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Mi ha molto colpito l’immagine, perfidamente trasmessa da Mentana durante lo speciale di ieri de La7 sulla tornata referendaria, dell’ “Uomo Che Fu Fottuto Da Un Intero Popolo”, l’uomo con un senso dello Stato così, intento a fare shopping di collanine (mica roba di Bulgari, eh, ma bigiotteria low cost comperata dal marocchino sotto casa), mentre gli italiani appunto gli stavano rompendo il quorum e dopo aver costretto Bibi Netanyahu a togliersi la cuffia della tradizione per non dover ascoltare le solite minchiate sul bunga bunga. 
L’incetta di collanine e orpelli da richiamo per passere under age mi ha ricordato, oltre alle caramelle dei maniaci della mia infanzia, i conquistadores spagnoli che cercavano di barattare l’oro degli Aztechi con carabattole da quattro soldi, collanine e specchietti. Tanto quelli erano selvaggi da gabolare con poca spesa per ottenerne molta resa. 
La riflessione successiva è che con gli elettori italiani, questi ragazzini di otto anni un po’ precocemente dementi quali lui li considera, le collanine e i ciufoli luccicanti non funzionano più. Saremo selvaggi, imprevedibili e molto puttane, anzi proprio troie, ma fessi no e all’occorrenza potremmo anche diventare cannibali. 
Si tenga le collanine e le regali pure alla nipote di Montezuma.
Macchè Papigirl, roba vecchia! Voglio fare l’amazzone di Gheddafi, con la mia bella divisa (ma quante ne hanno, e tutte diverse?) che strippa davanti e dietro sulle belle curvone da bella samaritana e l’espressione truce da caia-gregoria-guardiana-der-pretorio “mo’ ti taglio in due con la mia scimitarra”.
Ma chi era, a proposito, quello sceso dall’aereo con l’aria un po’ alla Pete Doherty? Il colonnello libico o Michael Jackson? Mancavano solo il guanto di lamé ed il moonwalking.
Non vorrei che, visto il tono da avanspettacolo adottato ultimamente dal nostro paese, i leader mondiali stessero assumendo dei consulenti d’immagine incaricati di consigliarli sul look appropriato per la visita al Circo Italiano. “Sa, devo andare da Berlusconi. Mi si nota di più con il total-beduino o con un bel restyling contaminescion da rockstar in declino?”

Giusto rilievo è stato dato nel TG (non metto neanche il numero tanto, cambiando l’ordine degli addendi, il prodotto non cambia) alla foto appuntata dal capo libico sul petto: eroe anti-italiano, è stato definito Omar al-Mukhtar.
Non era meglio, giusto per amor di chiarezza storica, aggiungere anticolonialista ed antifascista, essendosi opposto al colonialismo italiano si ma soprattutto ai crimini di Graziani e compagnia e non certo per pregiudizio alla pizza ed ai mandolini? Macchè, i papiboys & girls microfonomuniti al seguito della visita di stato nella tendopoli di lusso a Villa Pamphili, sono riusciti a parlare della tacchetta coloniale italo-libica senza mai pronunciare una sola volta la parola FASCISMO. I miei complimenti.

Omar al-Mukhtar fu giustiziato proprio dai fascisti come si vede nel film pluricensurato fino ai giorni nostri dal bigottume democristiano-atlantico: “Il leone del deserto”. Un film che ha il difetto di dipingere gli italiani quali essi, in determinate occasioni, sono capaci di essere: una manica di stronzi. Assassini e stupratori come tutti gli altri.
Ebbene, Sky annuncia che in questi giorni manderà in onda finalmente proprio il film maledetto. In realtà su Sky il film è già passato mesi fa, su RaisatCinema. Poi Murdoch non vuole che si dica che ce l’ha con il neoducetto.

La sinistra (scusate la parolaccia) ha avuto una inaspettata manifestazione vitale nonostante il certificato necroscopico e ha protestato contro la visita di Jacko-Gheddafi. La sinistra tranne D’Alema, che forse spicca nel gruppone perchè è solo meno ipocrita degli altri.
Come cambia il mondo! Oggi è la destra che butta gli immigrati a mare che fa lingua in bocca con il dittatore libico mentre la sinistra fa ohibò ma Gheddafi una volta era un eroe del progressismo, fin da quando proclamò la rivoluzione, fece partecipare gli operai alla gestione delle aziende e si mise a spernacchiare gli italiani ex colonialisti e fascisti, oltre che gli USA ed Israele.

