, se no sai che pena.
Stupefacente il commentatore che si chiede “perchè molte vittime preferiscono cedere senza lottare e uscirne illese piuttosto che rischiare un pugno in faccia”.
Qualcuno si chiede addirittura se le donne, lamentandosi degli stupri non rischino di diventare un po’ come gli ebrei: vittime di un complesso di persecuzione. Un lefebvriano in incognito?

Va forte anche la deresponsabilizzazione generalizzata di genere. Se stupriamo (non noi che commentiamo, ma noi uomini che si sentiamo tutti tirati in ballo) è perchè ci sono le donne disposte a vendersi (il commento originale era più esplicito, parlava di succhiare cazzi e mostrare le tette in televisione). Insomma, non siamo noi che siamo clienti, siete voi che siete puttane.
Ovviamente, arriva puntuale lo statistico che ci rassicura: solo uno su mille stupra e comunque è colpa di sua madre che non lo ha educato.
Tra i deresponsabilisti ci sono coloro che danno la colpa degli stupri agli ambienti degradati, alla promiscuità, alla povertà e all’alterazione psichica momentanea dovuta all’alcool e alle droghe. Colpa del cartello di Medellin, insomma. Chissà che roba tagliata male girava all’epoca del Ratto delle Sabine.

C’è chi controbatte che anche le donne sono violente, cattive e stronze. Gnè gnè. E chi l’ha mai negato? Ci sono le suore malvage.
Se vi fossero eserciti formati da donne li vedremmo stuprare non già gli uomini, per problemi tecnici (esistono i dildo, comunque) ma le altre donne. Assolutamente fantastica come fantasia. Peccato sia alquanto improbabile. Chissà cosa ne penserebbe Martin Van Creveld, un guru gnè gnè del maschilismo neocon, spesso tra i commentatori del TG1 e di cui vi invito a leggere questa stupenda intervista. Uno che dice, tra l’altro:
«Clausewitz riteneva la guerra un’arte razionale e dunque non c’è spazio per le donne, che sono emotive ed intuitive».
«Una singola donna che aspetta a casa il marito, o che bada ai suoi figli è più importante in guerra di mille segretarie in uniforme. Le donne sono molto importanti nelle guerre, ma non combatteranno mai come gli uomini».
Magari aggiungiamo che il ruolo delle donne in guerra è quello di sollazzare, volenti o nolenti, soprattutto nolenti, i soldati.

Tornando ai miei gentili commentatori, la più bella che ho letto è questa: se ve la prendete per gli stupri, in fondo in fondo è perchè siete lesbiche.
L’uomo pensa: “Come fanno a non adorarmi?” E’ la sindrome del Dio che non riesce a concepire l’ateismo.
Le lesbiche ovviamente sono donne malate che odiano gli uomini. Si, magari sono rimaste traumatizzate da piccole ma perchè odiare gli uomini? Ogni tanto infatti vi sono volontari che si dedicano allo stupro rieducativo delle lesbiche.
Vai a spiegare loro che, come non è vero che tutti i gay odiano le femmine, non tutte le lesbiche cenano con uno stufatino di uomo e un buon Chianti. E vai anche a spiegare che l’omosessualità non è il risultato di un evento traumatico ma una possibilità come un’altra di orientamento sessuale. E che infine criticare gli uomini non significa essere lesbica.

Resiste infine qualche commovente nostalgico freudiano che attribuisce il risentimento femminile nei riguardi dello stupro all’invidia del pene, seppellita da un secolo ormai senza nessuno che le porti più un fiorellino sulla tomba.
Menzione d’onore, e Gnè Gné d’Oro, infine, ad Asdrubale e al suo commento che mi onoro di citare all’inizio.

P.S. Io lo so perchè succedono queste cose. Perchè si scatena il paternalismo di tutti questi ragazzi gnè gnè, infastiditi dal fatto che una signora parli di cose che la riguardano e che conosce, come la psicologia. Non è nemmeno perchè in Italia non si perdona la competenza, soprattutto femminile, a meno che tu non sia racchia ed abbia 97 anni. In quel caso ti ascoltano ma solo per poco, meno di dieci minuti, come per l’esposizione ai raggi gamma. Bisogna far presto perchè dopo un pò che ci ragioni cominciano a perdere i capelli e a diventare come Jason Robarts in “The Day After”.

La colpa è della mancanza di disambiguamento del look. Se hanno il dubbio di interloquire con una virago camionista tatuata, con una troppo somigliante a mamma o a Rosy Bindi oppure, peggio, con un uomo in incognito, si innervosiscono.
Un consiglio alle amiche bloggers. Volete commentatori che vi supplichino di far loro annusare le vostre mutande e che addirittura fingano di essere interessati ai vostri ragionamenti, arrivando a dirvi “dio, ma quanto sei intelligente!”? Fatevi un avatar da strafiga come l’esempio qui sopra. Dite che siete proprio così, anche appena sveglie.

