You are currently browsing the category archive for the ‘consumismo’ category.

Da qualche anno il mio ritorno dalle ferie in montagna coincide con la fatidica sosta-visita all’IKEA di Casalecchio di Reno.
La tappa intermedia è comoda perchè: 1) interrompi il lungo viaggio che fino a quel momento è durato oltre tre ore; 2) arrivi giusto giusto per l’ora del pranzo e non puoi farti mancare le polpette svedesi (sto scherzando, quest’anno ho preso il riso all’orientale e il cuscus, tié! Ottimi, per la verità); 3) eviti l’innesto sulla A14 delle ore dodici che è sempre da incubo e quando riparti, nel pomeriggio, non c’è più nessuno da innestare.

Ho già parlato delle cose che più mi infastidiscono dell’IKEA: i bambini subito strappati ai genitori all’ingresso e parcheggiati tra le palle, per evitarle di trovarceli tra le nostre nel reparto cucina e tra i tavolini Lack. La vera e propria camera a gas per fumatori installata nella sala da pranzo.
Gli atroci cartelli nel self-service dove si inneggia alla riduzione della forza lavoro. I peluche che ormai hanno riprodotto ogni possibile creatura vivente, comprese le più disgustose, tranne forse la piattola e il pidocchio.
A proposito. Ho visto che quest’anno erano disponibili altri due tipi di zoccola fognaria: oltre a quella grigia che già troneggia vicino alla tastiera del mio PC, perchè è tanto caruccia, ve ne erano altre due: bianca e nera.
Per la bianca, passi. Ricorda il simpatico ratto da laboratorio, ma quello nero? Mein gott, quello è proprio il ratto nero della peste! Non è una crudeltà riproporre a degli europei il simulacro di un vecchio sterminatore continentale? Il mio moto di repulsione è stato qualcosa di atavico. Rattus rattus, assieme a Xenopsylla Cheopis e a Yersinia Pestis, ci hanno quasi azzerati e voi, insulsi svedesi nazisti ci fate su il pupazzetto?
Incredibile, come cercare di vendere la bambola di Adolf in un mall di Tel Aviv.

A parte i peluche e l’ossessione del contenimento dei prezzi, quello che veramente ti stressa dell’IKEA è l’obbligo di farti tutto da solo, dal cercare il famigerato pacco piatto ma enorme e di massimo ingombro nell’immenso deposito, al carico sull’automezzo fino al montaggio finale, di solito condito da colorite bestemmie se il montatore non è un ikeano esperto cintura nera.

Quest’anno, con il fai-da-te si è toccato il fondo, penso.
Siamo alle casse e una gentile ma inflessibile kapò ci viene incontro apostrofandoci: “Voi pagate con bancomat e carta di credito? Venite con me”.
Chissà com’è una “faccia da Visa”? Detto ciò Ilse mi mette in mano una pistola leggi-codice-a-barre, tocca due o tre tasti su uno schermo e mi invita a passare gli oggetti riposti nel carrello per una versione emozionante dell’ anche tu cassiera per un giorno.
L’operazione è durata il doppio di una sosta tradizionale alle casse ma non importa. Ilse era tutta contenta perchè, se l’esperimento riesce, il prossimo anno riusciranno a licenziare anche tutte le cassiere e forse un giorno l’IKEA sarà completamente deumanizzato. Evvai!

L’unico dubbio che rimane circa questa specie di umiliazione pubblica del consumatore, questa dimostrazione hardcore di quante cianfrusaglie inutili siamo capaci di mettere dentro un carrello in due ore, riguarda la necessaria specchiata onestà di chi si passa i codici a barre da solo, affinchè il meccanismo non si traduca in una caporetto economica per l’azienda.
E’ pur sempre vero il detto “l’occasione fa l’uomo ladro”. E se questo pelapatate o questa confezione di sali per i piedi passassero in fanteria, come si dice, non venissero battuti?
Ilse la belva ha diversi clienti da addestrare all’autoscontrino. Mica possono assumere dieci kapò dopo aver licenziato venti inservienti. Magari se rubiamo l’utilissimo affettamela manco se ne accorge.
E non è che, per converso, magari ci sbagliamo e battiamo un articolo due volte?
Dopo aver bippato tutti gli acquisti e strusciato la carta di credito due o tre volte, assieme alla misteriosa IKEA Family Card che ti chiedono sempre, quasi fosse un lasciapassare esoterico anche se ordini un bicchiere d’acqua, ti chiedi quale sarà la prossima frontiera del fai-da-te. Magari proprio questa simpatica ghigliottina stile rustico da montare in cortile, con istruzioni incluse per l’autodecapitazione.

