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Giusto un anno fa, in questo post, raccontavo le vicissitudini della piccola azienda Miranda srl nel passaggio da una compagnia telefonica all’altra, alla ricerca di un piano tariffario più a buon mercato e delle peripezie della sua instancabile segretaria amministrativa, Signora Genoveffa, nota in ufficio come Lady Rottweiler a causa della sua teutonica affidabilità ed efficienza.

Ci sono stati degli sviluppi, nella vicenda, che è interessante divulgare, a perenne ludibrio della telefonia mobile italiana, gestita in alcuni casi da veri e propri avventurieri.

Fino alla fine dell’anno scorso, la Signora Genoveffa non poteva lamentarsi del contratto di telefonia mobile aziendale stipulato con la società Burp: bollette dimezzate rispetto a quelle di Bip, la tariffa più bassa in assoluto per minuto di chiamata, intercom gratuito e bonus sulle tasse governative.
Si, certo, a volte la copertura in certe zone lascia a desiderare, la comunicazione procede a singhiozzo ma, come si dice, a caval quasi donato…
Tutto bene quindi fintantoché l’azienda dove lavora Genoveffa non decide di cambiare intestazione societaria. Da Miranda srl a Miranda & Miranda snc.

Per quasi tutti i contratti di utenza accesi con la vecchia società non vi sono problemi per effettuare il subentro della nuova. Luce, gas, acqua, rifiuti urbani, telefonia fissa. Superata un’iniziale difficoltà dell’operatore di call center nel fare mente locale e capire che sia Miranda che Miranda & Miranda appartengono allo stesso proprietario, (chi chiede il subentro e chi ne dà il benestare sono quindi la stessa persona), c’è chi esegue la modifica dell’intestazione del contratto online e chi richiede di fornire la visura camerale ma nel complesso tutto procede bene. A parte le dozzine di minuti spesi con il cordless appiccicato all’orecchio in ascolto della musichina d’attesa.

Tutto ok tranne che con Burp, il gestore di telefonia mobile di Miranda srl. L’odissea omerica inizia a gennaio. Il primo risponditore afferma addirittura che non è possibile (?) effettuare subentri.
Alle proteste di Genoveffa ed ai “mavalà e macosadice”, costui si ravvede e dice che “si, si può fare, però…” e qui parte una sfilza di richieste di documenti, da inviare per raccomandata. Burp non ha una modulistica già pronta, come ad esempio TelefonItalia, quindi bisogna arrangiarsi.
Genoveffa copia quella di Telefon e invia il tutto. Passano due mesi e riceve una lettera dove Burp si dispiace di non aver potuto accogliere la richiesta perchè la pratica manca diella necessaria documentazione. Genoveffa richiama Burp e questa volta, per la prima volta, si sente richiedere di inviare loro “il nuovo contratto”. Quale nuovo contratto? Questo è un subentro, non un nuovo contratto. Il pischello dall’altra parte insiste, senza il nuovo contratto non ci sono santi.

Genoveffa ha quindi la brillante idea, giusto per interfacciarsi con qualcuno in carne ed ossa, di rivolgersi all’agente che le aveva fatto firmare il contratto a suo tempo. Si reca nel negozio dove sa che lui lavora part-time e chiede aiuto. La sua reazione è quella di colui al quale hai appena chiesto un prestito di 10.000 euro. “Ah, ma cosa mi dici. Però, sai, purtroppo non lavoro più per Burp”.
Ok”, insiste Genoveffa, “ma con te venne anche quella tua collega, come si chiama, Cunegonda!” “Oh, si, ti do il numero, prova a chiamarla. Io però, sai, non voglio più sapere nulla di Burp”.
Genoveffa inizia a farsi l’idea che Burp non abbia un parco di agenti molto affezionati alla ditta. Ne ha conferma quando prova ad inviare una mail a Cunegonda e a chiamarla per telefono.
“No, guardi, io non lavoro più per Burp, anzi, mi faccia la cortesia di non rompermi le scatole con quei bastardi”.

