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C’è su Linea Gotica un bellissimo post che ricorda Marco Pantani, a quattro anni dalla tragica morte. Forse è proprio questo anniversario, assieme ad un altro che dolorosamente si avvicina, a rendermi oggi incapace di scrollarmi la tristezza di dosso.

Che Marco sia stato un mito per tutti, perfino per i francesi che “guai a chi ci tocca Pantanì ” è noto ma per noi romagnoli è stato qualcosa di più e quando è morto è stato un dolore tremendo. Lo si capisce ogni anno che passa, il giorno di San Valentino, quando il pensiero corre a lui, tra baciperugina, peluches e roserosseperte.
Un dolore come se un pezzo di montagna ci si fosse staccato dal cuore, quella montagna che lui rendeva mitologica con le sue imprese.

Sono stata sulla sua tomba l’anno scorso. E’ fatta a montagna anche quella ma è più una ziqqurat che porta al Cielo, con una ruota di bicicletta e una croce unite sulla vetta. Il suo Monte Calvario si chiamava Mortirolo. A chi gli chiedeva “Marco, perché vai così forte in salita anche quando non serve?” lui rispondeva “Per abbreviare la mia agonia”, perchè fosse chiaro che quelle vittorie erano frutto di una fatica disumana, che poteva voler dire farsi 200 chilometri in un giorno in bicicletta, fin da bambino si può dire, per allenamento.
Dopo hanno detto che era tutto merito della droga, criminalizzando solo lui, dimenticando che il ciclismo è uno degli sport più contaminati dalla piaga del doping da sempre. Fausto Coppi diceva: “Tutti prendiamo qualcosa, ma io arrivo mezz’ora prima degli altri”.

Ci sono molti misteri nella vicenda che ha portato alla morte Marco Pantani e sono dati di fatto che meriterebbero di essere ulteriormente indagati.
Quella mattina del 5 giugno 1999 a Madonna di Campiglio, già alle sette di mattina, c’era tutta la stampa schierata come in attesa di qualcosa di grosso che sarebbe accaduto di lì a poco.
E’ importante dire che le analisi erano preannunciate, non era nemmeno un controllo antidoping ma i prelievi servivano per una campagna di tutela dei ciclisti.
Infatti ci si preoccupa per l’ematocrito alto dei corridori perchè la loro salute potrebbe risentirne, perchè la stimolazione dell’eritropoiesi potrebbe scatenare malattie ematiche, non perchè sia indice matematico di uso di droghe. Chi sarebbe stato così idiota da farsi trovare con valori alterati, nel bel mezzo del Giro D’Italia, sapendo che sarebbero state fatte le analisi proprio quel giorno?

I giornali bianchi e rosa, nei giorni seguenti, distrussero Pantani, dissero che era una vergogna per lo sport senza nemmeno attendere le controanalisi. Furono loro a parlare di doping confondendo ematocrito alto con droga, lo bollarono come drogato e lui poi lo divenne veramente.
Anni dopo, il medico patologo che eseguì l’autopsia ci tenne a dichiarare, e lo mise per iscritto, che il midollo di Pantani non era danneggiato, come avrebbe dovuto essere se egli avesse abusato negli anni precedenti di eritropoietina.
La droga, la cocaina, venne dopo. Distrutto moralmente com’era, è facile che abbia creduto di trovarvi conforto. Poi fu solo una lunga discesa senza freni, con la cocaina che ti rende depresso e paranoico ogni giorno di più.

Quel giorno di San Valentino del 2004, a Rimini, altri misteri. La stanza d’albergo messa letteralmente a soqquadro, i mobili sfasciati, distrutti, come se qualcuno si fosse accanito su di loro con furia disumana. Era stato Marco, dissero, ma ancora, dall’autopsia, le mani di Pantani risultarono intatte, non vi erano nè lesioni né schegge sotto le unghie.
Ricordo anche le prime notizie che parlavano di una pipa per crack sul comodino. Notizia poi risultata falsa.
La sua mamma ha detto di recente che ha scoperto che è sparito il cuore di Marco. Dove è finito?

Vicino alla stazione di Cesenatico c’è un piccolo museo Pantani, con le sue biciclette, i suoi trofei, le foto e i suoi quadri. C’è una grande foto di lui e Lance Armstrong, colui che lo sostituì sul podio negli anni della caduta e del ritiro. Il prima e il dopo.