Con la Fiat e il socialismo craxiano furono sempre buoni affari (il che spiegherebbe l’affinità elettiva con Silvio).
Il buco nero dei rapporti libici con l’Italia post fascista risale al 1980 quando in una notte caddero un aereo di linea italiano capitato nel momento sbagliato nel punto sbagliato e un MIG libico che andò a terminare la sua corsa sulla Sila. L’aereo italiano cadde al largo di Ustica.

Ufficialmente è un enigma avvolto in un mistero ma alcune teorie fanno risalire il disastro ad uno scenario parecchio inquietante e dai risvolti imbarazzanti per il nostro paese.

Gheddafi allora, alla fine degli anni settanta, nell’economia dell’impero, rappresentava un po’ il Bin Laden della situazione. Era ufficialmente riconosciuto il guru del terrorismo internazionale. Un bel giorno l’impero decide di farlo fuori intercettando il suo volo sul Mediterraneo con un missile, durante un’esercitazione NATO. Un paese dell’alleanza che confina con la Francia e comincia per I, grazie ai rapporti cordiali che intrattiene con la Libia di Bin Gheddafi, nonostante le magagne del passato coloniale, avverte il nostro del pericolo, tradendo il patto di segretezza con l’alleanza atlantica. Fatto sta che il missile che credeva di colpire il bersaglio prestabilito va invece a colpire un innocente aereo civile che era solo in ritardo rispetto al piano di volo.

Questo scenario spiegherebbe le bugie delle autorità militari italiane, il muro di gomma, e forse anche un episodio seguito a distanza di poco più di un mese, la strage di Bologna.
Sempre secondo la teoria del fallito attentato con annessa spiata alla vittima, la bomba alla stazione potrebbe essere stata una vendetta o di chi progettò l’attentato originale o di chi lo scampò, una specie di pizzino della serie “parlo a nuora perchè suocera intenda”.
Chissà se un giorno potremo veramente sapere se queste teorie sono campate in aria oppure se dipingono la bieca realtà dei tornaconti politico economici che muovono il sole e le altre sfere?

Per oggi, grazie all’imborghesimento ed alla svolta filoimperiale dell’ex terrorista ci tocca montare la tenda in giardino e fare buon viso a cattivo gioco. Pagare il mutuo venticinquennale di 5 miliardi di dollari alla rockstar in divisa, consegnargli gommoni carichi di disgraziati che andranno sicuramente al macello ma l’importante è che non vadano a girare per Milano e sederci davanti alla paytv dove, a pagamento, un signore australiano ci ricorderà quanto eravamo stronzi quando eravamo fascisti. Eravamo o siamo ancora?
A Gheddafi non importa, l’importante è che i fascisti paghino.


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Macchè Papigirl, roba vecchia! Voglio fare l’amazzone di Gheddafi, con la mia bella divisa (ma quante ne hanno, e tutte diverse?) che strippa davanti e dietro sulle belle curvone da bella samaritana e l’espressione truce da caia-gregoria-guardiana-der-pretorio “mo’ ti taglio in due con la mia scimitarra”.
Ma chi era, a proposito, quello sceso dall’aereo con l’aria un po’ alla Pete Doherty? Il colonnello libico o Michael Jackson? Mancavano solo il guanto di lamé ed il moonwalking.
Non vorrei che, visto il tono da avanspettacolo adottato ultimamente dal nostro paese, i leader mondiali stessero assumendo dei consulenti d’immagine incaricati di consigliarli sul look appropriato per la visita al Circo Italiano. “Sa, devo andare da Berlusconi. Mi si nota di più con il total-beduino o con un bel restyling contaminescion da rockstar in declino?”

Giusto rilievo è stato dato nel TG (non metto neanche il numero tanto, cambiando l’ordine degli addendi, il prodotto non cambia) alla foto appuntata dal capo libico sul petto: eroe anti-italiano, è stato definito Omar al-Mukhtar.
Non era meglio, giusto per amor di chiarezza storica, aggiungere anticolonialista ed antifascista, essendosi opposto al colonialismo italiano si ma soprattutto ai crimini di Graziani e compagnia e non certo per pregiudizio alla pizza ed ai mandolini? Macchè, i papiboys & girls microfonomuniti al seguito della visita di stato nella tendopoli di lusso a Villa Pamphili, sono riusciti a parlare della tacchetta coloniale italo-libica senza mai pronunciare una sola volta la parola FASCISMO. I miei complimenti.

