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C’è una novità nel tragico caso di Sarah Scazzi.  Siccome ci sono gli sciacalli a due zampe che sguazzano tutto il giorno e da anni nel torbido televisivo, non possiamo tentare di fare un discorso più approfondito sull’efferato omicidio di una ragazzina perché si tratta di inutile e gratuita morbosità e, come dicono i guardiani di regime, ci vuole moderazione.

E’ il colmo perchè ci hanno abbuffati a forza fino a ieri di villette e plastici di Cogne, di mostri di Firenze e delitti di via Poma, di  omicidi di Perugia, di Olindi e Rose e Chiare Poggi, con la santa benedizione del dio dei media. Le adunate presso le villette del delitto sono una conseguenza delle migliaia di portapporta dedicati ai più truci delitti con plastico incorporato, o no?
Perchè, quindi, questo caso dovrebbe essere diverso e dovrebbe indurci ad un maggiore rispetto delle persone coinvolte, arrivando alla necessità dell’autocensura?

Non è improvviso ravvedimento contro i precedenti eccessi di una cronaca gettata in pasto alla televisione. Non è assolutamente vero che vogliono proteggere la pubblica opinione dalla morbosità. La cronaca più nera viene servita ogni giorno a cucchiaiate e fatta ingollare a forza al popolo da un regime quando è funzionale ad esso.
Finchè si tratta di zingari ladri di bambini, di extracomunitari stupratori e violenti e di islamici che vogliono sterminarci, non prima di averci tutti convertiti a barbone e burqa, ok. Nessuna remora. Se si tratta di instillare ansia e diffidenza verso l’altro da sé e far diventare tutti paranoici con il terrore del diverso va bene, purchè il popolo italiano prosegua nella sua trasformazione da entità quasi-civile a popolaccio infame pronto a difendere un assassino per puro spirito di solidarietà tribale sullo schema del clan mafioso allargato a tutto il territorio nazionale.
Perchè di questo si tratta. Della mentalità mafiosa che,  come un cancro, sta invadendo e distruggendo il tessuto ancora sano del paese. La sottomissione ad un unico padrino avente potere di vita e di morte sugli altri, dispensatore di ordini ai quali bisogna obbedire. Con una vasta rete di esecutori materiali che si occupano di far fuori gli infami, zittire i testimoni e garantire al capo l’impunità assoluta. Garantita mediante intimidazione, omertà e, se necessario, violenza e disprezzo di ogni regola. Un modello che, risalito dai bassifondi ai piani alti del potere, ne ridiscende fino ad infiltrarsi ovunque nella società (in)civile.

Se nell’inevitabile strutturazione della nostra comunità nazionale in clan in lotta l’un l’altro fino alla morte si inserisce la componente razziale si può arrivare facilmente alla pseudospeciazione, al considerare gli appartenenti ad un altro popolo al di fuori non solo della razza ma addirittura della specie, quindi potenzialmente eliminabili senza rimorsi perchè nemmeno i loro cuccioli ci muovono a pietà. Cominciate a riscaldare i forni perchè torneranno utili a breve.
Lo avete visto ieri. Di fronte ad una donna morta per il pugno di un energumeno si è arrivati a parteggiare per il bruto solo perchè la vittima è rumena, ovvero aliena e a valore zero, insultando le forze dell’ordine incaricate di arrestarne l’aggressore, come si fa nei paesi ad alta concentrazione mafiosa quando si vanno a prelevare i boss dai covi segreti ma noti a tutti.

La cronaca nera al servizio dell’addestramento occulto alla mentalità mafiosa di un popolo va bene, quindi.
Se invece un delitto va a scoperchiare un avello puzzolente contenente tutte le schifezze possibili che può racchiudere la Sacra Famiglia del Mulino Nero,  le sue  brutture, le sue ancestrali modalità di oppressione dei deboli, le sue norme interne di omertà, così simili alle regole mafiose, appunto, è uno schifo, bisogna censurare.  I panni sporchi si lavano in famiglia anche se il vederli appesi fuori potrebbe mettere in guardia altre potenziali vittime e salvarle.
Perchè una bambina morta potrebbe  muoverci a pietà e indurci a voler modificare le cose, ad eliminare le metastasi culturali che hanno provocato la sua morte. Invitarci a ribellarci tutti contro l’omertà così diffusa in famiglia che, in quel caso, ha permesso l’eliminazione violenta di un suo membro. Insomma potrebbe farci vedere improvvisamente quanto la mafiosità sia ormai insita nella nostra società e cultura. E non è questione di Nord o Sud, di ambienti degradati o altoborghesi.