Mentre giocavo alla “cassiera per forza” pensavo: “Questi prima o poi entrano nel settore funerario e ti inventano il funerale fai-da-te con slogan tipo:
“Incassati da solo il morto e risparmierai il costo del beccamorto. E’ facile e divertente”.
“Noi ti diamo la pala e un metro. Vedrai che scavare una fossa 210 x80 può essere un gioco per tutta la famiglia. Con la tua collaborazione, contribuisci a gettare sul lastrico la famiglia del becchino”.
“Se non hai una station wagon a passo lungo per trasportare la salma ti noleggiamo il carro funebre a €1.50 all’ora.”

Una fantasia birichina e alquanto macabra ma poi ho scoperto, con un paio di colpi di mouse, che non era affatto un’idea nuova ma era già stata pensata da un certo Joe Scanlan che ha realizzato una bara utilizzando pezzi della libreria Billy dell’IKEA, con tanto di istruzioni di montaggio.

Chissà perchè all’uscita ti chiedono con questionari e cartelli vari se sei rimasto soddisfatto del servizio. Quale servizio? Per poco mi mettevano il mocio in mano e, a pulire i cessi!


OKNotizie
Vota questo post su OKNotizie!

A noi storici detrattori del nano è sfuggita questa settimana una notizia che dovrebbe invece farci ricredere sulle qualità di rianimatore d’urgenza dell’economia reale possedute dal nostro (anti)eroe.
La notizia in questione è l’annunciato arrivo al Milan di David Beckham, il Ken superdotato marito della “Barbie Stronza” limited edition a grandezza naturale. Il nerboruto giovanotto che una leggenda metropolitana sostiene essere addirittura un calciatore.

David e Victoria (la Barbie) arrivano nel momento giusto, in questi chiari di luna dove la gente si indebita, riceve l’intimo di sfratto ed affolla i LIDL per fare la spesa, perchè sono i personaggi perfetti per un’era prerivoluzionaria (di quelle dove sibilano le lame delle ghigliottine, per intenderci), capaci di far impallidire gli sprechi di Maria Antonietta e delle sue caprette al Petit Trianon.
Grazie a loro potremmo osservare un enorme rilancio del lavoro a maglia. E’ con personaggi del genere in giro a schiaffeggiare la miseria che i popoli mettono mano ai forconi.

Se non avete mai provato a leggere le cronache dei loro shopping, di cosa riescono a comprare Posh e Becks in due ore e di quanti soldi riescono a sperperare nel periodo di tempo dato, vi consiglio senz’altro l’esperienza. C’è addirittura un canale di Sky dedicato alle loro imprese e a quelle di altri parassiti, l’inimmaginabile ed osceno “E!”.
Non avete idea della soddisfazione a sentire che quello che voi guadagnate in un mese di duro lavoro, diciamo 1000 euro, Lady Becks li spende per uno shampoo e una spuntatina alla chioma. La manicure no, è a parte. Non oso immaginare il costo della crema alla merdina di usignolo che si spalma regolarmente la sera prima di andare a letto con Ken.
In una delle loro innumerevoli ville (un tratto in comune con il loro prossimo datore di lavoro) hanno fatto costruire la casetta dei giochi per i loro due cuccioli di miliardario. Non una casetta normale, di quelle in legno prefabbricate ma una vera villa in miniatura, costata qualche milione di dollari.

E’ in questo contesto di pornografico scialacquamento di risorse, di uso hardcore della carta di credito ed ingoio di denaro a gola profonda che Silvio deve avere avuto la geniale pensata.