Omar al-Mukhtar fu giustiziato proprio dai fascisti come si vede nel film pluricensurato fino ai giorni nostri dal bigottume democristiano-atlantico: “Il leone del deserto”. Un film che ha il difetto di dipingere gli italiani quali essi, in determinate occasioni, sono capaci di essere: una manica di stronzi. Assassini e stupratori come tutti gli altri.
Ebbene, Sky annuncia che in questi giorni manderà in onda finalmente proprio il film maledetto. In realtà su Sky il film è già passato mesi fa, su RaisatCinema. Poi Murdoch non vuole che si dica che ce l’ha con il neoducetto.

La sinistra (scusate la parolaccia) ha avuto una inaspettata manifestazione vitale nonostante il certificato necroscopico e ha protestato contro la visita di Jacko-Gheddafi. La sinistra tranne D’Alema, che forse spicca nel gruppone perchè è solo meno ipocrita degli altri.
Come cambia il mondo! Oggi è la destra che butta gli immigrati a mare che fa lingua in bocca con il dittatore libico mentre la sinistra fa ohibò ma Gheddafi una volta era un eroe del progressismo, fin da quando proclamò la rivoluzione, fece partecipare gli operai alla gestione delle aziende e si mise a spernacchiare gli italiani ex colonialisti e fascisti, oltre che gli USA ed Israele.

Con la Fiat e il socialismo craxiano furono sempre buoni affari (il che spiegherebbe l’affinità elettiva con Silvio).
Il buco nero dei rapporti libici con l’Italia post fascista risale al 1980 quando in una notte caddero un aereo di linea italiano capitato nel momento sbagliato nel punto sbagliato e un MIG libico che andò a terminare la sua corsa sulla Sila. L’aereo italiano cadde al largo di Ustica.

Ufficialmente è un enigma avvolto in un mistero ma alcune teorie fanno risalire il disastro ad uno scenario parecchio inquietante e dai risvolti imbarazzanti per il nostro paese.

Gheddafi allora, alla fine degli anni settanta, nell’economia dell’impero, rappresentava un po’ il Bin Laden della situazione. Era ufficialmente riconosciuto il guru del terrorismo internazionale. Un bel giorno l’impero decide di farlo fuori intercettando il suo volo sul Mediterraneo con un missile, durante un’esercitazione NATO. Un paese dell’alleanza che confina con la Francia e comincia per I, grazie ai rapporti cordiali che intrattiene con la Libia di Bin Gheddafi, nonostante le magagne del passato coloniale, avverte il nostro del pericolo, tradendo il patto di segretezza con l’alleanza atlantica. Fatto sta che il missile che credeva di colpire il bersaglio prestabilito va invece a colpire un innocente aereo civile che era solo in ritardo rispetto al piano di volo.

Questo scenario spiegherebbe le bugie delle autorità militari italiane, il muro di gomma, e forse anche un episodio seguito a distanza di poco più di un mese, la strage di Bologna.
Sempre secondo la teoria del fallito attentato con annessa spiata alla vittima, la bomba alla stazione potrebbe essere stata una vendetta o di chi progettò l’attentato originale o di chi lo scampò, una specie di pizzino della serie “parlo a nuora perchè suocera intenda”.
Chissà se un giorno potremo veramente sapere se queste teorie sono campate in aria oppure se dipingono la bieca realtà dei tornaconti politico economici che muovono il sole e le altre sfere?

Per oggi, grazie all’imborghesimento ed alla svolta filoimperiale dell’ex terrorista ci tocca montare la tenda in giardino e fare buon viso a cattivo gioco. Pagare il mutuo venticinquennale di 5 miliardi di dollari alla rockstar in divisa, consegnargli gommoni carichi di disgraziati che andranno sicuramente al macello ma l’importante è che non vadano a girare per Milano e sederci davanti alla paytv dove, a pagamento, un signore australiano ci ricorderà quanto eravamo stronzi quando eravamo fascisti. Eravamo o siamo ancora?
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Ma chi era, a proposito, quello sceso dall’aereo con l’aria un po’ alla Pete Doherty? Il colonnello libico o Michael Jackson? Mancavano solo il guanto di lamé ed il moonwalking.
Non vorrei che, visto il tono da avanspettacolo adottato ultimamente dal nostro paese, i leader mondiali stessero assumendo dei consulenti d’immagine incaricati di consigliarli sul look appropriato per la visita al Circo Italiano. “Sa, devo andare da Berlusconi. Mi si nota di più con il total-beduino o con un bel restyling contaminescion da rockstar in declino?”