Circolano teorie strane sulla fine di Pantani, la più estrema delle quali è firmata dal fantomatico giornalista John Kleeves.
Difficile giudicarne la veridicità, dato che a volte una teoria della cospirazione può essere creata ad arte proprio per far si che tutti dicano “E’ impossibile che l’abbiano fatto” ed in tal modo si trova il modo migliore per mettere una pietra tombale su qualunque tipo di indagine ulteriore.

La teoria individua come causa (inconsapevole) della fine di Pantani, Lance Armstrong, l’eroico texano che tornò in sella dopo aver sconfitto il cancro. Il ciclista che i francesi hanno accusato ripetutamente di aver vinto una manciata di Tour de France con l’aiuto del doping, sempre la famigerata epo, ma le cui inchieste sono finite nel nulla. Armstrong si è ritirato da eroe e le voci sono state bollate come calunnie.
Perchè lui? Perchè Armstrong era sponsorizzato niente meno che da US Postal, ovvero il servizio postale degli Stati Uniti, un ente governativo. La conclusione è che, per far vincere a tutti i costi il proprio beniamino, vera gloria nazionale e fenomenale testimonial per investimenti miliardari, qualcuno di molto potente possa aver truccato le carte fino alle estreme conseguenze.

In un libro recente su Pantani, ancora un francese, Philippe Brunel, un giornalista dell'”Equipe” (quelli che hanno accusato Armstrong di doping) raccoglie tutti i misteri di un caso che è lungi dall’essere stato risolto ma nega di voler suggerire che Marco sia stato assassinato.

Cospirazione o meno, e basandoci solo sui fatti acclarati, la sensazione che Pantani sia stato comunque incastrato, è forte. Ucciso, chi può dirlo? Se fosse stata una cospirazione ad alto livello non ne sapremo mai nulla. Diventerà un altro mistero tra i tanti, con la tristezza che ogni anno ci ricorda che colui che abbiamo perduto era probabilmente il più grande.

http://www.youtube.com/v/stgymtYkLas&rel=1


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C’è su Linea Gotica un bellissimo post che ricorda Marco Pantani, a quattro anni dalla tragica morte. Forse è proprio questo anniversario, assieme ad un altro che dolorosamente si avvicina, a rendermi oggi incapace di scrollarmi la tristezza di dosso.

Che Marco sia stato un mito per tutti, perfino per i francesi che “guai a chi ci tocca Pantanì ” è noto ma per noi romagnoli è stato qualcosa di più e quando è morto è stato un dolore tremendo. Lo si capisce ogni anno che passa, il giorno di San Valentino, quando il pensiero corre a lui, tra baciperugina, peluches e roserosseperte.
Un dolore come se un pezzo di montagna ci si fosse staccato dal cuore, quella montagna che lui rendeva mitologica con le sue imprese.

Sono stata sulla sua tomba l’anno scorso. E’ fatta a montagna anche quella ma è più una ziqqurat che porta al Cielo, con una ruota di bicicletta e una croce unite sulla vetta. Il suo Monte Calvario si chiamava Mortirolo. A chi gli chiedeva “Marco, perché vai così forte in salita anche quando non serve?” lui rispondeva “Per abbreviare la mia agonia”, perchè fosse chiaro che quelle vittorie erano frutto di una fatica disumana, che poteva voler dire farsi 200 chilometri in un giorno in bicicletta, fin da bambino si può dire, per allenamento.
Dopo hanno detto che era tutto merito della droga, criminalizzando solo lui, dimenticando che il ciclismo è uno degli sport più contaminati dalla piaga del doping da sempre. Fausto Coppi diceva: “Tutti prendiamo qualcosa, ma io arrivo mezz’ora prima degli altri”.