Sembra di essere in quegli horror dove il protagonista scopre a metà film di aver avuto a che fare fino a quel momento con dei fantasmi, incarnatisi nella sua mente malata.
La nostra ritelefona a Burp e chiede di farsi dare dei nominativi di agenti in servizio. Quattro nominativi: la prima la manda subito affanculo e la seconda sembra addirittura spaventata e prende le distanze da Burp (anche loro non ci lavorano più); il terzo non risponde e il quarto ha un numero inesistente.
Ennesima telefonata di una stremata Genoveffa al call center di Burp.
Dopo essere stata sballottata da un operatore all’altro come la classica patata bollente, alla fine trova un ragazzo molto gentile che le spiega cosa deve fare.
“Guarda, tu fai una fotocopia del contratto originale e invialo per raccomandata. Vedrai che la pratica andrà a buon fine”. Genoveffa esegue e resta in attesa. Passano altre due settimane e arriva un’altra lettera che dice che la pratica non può essere evasa per documentazione incompleta. La fotocopia non era leggibile, bisogna rifarla ricalcandoci sopra. Passano altri giorni. Telefona Burp: “Mi scusi ma l’IBAN non ci risulta corretto” (dopo che le fatture di un anno erano risultate correttamente pagate proprio tramite quell’IBAN).

Per farla breve, dopo altre sei-sette telefonate, raccomandate, incazzature e urli per telefono finalmente, alla fine di maggio, dopo 4 mesi, il subentro va a buon fine. Almeno così afferma il 245.789° operatore chiamato.
Disgustata da Burp, alla quale vuole farla pagare, Genoveffa accetta la corte di un simpaticissimo agente di Bip (il vecchio gestore di Miranda) che, capitatogli in negozio per caso, con una manovra di accerchiamento a base di testosterone e parlantina, la convince a tornare all’ovile. Il ragazzo è proprio simpatico. Come si presenta premette che “sono tutti dei manigoldi” (i gestori di telefonia mobile) però lui cerca di fare l’interesse del cliente. Sarà.

C’è un problema però. Il contratto stipulato con Burp ha appena un anno di vita. Ci sarà una penale da pagare. Beh, Bip ti rimborsa la penale. Il furbo agente ha un atroce dubbio e chiama Burp. “Scusi, sono Pietro Gambadilegno (si spaccia per il titolare di Genoveffa), legale rappresentante di Miranda & Miranda. So che è andato a buon fine il subentro. Mi fate pagare la penale se per caso, eventualmente, putacaso volessi cambiare gestore?”
Qui, state bene attenti, si va sul surreale. Il callcenterista di Burp risponde che “si, pagherebbe la penale, anzi quella doppia, perchè con il subentro ripartono i 48 mesi.” I 48 mesi sono il periodo entro il quale non puoi cambiare gestore telefonico in Italia se non a prezzo di un costoso pizzo, di una vera e propria estorsione. Alla faccia di Bersani, suppongo.
Taglio corto per non annoiarvi: secondo il simpatico agente di Bip, Gambadilegno dovrebbe ricevere da Burp una richiesta di penale da pagare di ben 400 euro. 100 euro a numero, raddoppiati perchè Burp la differenza tra subentro e nuovo contratto proprio non la capisce.

La storia non ha ancora avuto un termine. Ieri a Genoveffa ha telefonato una signorina di Bip. Sono spiacenti di non aver ancora potuto portare i due numeri su Bip perchè Burp sostiene che “non sono attivi”. “Ma come, se mi sta telefonando proprio su uno dei due numeri!” La signorina concorda che sono cose dell’altro mondo.
Genoveffa sta aspettando che i due numeri sequestrati vengano liberati e che arrivi la famosa penale da 400 euro per scatenare contro Burp tutte le associazioni di consumatori della galassia. Se si renderà necessario passare al lato oscuro della Forza, si farà anche quello.

Scommetto che non avete trovato difficoltà ad immedesimarvi nella protagonista di questa storia. La butto lì: siamo sicuri che, potendo i consumatori usufruire dell’istituto della class action, questi gestori truffaldini potrebbero continuare a vessare i clienti a questo modo?
Per ora accontentiamoci di una fart action. Accogliamo con un sonoro vento di culo le eventuali proposte commerciali che dovessero giungerci per telefono dalle compagnie telefoniche che ci hanno disgustato.
Resto in attesa dei vostri commenti e, se possibile, del racconto di disavventure ancora peggiori di quella di Genoveffa con Burp. Anzi Fart, che fa rima con vento.