Giusto rilievo è stato dato nel TG (non metto neanche il numero tanto, cambiando l’ordine degli addendi, il prodotto non cambia) alla foto appuntata dal capo libico sul petto: eroe anti-italiano, è stato definito Omar al-Mukhtar.
Non era meglio, giusto per amor di chiarezza storica, aggiungere anticolonialista ed antifascista, essendosi opposto al colonialismo italiano si ma soprattutto ai crimini di Graziani e compagnia e non certo per pregiudizio nei confronti di pizza e mandolini? Macchè, i papiboys & girls microfonomuniti al seguito della visita di stato nella tendopoli di lusso a Villa Pamphili, sono riusciti a parlare della tacchetta coloniale italo-libica senza mai pronunciare una sola volta la parola FASCISMO. I miei complimenti.

Omar al-Mukhtar fu giustiziato proprio dai fascisti come si vede nel film pluricensurato fino ai giorni nostri dal bigottume democristiano-atlantico: “Il leone del deserto”. Un film che ha il difetto di dipingere gli italiani quali essi, in determinate occasioni, sono capaci di essere: una manica di stronzi. Assassini e stupratori come tutti gli altri.
Ebbene, Sky annuncia che in questi giorni manderà in onda finalmente proprio il film maledetto. In realtà su Sky il film è già passato mesi fa, su RaisatCinema. Poi Murdoch non vuole che si dica che ce l’ha con il neoducetto.

La sinistra (scusate la parolaccia) ha avuto una inaspettata manifestazione vitale nonostante il certificato necroscopico e ha protestato contro la visita di Jacko-Gheddafi. La sinistra tranne D’Alema, che forse spicca nel gruppone perchè è solo meno ipocrita degli altri.
Come cambia il mondo! Oggi è la destra che butta gli immigrati a mare che fa lingua in bocca con il dittatore libico mentre la sinistra fa ohibò ma Gheddafi una volta era un eroe del progressismo, fin da quando proclamò la rivoluzione, fece partecipare gli operai alla gestione delle aziende e si mise a spernacchiare gli italiani ex colonialisti e fascisti, oltre che gli USA ed Israele.

Con la Fiat e il socialismo craxiano furono sempre buoni affari (il che spiegherebbe l’affinità elettiva con Silvio).
Il buco nero dei rapporti libici con l’Italia post fascista risale al 1980 quando in una notte caddero un aereo di linea italiano capitato nel momento sbagliato nel punto sbagliato e un MIG libico che andò a terminare la sua corsa sulla Sila. L’aereo italiano cadde al largo di Ustica.

Ufficialmente è un enigma avvolto in un mistero ma alcune teorie fanno risalire il disastro ad uno scenario parecchio inquietante e dai risvolti imbarazzanti per il nostro paese.

Gheddafi allora, alla fine degli anni settanta, nell’economia dell’impero, rappresentava un po’ il Bin Laden della situazione. Era ufficialmente riconosciuto il guru del terrorismo internazionale. Un bel giorno l’impero decide di farlo fuori intercettando il suo volo sul Mediterraneo con un missile, durante un’esercitazione NATO. Un paese dell’alleanza che confina con la Francia e comincia per I, grazie ai rapporti cordiali che intrattiene con la Libia di Bin Gheddafi, nonostante le magagne del passato coloniale, avverte il nostro del pericolo, tradendo il patto di segretezza con l’alleanza atlantica. Fatto sta che il missile che credeva di colpire il bersaglio prestabilito va invece a colpire un innocente aereo civile che era solo in ritardo rispetto al piano di volo.

Questo scenario spiegherebbe le bugie delle autorità militari italiane, il muro di gomma, e forse anche un episodio seguito a distanza di poco più di un mese, la strage di Bologna.
Sempre secondo la teoria del fallito attentato con annessa spiata alla vittima, la bomba alla stazione potrebbe essere stata una vendetta o di chi progettò l’attentato originale o di chi lo scampò, una specie di pizzino della serie “parlo a nuora perchè suocera intenda”.
Chissà se un giorno potremo veramente sapere se queste teorie sono campate in aria oppure se dipingono la bieca realtà dei tornaconti politico economici che muovono il sole e le altre sfere?

