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I telespettatori italiani, di fronte ad un programma intitolato: “Ora ci tocca anche Vittorio Sgarbi”, hanno avuto l’unica reazione fisiologica e comportamentale possibile: la fuga, che si abbina così bene alla toccata.  Se mi floppi ti cancello. Programma già kaputt.
Stesso successo, più o meno, del programma di Giuliano Ferrara, con annesso crollo verticale di share. Gli agit-prop storici del nano sulla RAI non bucano lo schermo, te lo fanno spegnere proprio.

Non so perchè se ne meraviglino. Sia Ferrara che Sgarbi imperversarono per anni sulle reti Mediaset, spappolandoli a ormai generazioni di telespettatori. Ricordate la predica postprandiale di “Sgarbi quotidiani” e la propaganda squeeze&serve dell’hamburgerone umano a “Radio Londra?”
La gente s’è rotta i coglioni. Appena li vede cambia canale. Chiamatelo effetto boomerang, overloading, eccesso di informazione ma ne è vittima anche il Bagonghi del Consiglio che ormai, come appare sullo schermo, provoca conati di vomito perfino in casa Bondi.
In generale, la fuga dalla televisione è un bene ed è ormai una tendenza inarrestabile.  E’ azzeccatissima, in questo senso, l’ultima campagna di Sky, “La tua vita viene prima della TV”, dove attori e sportivi invitano i telespettatori a riprendersi la vita, a fare altro che guardare la televisione.
Altro effetto boomerang inatteso, secondo me. 
Sky intendeva invitare il telespettatore a fare altro mentre il suo registratore a pagamento registra il programma da vedersi comodamente dopo. Tuttavia, anche a causa di certe  scelte scellerate come il voler cancellare Current (per compiacere Bagonghi agli ultimi rantoli e farsi mollare il Digitale terrestre, si maligna in giro), Sky rischia di convincere il destinatario del messaggio a fare il passo successivo.
Già che, da quando mi sono liberato della TV, ho riscoperto la lettura, lo sport, la convivialità con gli amici, il sesso, gli hobby, chi cavolo me lo fa fare di pagare l’abbonamento a Sky, che oltretutto mi cancella i miei canali preferiti a tradimento?

Chi di capra ferisce, di capra perisce.

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Non ricorda solo Gort, il celeberrimo robot di “Ultimatum alla Terra”, terribile macchina da guerra aliena che poteva essere fermata solo con le parole magiche “Klaatu Barada Nikto!”
Ricorda anche il Commendatore del “Don Giovanni” di Mozart, oppure un enorme Golemone di pietra.
Non prendetevela con me per la blasfemia ma con lo scultore di cotanto obbrobrio.