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Nel paese di Troppo Troppo Vicino c’è una piccola azienda, la chiameremo Miranda srl, che ha un contratto aziendale con una grossa compagnia di telefonia mobile, la Bip. Un contratto risalente al 2001 per il quale ogni bimestre paga 450-500 euro di bolletta. Volendo ottimizzare i costi aziendali e approfittare delle nuove tariffe ed offerte vantaggiose che vengono presentate sul sito del suo operatore telefonico, la nuova responsabile amministrativa della Miranda srl, Signora Genoveffa, contatta una prima volta il numero verde dell’assistenza clienti di Bip.
“Vorrei aggiornare il mio profilo tariffario.” “Non c’è problema, signora, la faccio contattare in giornata dall’addetta che segue il suo contratto.”
Nessuno si fa vivo e passa un mese. Genoveffa richiama il numero verde.
“Ci scusi, la facciamo richiamare subito.”
Nisba. Passa un bimestre ed un’altra bolletta da 490 euro. Questa volta Genoveffa fa la voce grossa con il call center e riceve un’ennesima promessa di contatto nel giro di due giorni.
Il suo ultimo disperato tentativo di farsi modificare ed attualizzare il contratto risale a quindici giorni fa, quando invia una email piccata alla signorina Cunegonda, dell’Assistenza Clienti Bip, nella quale minaccia di passare senza indugi ad un altro operatore di telefonia mobile se non fosse stata contattata nel giro di 48 ore. L’avete ricevuta voi, la risposta all’email? Genoveffa no.

Caso vuole che il giorno dopo si presenti in ufficio un agente della compagnia telefonica Burp che, ascoltata la triste storia, propone a Genoveffa di passare con loro e mandare nel casino la Bip e il suo vetusto contratto. Calcoli alla mano, la bolletta dovrebbe dimezzarsi grazie all’intercom gratuito, al rimborso delle tasse governative, all’assenza di scatto alla risposta ecc. Detto fatto, Genoveffa firma il nuovo contratto.
L’agente di Burp la avverte però che Bip la contatterà proponendole di restare con loro ma faccia attenzione che, nel caso dovesse rinunciare al passaggio, sarebbe tenuta a pagare la penale con Burp. “Le faranno un’offerta vantaggiosa per trattenerla, vedrà.”

Nulla però accade fino a tre giorni dall’annunciato passaggio al nuovo operatore quando il capo di Genoveffa riceve una telefonata al suo domicilio fisso (!), dove Bip gli propone un contratto “a prezzi stracciati” ma rifiutandosi di specificarne i dettagli. Il succo è: tu rinuncia al passaggio a Burp, firma con noi e poi eventualmente ti diciamo che cosa hai firmato. Il capo manda gentilmente la signorina interlocutrice affan…
Genoveffa invece riceve su tutti i cellulari dell’azienda un primo SMS che recita:

“Da Bip , le stiamo per inviare un SMS che dovrà restituire al seguente numero 01011110o111 digitando il tasto inoltra”.

Poi un secondo:

“Per Miranda srl, in qualità di legale rappresentante, revoco la MNP vs. Burp per le linee del contratto n° 01100000110”.

Genoveffa si guarda bene dal rispondere all’SMS e il giorno dopo viene informata che il passaggio a Burp è previsto per il giorno x.
La storia continua, sperando in un lieto fine.
Ho lasciato poco fa Genoveffa un po’ preoccupata. Non è che inizieranno ad arrivarle chiamate come in quei film coreani tipo “Phone”?

Anche se sembra una favola satirica, il racconto è pura cronaca vera. Lascio a voi i commenti. Così, a lume di naso, a me sembra che questo modo di trattare i clienti e tentare di costringerli a non recedere da un contratto sia da filibustieri, da pirati dei Caraibi.
E se uno distrattamente beccava e rispediva l’SMS? Che valore legale può avere una disdetta via SMS?

Capito perchè non vogliono la class action?


