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La storia degli attentati alla vita di Hitler è costellata di incertezze, titubanze e sorprendenti atti mancati che contribuirono al loro regolare fallimento.
Hitler ringraziava istericamente ogni volta la Provvidenza per avergli salvato la vita e faceva notare come fosse un segno del destino che lui fosse ancora lì, ma avrebbe dovuto piuttosto ringraziare quel sorprendente impedimento al tirannicidio creato nel suo popolo dalla suggestione del suo personaggio.

I primi attentati furono opera di persone appartenenti alle categorie perseguitate dal regime: comunisti, ebrei e cattolici. I loro gesti disperati non fecero che causare di conseguenza altro dolore. Astutamente il dottor Goebbels prese a pretesto l’attentato di un giovane ebreo per avviare l’orgia distruttiva della Kristallnacht nel novembre 1938; come nel 1933, quando dopo l’incendio “false flag” al Reichstag si era appellato alla necessità di difendere lo Stato, stringendo ancor di più la morsa persecutoria contro gli oppositori politici, soprattutto comunisti.

L’unica occasione nella quale Hitler rischiò veramente la vita fu il 20 luglio 1944, quando una bomba squarciò la baracca nella quale si teneva una riunione militare ed egli si ritrovò ancora una volta salvo ma con i timpani lesionati e la divisa bruciacchiata, tra i cadaveri e i feriti non risparmiati dall’esplosione.
Quello che avrebbe dovuto rimanere l’unico tentativo concreto della Resistenza tedesca di eliminare il Führer e rovesciare la dittatura nazista era fallito in parte per fatalità e in parte per una disorganizzazione creata dalla dissonanza cognitiva tra la necessità di agire e le forti ed inspiegabili remore sull’uccisione di Hitler. Chi apparentemente riuscì a superare questo conflitto fu l’autore materiale dell’attentato, il conte Claus Schenk von Stauffenberg.

Fin dai primi anni di guerra, come ufficiale di stato maggiore, Stauffenberg aveva assistito ai continui errori militari di Hitler. Si era indignato nell’apprendere degli eccidi commessi dietro il fronte e nei campi di sterminio e giunse alla conclusione che era stato lo stesso Hitler a ordinarli.

“Stauffenberg e altri membri dello stato maggiore cercarono di sabotare gli ordini criminali e di neutralizzare gli errori tattici, ma con scarso successo. Egli però non si accontentava “di aver tentato”. Si convinse che Hitler doveva essere eliminato. Nel settembre del 1942 si dichiarò pronto a uccidere Hitler. In una riunione tenuta presso l’alto comando militare, uno degli ufficiali di stato maggiore disse la frase ormai trita che qualcuno avrebbe dovuto andare dal Führer e dirgli la verità sulla situazione militare. Stauffenberg replicò: “Il punto non è dirgli la verità ma ucciderlo, e io sono pronto a farlo”. Non aveva però accesso al dittatore e non trovò appoggi. Non era neppure in contatto con i cospiratori già attivi contro Hitler, guidati da Beck e Goerdeler”.

Questo episodio riportato dallo storico Hoffmann contiene una delle costanti dell’atteggiamento di coloro che venivano a conoscenza dei crimini nazisti. La reazione era quasi sempre quella di pensare: “Tutto ciò è impossibile, il Führer non può permetterlo, certamente non ne sa nulla, stanno tramando alle sue spalle, bisogna avvertirlo”. Frasi che molti tedeschi si saranno ripetuti mille volte.
Quanto doveva essere forte la fiducia in quell’uomo che si era presentato come un Messia e del Messia rivendicava l’assoluta incorruttibilità e purezza. Quali meccanismi di difesa, fino alla negazione scattavano contro la minaccia di una disillusione e la vergogna di scoprire di essere stati ingannati da altri che un criminale.
La suggestione del ciarlatano Hitler sul popolo si configura come una seduzione a tutti gli effetti, alla quale segue, nelle menti più sensibili, la vergogna per essere stati sedotti.
Mentre in alcuni questa esperienza di disinganno provocava depressione e paralisi della volontà, in altri come Stauffenberg questi sentimenti erano sopravanzati dalla spinta all’agire. Fu in Stauffenberg che venne superato il tabù dell’uccisione di Hitler.

Il percorso che l’aveva portato a piazzare una bomba sotto il tavolo al quale sedeva Hitler, era iniziato nello stesso clima culturale e ideale che è considerato dagli studiosi tra i presupposti del delirio nazionalsocialista; in quello stesso movimento di risveglio nazionale tedesco che raccoglieva i giovani aristocratici come Stauffenberg attorno al poeta Stefan George ed ai suoi languori estetizzanti ed improvvisamente era poi virato nella neoplasia razzista dei pangermanisti come Alfred Schuler e Ludwig Klages.
Stauffenberg aveva applaudito gli esordi di Hitler e ne aveva servito con senso dell’onore prussiano l’esercito. Questo non gli aveva impedito però in seguito di aderire al progetto di colpo di stato della insicura Resistenza tedesca.
Dopo il fallimento dell’attentato fu condannato a morte assieme agli altri congiurati e si dice che Hitler si facesse proiettare privatamente il filmato della loro esecuzione. Himmler organizzò una vendetta barbarica contro migliaia di persone coinvolte nel complotto e contro la famiglia Stauffenberg che fu sterminata, compresi un bambino di tre anni e l’ottantacinquenne padre di un loro cugino.

Che fossero stati lo sdegno per le atrocità commesse dal suo stesso esercito o la percezione della prossima disfatta ad armargli la mano contro Hitler, il colonnello Stauffenberg fu comunque tra i pochi a comprendere chi fosse veramente il responsabile della tragedia in atto e a trarne le conseguenze.
Pochi giorni prima del colpo di stato aveva detto alla moglie:
“E’ ora di fare qualcosa. Ma chi ha il coraggio di fare qualcosa deve farlo sapendo che nella storia tedesca sarà ricordato come un traditore. Se non fa nulla, però, sarà un traditore per la propria coscienza”.

Non riuscì ad uccidere Hitler e a fermare la guerra anzitempo ma riuscì concretamente a fare paura al semidio schiumante di rabbia, che da quel momento si rinchiuse nel bunker, insonne ed imbottito di farmaci e droghe, tra seguaci ormai disillusi che, quando alla fine lui si suicidò, riscoprirono per prima cosa il gusto di poter fumare di nuovo liberamente.


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