C’è un altro punto interessante, però, negli ultimi sviluppi del caso di Sarah. Come nei gialli più appassionanti, c’è stato il colpo di scena. Il principale dei sospetti potrebbe non essere l’unico colpevole, potrebbe addirittura essere innocente. Se le risultanze delle indagini dovessero essere confermate, delineando una faida intrafamigliare tutta femminile di rivalità, gelosie, coperture di misfatti e brutalità spinta all’omicidio, ci troveremmo nella necessità di dover porre le scuse allo zio Michele che non solo non avrebbe stuprato la nipote post mortem ma non l’avrebbe nemmeno ammazzata. Lo so che è difficile, dopo averne invocato la morte per macellazione come zio porco ma se la verità fosse questa dovremmo accettarla.

Una vasta complicità fra donne, quindi, al fine di colpirne una, la più fragile, molto probabilmente. Il mio  precedente scritto sull’argomento si è rivelato in certi aspetti profetico, non certo per mie qualità paranormali ma perchè conosco i miei polli (o dovrei dire piuttosto pollastre?)
Ho parlato di omicidio di mafia e difatti, una volta commesso l’omicidio, il clan si è mosso per occultarlo. Tanto, come ci ricordano, il favoreggiamento in ambito famigliare non è punibile. Se io non denuncio mio marito e mia figlia che hanno fatto sparire il cadavere di mia nipote, uccisa per un qualsiasi motivo da determinarsi, non possono farmi nulla**. L’appartenere alla famiglia ti protegge, esattamente come l’appartenere all’altra famiglia, quella mafiosa.
Se ti ribelli alla famiglia potresti anche morire, come accade agli infami. Sia che tu abbia resistito alle voglie di un vecchio patriarca o che abbia osato mettere gli occhi sul fidanzatino della cugina-amica del cuore.
Comunque vadano a finire le cose, non si potrà che riflettere su come una bambina possa essere stata ammazzata in quel modo dopo essere stata intrappolata in quella tela di ragno di evidenti complicità.

Devo dire, come ultima cosa, che sto leggendo dei discorsi che non mi piacciono affatto sui siti femministi.

Vi si sostiene, tra l’altro, che sarebbe in corso una campagna misogina contro Sabrina “a prescindere dalle sue colpe” (!). Sabrina sarebbe additata come strega colpevole ” in quanto donna” e per alimentare l’odio contro le donne, non perchè  avrebbe tenuto ferma Sarah mentre suo padre la strangolava oppure addirittura la strangolava ella stessa. Cioè il delitto eventualmente commesso da Sabrina scompare di fronte alla necessità di denunciare comunque e sempre la malvagità degli uomini e la grande cospirazione maschilista. Tutto ciò riduce a qualcosa di francamente grottesco una questione seria come la violenza contro le donne.
Ecco, per fortuna io non amo le donne fino al punto di negarne l’eventuale cattiveria. Siccome credo nell’effettiva parità tra i sessi e considero le donne fatte della stessa carne degli uomini, non mi passa nemmeno per l’anticamera del cervello di emendarne le colpe in quanto donne solo perchè ogni giorno una donna muore per mano maschile.
Care amiche, la violenza maschile sulle donne non c’entra niente se una donna ne ammazza un’altra. Troppo comodo. Abbiamo un bel cervello funzionante anche noi che ci permette di compiere delle scelte. A volte siamo talmente brave che riusciamo a far fare agli uomini quello che vogliamo, perfino fargli commettere un omicidio. L’aver subito violenze non ci emenda da eventuali colpe successive. Anzi, scegliere di colpire la vittima, nel caso della pedofilia intrafamigliare, invece che il carnefice, è il massimo della crudeltà. O della stupidità, se volete le attenuanti generiche.
Dire che “è impossibile che una madre voglia coprire un padre pedofilo” e  sostenere che sarebbero comunque comportamenti che non ci appartengono come genere, come il negare che ogni giorno vengano compiute “scelte di Sophie” è una cazzata, perchè la realtà dimostra il contrario.