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Nel paese di Troppo Troppo Vicino c’è una piccola azienda, la chiameremo Miranda srl, che ha un contratto aziendale con una grossa compagnia di telefonia mobile, la Bip. Un contratto risalente al 2001 per il quale ogni bimestre paga 450-500 euro di bolletta. Volendo ottimizzare i costi aziendali e approfittare delle nuove tariffe ed offerte vantaggiose che vengono presentate sul sito del suo operatore telefonico, la nuova responsabile amministrativa della Miranda srl, Signora Genoveffa, contatta una prima volta il numero verde dell’assistenza clienti di Bip.
“Vorrei aggiornare il mio profilo tariffario.” “Non c’è problema, signora, la faccio contattare in giornata dall’addetta che segue il suo contratto.”
Nessuno si fa vivo e passa un mese. Genoveffa richiama il numero verde.
“Ci scusi, la facciamo richiamare subito.”
Nisba. Passa un bimestre ed un’altra bolletta da 490 euro. Questa volta Genoveffa fa la voce grossa con il call center e riceve un’ennesima promessa di contatto nel giro di due giorni.
Il suo ultimo disperato tentativo di farsi modificare ed attualizzare il contratto risale a quindici giorni fa, quando invia una email piccata alla signorina Cunegonda, dell’Assistenza Clienti Bip, nella quale minaccia di passare senza indugi ad un altro operatore di telefonia mobile se non fosse stata contattata nel giro di 48 ore. L’avete ricevuta voi, la risposta all’email? Genoveffa no.

Caso vuole che il giorno dopo si presenti in ufficio un agente della compagnia telefonica Burp che, ascoltata la triste storia, propone a Genoveffa di passare con loro e mandare nel casino la Bip e il suo vetusto contratto. Calcoli alla mano, la bolletta dovrebbe dimezzarsi grazie all’intercom gratuito, al rimborso delle tasse governative, all’assenza di scatto alla risposta ecc. Detto fatto, Genoveffa firma il nuovo contratto.
L’agente di Burp la avverte però che Bip la contatterà proponendole di restare con loro ma faccia attenzione che, nel caso dovesse rinunciare al passaggio, sarebbe tenuta a pagare la penale con Burp. “Le faranno un’offerta vantaggiosa per trattenerla, vedrà.”

Nulla però accade fino a tre giorni dall’annunciato passaggio al nuovo operatore quando il capo di Genoveffa riceve una telefonata al suo domicilio fisso (!), dove Bip gli propone un contratto “a prezzi stracciati” ma rifiutandosi di specificarne i dettagli. Il succo è: tu rinuncia al passaggio a Burp, firma con noi e poi eventualmente ti diciamo che cosa hai firmato. Il capo manda gentilmente la signorina interlocutrice affan…
Genoveffa invece riceve su tutti i cellulari dell’azienda un primo SMS che recita:

“Da Bip , le stiamo per inviare un SMS che dovrà restituire al seguente numero 01011110o111 digitando il tasto inoltra”.

Poi un secondo:

“Per Miranda srl, in qualità di legale rappresentante, revoco la MNP vs. Burp per le linee del contratto n° 01100000110”.

Genoveffa si guarda bene dal rispondere all’SMS e il giorno dopo viene informata che il passaggio a Burp è previsto per il giorno x.
La storia continua, sperando in un lieto fine.
Ho lasciato poco fa Genoveffa un po’ preoccupata. Non è che inizieranno ad arrivarle chiamate come in quei film coreani tipo “Phone”?

Anche se sembra una favola satirica, il racconto è pura cronaca vera. Lascio a voi i commenti. Così, a lume di naso, a me sembra che questo modo di trattare i clienti e tentare di costringerli a non recedere da un contratto sia da filibustieri, da pirati dei Caraibi.
E se uno distrattamente beccava e rispediva l’SMS? Che valore legale può avere una disdetta via SMS?

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“Vorrei aggiornare il mio profilo tariffario.” “Non c’è problema, signora, la faccio contattare in giornata dall’addetta che segue il suo contratto.”
Nessuno si fa vivo e passa un mese. Genoveffa richiama il numero verde.
“Ci scusi, la facciamo richiamare subito.”
Nisba. Passa un bimestre ed un’altra bolletta da 490 euro. Questa volta Genoveffa fa la voce grossa con il call center e riceve un’ennesima promessa di contatto nel giro di due giorni.
Il suo ultimo disperato tentativo di farsi modificare ed attualizzare il contratto risale a quindici giorni fa, quando invia una email piccata alla signorina Cunegonda, dell’Assistenza Clienti Bip, nella quale minaccia di passare senza indugi ad un altro operatore di telefonia mobile se non fosse stata contattata nel giro di 48 ore. L’avete ricevuta voi, la risposta all’email? Genoveffa no.