Per oggi, grazie all’imborghesimento ed alla svolta filoimperiale dell’ex terrorista ci tocca montare la tenda in giardino e fare buon viso a cattivo gioco. Pagare il mutuo venticinquennale di 5 miliardi di dollari alla rockstar in divisa, consegnargli gommoni carichi di disgraziati che andranno sicuramente al macello ma l’importante è che non vadano a girare per Milano e sederci davanti alla paytv dove, a pagamento, un signore australiano ci ricorderà quanto eravamo stronzi quando eravamo fascisti. Eravamo o siamo ancora?
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Ragionandoci bene su, Nano l’Africano ha fatto un affare. 5 miliardi di dollari non sono 5 miliardi di euro, pensateci. Al cambio di oggi sono solo € 3.407.734.930,5000 e glieli dà spalmati su 25 anni come i debiti delle società di calcio. Con la svalutazione saranno ancora meno.
In più il Colonnello si è accontentato di una vecchia Venere rotta e senza braccia quando poteva chiedere Ronaldinho, Kakà, Shevchenko e tutto il parco veline di Raiset.

L’autostrada gliela fanno si, ma senza gli autogrill e le aree di servizio. I guardrail sono a parte e per l’asfaltatura c’è un bonus solo per i primi 200 kilometri. E’ tutto scritto piccolo piccolo in calce al contratto.
Sono solo voci di corridoio ma pare che che Silvio d’Arabia sia riuscito a rifilare ai libici dei decoder digitali terrestri rimasti a Paolo e uno stock di poltrone motorizzate rimaste sul gozzo a Mastrota).
In ogni caso non sarà Sciupone II l’Africano (il I era il suo amico Emilio Fede) a pagare ma una moltitudine di C.F. e P.IVA comunemente chiamati Italiani.

Encomiabile la copertura del TG1 dello storico accordo Italia-Libia con la rievocazione dell’antico contenzioso. Non una volta è stata nominata la parola fascismo.
E’ vero che la colonizzazione del paese africano era cominciata molto prima di Benito da Predappio ma le atrocità maggiori, quelle per le quali saremo costretti a stringere ancora di più la cinghia per risarcire gli ex-coloniali, furono fatte dai fascisti come Graziani, il quale ebbe a dire:
“Spesso mi sono esaminato la coscienza in relazione alle accuse di crudeltà, atrocità, violenze che mi sono state attribuite. Non ho mai dormito tanto tranquillamente quanto le sere in cui questo esame mi è accaduto di fare. So dalla Storia di tutte le epoche che nulla di nuovo si costruisce se non si distrugge in tutto o in parte un passato che non regge più al presente”.

A questo proposito, visto che è stato clamorosamente sdoganato dal TG1 che ne ha mostrato ieri sera alcune sequenze, nonostante sia un film tutt’ora censurato e mai uscito in Italia, consiglierei la visione del film “Il leone del deserto”.
Prendo da Wikipedia:

“Le autorità italiane hanno vietato la proiezione del film nel 1982 perché, nelle parole del primo ministro Giulio Andreotti, “danneggia l’onore dell’esercito”. Pare che il veto sia stato posto dall’allora sottosegretario agli Affari Esteri Raffaele Costa, oggi esponente di rilievo di Forza italia e presidente della provincia di Cuneo dal 2004. Vi fu un procedimento contro il film per “vilipendio delle Forze Armate“. La pellicola non fu mai distribuita nel Paese, dove resta tuttora introvabile”. Successivamente, dopo il 1988, il film è stato proiettato illegalmente in vari film festival, senza interferenze da parte del governo. Il film è reperibile in Internet”.

Questi sono le magie di Berluscudinì: far sparire il fascismo dietro ad una tenda e far riapparire al suo posto un film proibito nel telegiornale di maggior ascolto.
Che mente, che portento! Sperando che la fine dell’Italia non incominci da Giarabub.

http://www.youtube.com/v/sCXj4M8vbQs&hl=it&fs=1


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Ragionandoci bene su, Nano l’Africano ha fatto un affare. 5 miliardi di dollari non sono 5 miliardi di euro, pensateci. Al cambio di oggi sono solo € 3.407.734.930,5000 e glieli dà spalmati su 25 anni come i debiti delle società di calcio. Con la svalutazione saranno ancora meno.
In più il Colonnello si è accontentato di una vecchia Venere rotta e senza braccia quando poteva chiedere Ronaldinho, Kakà, Shevchenko e tutto il parco veline di Raiset.