Insomma, fate come Filippo Facci.

© gnègnè, Pensatoio


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“Guarda che gli anni ’70 sono finiti, forse dovresti aggiornare la tua dialettica. Per quale motivo un uomo non dovrebbe sputarti in faccia appena apri bocca, resta un mistero.” Asdrubale
Certi post raccolgono talmente tanti commenti e di un tale interesse che meritano un post-risposta dedicato, con tanto di menzione d’onore dei commentatori più meritevoli e sagaci.
Ovviamente, se si scrive di varianti di valico e vento forte a Caianello, di solito non si crea un’appassionante discussione tra proisti e contristi.
Se parli di stupro invece, hai voglia, sono argomenti che tirano più di un carro di buoi e che tirano fuori anche il peggio, o il meglio, degli interlocutori. E’ così anche nella conversazione da vita reale.

E’ stato istruttivo leggermi tutti i pensieri scaturiti da molti commentatori uomini che si sono risentiti per essersi sentiti accostati al concetto terrificante di impotenza. L’impotenza di cui parlavo, en passant, non era limitata a quella impotenza ma al non potersi muovere, al non poter reagire, al senso di impotenza, appunto. Poi sono io che penso con il pene come Moravia.

Parlando di reazione alla paura di impotenza non mi riferivo alla totalità del genere maschile , in quanto la maggioranza degli uomini riesce a controllarla, ma soltanto alla categoria degli stupratori. Tant’è, è scattato lo stesso il corporativismo come un salvavita difettoso. Tu generalizzi, mi hanno detto, e non è giusto, non si può criminalizzare il genere maschile. Gnè gnè.
Ma quando mai? Ho solo detto che a volte si ha l’impressione che gli uomini facciano fatica a calarsi nelle mutande delle donne stuprate, per i ragionamenti che fanno sull’argomento e per la quantità industriale di asini che cadono quando se ne discute. In effetti, la reazione piccata di alcuni al post me lo ha dimostrato.

Prendiamo ad esempio chi sostiene che forse “l’unico modo per far capire ad un uomo l’orrore dello stupro è avere la moglie o la sorella o la figlia violentate.”
Oplà, un po’ talebano come ragionamento, non trovate? C’è una gran parte di mondo che obbliga le donne stuprate a suicidarsi dopo aver subito violenza per mondare l’onore della famiglia, cioè degli uomini di casa e di solito lo chiamiamo terzo mondo, per mettere in chiaro che non abbiamo niente a che spartire con certe tradizioni barbare, noi no, noi.

Per far capire ad un uomo l’orrore dello stupro basta che l’uomo immagini di essere stuprato. Suvvia, non è difficile. Nelle carceri, sulle navi, in qualche spogliatoio di caserma, avendo l’accortezza, in quest’ultimo caso, di chiamarlo atto di nonnismo. A parte le condizioni di isolamento monosessuale, succede regolarmente a molti ragazzi gay, ai trans, a chi appare un maschio sottomesso, debole e di facile sopraffazione. Lo stupro di guerra colpisce anche gli uomini conquistati, non solo le donne.

Molti commentatori, parlando di stupro, si dedicano con accanimento allo spaccare il capello in quattro. Fanno furore, innanzitutto, le spiegazioni socio-etologiche del fenomeno.
Solo una infima minoranza dà la colpa degli stupri a fattori genetici; qualche lombrosiano che ritiene lo stupro un fenomeno limitato alla categoria dei delinquenti congeniti dai tratti facciali porcini. Magari fosse solo così.
La maggior parte del risentimento gnè gnè è fermamente comportamentista. Poca Natura e molta Cultura. Anzi, è solo un problema culturale. Una conclusione po’ forte, visto che un altro amico puntualizza che anche il germano reale stupra la femmina e lì, nei laghetti, di cultura e televisione culi-tette-culi ce n’è poca.

Tra gli spaccatori di capello ci sono i santommasi, quelli che per credere allo stupro, anche quello di gruppo, hanno bisogno del referto autoptico con sfondamento della vagina, altrimenti suppongono che lei ci stava.
Perchè spesso lo stupro non è facile da dimostrare, bisogna vedere, valutare, soppesare, ci vuole il riscontro oggettivo. Bisogna andar cauti perchè ci sono i padri ingiustamente accusati di pedofilia. Ah, ecco. Meno male che il 99 % dei padri, nonni e amici di famiglia pedofili rimangono impuniti, se no sai che pena.
Stupefacente il commentatore che si chiede “perchè molte vittime preferiscono cedere senza lottare e uscirne illese piuttosto che rischiare un pugno in faccia”.
Qualcuno si chiede addirittura se le donne, lamentandosi degli stupri non rischino di diventare un po’ come gli ebrei: vittime di un complesso di persecuzione. Un lefebvriano in incognito?