Se Sabrina ha ucciso Sarah o ha partecipato al suo delitto perchè era gelosa, perchè non voleva che si scoprissero gli altarini di casa, perchè Sarah voleva denunciare il suo paparino, ebbene, rimane colpevole e basta. Non in quanto donna (questo è puro vittimismo da minoranza ed è paradossale perche noi  donne siamo addirittura la maggioranza!) ma in quanto persona e basta. Allo stesso modo dello zio porco o non porco, si vedrà.

Non credo affatto infine, come sostengono alcuni, scegliendo la strada più comoda che tutto spiega senza nulla spiegare, che in quella casa siano tutti matti. La patologia non c’entra, casomai facciamo riferimento all’antropologia culturale, a certi modelli criminali che hanno sempre più adepti anche fra i giovani.

Parlare dell’atroce morte di Sarah, tradita ed attirata con l’inganno in trappola e poi soppressa come un animale, dovrebbe servire, soprattutto a noi donne, perchè di  delitto ad alto tasso di estrogeni pare trattarsi, a fare una profonda autocritica sul rapporto tra di noi, sulla nostra inestinguibile voglia di combatterci e distruggerci l’un l’altra. Dire che è tutta colpa della società creata dagli uomini è una menzogna. Noi abbiamo addirittura, per un certo periodo della loro vita, da piccoli, la possibilità di plasmare la mentalità degli uomini ma decidiamo comunque di crescerli egoisti, di permetter loro di agire la violenza e di atteggiarsi a padroni nostri e delle nostre vite. Che vi piaccia o no siamo complici del maschilismo e a volte sappiamo essere altrettanto cattive dei nostri oppressori. Il caso di Sarah ci permette di ammetterlo, finalmente, se siamo oneste.

** Ho rettificato il testo perchè, come mi hanno fatto giustamente notare nei commenti, la non punibilità si riferisce solamente al non denunciare un parente, non certo al partecipare attivamente ad un omicidio sia come esecutori  che come complici materiali.

(Immagine del grande Edoardo Baraldi)

Per una di quelle strane concomitanze che accadono per puro caso ma che sembrano disegnate da un destino beffardo, è accaduto che, mentre imperversava lo scandalo dei preti pedofili negli Stati Uniti e in Germania, con vampate sempre più vicine a lambire le sottane papali, venisse ritrovato il corpo di una ragazza scomparsa da diciassette anni, Elisa Claps. Dove? Nel sottotetto di una chiesa a Potenza.

Già una notizia del genere è clamorosa ma ora pare addirittura che il cadavere fosse stato scoperto in gennaio da alcune donne delle pulizie e che il parroco, messone a conoscenza, avesse preferito tacere e non avvertire immediatamente le autorità.

Immaginate di trovare uno scheletro nella cantina nel vostro condominio, di informarne l’amministratore, il quale decida di lasciarlo lì per non compromettere il buon nome dei condomini. Allucinante, concordo.

Eppure questo episodio, ovvero l’occultamento del ritrovamento di un cadavere non deve meravigliare perchè è tipico della mentalità e delle regole di ingaggio stabilite dalle gerarchie cattoliche in caso di scandalo legato ad abusi sessuali. Una giovane morta in una chiesa, forse a seguito di un tentativo di stupro, una Maria Goretti insomma, non preoccupa per il fatto in sé, per l’orrore che provocano l’oltraggio e la morte violenta ma per lo scandalo che può derivarne.

La concomitanza, la sincronicità consiste nel fatto che la povera Elisa, infrangendo il mistero che circondava la sua sparizione, si è trovata ad incarnare suo malgrado la famosa metafora dello “scheletro nell’armadio”. Di scheletri stipati dei tabernacoli, del resto, lo sappiamo, la Chiesa ne ha una marea. Soprattutto nel campo degli abusi perpetrati su minori da parte di religiosi.
Anche lì, la regola di ingaggio, ormai è notorio, è insabbiare.