L’autostrada gliela fanno si, ma senza gli autogrill e le aree di servizio. I guardrail sono a parte e per l’asfaltatura c’è un bonus solo per i primi 200 kilometri. E’ tutto scritto piccolo piccolo in calce al contratto.
Sono solo voci di corridoio ma pare che che Silvio d’Arabia sia riuscito a rifilare ai libici dei decoder digitali terrestri rimasti a Paolo e uno stock di poltrone motorizzate rimaste sul gozzo a Mastrota).
In ogni caso non sarà Sciupone II l’Africano (il I era il suo amico Emilio Fede) a pagare ma una moltitudine di C.F. e P.IVA comunemente chiamati Italiani.

Encomiabile la copertura del TG1 dello storico accordo Italia-Libia con la rievocazione dell’antico contenzioso. Non una volta è stata nominata la parola fascismo.
E’ vero che la colonizzazione del paese africano era cominciata molto prima di Benito da Predappio ma le atrocità maggiori, quelle per le quali saremo costretti a stringere ancora di più la cinghia per risarcire gli ex-coloniali, furono fatte dai fascisti come Graziani, il quale ebbe a dire:
“Spesso mi sono esaminato la coscienza in relazione alle accuse di crudeltà, atrocità, violenze che mi sono state attribuite. Non ho mai dormito tanto tranquillamente quanto le sere in cui questo esame mi è accaduto di fare. So dalla Storia di tutte le epoche che nulla di nuovo si costruisce se non si distrugge in tutto o in parte un passato che non regge più al presente”.

A questo proposito, visto che è stato clamorosamente sdoganato dal TG1 che ne ha mostrato ieri sera alcune sequenze, nonostante sia un film tutt’ora censurato e mai uscito in Italia, consiglierei la visione del film “Il leone del deserto”.
Prendo da Wikipedia:

“Le autorità italiane hanno vietato la proiezione del film nel 1982 perché, nelle parole del primo ministro Giulio Andreotti, “danneggia l’onore dell’esercito”. Pare che il veto sia stato posto dall’allora sottosegretario agli Affari Esteri Raffaele Costa, oggi esponente di rilievo di Forza italia e presidente della provincia di Cuneo dal 2004. Vi fu un procedimento contro il film per “vilipendio delle Forze Armate“. La pellicola non fu mai distribuita nel Paese, dove resta tuttora introvabile”. Successivamente, dopo il 1988, il film è stato proiettato illegalmente in vari film festival, senza interferenze da parte del governo. Il film è reperibile in Internet”.

Questi sono le magie di Berluscudinì: far sparire il fascismo dietro ad una tenda e far riapparire al suo posto un film proibito nel telegiornale di maggior ascolto.
Che mente, che portento! Sperando che la fine dell’Italia non incominci da Giarabub.


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Ragionandoci bene su, Nano l’Africano ha fatto un affare. 5 miliardi di dollari non sono 5 miliardi di euro, pensateci. Al cambio di oggi sono solo € 3.407.734.930,5000 e glieli dà spalmati su 25 anni come i debiti delle società di calcio. Con la svalutazione saranno ancora meno.
In più il Colonnello si è accontentato di una vecchia Venere rotta e senza braccia quando poteva chiedere Ronaldinho, Kakà, Shevchenko e tutto il parco veline di Raiset.

L’autostrada gliela fanno si, ma senza gli autogrill e le aree di servizio. I guardrail sono a parte e per l’asfaltatura c’è un bonus solo per i primi 200 kilometri. E’ tutto scritto piccolo piccolo in calce al contratto.
Sono solo voci di corridoio ma pare che che Silvio d’Arabia sia riuscito a rifilare ai libici dei decoder digitali terrestri rimasti a Paolo e uno stock di poltrone motorizzate rimaste sul gozzo a Mastrota).
In ogni caso non sarà Sciupone II l’Africano (il I era il suo amico Emilio Fede) a pagare ma una moltitudine di C.F. e P.IVA comunemente chiamati Italiani.