Visto un matrimonio li hai visti tutti. Sono sempre le solite situazioni, le solite scene, più o meno uguali a tutte le latitudini e su tutti i gradini della scala sociale. Lo sposo, la sposa, i parenti, i suoceri, gli invitati, i fiori,  la predica sulla sacralità della famiglia, il ricevimento, il bouquet lanciato come la palla ovale del rugby, la mischia delle damigelle, le foto, i paggetti, la torta, il mal di piedi, la sbornia e il mal di testa finali.
Qui, trattandosi di reali, ci hanno risparmiato la seconda parte della festa, quella della sposa senza scarpe sotto il tavolo e con il diadema sulle ventitré e lo sposo con la divisa slacciata e un bel rutto liberatorio postprandiale.
Notavo stamattina, durante l’interminabile passerella degli ospiti, che la capienza di Westminster potrebbe tranquillamente raddoppiare se si abolissero i cappelli a larga tesa d’ordinanza. Guardando le fogge in cui erano acconciate tutte quelle teste più o meno coronate si capisce come un personaggio come il Cappellaio Matto non poteva che essere stato creato in Inghilterra. 
Ma non parliamo di cappelli, nemmeno della signora in giallo, come è stata ribattezzata subito da chi commentava in rete in diretta l’evento, la Nonna Betty. Qualche buontempone si è domandato se a guidare la Rolls reale ci fosse per caso Ambrogio e se la regina avesse già il languorino. Poi dicono che la pubblicità non condiziona la gente.
Gli ospiti erano tutti ordinaria amministrazione, niente di particolare, a parte Victoria Beckham che ha scambiato uno dei quattro matrimoni per un funerale e si è vestita tutta di nero con tanto di muso lungo un metro. Da oggi sarà per noi Beckhamorta.
Delusione per i papiminkia nostrani, non c’era B. Meglio così. Se fosse stato presente al matrimonio avrebbe toccato il culo a Kate e raccontato una barzelletta su Diana.
Il clou di ogni matrimonio, ovviamente, sono gli sposi. Stavolta, secondo me, hanno un po’ deluso. Lui, William, ha una faccia da bambino su una testa che sta andando inesorabilmente in piazza, con un vago effetto Benjamin Button. Vicino alla sposa la faceva sembrare molto più vecchia, Certo, se la divisa fosse stata azzurra come si conviene al Principe, sarebbe stata tutta un’altra storia. Quel rosso guardia faceva pensare a dove mai gli fosse caduto il cappello di pelliccia durante il tragitto da casa a chiesa.
La sposa. La Kate Middleclass che forse tra cent’anni sarà regina, se Betty non diventa definitivamente immortale, a me è parsa niente di che, ma proprio scialba. Una di quelle facce, avrebbe detto Oscar Wilde, che viste una volta non te le ricordi più. Una Barbie mora, troppo secca e parecchio ingessata e, ahimé, con una sorella che, dietro di lei come damigella, rubava la scena sia per l’acconciatura che per il culo parlante sotto il raso dell’abito, tra l’altro molto più bello del suo. E’ proprio il caso di dirlo. Alla sposa, la sorella-damigella gli ha fatto una Pippa.
Detto che, rivisto oggi, il vestito di Diana, la suocera buonanima, farebbe quasi ridere, con le mongolfiere al posto delle maniche e tutto l’eccesso tipico degli anni ottanta, rispetto a quello, comunque, l’abito di Kate sembrava preso al “Paradiso della Sposa”. Senza contare che, aver copiato quello di Grace Kelly, anch’essa stampatasi in auto sfilando una curva, sembra un voler sfidare un po’ troppo la sorte. Come se non fossero bastati la Bechkamorta in lutto stretto, il celebrare il matrimonio nella stessa cattedrale del funerale di mamma Diana ed Elton John che cantò, sempre in quell’occasione, la Messa da Requiem e che oggi, forse ci ha risparmiato la candela nel vento. Roba da non mollare la presa per tutta la cerimonia.
A parte il look deludente gli sposi mi sono parsi freddini. Va bene che stavolta lei non è affetta da quel meraviglioso pudore virginale di Diana che le infiammava la gota (buongustaia!) e che, fidanzati da tanto tempo ormai, faranno l’amore con il pilota automatico, ma il bacio al balcone, mioddìo, con lui che nemmeno la tocca, che strazio. Proprio il bacio di chi non si bacia più. 
Vuoi mettere Jessica e Ivano? Anche l’anello che non calza loro lo rendevano molto più interessante di ‘st’ inglesi ingessati. ‘Tacci loro!

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Proviamo a vederla così: B. non vuole farla franca, non vuole l’immunità, la cancellazione del peccato originale, l’improcedibilità e tutto il resto. Non vuole fare del male all’Italia. Il pover’uomo in realtà è prigioniero di una matrice maligna nella quale fu risucchiato parecchi anni addietro, mentre cercava di far andare la playstation per un nipotino. 
Ora è convinto di poter uscire dal videogame corrompendo degli hacker per ottenere full ammo e poter giocare in god mode, così da giungere sano e salvo all’ultimo livello, sconfiggendo i mostri.
Lui vive in un videogame e noi stiamo solo sognando che lui esista davvero e che sia il presidente del consiglio. Magari qualcuno ci darà un calcio alla sedia e ci sveglieremo, finalmente.

Il senso di “Hereafter”, l’ultimo bellissimo film da regista di Clint Eastwood, è tutto in quella terrificante onda di tsunami iniziale. Un evento improvviso contro il quale non puoi far nulla, che ti travolge e ti trascina via. E’ la metafora visiva migliore che si potesse trovare per simboleggiare la morte ma soprattutto il dolore che accompagna la morte e che affligge chi resta. Dolore che, chi ha perduto una persona cara lo sa, arriva  a ondate e sembra non volerti lasciar più respirare. Non a caso si dice annegare nel dolore.