Sguinzagliare Posh in Via Montenapo per un paio d’ore al pomeriggio (la mattina no, poverina, deve riposare), potrebbe risollevare le sorti del Made in Italy. Chi se non lei potrebbe ordinare una dozzina di quei plaids in zibellino visti in un negozio di Montenapo e prezzati 100.000 euro l’uno?
Non salveremo i piccoli negozietti, “Le trine di Marcella”, la “Casa della Calzatura”, le Upim, le Oviesse, i Carrefour, le Ikea ma il triangolo d’oro della Milano da succhiare sarà salvo. Così si potrà fare media e dire che i consumi in Italia ripartono, magari con una bella foto di Posh stracarica di pacchi dono per Natale sbattuta su “Libero” con il titolo: “Ecco la crisi inventata dai comunisti”.

Non c’è che dire, è stata proprio una bella pensata. Dal culo di Sacchi al culo di Beckham.


OKNotizie
Vota questo post su OKNotizie!

A noi storici detrattori del nano è sfuggita questa settimana una notizia che dovrebbe invece farci ricredere sulle qualità di rianimatore d’urgenza dell’economia reale possedute dal nostro (anti)eroe.
La notizia in questione è l’annunciato arrivo al Milan di David Beckham, il Ken superdotato marito della “Barbie Stronza” limited edition a grandezza naturale. Il nerboruto giovanotto che una leggenda metropolitana sostiene essere addirittura un calciatore.

David e Victoria (la Barbie) arrivano nel momento giusto, in questi chiari di luna dove la gente si indebita, riceve l’intimo di sfratto ed affolla i LIDL per fare la spesa, perchè sono i personaggi perfetti per un’era prerivoluzionaria (di quelle dove sibilano le lame delle ghigliottine, per intenderci), capaci di far impallidire gli sprechi di Maria Antonietta e delle sue caprette al Petit Trianon.
Grazie a loro potremmo osservare un enorme rilancio del lavoro a maglia. E’ con personaggi del genere in giro a schiaffeggiare la miseria che i popoli mettono mano ai forconi.

Se non avete mai provato a leggere le cronache dei loro shopping, di cosa riescono a comprare Posh e Becks in due ore e di quanti soldi riescono a sperperare nel periodo di tempo dato, vi consiglio senz’altro l’esperienza. C’è addirittura un canale di Sky dedicato alle loro imprese e a quelle di altri parassiti, l’inimmaginabile ed osceno “E!”.
Non avete idea della soddisfazione a sentire che quello che voi guadagnate in un mese di duro lavoro, diciamo 1000 euro, Lady Becks li spende per uno shampoo e una spuntatina alla chioma. La manicure no, è a parte. Non oso immaginare il costo della crema alla merdina di usignolo che si spalma regolarmente la sera prima di andare a letto con Ken.
In una delle loro innumerevoli ville (un tratto in comune con il loro prossimo datore di lavoro) hanno fatto costruire la casetta dei giochi per i loro due cuccioli di miliardario. Non una casetta normale, di quelle in legno prefabbricate ma una vera villa in miniatura, costata qualche milione di dollari.

E’ in questo contesto di pornografico scialacquamento di risorse, di uso hardcore della carta di credito ed ingoio di denaro a gola profonda che Silvio deve avere avuto la geniale pensata.

Sguinzagliare Posh in Via Montenapo per un paio d’ore al pomeriggio (la mattina no, poverina, deve riposare), potrebbe risollevare le sorti del Made in Italy. Chi se non lei potrebbe ordinare una dozzina di quei plaids in zibellino visti in un negozio di Montenapo e prezzati 100.000 euro l’uno?
Non salveremo i piccoli negozietti, “Le trine di Marcella”, la “Casa della Calzatura”, le Upim, le Oviesse, i Carrefour, le Ikea ma il triangolo d’oro della Milano da succhiare sarà salvo. Così si potrà fare media e dire che i consumi in Italia ripartono, magari con una bella foto di Posh stracarica di pacchi dono per Natale sbattuta su “Libero” con il titolo: “Ecco la crisi inventata dai comunisti”.

