You are currently browsing the category archive for the ‘complesso militare-industriale’ category.

Questa combinazione di un immenso establishment militare e di una vasta industria degli armamenti, sono un fatto nuovo. La sua influenza totale, economica, politica, e perfino spirituale si avverte in ogni città, in ogni parlamento statale ed in ogni ufficio federale. Noi riconosciamo l’esigenza imperativa di tale sviluppo ma non possiamo non comprendere le gravi implicazioni dato che riguardano il nostro lavoro, le nostre risorse, la nostra sopravvivenza e la struttura stessa della nostra società. Dobbiamo guardarci, nei consigli di governo, dalla ingiustificata influenza volontaria o involontaria del complesso militar-industriale. Non dovremo mai permettere che il peso di questa coalizione metta in pericolo la nostra libertà e la nostra democrazia.

Il 17 gennaio 1961, nel suo discorso di addio al popolo americano prima di lasciare la presidenza a John Fitzgerald Kennedy, il repubblicano Dwight D. Eisenhower nominò per la prima volta il “complesso militare-industriale” ovvero l’intreccio di interessi tra produttori di armi, potere militare e potere politico e ne denunciò il pericolo intrinseco di condurre il paese ad una dittatura (qui potete leggere la traduzione integrale in italiano del discorso) .

Eisenhower, 34° presidente americano, era un militare egli stesso, anzi era stato Comandante in capo delle Forze Alleate in Europa durante la Seconda Guerra Mondiale col grado di generale di corpo d’armata.
Non era una mammoletta, durante il suo mandato la CIA utilizzò spesso e volentieri le black-ops, le operazioni sotto copertura per rovesciare i governi non graditi agli Stati Uniti.
Tuttavia, conoscendo bene l’ambiente, si sentì in diritto di lanciare un avvertimento che, in questi primi anni del nuovo millennio, molti americani stanno riscoprendo nella sua lucida attualità.

Non è un mistero infatti che dagli anni ’60 il complesso militare-industriale abbia visto il suo potere accrescersi in maniera strabiliante. La novità è che le sue componenti industriali e politiche tendono sempre più a compenetrarsi. I grandi CEO delle multinazionali non si servono più della classe politica per gestire i propri interessi ma si candidano essi stessi e il braccio armato del loro potere, la componente militare della quale hanno sempre più bisogno, assorbe sempre maggiori risorse.

Nel 1953 il bilancio militare degli Stati Uniti ammontava a 42 miliardi di dollari. Nel 2002 aveva raggiunto la cifra di 335,7 miliardi di dollari . Pur tenendo conto dell’inflazione si tratta di un incremento enorme. Nel solo anno 2003 la presidenza Bush richiese al Congresso un aumento di 45 miliardi di dollari, vale a dire il 13% in più rispetto all’anno precedente e l’aumento più consistente dall’inizio dell’era Reagan. Giusto per non dimenticarlo, si tratta di soldi pubblici che finanziano guerre pagate dal contribuente americano con il denaro e il sangue dei propri figli.

Questo riarmo esponenziale viene giustificato attualmente dalla necessità di combattere la “guerra al terrorismo” innescata da quella che fu definita dalla stampa mondiale “l’altra Pearl Harbor”, l’attacco all’America dell’11 settembre 2001.

Come sappiamo, la paternità dell’attentato fu attribuita dall’amministrazione Bush ad un gruppo di terroristi di Al-Qaeda di nazionalità saudita, capeggiato da Osama Bin Laden.
Tuttavia, appena poche ore dopo la tragedia che causò 3000 morti americani il ministro della Difesa Donald Rumsfeld chiese piani di guerra contro Bagdad che, come gli eventi successivi hanno dimostrato, non c’entrava nulla con gli attentati. Colin Powell, allora segretario di Stato, prese tempo ma sarà proprio lui ad essere inviato in seguito a fare la nota figura barbina all’ONU agitando le fialette delle inesistenti armi di distruzione di massa di Saddam come pretesto per schiacciare il dittatore iracheno.

Rumsfeld non faceva che perorare la causa del PNAC (Progetto per un nuovo secolo americano) un think-tank ultra-repubblicano fondato nel 1997 che propugna da allora l’assunzione del ruolo di unica superpotenza mondiale da parte dell’America. Molti componenti di questo gruppo di potere neocon fanno parte dell’amministrazione Bush.

Nel gennaio del 1998 l’équipe del progetto, tra i quali si leggono, oltre a quello di Rumsfeld, i nomi di John Bolton (attuale ambasciatore all’ONU) e Paul Wolfowitz (presidente della Banca Mondiale), scrisse al presidente Clinton una lettera, chiedendo un cambiamento radicale nei rapporti con le Nazioni Unite e la rimozione dal potere di Saddam.