E’ stupefacente come l’ottantenne Clint, a un età in cui di solito si preferisce non pensarci perché si comincia ad esserne sempre più quotidianamente terrorizzati, sia riuscito a comporre un affresco così pieno di serenità nei confronti della morte, senza imporre certezze religiose o superstiziose sull’aldilà ma suggerendoci che le risposte che cerchiamo, riguardo ad argomenti così dolorosi come la perdita e il lutto e l’angosciosa questione se dopo finisca tutto o meno, sono dentro di noi, nella nostra mente. Occorre solo qualcuno o qualcosa che ci aiuti a tirarle fuori.

“Hereafter” è un poderoso film sull’elaborazione del lutto e sul suo significato profondo di fattore di crescita di personalità. Proprio per questo è straordinariamente ottimistico e positivo. La prospettiva del dolore della perdita non è il dolore infinito ma la trasformazione della propria esistenza in qualcosa di non necessariamente negativo.

Nessuna contaminazione religiosa nel discorso sull’aldilà, dicevo. C’è solo una brevissima scena, quasi un flash amaramente sarcastico, dove un sacerdote, di fronte al feretro di un bambino, parla di angeli, di lui che ora ci protegge ed è lassù a fianco di Gesù, concludendo: “Le ceneri saranno a disposizione nel retro della chiesa. Avanti il prossimo”.
Le frasi che abbiamo sentito mille volte pronunciare senza convinzione nei funerali cattolici e che ci hanno lasciato solo un gran senso di rabbia per la loro inadeguatezza di fronte, ad esempio, al dolore cosmico di una madre che ha perduto un figlio.
E’ paradossale perché, per la loro fede, la morte dovrebbe significare il ricongiungimento con Dio e quindi qualcosa di assolutamente gioioso, ma i religiosi (l’osservo continuamente nel mio lavoro) sono le persone più spaventate dalla morte, coloro che ne affrontano i rituali meno volentieri. Forse perché l’hanno popolata di demoni infernali e noiosissimi paradisi e la considerano un evento scontato e prevedibile dal quale non si può ricavare null’altro che un’impressione molto negativa e fine a sé stessa.

Nell’aldilà laico di Eastwood, invece, per alcune anime l’inferno è il rimorso di aver fatto del male e di non aver avuto tempo di chiedere perdono alle loro vittime. Siamo noi, però, attraverso il nostro processo di guarigione dal passato e di crescita, senza dimenticare l’ausilio del perdono, che possiamo render loro la pace, lasciandoli finalmente andare. Prima di tutto dalla nostra testa.

“Hereafter” è anche e soprattutto un film che descrive mirabilmente l’empatia e la difficoltà che prova chi quotidianamente si trova ad interagire con persone che stanno elaborando un lutto. 
Attraverso le vicende che portano la donna, il bambino e il sensitivo al loro incontro ravvicinato con la morte, possiamo renderci conto che il dolore non è mai fine a se stesso ma ha un significato che dobbiamo arrivare a scoprire con l’aiuto degli altri. 
Il sensitivo aiuterà il bambino a crescere ed affrancarsi dall’ingombrante figura fraterna; la donna fornirà al sensitivo le risposte che cercava, liberandolo infine dalla “maledizione” del contatto iperempatico con i dolenti e i fantasmi che li affliggono. In questo senso, i tre formano una simbolica triade i cui membri sono indissolubilmente legati l’uno all’altro ed il cui significato è: non è isolandosi che si guarisce dalla malattia del dolore ma passando attraverso l’esperienza dell’empatia, della pietas, della condivisione e dell’amore che ci vengono dall’altro da sé. Un percorso accidentato, doloroso e che a volte sembra di difficoltà insormontabile ma che ci rende alla fine persone migliori. 

Ho appena visto l’ultimo capitolo di Shrek, “E vissero felici e contenti”. Parla di un nano malefico megalomane, vanitoso ed imbroglione che si rivolge al suo popolo dagli schermi televisivi, che vive chiuso in un palazzo con un’oca come amica e circondato da streghe con le quali fa feste danzanti, servito da pupazzetti di pastafrolla. Che usa pifferai magici per costringere gli altri al suo volere e propone contratti truffaldini ai suoi sudditi.
Il suo nome è Tremotino. Perché, che avevate capito?
Una stupefacente rassomiglianza.