Va forte anche la deresponsabilizzazione generalizzata di genere. Se stupriamo (non noi che commentiamo, ma noi uomini che si sentiamo tutti tirati in ballo) è perchè ci sono le donne disposte a vendersi (il commento originale era più esplicito, parlava di succhiare cazzi e mostrare le tette in televisione). Insomma, non siamo noi che siamo clienti, siete voi che siete puttane.
Ovviamente, arriva puntuale lo statistico che ci rassicura: solo uno su mille stupra e comunque è colpa di sua madre che non lo ha educato.
Tra i deresponsabilisti ci sono coloro che danno la colpa degli stupri agli ambienti degradati, alla promiscuità, alla povertà e all’alterazione psichica momentanea dovuta all’alcool e alle droghe. Colpa del cartello di Medellin, insomma. Chissà che roba tagliata male girava all’epoca del Ratto delle Sabine.

C’è chi controbatte che anche le donne sono violente, cattive e stronze. Gnè gnè. E chi l’ha mai negato? Ci sono le suore malvage.
Se vi fossero eserciti formati da donne li vedremmo stuprare non già gli uomini, per problemi tecnici (esistono i dildo, comunque) ma le altre donne. Assolutamente fantastica come fantasia. Peccato sia alquanto improbabile. Chissà cosa ne penserebbe Martin Van Creveld, un guru gnè gnè del maschilismo neocon, spesso tra i commentatori del TG1 e di cui vi invito a leggere questa stupenda intervista. Uno che dice, tra l’altro:
«Clausewitz riteneva la guerra un’arte razionale e dunque non c’è spazio per le donne, che sono emotive ed intuitive».
«Una singola donna che aspetta a casa il marito, o che bada ai suoi figli è più importante in guerra di mille segretarie in uniforme. Le donne sono molto importanti nelle guerre, ma non combatteranno mai come gli uomini».
Magari aggiungiamo che il ruolo delle donne in guerra è quello di sollazzare, volenti o nolenti, soprattutto nolenti, i soldati.

Tornando ai miei gentili commentatori, la più bella che ho letto è questa: se ve la prendete per gli stupri, in fondo in fondo è perchè siete lesbiche.
L’uomo pensa: “Come fanno a non adorarmi?” E’ la sindrome del Dio che non riesce a concepire l’ateismo.
Le lesbiche ovviamente sono donne malate che odiano gli uomini. Si, magari sono rimaste traumatizzate da piccole ma perchè odiare gli uomini? Ogni tanto infatti vi sono volontari che si dedicano allo stupro rieducativo delle lesbiche.
Vai a spiegare loro che, come non è vero che tutti i gay odiano le femmine, non tutte le lesbiche cenano con uno stufatino di uomo e un buon Chianti. E vai anche a spiegare che l’omosessualità non è il risultato di un evento traumatico ma una possibilità come un’altra di orientamento sessuale. E che infine criticare gli uomini non significa essere lesbica.

Resiste infine qualche commovente nostalgico freudiano che attribuisce il risentimento femminile nei riguardi dello stupro all’invidia del pene, seppellita da un secolo ormai senza nessuno che le porti più un fiorellino sulla tomba.
Menzione d’onore, e Gnè Gné d’Oro, infine, ad Asdrubale e al suo commento che mi onoro di citare all’inizio.

P.S. Io lo so perchè succedono queste cose. Perchè si scatena il paternalismo di tutti questi ragazzi gnè gnè, infastiditi dal fatto che una signora parli di cose che la riguardano e che conosce, come la psicologia. Non è nemmeno perchè in Italia non si perdona la competenza, soprattutto femminile, a meno che tu non sia racchia ed abbia 97 anni. In quel caso ti ascoltano ma solo per poco, meno di dieci minuti, come per l’esposizione ai raggi gamma. Bisogna far presto perchè dopo un pò che ci ragioni cominciano a perdere i capelli e a diventare come Jason Robarts in “The Day After”.

La colpa è della mancanza di disambiguamento del look. Se hanno il dubbio di interloquire con una virago camionista tatuata, con una troppo somigliante a mamma o a Rosy Bindi oppure, peggio, con un uomo in incognito, si innervosiscono.
Un consiglio alle amiche bloggers. Volete commentatori che vi supplichino di far loro annusare le vostre mutande e che addirittura fingano di essere interessati ai vostri ragionamenti, arrivando a dirvi “dio, ma quanto sei intelligente!”? Fatevi un avatar da strafiga come l’esempio qui sopra. Dite che siete proprio così, anche appena sveglie.

Insomma, fate come Filippo Facci.