Ci sono molti misteri nella vicenda che ha portato alla morte Marco Pantani e sono dati di fatto che meriterebbero di essere ulteriormente indagati.
Quella mattina del 5 giugno 1999 a Madonna di Campiglio, già alle sette di mattina, c’era tutta la stampa schierata come in attesa di qualcosa di grosso che sarebbe accaduto di lì a poco.
E’ importante dire che le analisi erano preannunciate, non era nemmeno un controllo antidoping ma i prelievi servivano per una campagna di tutela dei ciclisti.
Infatti ci si preoccupa per l’ematocrito alto dei corridori perchè la loro salute potrebbe risentirne, perchè la stimolazione dell’eritropoiesi potrebbe scatenare malattie ematiche, non perchè sia indice matematico di uso di droghe. Chi sarebbe stato così idiota da farsi trovare con valori alterati, nel bel mezzo del Giro D’Italia, sapendo che sarebbero state fatte le analisi proprio quel giorno?

I giornali bianchi e rosa, nei giorni seguenti, distrussero Pantani, dissero che era una vergogna per lo sport senza nemmeno attendere le controanalisi. Furono loro a parlare di doping confondendo ematocrito alto con droga, lo bollarono come drogato e lui poi lo divenne veramente.
Anni dopo, il medico patologo che eseguì l’autopsia ci tenne a dichiarare, e lo mise per iscritto, che il midollo di Pantani non era danneggiato, come avrebbe dovuto essere se egli avesse abusato negli anni precedenti di eritropoietina.
La droga, la cocaina, venne dopo. Distrutto moralmente com’era, è facile che abbia creduto di trovarvi conforto. Poi fu solo una lunga discesa senza freni, con la cocaina che ti rende depresso e paranoico ogni giorno di più.

Quel giorno di San Valentino del 2004, a Rimini, altri misteri. La stanza d’albergo messa letteralmente a soqquadro, i mobili sfasciati, distrutti, come se qualcuno si fosse accanito su di loro con furia disumana. Era stato Marco, dissero, ma ancora, dall’autopsia, le mani di Pantani risultarono intatte, non vi erano nè lesioni né schegge sotto le unghie.
Ricordo anche le prime notizie che parlavano di una pipa per crack sul comodino. Notizia poi risultata falsa.
La sua mamma ha detto di recente che ha scoperto che è sparito il cuore di Marco. Dove è finito?

Vicino alla stazione di Cesenatico c’è un piccolo museo Pantani, con le sue biciclette, i suoi trofei, le foto e i suoi quadri. C’è una grande foto di lui e Lance Armstrong, colui che lo sostituì sul podio negli anni della caduta e del ritiro. Il prima e il dopo.

Circolano teorie strane sulla fine di Pantani, la più estrema delle quali è firmata dal fantomatico giornalista John Kleeves.
Difficile giudicarne la veridicità, dato che a volte una teoria della cospirazione può essere creata ad arte proprio per far si che tutti dicano “E’ impossibile che l’abbiano fatto” ed in tal modo si trova il modo migliore per mettere una pietra tombale su qualunque tipo di indagine ulteriore.

La teoria individua come causa (inconsapevole) della fine di Pantani, Lance Armstrong, l’eroico texano che tornò in sella dopo aver sconfitto il cancro. Il ciclista che i francesi hanno accusato ripetutamente di aver vinto una manciata di Tour de France con l’aiuto del doping, sempre la famigerata epo, ma le cui inchieste sono finite nel nulla. Armstrong si è ritirato da eroe e le voci sono state bollate come calunnie.
Perchè lui? Perchè Armstrong era sponsorizzato niente meno che da US Postal, ovvero il servizio postale degli Stati Uniti, un ente governativo. La conclusione è che, per far vincere a tutti i costi il proprio beniamino, vera gloria nazionale e fenomenale testimonial per investimenti miliardari, qualcuno di molto potente possa aver truccato le carte fino alle estreme conseguenze.

In un libro recente su Pantani, ancora un francese, Philippe Brunel, un giornalista dell'”Equipe” (quelli che hanno accusato Armstrong di doping) raccoglie tutti i misteri di un caso che è lungi dall’essere stato risolto ma nega di voler suggerire che Marco sia stato assassinato.

Cospirazione o meno, e basandoci solo sui fatti acclarati, la sensazione che Pantani sia stato comunque incastrato, è forte. Ucciso, chi può dirlo? Se fosse stata una cospirazione ad alto livello non ne sapremo mai nulla. Diventerà un altro mistero tra i tanti, con la tristezza che ogni anno ci ricorda che colui che abbiamo perduto era probabilmente il più grande.