“Ginoooo!”

“Dimmi, Levante.”

“Quant’anni tu c’hai?”

“Settantasette.”

“Come tu ti senti?”

“Bene.”

“Ho visto la bara.”

“Ma vaffanculo, va!”

Monicelli partecipò, solo in voce, a “Il Ciclone” di Pieraccioni, dal quale è tratto questo breve dialogo. 

Addio, Gino.
Si è ucciso come Primo Levi, gettandosi nel vuoto. Si può avere avuto un vita lunghissima e piena di soddisfazioni ed essere lo stesso disperati. Una cosa che chi mitizza la vita per principio non capirà mai.
Monicelli non credeva nella speranza, ce l’aveva detto nell’intervista a Raiperunanotte. La speranza era una cosa inventata dai padroni, diceva. 
Forse è vero. Gli inguaribili ottimisti, quelli per i quali va sempre tutto bene e che si meravigliano se gli altri sono disperati, sono quasi sempre coloro che pensano di poter comperare la speranza con quei soldi che non sanno più dove mettere. 
Senza speranza, inseguito dalla malattia e dal terrore di perdere la libertà che è data da un cervello straordinariamente lucido come il suo, Monicelli ha scelto la morte, che a volte è preferibile alla paura di morire. Disperazione ma anche ribellione e burla estrema al destino. 
Da artista aveva giocato con la morte, l’aveva sbeffeggiata nei suoi film. Come il Perozzi, il giornalista di “Amici Miei”, quello che in punto di morte fa la supercazzola al prete che gli dà l’estrema unzione. Come aveva fatto veramente Ettore Petrolini che, sempre in fin di vita, si rivolse al medico che lo assisteva, Professor Ascoli, con un’ultima battuta: “Aah, parente di Piceno?
L’insegnamento di Monicelli era che si deve sempre trovare il lato comico della tragedia, come la guerra o  l’atroce solitudine dei vecchi che viene esorcizzata dalla zingarata, e nel “colpo di genio” dei cinque amici. Non sempre però si riesce a scherzare di tutto.

Recentemente aveva espresso il suo disagio per gli italiani, passivi come l’amante della Signora Necchi che si lascia pisciare nella minestra e che sorbisce tutto di un regime che taglia i contributi alla cultura, al film d’autore, per finanziare le velleità cinematografiche delle nipoti da parte di fava del re. Usando i soldi del popolo, in estremo spregio al medesimo.
Non possiamo credere che un maestro come Monicelli si sia ucciso perché anche alla cultura italiana si sta cercando di togliere definitivamente la speranza di un futuro. Forse è solo la depressione e la stanchezza di vivere che ti fa compiere gesti estremi come questo ma se fosse così, se questo paese stesse diventando intollerabile per i grandi vecchi della cultura, qualcuno dovrà pagare e caro per questo. 

Qualche giorno fa, credendo di essere spiritoso, il Bertolaso – che l’11 novembre andrà in pensione, ha nominato invano il Vesuvio e ha riproposto un’antica fantasia sessuale leghista di stampo piromaniaco: quella  di vedere Napoli sommersa da lava, cenere e lapilli. Sulle prime questo “Forza Vesuvio” da parte del capo della Protezione Civile pareva una bufala tanto era clamoroso, ma poi è uscito l’audio dove si sente bene il supereroe rammaricarsi del fatto che una bella disgrazia in quel dei Campi Flegrei “ce manca”. Lui colleziona le sciagure, sapete. Celo, manca.

http://www.youtube.com/v/2UZPUaK01rM?fs=1&hl=it_IT

Nemmeno a farlo apposta, sarà anche brutto grattarsi ma, come ha nominato la Lega, in Veneto si è scatenata l’alluvione con milioni di danni e a Pompei  è crollata la casa dei gladiatori.
Siamo sicuri che, visti gli ultimi sviluppi in casa PDL, non abbia nominato Silvio una volta di troppo?
“E subito si mette a ridere da solo, non più protagonista della politica ma della clinica medica. Dal priapismo armato di sorriso è passato alla disperazione della risata smodata e gonfia di pena. E per la prima volta risulta commovente perché ha davvero bisogno di un infermiere.