L’ho già spiegato altrove, la pedofilia è come la MAFIA. Si nutre avidamente di OMERTA’, prospera per colpa dell’OMERTA’. Come la mafia, utilizza a suo vantaggio dinamiche di solidarietà famigliare. Se il pedofilo agisce in famiglia, la famiglia sceglie di proteggere lui dallo scandalo, nascondendolo ed ignorando le urla di aiuto delle piccole vittime.
La pedofilia invece, come la mafia, si sconfigge parlandone, denunciando i pedofili, smascherandoli ed additandoli ai genitori dicendo: “Occhio, pericolo, non lasciate che i piccoli vadano a lui”.
La Chiesa che si fa famiglia mafiosa e non più casa di Cristo, invece di scegliere senza indugi di stare dalla parte delle vittime, contribuendo ad identificare, smascherandoli, i pedofili in tonaca per assicurarli alla giustizia ed evitare che colpiscano ancora, impone il silenzio, l’OMERTA’, il seppellimento dello scandalo sotto la coltre della connivenza. Non denunciano i pedofili alla polizia, li spostano in un’altra parrocchia, dove potranno inevitabilmente ricominciare a colpire nuova carne fresca ed inconsapevole.

Il bastardo nel manifesto, ad esempio, è Padre Murphy, che ha violentato più di 200 piccoli sordomuti. Una figura altrettanto spregevole di quella di John Wayne Gacy, ovvero di uno dei più spietati serial killers. Si, d’accordo, non li ha uccisi e seppelliti sotto lo scantinato, i suoi ragazzini, ma li ha massacrati nella psiche, il che rende il suo crimine ancora più tremendo perchè la pena di un abuso subìto nell’infanzia è qualcosa che non ti abbandonerà mai più.
Pensi di averlo superato ma qualcosa prima o poi ti riapre la ferita e ti rendi conto che sei segnato per sempre. La grande profonda tristezza interiore che accompagna l’esistenza della vittima della pedofilia, lasciatevelo dire da me, è la consapevolezza che la sua sofferenza spesso rischia di rimanere sepolta viva sotto l’omertà. Non ti credono, non ti ascoltano e poi come ti permetti di offuscare la memoria di un tuo parente? Se trovi il coraggio di denunciare ti cancellano, diventi come il pentito, l’infame, il collaboratore di giustizia, sei fuori dalla famiglia. Famiglia mafiosa di merda.

Ora, di cosa mai si accusa il papa tedesco, tanto da provocare lo sdegno di uno Schifani, ad esempio, che parla di “attacco al Santo Padre”? Lo si accusa di aver applicato ai massimi livelli gerarchici le regole di ingaggio. Quelle contenute, in specifico, nel famigerato Crimen Sollicitationis, il manuale di autodifesa del prete pedofilo, approvato da Oltretevere fin dal 1962, che impone il silenzio di fronte alla notizia criminis di un atto di molestia sessuale di un religioso nei confronti di un minore.
Invece di sbraitare a vanvera, si ragioni di questo che, in termini giuridici, si configura come favoreggiamento.

Invece, il morbo berlusconiano che avanza fa scrivere “l’Osservatore Romano” di complotti e, come Schifani, parla di “attacchi al Santo Padre”.
E’ come per le intercettazioni che smascherano la condotta illiberale e censoria del premier. La colpa non è di chi viene trovato a dire certe cose ma di colui che le ascolta. Si vorrebbe la libertà omertosa di poter delinquere per telefono senza rischio di essere beccati.
La colpa qui non è del New York Times che fa il suo mestiere di giornale pubblicando i dettagli di uno scandalo di proporzioni gigantesche che colpisce la Chiesa fin nei piani alti facendola tremare fin nelle fondamenta, ma di chi osa rompere il muro di omertà e scoprire, perdonate il gioco di parole, gli altarini.
Papi o Papa, a questo punto c’è poca differenza.