Caso vuole che il giorno dopo si presenti in ufficio un agente della compagnia telefonica Burp che, ascoltata la triste storia, propone a Genoveffa di passare con loro e mandare nel casino la Bip e il suo vetusto contratto. Calcoli alla mano, la bolletta dovrebbe dimezzarsi grazie all’intercom gratuito, al rimborso delle tasse governative, all’assenza di scatto alla risposta ecc. Detto fatto, Genoveffa firma il nuovo contratto.
L’agente di Burp la avverte però che Bip la contatterà proponendole di restare con loro ma faccia attenzione che, nel caso dovesse rinunciare al passaggio, sarebbe tenuta a pagare la penale con Burp. “Le faranno un’offerta vantaggiosa per trattenerla, vedrà.”

Nulla però accade fino a tre giorni dall’annunciato passaggio al nuovo operatore quando il capo di Genoveffa riceve una telefonata al suo domicilio fisso (!), dove Bip gli propone un contratto “a prezzi stracciati” ma rifiutandosi di specificarne i dettagli. Il succo è: tu rinuncia al passaggio a Burp, firma con noi e poi eventualmente ti diciamo che cosa hai firmato. Il capo manda gentilmente la signorina interlocutrice affan…
Genoveffa invece riceve su tutti i cellulari dell’azienda un primo SMS che recita:

“Da Bip , le stiamo per inviare un SMS che dovrà restituire al seguente numero 01011110o111 digitando il tasto inoltra”.

Poi un secondo:

“Per Miranda srl, in qualità di legale rappresentante, revoco la MNP vs. Burp per le linee del contratto n° 01100000110”.

Genoveffa si guarda bene dal rispondere all’SMS e il giorno dopo viene informata che il passaggio a Burp è previsto per il giorno x.
La storia continua, sperando in un lieto fine.
Ho lasciato poco fa Genoveffa un po’ preoccupata. Non è che inizieranno ad arrivarle chiamate come in quei film coreani tipo “Phone”?

Anche se sembra una favola satirica, il racconto è pura cronaca vera. Lascio a voi i commenti. Così, a lume di naso, a me sembra che questo modo di trattare i clienti e tentare di costringerli a non recedere da un contratto sia da filibustieri, da pirati dei Caraibi.
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Guardavo oggi su Repubblica le fotografie di Livio Senigalliesi che documentano gli effetti dell’Agente Orange sulle popolazioni del Vietnam.
Nel tentativo di stanare i vietcong in un territorio ricoperto da una fitta giungla e incuranti del fatto che lì sotto vi fossero soprattutto popolazioni civili, gli americani irrorarono il territorio vietnamita, in un periodo di dieci anni, dal 1961 al 1971, con qualcosa come 72 milioni di litri di defolianti chimici dai nomi colorati come i pastelli dei bambini: agenti blu, arancio, rosa, viola e bianco. Un arcobaleno di veleni che, a causa dei loro derivati diossinici entrarono subdolamente nella catena alimentare e diedero luogo a danni permanenti e a terribili deformazioni nelle successive generazioni. Anche i soldati americani che servivano nelle zone irrorate dai pesticidi hanno avuto figli deformi e si sono ammalati essi stessi di cancro, come denunciano le combattive associazioni di veterani come questa.

I defolianti in dotazione all’esercito USA erano gentilmente forniti soprattutto dalle multinazionali Monsanto e Dow Chemicals. L’Agente Orange era appunto una miscela di due erbicidi prodotti dalle due società. Un perfetto matrimonio d’interessi. La Dow deliziò le popolazioni asiatiche anche con il napalm, miscela di acido NAftenico e acido PALMitico, quello il cui odore la mattina faceva impazzire il personaggio di Robert Duvall in Apocalypse Now.
Il caro vecchio napalm, classe 1942, dai fasti di Dresda e del Vietnam si è evoluto sempre di più attaccandosi alla pelle e bruciandoti vivo fino al suo ultimo discendente, quel Napalm II miscela di benzene e benzina con polistirene a cui viene aggiunto fosforo bianco che ne facilita l’accensione durante la dispersione nell’aria. Do you remember Falluja?

L’agente arancio rilasciava diossina, quindi. Diossina, Seveso, anche noi nel nostro piccolo abbiamo avuto il nostro disastro con la fuoriscita di triclorofenolo, componente dei diserbanti, dalla fabbrica dell’ICMESA, nel 1976.
Niente però a paragone della più grande grande tragedia industriale della storia della quale ricorre proprio in questi giorni il 27° anniversario. Ancora più terribile e immediatamente devastante del disastro di Chernobyl, che ancora turba i nostri sogni perché l’abbiamo vissuto da vicino, con l’incubo della foglia larga e del latte radioattivo.