Non c’è che dire, è stata proprio una bella pensata. Dal culo di Sacchi al culo di Beckham.


OKNotizie
Vota questo post su OKNotizie!

A noi storici detrattori del nano è sfuggita questa settimana una notizia che dovrebbe invece farci ricredere sulle qualità di rianimatore d’urgenza dell’economia reale possedute dal nostro (anti)eroe.
La notizia in questione è l’annunciato arrivo al Milan di David Beckham, il Ken superdotato marito della “Barbie Stronza” limited edition a grandezza naturale. Il nerboruto giovanotto che una leggenda metropolitana sostiene essere addirittura un calciatore.

David e Victoria (la Barbie) arrivano nel momento giusto, in questi chiari di luna dove la gente si indebita, riceve l’intimo di sfratto ed affolla i LIDL per fare la spesa, perchè sono i personaggi perfetti per un’era prerivoluzionaria (di quelle dove sibilano le lame delle ghigliottine, per intenderci), capaci di far impallidire gli sprechi di Maria Antonietta e delle sue caprette al Petit Trianon.
Grazie a loro potremmo osservare un enorme rilancio del lavoro a maglia. E’ con personaggi del genere in giro a schiaffeggiare la miseria che i popoli mettono mano ai forconi.

Se non avete mai provato a leggere le cronache dei loro shopping, di cosa riescono a comprare Posh e Becks in due ore e di quanti soldi riescono a sperperare nel periodo di tempo dato, vi consiglio senz’altro l’esperienza. C’è addirittura un canale di Sky dedicato alle loro imprese e a quelle di altri parassiti, l’inimmaginabile ed osceno “E!”.
Non avete idea della soddisfazione a sentire che quello che voi guadagnate in un mese di duro lavoro, diciamo 1000 euro, Lady Becks li spende per uno shampoo e una spuntatina alla chioma. La manicure no, è a parte. Non oso immaginare il costo della crema alla merdina di usignolo che si spalma regolarmente la sera prima di andare a letto con Ken.
In una delle loro innumerevoli ville (un tratto in comune con il loro prossimo datore di lavoro) hanno fatto costruire la casetta dei giochi per i loro due cuccioli di miliardario. Non una casetta normale, di quelle in legno prefabbricate ma una vera villa in miniatura, costata qualche milione di dollari.

E’ in questo contesto di pornografico scialacquamento di risorse, di uso hardcore della carta di credito ed ingoio di denaro a gola profonda che Silvio deve avere avuto la geniale pensata.

Sguinzagliare Posh in Via Montenapo per un paio d’ore al pomeriggio (la mattina no, poverina, deve riposare), potrebbe risollevare le sorti del Made in Italy. Chi se non lei potrebbe ordinare una dozzina di quei plaids in zibellino visti in un negozio di Montenapo e prezzati 100.000 euro l’uno?
Non salveremo i piccoli negozietti, “Le trine di Marcella”, la “Casa della Calzatura”, le Upim, le Oviesse, i Carrefour, le Ikea ma il triangolo d’oro della Milano da succhiare sarà salvo. Così si potrà fare media e dire che i consumi in Italia ripartono, magari con una bella foto di Posh stracarica di pacchi dono per Natale sbattuta su “Libero” con il titolo: “Ecco la crisi inventata dai comunisti”.

Non c’è che dire, è stata proprio una bella pensata. Dal culo di Sacchi al culo di Beckham.


OKNotizie
Vota questo post su OKNotizie!

Ieri si parlava di ipocrisia. Nella trasmissione pomeridiana “L’Italia sul 2” con il semiconduttore Milo Infante, dedicata dal palinsesto RAI alle più disperate delle casalinghe e dove concionano d’abitudine fari della cultura come lo psichiatra Meluzzi, la scrittrice Boralevi e perfino Samantha de Grenet, l’altro giorno si volava alto e si discuteva di Islam e diritti delle donne.