Encomiabile la copertura del TG1 dello storico accordo Italia-Libia con la rievocazione dell’antico contenzioso. Non una volta è stata nominata la parola fascismo.
E’ vero che la colonizzazione del paese africano era cominciata molto prima di Benito da Predappio ma le atrocità maggiori, quelle per le quali saremo costretti a stringere ancora di più la cinghia per risarcire gli ex-coloniali, furono fatte dai fascisti come Graziani, il quale ebbe a dire:
“Spesso mi sono esaminato la coscienza in relazione alle accuse di crudeltà, atrocità, violenze che mi sono state attribuite. Non ho mai dormito tanto tranquillamente quanto le sere in cui questo esame mi è accaduto di fare. So dalla Storia di tutte le epoche che nulla di nuovo si costruisce se non si distrugge in tutto o in parte un passato che non regge più al presente”.

A questo proposito, visto che è stato clamorosamente sdoganato dal TG1 che ne ha mostrato ieri sera alcune sequenze, nonostante sia un film tutt’ora censurato e mai uscito in Italia, consiglierei la visione del film “Il leone del deserto”.
Prendo da Wikipedia:

“Le autorità italiane hanno vietato la proiezione del film nel 1982 perché, nelle parole del primo ministro Giulio Andreotti, “danneggia l’onore dell’esercito”. Pare che il veto sia stato posto dall’allora sottosegretario agli Affari Esteri Raffaele Costa, oggi esponente di rilievo di Forza italia e presidente della provincia di Cuneo dal 2004. Vi fu un procedimento contro il film per “vilipendio delle Forze Armate“. La pellicola non fu mai distribuita nel Paese, dove resta tuttora introvabile”. Successivamente, dopo il 1988, il film è stato proiettato illegalmente in vari film festival, senza interferenze da parte del governo. Il film è reperibile in Internet”.

Questi sono le magie di Berluscudinì: far sparire il fascismo dietro ad una tenda e far riapparire al suo posto un film proibito nel telegiornale di maggior ascolto.
Che mente, che portento! Sperando che la fine dell’Italia non incominci da Giarabub.


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Lunedì ricorrerà, molto probabilmente nel silenzio e nell’amnesia generali, il 70° anniversario di una delle pagine più nere della storia coloniale italiana e di uno degli episodi più vergognosi, il massacro di civili etiopi che seguì come rappresaglia all’attentato al Vicerè d’Etiopia Rodolfo Graziani, avvenuto il 19 febbraio 1937.

Graziani, prima del suo incarico in Africa Orientale al fianco del Maresciallo Badoglio, aveva già condotto con ferocia la repressione contro i ribelli di Omar el-Mukhtar in Libia nel 1921, come narra anche un film americano del 1981 con Anthony Quinn e Oliver Reed, “Il leone del deserto”, censurato e mai distribuito nel nostro paese.

Durante la Seconda guerra italo-abissina, il generale si distinse per la spregiudicatezza con la quale irrorava di gas come l’iprite le popolazioni “ribelli”, con il pieno beneplacito di Mussolini, che in diversi telegrammi ai suoi generali autorizzava lui e Badoglio all’uso sistematico delle armi chimiche: “Dati sistemi nemico di cui a suo dispaccio n.630 autorizzo V.E. all’impiego anche su vasta scala di qualunque gas et dei lanciafiamme”.

Sull’utilizzo dei gas da parte dell’esercito italiano in Etiopia vi fu una lunga diatriba molti anni fa tra Indro Montanelli e lo storico Angelo Del Boca. Montanelli negava che questi crimini fossero stati compiuti. Quando poi Del Boca, uno dei massimi esperti di colonialismo italiano, produsse documenti inoppugnabili che dimostravano la realtà dei fatti, Montanelli ebbe la signorilità di ammettere il suo errore.

Il 19 febbraio 1937 Graziani, per festeggiare la nascita a Napoli dell’erede al trono Vittorio Emanuele, il nostro principe dei casinò, convocò nel suo palazzo di Addis Abeba un bel po’ di notabili locali e qualche centinaio di poveri, ciechi e storpi ai quali annuncia che farà l’elemosina di due talleri d’argento. Mentre è in corso la sfilata dei reietti, alle 12,20 degli etiopi che si erano mescolati tra la folla lanciano alcune granate all’indirizzo del palco delle autorità. Pur non essendo le deflagrazioni di enorme potenza, il bilancio delle vittime sarà di sette morti e circa cinquanta feriti tra i quali, in modo non grave, lo stesso Graziani.