Nel 2000, nel noto documento “Rebuilding American Defense” (versione originale inglese in pdf), il PNAC affermava che gli Stati Uniti, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, avevano un’opportunità strategica senza precedenti, quella di rimanere unica superpotenza e imporre la “pax americana” al mondo. Quello stesso tipo di “pax americana” che JFK aveva pubblicamente rifiutato nel celebre discorso “La strategia della pace”, del giugno 1963:
«Quale genere di pace stiamo ricercando? Non una pax americana, imposta al mondo dalle armi da guerra americane...».

Per rendere gli Stati Uniti unica potenza mondiale il PNAC nel suo proclama del 2000 riteneva necessario tra l’altro:
difendere il suolo americano; combattere e vincere in multipli, simultanei teatri di guerra; assolvere i compiti di «polizia» per rendere sicure le “regioni critiche”; trasformare le forze americane per sfruttare la «rivoluzione negli affari militari». Per portare a termine queste missioni, dichiaravano, dobbiamo: mantenere la superiorità nucleare; rafforzare l’esercito; riposizionare le Forze armate americane verso il Sud est europeo e il Sud est asiatico, nuove aree strategiche del ventunesimo secolo; controllare i nuovi «beni internazionali» dello spazio e del cyberspazio; aumentare le spese militari gradualmente a un livello minimo tra il 3,5 al 3,8 per cento del Pil, aggiungendo da 15 a 20 milioni di dollari al totale della spesa annuale per la difesa.
Insomma, era necessario stabilire un nuovo ordine mondiale fondato su una sorta di rivoluzione permanente, simile a quello già annunciato da Bush padre l’11 settembre del 1990 (la data è sicuramente casuale) nel discorso davanti al Congresso, dove si tuonava per la prima volta contro l’ex alleato contro l’Iran Saddam Hussein diventato nemico pubblico numero uno ed ossessione personale della famiglia Bush.


La rimozione di Saddam sarà compiuta solo nel 2003 dopo che Clinton, affossato da uno scandaletto sessuale, avrà lasciato la presidenza al figlio d’arte George W. Bush, eletto nel 2000 nella più controversa delle competizioni elettorali della storia degli Stati Uniti, con la nota faccenda dei brogli elettorali della Florida.

A pag. 51 di “Rebuilding American Defense”, a proposito dei progetti di potenza degli Stati Uniti, si legge: […] il processo di trasformazione, anche se portera’ ad un cambiamento rivoluzionario, sara’ verosimilmente un processo lungo, senza un qualche evento catastrofico e catalizzatore, come una nuova Pearl Harbour. […]

Grazie a quella nuova Pearl Harbour che è capitata a fagiolo l’11 settembre, vi è stata la tanto agognata rimozione di Saddam che ha però provocato la morte presumibile di centinaia di migliaia di civili iracheni (si parla di oltre 500.000), di oltre 2.700 soldati americani e del ferimento grave di oltre 20.000 di essi.
A tre anni dal suo inizio, la guerra in Iraq si è trasformata in un pantano dove la tanto paventata guerra civile tra le fazioni locali è una realtà e non sembra esserci una facile via d’uscita per le forze di occupazione anglo-americane.
Nell’altro teatro di guerra apertosi immediatamente dopo l’11 settembre, l’Afghanistan, Bin Laden non è stato catturato e i talebani stanno rioccupando posizioni su posizioni. E, tanto per cambiare, le donne continuano a portare il burqa.

Abbiamo quindi i famosi multipli scenari di guerra ma non basta, gli americani hanno una legge incostituzionale che limita le libertà dei cittadini (Patriot Act), approvata nell’ottobre 2001 nel corso dell’emergenza antrace e rinforzata dall’ultima legge firmata da Bush il 17 ottobre che di fatto instaura la legge marziale per i “sospetti terroristi” e ne autorizza la tortura. Il presidente Bush, novello imperatore Palpatine, intende anche vietare lo spazio alle nazioni ostili e implementare ulteriori sistemi per controllare la stampa e l’informazione mondiali per individuare le posizioni ostili all’America.

Tutto come desiderato dal complesso militare-industriale, dai think-tank come il PNAC e come temeva il vecchio generale presidente, nel peggiore dei suoi incubi.

Flickr Photos

onlookers

Renzistein Junior

Von Trierweiler's Nymphomaniac

Eurodeliri

Altre foto

Blog Stats

  • 82,064 hits

Categorie