Non contento del suo recente exploit con la macchina della verità per dimostrare che non fa uso di stupefacenti, ma non avevamo dubbi che fosse un bravo ragazzo e che i suoi sbarellamenti fossero tutta farina del suo sacco, l’Infante di Spagna si è prodigato per una mezz’oretta buona a dimostrare che la poligamia islamica è una cosa brutta e cattiva e che avere più mogli è una cosa che offende le donne.
A difendere timidamente le parti dell’Islam era stato chiamato Idris, non dico altro.
Già che si era lì si è cazzeggiato a ruota libera di burqa, di velo, di oppressione delle donne, di offesa alla loro dignità.

Mentre il Milo di Venere interloquiva con i blasonati ospiti e si scandalizzava, tutto sudato, al pensiero delle 40 mogli di Bin Laden, pensavo alla nostra cultura superiore, alle nostre ragazze con la gonna giropassera, il jeans calante sulla pancia di fuori effetto omino michelin, le bambine con i micro-top, le micro-gonnelline sopra le micro-mutandine con allarme antipedofilo incorporato, le tette puntellate dai push-up e sbattute continuamente sotto gli occhi ormai assuefatti dei maschi, insomma il troieggio continuato imposto alle nostre donne dai nostri modelli consumistici.
Oggi ho letto su Panorama un servizio, per me agghiacciante, che parlava di cubiste di 12 anni che si prostituiscono a 100 euro a botta per le ricariche telefoniche, l’i-Pod e i vestiti firmati “perché senza firme non sei nessuno”. Alla faccia dei fiori nel fango.

Tornando alla trasmissione su poligamia e rispetto della donna: ma tra una società che impone il burqa e un’altra che idolatra il perizoma, una sana via di mezzo non sarebbe possibile? Perché non cogliere l’occasione per fare eventualmente la critica ad entrambi gli eccessi?

Il clou è stato però il prosieguo della trasmissione. Terminata la lezione di anti-islamismo mascherato da filofemminismo, perché ogni palcoscenico è buono, anche l’anticamera del parrucchiere, per ricordarci che siamo in guerra e che bisogna alimentare la paura, si è passati alla seconda parte del programma che presenta di solito un caso clinico sul quale far spremere le meningi degli ospiti.
Manco a farlo apposta, si parlava di un tizio che ha una relazione con un’altra e ci fa un figlio, con grande nocumento delle di lui prima moglie e figlia. Discussioni animate del parterre de roi di esperti sul diritto della seconda donna ad avere il figlio e del fedifrago di rifarsi una vita perchè appena separato e critiche all’eccessiva possessività della prima moglie.
Ovverosia, “nel nostro paese la poligamia non è ammessa”. Tutto questo mentre a molti nostri politici con famiglia multipla cominciavano a fischiare pericolosamente le orecchie e con il bue che dava di cornuto all’asino senza minimamente vergognarsene e con grande sprezzo del ridicolo.


OKNotizie
Ti piace questo post? Votalo su OKNotizie!

L’altra sera leggevo miriam161 che parlava della curiosità morbosa di certi telespettatori per le trasmissioni che rievocano brutali fatti di cronaca, quelli che gli americani chiamano “true crime”.

Poco prima avevo assistito al tg1 al video interruptus dell’esecuzione talebana dell’autista di Mastrogiacomo.
Il direttore, dopo aver ripetuto per almeno cinque-sei volte che si sarebbe trattato di un filmato rigorosamente destinato ad un pubblico adulto, con il risultato di far salire curiosità, aspettativa e adrenalina a qualche milione dei telespettatori di cui sopra, lo ha mandato in onda interrompendolo poi al momento dell’esecuzione vera e propria.
E meno male, ha fatto bene, non si trasmette la morte in diretta, anche per Saddam c’è stato il fermo-immagine poco prima che si aprisse la botola.