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Marco Pantani era un controsenso. Nato sul mare, con il salino nelle narici e la libertà del gabbiano nel sangue, domava le montagne aguzze sputando fatica e gloria come nessun’altro dai tempi di Coppi.
Campioni così ne nascono solo due o tre in un secolo. Quando la salita diventava solo per gli dei lui gettava via la bandana e non ce n’era più per nessuno.
Era un controsenso vivente, Marco. Ribelle fin da bambino, quasi indomabile, testardo, chiedetelo a mamma Tonina. Eppure capace di sacrifici disumani, come un samurai.

Nel 1995 alla Milano–Torino un assurdo incidente gli spezza una gamba. Lui lotta per tornare in sella ma nel 1997 ha un altro infortunio.
La voglia di vincere di questo romagnolo testa dura è troppo forte però. Libero come il mare e forte come la roccia.
1998: vince Giro e Tour, un mito. I francesi vanno giù di testa per Pantani’ . Quando il pirata corre, il ciclismo torna a riempire i bar, i circoli e perfino le signore anziane guardano il Giro in tv, perché c’è Pantani.

Poi nel 1999 la montagna ingrata si vendica di Marco, di colui che ha osato sfidarla e l’ha umiliata e battuta.
A Madonna di Campiglio il sogno si spezza. I controlli erano annunciati, e poi non era un vero e proprio controllo antidoping, ma una campagna per la salute dei ciclisti approvata dagli stessi corridori. Quel maledetto ematocrito fuori di due stronzissimi punti. Lo rifanno poche ore dopo e i valori sono normali. Ma la carriera di Marco è stroncata.
I giornalisti erano già pronti davanti all’albergo fin dalla mattina presto, e sulle gazzette rosa e bianche gli daranno del “traditore”.
Per loro è un dopato, un drogato, uno che imbroglia per vincere, un impostore. Gettano su Pantani, sul più grande, tutto il marcio del ciclismo, hanno finalmente il loro capro espiatorio. Le condanne comminate sui giornali non hanno appello, sono cassazione.
Forse, e lo dicono in tanti, quella volta lo hanno semplicemente fottuto. Andava troppo forte, troppo per i nuovi campioni sui quali investire milioni di dollari.

Marco non regge alla vergogna, alle parole cattive, alle condanne senza processo, forse anche al senso di impotenza di fronte a qualcosa di troppo grosso che era più forte di lui e che gli si era messo contro.
Prova a ricominciare ma non è più lui. Gli offrono la roba: “dai, che poi ti senti meglio”, e paradossalmente ora diventa veramente un drogato, della sostanza più bastarda, la coca. Che prima ti fa sentire un dio, ti fa salire fino sulla cima e poi ti spezza i freni e ti manda giù a rotta di collo verso la depressione più nera.
Diventa paranoico, ha paura di tutti, e tutti lo lasciano solo come un cane. Lo troveranno in una camera d’albergo, morto, con la stanza a soqquadro, a San Valentino.
Gli avvoltoi diranno che Marco Pantani è morto facendosi di crack. Taceranno invece come sepolcri quando usciranno i risultati delle analisi autoptiche: “nessun uso di sostanze dopanti atte a modificare le prestazioni sportive per un lunghissimo lasso di tempo precedente la morte.”

L’anno prima, mi pare, il Giro passò per Faenza. Mi piazzai sul ponte di Corso Europa aspettando che arrivassero i ciclisti. Non riuscii a riconoscere nessuno, alla grande velocità alla quale andavano, a parte Marco e la sua bandana. Adesso, ogni volta che passo di lì penso: qui ci ho visto Pantani, una leggenda.

Cos’è ora il ciclismo senza di lui? C’è stato il grande momento di Lance Armstrong, che Marco aveva battuto a Courchevel. Anche lui è finito sotto accusa per doping, quello vero, ma si è ritirato in tempo e le cose scritte sui giornali sono state dimenticate in fretta, non scolpite sulla pietra come per Pantani.
Anche se si corre ancora, con il pirata è morto anche il ciclismo, e adesso le nonne quando comincia la tappa spengono la tv. Perché non c’è più Marco con le emozioni che ti dava e il cuore è stretto solo da una tristezza infinita.

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