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Il povero Lombroso, nell’aldilà, si starà grattando perplesso il barbetto. Dove sono finiti i suoi ceffi da galera, gli assassini dal cranio a capocchia di spillo e attaccatura bassa di capelli, geneticamente propensi al crimine?

Fermo restando il principio che un imputato è innocente fino a prova contraria, a guardare i volti dei protagonisti degli ultimi fatti di cronaca nera, da Garlasco a Perugia, dobbiamo concludere che le più pericolose sono proprio le cosiddette facce d’angelo. Biondini e biondine slavati, con gli occhialini da maghetto studioso, i classici ex-chierichetti anemici ma dalla forza insospettata. Quelli che le mamme catalogano subito come “bravi ragazzi”, sia i maschi che le loro controparti femmine, le santarelline, le acque chete che rovinano i ponti e i chierichetti.

A Garlasco si cincischia da mesi ormai attorno alla possibilità che Valentino, perduta la pazienza, abbia fracassato la testa di Valentina, magari per motivi inconfessabili. A Perugia si teme che un trio diabolicamente normale abbia fatto degenerare un’orgia casalinga in tragedia.

Sono cose che càpitano ma quello che colpisce è che i media sembrano parecchio in crisi nel dover spiegare come mai un così bravo ragazzo e una così brava ragazza possano essersi ritrovati in situazioni che non si addicono di solito ai santarellini. I giornalisti che raccontano questi fatti fanno venire in mente quegli insetti che, rivoltati a schiena in giù, dimenano disperatamente le zampette. Il loro imbarazzo è totale e i fatti gli sembrano impossibili perché è l’ordine delle cose borghesemente costituito che fa a farsi fottere in quei casi, anche se non dovrebbe, perché il delitto non è appannaggio solo dei criminali di carriera che ce l’hanno scritto in faccia e nel DNA.

Li capisco. E’ più facile raccontare i fatti di sangue quando abbiamo degli assassini dalla faccia lombrosiana da assassino come il rom di Tor di Quinto, ma di fronte a tipi come l’Alberto di Garlasco e i fidanzatini-peynet di Perugia, seppure con l’uomo nero come terzo incomodo e il coltello a serramanico in saccoccia, i pregiudizi vacillano.
I bravi ragazzi non fanno orge, non dovrebbero neppure trombare in teoria, eppure sembra proprio che qualche volta si esageri con sesso e droga. Anche il voler dipingere le vittime, di solito ragazze, come disperatamente perbene, caste e pure, delle mariegoretti cadute in balia di mostri assatanati, è un modo per non voler guardare in faccia la realtà.

Su Garlasco se ne sono sentite di tutti i colori, dai vibratori ad altri ammennicoli da sex shop scambiati come regali al posto dei pupazzetti. Se non ci fosse stato il delitto di mezzo sarebbe il ritratto di tante situazioni di coppia assolutamente banali.
Come gli adulti i ragazzi praticano la varietà sessuale e financo la perversione. Sono i genitori che si illudono che i loro figli siano degli asessuati. Melissa P. non è mica venuta giù da Marte, è una realtà romanzesca ma mica tanto. Le ragazze la danno e i ragazzi sono felici di prenderla.
Sono i media che fanno le meraviglie come se fossimo ancora nell’Italietta negli anni cinquanta e dei balletti rosa. Sono vecchie incrostazioni democristiane che non vengono via nemmeno con il viakal.

Un altro discorso si può fare sui delitti per i quali si suppone un ruolo determinante della droga. Più che della vacilità di trombata, io mi preoccuperei del fatto che i ragazzi si drogano con una facilità spaventosa e con una varietà di droghe a disposizione che fa paura e che in certe situazioni alcool e droga possono appunto disinibire al punto di far perdere il controllo.
Trent’anni fa bisognava ancora entrare in brutti giri per ottenere la roba, oggi basta entrare in discoteca e, per quanto riguarda l’alcool, al supermercato. Sento ragazzine di quindici anni fare discorsi come questi: “la discoteca X? Fa cagare, se non ti impasticchi non ti diverti”.
Girano le metanfetamine, gli acidi, più di cento tipi di ecstasy tutti in grado di ridurre un cervello a formaggio svizzero e soprattutto la cocaina, che ha effetti psicologici devastanti.

I telegiornali invece non vedono che spinelli, spinelli ovunque. Ti fanno vedere l’americanina visibilmente sciroccata e parlano di cannabis. Se vi fosse vero interesse ad informare sui danni della droga si direbbe, per esempio, che è la cocaina che gira a tonnellate in Italia che può dare la forza ad uno sfigato di brandire un arma contro un’altra persona, magari perché è stato ancora una volta deriso. Uno sfigato qualsiasi, uguale a mille altri, che Lombroso avrebbe classificato come persona assolutamente innocua, reso onnipotente da un po’ di polvere bianca.


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