Ma allora mi chiedo: se sai già che non lo farai vedere per intero, perché crei l’aspettativa, perché vellichi in tal maniera i nostri peggiori istinti sadici e la nostra morbosa curiosità per poi lasciarci tutti con le mutande calate?
Cosa avranno fatto i più intraprendenti di quei telespettatori, i più assetati di sangue? Saranno andati su Internet a cercare il filmato in versione integrale, come per Saddam e Berg. Cosa che non avrebbero fatto in tal numero se Riotta e compari non gli avessero messo la pulce e anche la poiana nell’orecchio. Non lo sanno poi i tutori dell’informazione che in questi casi lasciare tutto all’immaginazione crea mostri peggiori delle immagini reali perché si va a pescare a strascico nell’inconscio?

Perché allora lo hanno fatto? Oltre allo scopo propagandistico che necessiterebbe di una discussione a parte, forse perché lo scopo della televisione sta diventando proprio questo: fornire piccole dosi di eccitazione, insufficiente per ottenere piena soddisfazione ma abbastanza per creare dipendenza. Sono gli oggetti che correrai frustrato a comperare per sublimare il desiderio inappagato, che potranno darti l’orgasmo consumistico.

Siccome per la Grande Sorella siamo dei bambini immaturi e difatti la televisione è tutta un’unica fascia protetta, la sessualità genitale, la forma adulta di sessualità, appagante e risolutiva, è vietata.
Nella pornografia generale del cattivo gusto e dell’orrido, l’unica cosa che la televisione generalista e gratuita ti nega è l’hardcore, i peni e le vagine. Il massimo del sesso adulto e consenziente che ti concede è quello adolescenziale degli sbaciucchiamenti oppure l’oscena allusione delle fellatio praticate sui gelati. Se resti insoddisfatto dall’ipocrisia del softcore potrai poi sfogarti con la pornografia vera e a pagamento sul canale vietato ai minori, cioè ai poveri.

Niente genitali ma a questo punto la trovata è puntare sulle perversioni che di solito non praticheresti nella realtà, ma che la televisione ti permette di sublimare come telespettatore.
La scopofilia (guardare) è l’essenza stessa della televisione. Richiede soggetti passivi che osservino e contemplino. Così come il feticismo. Il culto per gli oggetti inanimati ti viene fatto ingurgitare continuamente con la pubblicità.
Il sadismo viene sollecitato dai telegiornali che parlano di assassinii, stupri, violenze, guerre, stragi, genocidi. I reality show spingono il livello di sadismo sempre più verso l’umiliazione delle vittime, che rappresentano a loro volta i modelli con i quali si possono identificare i masochisti. Sono sempre più convinta che il profeta Pasolini con “Salò” abbia preconizzato i reality show più estremi.
La pedofilia è suggerita dai tanti bambini passivi, consumanti e sottilmente seducenti che reclamizzano sottilette e carte igieniche, alla faccia delle buone intenzioni che volevano limitarne l’utilizzo in pubblicità solo per i pannolini. Water, puzzette, yogurt che ti fanno “andare” ci ricordano l’esistenza del tratto finale intestinale. Non mancano le suggestioni omosex e transex, e perfino, ma qui forse mi sto facendo prendere la mano, la bestialità di Victoria e il Gorilla.

La perversione più oscura, la necrofilia, è rappresentata da dozzine di telefilm su obitori, medici legali, autopsie, scene del crimine e inchieste sui serial killers. La puntata di maggior successo di CSI, diretta da Tarantino, riguardava un agente sepolto vivo da un maniaco assassino. Abbiamo avuto i funerali in diretta per ore di Lady Diana prima e poi del Papa, con il gran necroforo Vespa a fare gli onori di casa e con interessanti dibattiti sulle tecniche di tanatoprassi e su come fosse venuta bene l’imbalsamazione.

La morte è in fin dei conti il punto di arrivo in questo tipo di televisione e la più efficace arma di angoscia di massa.
Visto che Eros è bandito, Thanatos ha campo libero. Non si ha idea della curiosità che la gente ha nei confronti della morte, e di come sia forte il desiderio ambivalente di allontanarne lo spettro angosciante e di indagarne il mistero. Ecco perché abbiamo seguito dozzine di puntate di talk-show sulla tragedia di un bambino assassinato (cosa c’è di peggio?), e siamo rimasti ipnotizzati dalle immagini ripetute all’infinito degli aerei che bucavano le torri gemelle polverizzandole con i loro tremila morti, la grande cremazione collettiva.