A Bhopal in India, migliaia di persone continuano ad ammalarsi e morire a causa del disastro che rilasciò nell’aria circostante alla fabbrica della Union Carbide, nella notte tra il 2 e il 3 dicembre 1984, quaranta tonnellate di isocianato di metile, un componente di un insetticida, il Sevin.

Fu all’epoca della tragedia di Bhopal, con le immagini terrificanti di 8000 morti immediati e altri 12000 bruciati ed accecati dal gas, che imparammo questa semplice legge: qualunque erbicida, insetticida o defoliante in alta concentrazione diventa un’arma chimica. Scoprimmo anche che a poche centinaia di metri da casa nostra vi erano fabbriche di pesticidi, potenzialmente a rischio, come la Sariaf di Faenza, e non ci sentimmo più tanto tranquilli.

La storia di Bhopal è quella delle sue ventimila vittime per la maggior parte mai risarcite, della totale impunità di quel Warren Anderson che non è mai stato chiamato a rispondere in un tribunale per conto della Union Carbide che presiedeva e della stessa Union Carbide che oggi, guarda caso, è stata assorbita proprio dalla Dow Chemicals.

Quella che doveva essere una fabbrica modello, in grado di sfornare tonnellate di un geniale nuovo insetticida, il Sevin, diventò invece a causa del flop sul mercato del prodotto, uno scomodo relitto, nel quale le misure di sicurezza vennero progressivamente e criminalmente azzerate per un unico motivo: risparmiare. Quando l’isocianato di metile uscì dalla fabbrica non suonarono neanche le sirene, erano state zittite per tagliare i costi.
Il principio che ha condotto al disastro di Bhopal, risparmiare, è lo stesso che indusse la Signora Thatcher negli anni ’80 a tollerare l’eliminazione dei procedimenti di bollitura delle farine animali che, se correttamente applicati, avrebbero limitato la diffusione dell’infezione da “mucca pazza”. Per non buttare via nulla si è pensato di sfruttare l’uranio impoverito che deriva dalle centrali nucleari per migliorare la penetrabilità dei proiettili. L’inquinamento da Uranio Impoverito è un’ennesima piaga che sta affliggendo le popolazioni dove sono passati i nuovi Attila, che per essere ben sicuri che non cresca più un filo d’erba usano i defolianti.

Negli ultimi tempi si è parlato di class action, che è tanto più efficace quanto meno è potete il defendant, l’imputato. Nei casi di Bhopal e dell’Agente Orange ci sono stati tentativi di class action ma contro giganti come la Dow Chemicals, che ufficialmente vende prodotti chimici, in realtà è una delle più impunite fabbricanti di armi chimiche, è una lotta contro i mulini a vento.


La natura è stata capace di creare montagne, mari, laghi, fiumi, deserti, foreste, milioni di specie animali e vegetali, tramonti, aurore boreali, stelle e pianeti, in armonia e bellezza. L’uomo moderno, l’uomo industriale accecato dal profitto sembra capace di generare solo dei mostri.


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Guardavo oggi su Repubblica le fotografie di Livio Senigalliesi che documentano gli effetti dell’Agente Orange sulle popolazioni del Vietnam.
Nel tentativo di stanare i vietcong in un territorio ricoperto da una fitta giungla e incuranti del fatto che lì sotto vi fossero soprattutto popolazioni civili, gli americani irrorarono il territorio vietnamita, in un periodo di dieci anni, dal 1961 al 1971, con qualcosa come 72 milioni di litri di defolianti chimici dai nomi colorati come i pastelli dei bambini: agenti blu, arancio, rosa, viola e bianco. Un arcobaleno di veleni che, a causa dei loro derivati diossinici entrarono subdolamente nella catena alimentare e diedero luogo a danni permanenti e a terribili deformazioni nelle successive generazioni. Anche i soldati americani che servivano nelle zone irrorate dai pesticidi hanno avuto figli deformi e si sono ammalati essi stessi di cancro, come denunciano le combattive associazioni di veterani come questa.