È vero che era losco il Berlusconi degli eccessi sessuali e dell’animalità viziosa ma era comunque vitale, la fornicazione era la sua ultima grandezza mentre adesso c’è solo un infelice che la sera del compleanno va a prendersi in strada gli auguri dei giovani del suo partito e perde il controllo degli istinti quando, con il tono impastato del cattivo attore, racconta alla piccola folla compiacente e servile una barzelletta antisemita, mediocre e irresponsabile, il cui succo è che gli ebrei avrebbero preferito tenersi Hitler piuttosto che perdere un affare.”

… continua a leggere “Il mattatore da baraccone”.
L’articolo di Francesco Merlo, da leggere integralmente, è meglio di una perizia psichiatrica,  tanto bene descrive il Fenomeno del Consiglio ormai votato ad una grottesca autodistruzione mediatica con tanto di chicchirichì finale di fronte al’impietoso telefonino dell’Iscariota di turno. Prima che il telefonino squilli mi avrai filmato tre volte.
Un personaggio ormai tragico, un freak che continua ad esibirsi penosamente davanti a lacché che lo circondano, ridacchiano ed applaudono a pagamento e che, come la D’Addario, tutto filmano in presa diretta. Un guitto che trova inattesi sostenitori nei Monsignori Fisichella che addirittura gli abbuonano le bestemmie
“Bisogna contestualizzare”, ha perdonato, magnanimo, il Mons., non più servitore dell’orco ma del suo bestemmiatore in terra. Perchè secondo il marchesedelgrillismo d’oltretevere, lui è lui e,  in quanto ricco e potente può, oltre a fare la comunione da pubblico peccatore, anche dare dell’orco a Dio. Dopo aver offeso il Principale figuriamoci cosa sarà mai insultare i fratelli maggiori.  Non sono loro ad essere antisemiti, siamo noi che non capiamo il loro raffinato umorismo. Non è che non abbiamo il senso dell’umorismo, sono loro che proprio non fanno ridere.
Insomma, anche se pare incredibile, ogni volta che il SilvioFenomeno sbrocca, c’è sempre qualcuno  che si dimostra peggiore di lui.
Sta a vedere che un pregio e una funzione, questo poer nano, alla fine, ce  li ha. E’ come uno di quegli aspiratori da obitorio. Infila la cannula in gola al Vaticano e ne escono i fiancheggiatori della pubblica bestemmia per parte di ricco e i  nostalgici del “pro perfidi judei”; la spinge in profondità nella Destra e ne fa spurgare gli antisemiti come Ciarrapico, quelli degli ebrei con il nasone e gli artigli sulla copertina de “La difesa della razza”. Dal Nord ha già fatto buttar fuori tutto il peggio. Scoli razzisti, miasmi di egoismo, ignoranza, volgarità e cialtroneria.
Non so cosa resterà dell’Italia dopo questa gigantesca opera di spurgo. Sicuramente, come quando arriva  l’autobotte che ti stura i pozzi neri, per un po’ resterà nell’aria un gran fetore di merda.
La Spagna calcistica è campione del mondo e la nazione ha dimenticato le sue divisioni, che non sono da poco, basti pensare alle questioni basca e catalana, per stringersi attorno al suo team vincente, il che significa anche poter andare in visita da un re molto informale in informale maglietta. Gli spagnoli sono vincenti in moltissime discipline sportive e prima o poi bisognerà chiedersi cosa c’è nell’aria che respirano tanti campioni, da Rafa Nadal alle Furie Rosse fino a Fernando Alonso, Jorge Lorenzo, Daniel Pedrosa e gli assi del ciclismo. Io un’ideuzza ce l’avrei. Si chiama democrazia.
Non che la democrazia sola produca campioni sportivi. Anche le dittature in passato ne hanno sfornati, basti pensare alle mostruose ginnaste rumene o alle nuotatrici della Germania Est, molte di queste morte in seguito alle cure ormonali subite per pomparle come degli omini michelin. Però alle Olimpiadi razziste di Berlino di Adolf Hilter vinse il nero Jesse Owens.
Per essere orgogliosi di giocare o correre per una nazione, comunque, bisogna esserne fieri, bisogna sentire di appartenervi.