Siccome dobbiamo essere sufficientemente angosciati per rimanere sottomessi, lo spettro della morte, l’angoscia e l’eccitazione insoddisfatta ci spingono verso la grande panacea consumistica che celebra la nostra passività politica. Compera e sarai salvato.
Del resto cosa disse Bush proprio dopo l’11 settembre agli americani? Di continuare a partecipare all’economia americana. In dollaroni: “Ora potete tornare a fare shopping.” La pace è finita, andate in guerra.


OKNotizie
Ti piace questo post? Votalo su OKNotizie!

Ho cercato disperatamente un’immagine per illustrare degnamente questo post pasquale. Mi è solo venuto il nervoso.
Un tripudio di conigli, coniglietti e coNIglioni; uova di cioccolata, uova Fabergé e uova strapazzate nel senso di colorate, ricamate e infiocchettate. E poi pulcini, colombe, bambini molestati con orecchie di coniglio posticce e fotografati per esporli al pubblico ludibrio, roba da Telefono Azzurro. Animali parimenti mascherati in un’orgia transgender di cani che diventano papere, gatti truccati da galline e galline con le orecchie da coniglio.
Seguendo il mio gusto del macabro volevo scegliere questa, ma poi mi è parsa un pò troppo forte.
Quest’altra, che è uno dei capolavori del sito specializzato in fotomontaggi Worth1000.com, era anch’essa un pò troppo irriverente per il momento pasquale, e quest’altra iconoclasta. E’ una festa religiosa dopotutto, perdìo e noi l’abbiamo tramutata nella solita pagliacciata consumistica.

Alla fine, dopo aver consumato la rotella del mouse sia su Google che Windows Live ho scelto questa, che rappresenta il Cristo e Niccodemo, il fariseo, capo e dottore dei Giudei, che andò da Gesù una notte per parlare con lui (Gv 3:1-11). In seguito lo difese davanti al Sinedrio, e aiutò Giuseppe di Arimatea a seppellirlo.
Questa figura di sacerdote aperto al dialogo e alla novità mi piace, e assieme a quella colomba, con le torri di Gerusalemme sullo sfondo mi sembra un buon augurio di pace e dialogo in Palestina.

Avrei voluto scrivere anche qualcosa su Gesù e sul suo messaggio ma per fortuna qualcuno lo ha fatto prima e meglio di me in questo post su MenteCritica. Vi consiglio di leggerlo.

Auguro a tutti gli amici del blog e a coloro che capitano qui oggi per la prima volta, magari per caso, una Buona Pasqua piena di serenità.

Vediamo se, dopo aver visto questo corto vincitore del Best Short Film and Best Concept al Chicago Horror Film Festival del 2006 avrete ancora il coraggio di impugnare un coltellaccio da cucina ed intagliare la zucca che i vostri figli vi hanno obbligato a comperare al supermercato.
Non vi eravate mai chiesti cosa può provare la cucurbitacea all’approssimarsi della notte di Halloween, eh?

Chiedetevi se, a causa di questa ennesima stressante moda importata dagli States, sia giusto ogni anno sacrificare sull’altare del consumismo la povera Zucca marina di Chioggia, la lunga invernale, la quintale, la Lagenaria, la Maxima, la Moschata, la Buternut e la Banana pink?

Se proprio volete festeggiare la insulsa festa, meglio ripiegare sulla mascherata. Ed ecco un costume ispirato direttamente dalla vicenda Gardini-Luxuria.

Lo so che in realtà il vero cesso è il bambino ma non state a sottilizzare, non tutti possiamo nascere figli di Angelina e Brad.

Ho letto un divertentissimo post dell’amico Cima su una sua visita all’IKEA e non posso che condividere ciò che lui ha scritto.