I defolianti in dotazione all’esercito USA erano gentilmente forniti soprattutto dalle multinazionali Monsanto e Dow Chemicals. L’Agente Orange era appunto una miscela di due erbicidi prodotti dalle due società. Un perfetto matrimonio d’interessi. La Dow deliziò le popolazioni asiatiche anche con il napalm, miscela di acido NAftenico e acido PALMitico, quello il cui odore la mattina faceva impazzire il personaggio di Robert Duvall in Apocalypse Now.
Il caro vecchio napalm, classe 1942, dai fasti di Dresda e del Vietnam si è evoluto sempre di più attaccandosi alla pelle e bruciandoti vivo fino al suo ultimo discendente, quel Napalm II miscela di benzene e benzina con polistirene a cui viene aggiunto fosforo bianco che ne facilita l’accensione durante la dispersione nell’aria. Do you remember Falluja?

L’agente arancio rilasciava diossina, quindi. Diossina, Seveso, anche noi nel nostro piccolo abbiamo avuto il nostro disastro con la fuoriscita di triclorofenolo, componente dei diserbanti, dalla fabbrica dell’ICMESA, nel 1976.
Niente però a paragone della più grande grande tragedia industriale della storia della quale ricorre proprio in questi giorni il 27° anniversario. Ancora più terribile e immediatamente devastante del disastro di Chernobyl, che ancora turba i nostri sogni perché l’abbiamo vissuto da vicino, con l’incubo della foglia larga e del latte radioattivo.

A Bhopal in India, migliaia di persone continuano ad ammalarsi e morire a causa del disastro che rilasciò nell’aria circostante alla fabbrica della Union Carbide, nella notte tra il 2 e il 3 dicembre 1984, quaranta tonnellate di isocianato di metile, un componente di un insetticida, il Sevin.

Fu all’epoca della tragedia di Bhopal, con le immagini terrificanti di 8000 morti immediati e altri 12000 bruciati ed accecati dal gas, che imparammo questa semplice legge: qualunque erbicida, insetticida o defoliante in alta concentrazione diventa un’arma chimica. Scoprimmo anche che a poche centinaia di metri da casa nostra vi erano fabbriche di pesticidi, potenzialmente a rischio, come la Sariaf di Faenza, e non ci sentimmo più tanto tranquilli.

La storia di Bhopal è quella delle sue ventimila vittime per la maggior parte mai risarcite, della totale impunità di quel Warren Anderson che non è mai stato chiamato a rispondere in un tribunale per conto della Union Carbide che presiedeva e della stessa Union Carbide che oggi, guarda caso, è stata assorbita proprio dalla Dow Chemicals.

Quella che doveva essere una fabbrica modello, in grado di sfornare tonnellate di un geniale nuovo insetticida, il Sevin, diventò invece a causa del flop sul mercato del prodotto, uno scomodo relitto, nel quale le misure di sicurezza vennero progressivamente e criminalmente azzerate per un unico motivo: risparmiare. Quando l’isocianato di metile uscì dalla fabbrica non suonarono neanche le sirene, erano state zittite per tagliare i costi.
Il principio che ha condotto al disastro di Bhopal, risparmiare, è lo stesso che indusse la Signora Thatcher negli anni ’80 a tollerare l’eliminazione dei procedimenti di bollitura delle farine animali che, se correttamente applicati, avrebbero limitato la diffusione dell’infezione da “mucca pazza”. Per non buttare via nulla si è pensato di sfruttare l’uranio impoverito che deriva dalle centrali nucleari per migliorare la penetrabilità dei proiettili. L’inquinamento da Uranio Impoverito è un’ennesima piaga che sta affliggendo le popolazioni dove sono passati i nuovi Attila, che per essere ben sicuri che non cresca più un filo d’erba usano i defolianti.

Negli ultimi tempi si è parlato di class action, che è tanto più efficace quanto meno è potete il defendant, l’imputato. Nei casi di Bhopal e dell’Agente Orange ci sono stati tentativi di class action ma contro giganti come la Dow Chemicals, che ufficialmente vende prodotti chimici, in realtà è una delle più impunite fabbricanti di armi chimiche, è una lotta contro i mulini a vento.


La natura è stata capace di creare montagne, mari, laghi, fiumi, deserti, foreste, milioni di specie animali e vegetali, tramonti, aurore boreali, stelle e pianeti, in armonia e bellezza. L’uomo moderno, l’uomo industriale accecato dal profitto sembra capace di generare solo dei mostri.

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