Nel caso specifico, usciti da una lunghissima dittatura anche se ha molto tempo oramai, gli spagnoli sono ancora in fase di innamoramento con la democrazia ritrovata, la bramano e la ricoprono di attenzioni. E’ una di quelle relazioni felici che durano nel tempo. E’ un sentimento positivo che si ripercuote anche sulle vittorie sportive.
Altri paesi, come il nostro, tanto per citarne uno a caso, trattano invece la democrazia come una vecchia moglie sfiorita delle cui sorti non ce ne può fregare di meno. Non è neanche disamoramento, è proprio ostilità, desiderio che crepi prima possibile. Perchè quindi faticare tanto per questa vecchia babbiona dell’Italia?

Nel giorno della finale dei campionati del mondo sudafricani ho visto l’ultimo film di Clint Eastwood, “Invictus”, ovvero “l’invincibile”, apologo dello sport come potente mezzo per riunificare le nazioni, squisito atto d’amore per la democrazia ed inno alla politica lungimirante del Leader con la elle maiuscola, qui il Nelson Mandela appena eletto presidente del Sudafrica.

Nel 1995 Mandela è desideroso di far superare al suo popolo il trauma dell’apartheid cercando qualcosa che unisca bianchi e neri in una vera rinascita nazionale e trova il modo di concretizzare la sua visione negli imminenti campionati del mondo di rugby e nel riscatto della squadra tradizionalmente simbolo dell’apartheid, gli Springboks. Squadra di tutti bianchi ed un solo nero, regolarmente fischiata a sangue dai neri anche quando rappresentava il Sudafrica in ambito internazionale; compagine in crisi e dalla voglia di vincere ormai spenta, il cui capitano sarà letteralmente illuminato dall’incontro con l’anziano leader, sì da trovare la forza di riscattare l’onore della squadra e ritrovare la voglia di vincere. Anzi di sbaragliare ogni avversario con un coraggio da spartani alla battaglia delle Termopili. Con la differenza che qui non vincerà Serse ma Leonida.

Sappiamo fin dall’inizio, anche perchè si tratta di una storia vera, che l’idea di Mandela sarà vincente e gli Springboks annienteranno in finale i mitici AllBlacks nonostante la spaventosa forza evocativa della haka propiziatoria dei neozelandesi e una quasi disperante disparità di forze.
Il finale è certamente scontato ma il film serve a spiegarci cosa rende una squadra vincente e una nazione vittoriosa anche in condizioni difficili, siano queste una faticosa riunificazione o una crisi economica.

Pensando agli ultimi mondiali ed alla figura cacina rimediata da noi, pur camponi del mondo laureati sotto il cielo azzurro di Berlino se ci lasciamo ispirare da Clint è facile capire perchè siamo stati cacciati fuori al primo turno.
Non siamo una nazione unita, tanto per iniziare. Abbiamo la peste leghista che rema contro, che tifa contro, il trota-beota che annuncia che tiferà per una fantomatica nazionale Padana invece che per i campioni del mondo italiani.
Siamo una nazione divisa. Ricchi contro poveri, berlusconiani contro antiberlusconiani e lui, il presunto leader è uno che in qualsiasi altro paese sarebbe associato alle patrie galere per attentato alla Costituzione ed all’unità nazionale. Uno che se ne frega perfino della sua squadra di famiglia, che la lascia agonizzante in mezzo al campo, vittima anch’essa della sua ossessione ormai monotematica di distruggere tutto, in Attila mode, pur di salvarsi il culo da processi che sa benissimo saranno inevitabili come il giorno del giudizio.

Berlusconi è uno che come apre bocca divide, crea steccati, apre crepacci che separano interi settori della società. E’ profondamente antidemocratico e, cianciando d’amore, sparge odio come un Canadair sopra un incendio boschivo. C’è qualcosa di profondamente etico nel fatto che il destino ha voluto non potesse pavoneggiarsi con la coppa del mondo. E’ giusto. Lasciamo pure che blateri millantando un suo merito inesistente nella vittoria spagnola. Ormai conosciamo i termini del delirio.
Eh si, l’Italia non aveva proprio i requisiti per spingere una squadra alla vittoria. Una nazione a pezzi in balìa di una banda di criminali può sperare solo in un intervento della divinità in persona.
Cannavaro è un grande capitano ma purtroppo, parlando di anziani leader, non ha trovato un Mandela a consigliarlo, ma solo un Berlusconi qualsiasi.

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