Credo che l’IKEA sia un non-luogo, uguale a se stesso sia che tu sia a Parigi (dove giustamente la chiamano IKEÁ, con l’accento) o a Casalecchio di Reno, come nel mio caso, e sono sicura che anche lui e i suoi bambini mappini avranno notato i nuovi peluche in vendita nel paradiso svedese del consumatore.
Io ho comperato questo, che non è un topo, è proprio una zoccola da chiavica , tanto è grosso, ma a me è piaciuto tanto. Sarò normale?

Sempre meglio però dello squalo di peluche, della piovra o del pipistrello (qual è il target: i bambini della famiglia Addams?) E la testa di cavallo Minnen, che mi ha fatto pensare alla famosa scena del Padrino?
Mi hanno fatto molta tristezza i pupazzetti dei mostriciattoli alieni, tutti invenduti e al prezzo stracciato di un misero euro. Forse è vera la teoria che l’oggetto transizionale, ovvero ciò che pomposamente per la psicanalisi è l’orsacchiotto, deve essere qualcosa di familiare, con il quale il bambino possa identificarsi. L’alieno è effettivamente un po’ forte, a parte forse per il figlio di Mulder e Scully.

Un classico argomento di satira sull’IKEA sono i nomi degli articoli, ma non vedo qual’è il problema. Se al posto di KLIPPAN o MINNEN, O KLAPPA ci fossero, mettiamo, nomi derivati dai dialetti italiani, non sarebbe lo stesso?

Ve lo immaginate? L’IKEA è diventata una grande multinazionale italiana, nel suo ristorante si mangiano spaghetti, pizze e polpette di mandolino. Gli articoli hanno nomi curiosi come CREUZA (una simpatica scaletta), BELINUN (i genovesi se lo traducano come vogliono), PIRLA (uno scaffale componibile), BALENGO (sono indecisa tra un divano e un dondolo), GUNDUN (sempre per i genovesi, tanto gli altri non capiscono e lo comprano come strofinaccio da cucina), CABBASISI, OSEO, SPACCASTROMMOLE (un martello?), FETUSO, SOCMEL (questo se lo gestiscano i bolognesi) e via discorrendo.

Una cosa che ti fanno notare e diciamolo, che ti fanno pesare all’IKEA è quanto sono bravi a contenere i prezzi. Ovunque trovi cartelli con scritto: “Lo sappiamo che portarsi il divano in spalla fino a casa è fatica, ma vuoi mettere il risparmio?” “Hai dovuto noleggiare un furgone per venire a ritirare i mobili? Vedrai che in un paio di anni ti rifai della spesa”.
Il più inquietante però è al self-service, dove c’è scritto: “Se riporti il vassoio tu possiamo risparmiare sul personale”. A me è andato il salmone all’aneto di traverso. Poi, quando mi sono alzata con il vassoio per portarlo nell’apposita rastrelliera, una giovane donzella in divisa IKEA si è precipitata e mi ha letteralmente strappato il vassoio dalle mani. E’ un simpatico gioco aziendale. Se i dipendenti riescono a intercettare più di 100 vassoi al giorno l’IKEA li tiene per altri 15 giorni a progetto.

Infine i bambini. Non capisco perché il cliente medio dell’IKEA abbia sempre con sé non meno di tre bambini, tutti da sedare con il Ritalin.
Nonostante all’ingresso vi sia un’area attrezzata apposita per parcheggiarli i genitori insistono nel trascinarseli dietro per tutto il magazzino assieme alle megaborse gialle di plastica piene di cianfrusaglie.
Oppure è un’altra trovata dell’IKEA, consegnare all’ingresso anche a chi non ha figli una bella terna di marmocchi, come accompagnatori, per non farli sentire soli.
Io credo che i genitori non si fidino di lasciarli a nuotare ed essere risucchiati e sparire tra le palline colorate del pentolone nell’entrata. Tra le leggende metropolitane sull’IKEA c’è anche quella che le polpette svedesi le facciano con i poveri resti…

Flickr Photos

onlookers

Renzistein Junior

Von Trierweiler's Nymphomaniac

Eurodeliri

Altre foto

Blog Stats

  • 81,742 hits

Categorie