La rappresaglia, condotta dal federale Cortese ed eseguita per massima parte da civili italiani, la cosiddetta gente comune, fu spietata e colpì alla cieca nei tre giorni che seguirono. Per primi coloro che si trovavano all’interno del cortile dove era avvenuto l’attentato, non ebbero scampo. L’inviato speciale del Corriere della Sera Ciro Poggiali così scrisse: “Tutti i civili che si trovano ad Addis Abeba hanno assunto il compito della vendetta, condotta fulmineamente coi sistemi del più autentico squadrismo fascista. Girano armati di manganelli e di sbarre di ferro, accoppando quanti indigeni si trovano ancora in strada… Vedo un autista che, dopo aver abbattuto un vecchio negro con un colpo di mazza, gli trapassa la testa da parte a parte con una baionetta. Inutile dire che lo scempio si abbatte contro gente ignara e innocente“.

Tra le testimonianze straniere della ferocia scatenata dagli italiani sulla popolazione locale quella dell’ambasciatore USA che per descrivere l’accaduto fece riferimento agli orrori del genocidio turco degli Armeni del 1917. Ma anche testimoni italiani si dissero sconvolti da quanto videro con i propri occhi.

Graziani, dal letto d’ospedale, ordina ai governatori delle altre regioni di agire con il massimo rigore. Si incendiano i tucul, le chiese copte, i raccolti, i terreni coltivati. Si uccide il bestiame e si inquinano i terreni con aggressivi chimici. Gli inglesi denunciano al proprio Parlamento l’uccisione di 700 etiopi che si erano in un primo tempo rifugiati nell’ambasciata del Regno Unito ad Addis Abeba. Vengono uccise migliaia di persone.
Il bilancio di tre giorni di massacro è stimabile, secondo le fonti più attendibili inglesi, francesi e americane, in circa 6.000 vittime, anche se fonti etiopi arrivano a contarne 30.000.

Graziani ordina quindi la fucilazione di esponenti della intelligencija etiopica e perfino di decine di indovini e cantastorie, colpevoli solo di aver predetto il crollo del regime coloniale.
Le esecuzioni sommarie di presunti colpevoli e fiancheggiatori degli attentatori proseguiranno nelle settimane e nei mesi successivi, fino al massacro di Debra Libanos.

Questa città conventuale era uno dei luoghi più sacri al cristianesimo copto.
Convinto che nel monastero avessero trovato rifugio i responsabili dell’attentato, nel mese di maggio Graziani ordina al generale Maletti di spazzar via ”tutti i monaci compreso il vicepriore“. A queste prime vittime passate sommariamente per le armi con le mitragliatrici pesanti sull’orlo della stretta gola di Zega Waden, si aggiungeranno poco dopo anche i diaconi, poco più che ragazzini. Il bilancio di questa carneficina, compiuta su religiosi cristiani con l’aiuto dei 1.500 armati musulmani della banda di Mohamed Sultan, secondo studi e scavi recenti va da un minimo di 1.600 ad un massimo di 2.200 vittime. Martiri dimenticati dal calendario.

Durante l’estate scoppiano altre rivolte e continua la repressione, che culmina con l’esecuzione di Hailù Chebbedè, considerato il capo dei ribelli, la cui testa mozzata portata come trofeo in giro per l’Etiopia (si dice in una scatola di latta per biscotti) fu issata su un palo e mostrata nelle piazze dei mercati.
Altri massacri ed episodi efferati vedranno gli italiani protagonisti negli anni successivi, come nel 1939 a Debra Brehan, dove più di mille tra uomini, donne, vecchi e bambini saranno gasati con l’iprite nelle grotte dove si erano rifugiati.

Il dominio coloniale italiano in Etiopia finirà solo con la sconfitta del 1941 ad opera dei britannici e con il ritorno sul trono dell’imperatore Hailè Selassiè.
Arresosi alle truppe anglo-americane nel 1945, Graziani fu processato nel 1948 e condannato a 19 anni di carcere, 17 dei quali gli furono condonati. Nel 1953 divenne presidente onorario del MSI ma in contrasto con alcuni camerati preferì ritirarsi a vita privata. Morì nel 1955 nella sua casa di Roma.

Immagine tratta da “Fascist Legacy” di Ken Kirby, produzione BBC.

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