Allora è proprio vero, non era solo un mio eccesso di pessimismo, l’ho letto oggi sulla “Stampa”. A Joseph Fritzl è stato comminato l’ergastolo perchè riconosciuto colpevole di aver cagionato la morte per incuria di uno dei sette figli-nipoti, che avrebbe potuto forse salvarsi se fosse stato soccorso in tempo dopo la nascita. Il piccolo cadavere fu bruciato in una caldaia, come una povera cosa.

L’accusa di omicidio era l’unica, quindi, tra le tante pendenti sul capo del mostro, a prevedere come pena massima l’ergastolo. Per gli altri capi di imputazione (incesto, sequestro, stupro, ecc.) anche se riconosciuto colpevole, Fritzl avrebbe potuto uscire tra qualche anno.

Quindi, fatemi capire, violentare la propria figlia almeno 3000 volte nel corso di ventiquattro anni di segregazione in una cantina-bunker, renderla madre sette volte contro la sua volontà e sottoporla ad ogni tipo di umiliazione, sevizia e dolore, non vale di per sé un ergastolo?

E’ perchè era suo padre e la Stramaledetta Famiglia con il suo corollario di orrori più o meno nascosti deve essere difesa sempre e comunque? E’ per difendere il principio che nella Stramaledetta Fottuta Famiglia “queste cose non accadono” che hanno deciso per il manicomio criminale, nonostante le perizie avessero chiarito che il porco era ben capace di intendere e volere? Tanto per dire che se un padre violenta 3000 volte una figlia e riesce a farla franca per 24 anni dev’essere fuori di melone per forza?
Se fosse stato un estraneo, come nel caso di Natascha Kampusch, sarebbero stati più severi ed avrei letto meno commenti indignati per la frittura a 2000 volts? Diamine, che stomacucci delicati, eppure ciò che ha subito Elizabeth non lo augurereste al vostro peggiore nemico.

Questo è l’ennesimo caso in cui si dimostra che la vita delle donne (bambine, adulte, non importa) non conta nulla. Lo ripeto, è dovuto morire un neonato affinchè questo bastardo avesse l’ergastolo.
Hanno perfino preso misure di sicurezza perchè hanno paura che Fritzl commetta suicidio. Lui? Non lo hanno messo in carcere perchè si sa cosa accade in carcere a chi tormenta i bambini. Mi pare che di pietà ne abbia avuta fin troppa. Mi scuso per i 2000 volt ma a me fanno più pena le 3000 volte che Elizabeth è dovuta morire.


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Allora è proprio vero, non era solo un mio eccesso di pessimismo, l’ho letto oggi sulla “Stampa”. A Joseph Fritzl è stato comminato l’ergastolo perchè riconosciuto colpevole di aver cagionato la morte per incuria di uno dei sette figli-nipoti, che avrebbe potuto forse salvarsi se fosse stato soccorso in tempo dopo la nascita. Il piccolo cadavere fu bruciato in una caldaia, come una povera cosa.

L’accusa di omicidio era l’unica, quindi, tra le tante pendenti sul capo del mostro, a prevedere come pena massima l’ergastolo. Per gli altri capi di imputazione (incesto, sequestro, stupro, ecc.) anche se riconosciuto colpevole, Fritzl avrebbe potuto uscire tra qualche anno.

Quindi, fatemi capire, violentare la propria figlia almeno 3000 volte nel corso di ventiquattro anni di segregazione in una cantina-bunker, renderla madre sette volte contro la sua volontà e sottoporla ad ogni tipo di umiliazione, sevizia e dolore, non vale di per sé un ergastolo?

E’ perchè era suo padre e la Stramaledetta Famiglia con il suo corollario di orrori più o meno nascosti deve essere difesa sempre e comunque? E’ per difendere il principio che nella Stramaledetta Fottuta Famiglia “queste cose non accadono” che hanno deciso per il manicomio criminale, nonostante le perizie avessero chiarito che il porco era ben capace di intendere e volere? Tanto per dire che se un padre violenta 3000 volte una figlia e riesce a farla franca per 24 anni dev’essere fuori di melone per forza?
Se fosse stato un estraneo, come nel caso di Natascha Kampusch, sarebbero stati più severi ed avrei letto meno commenti indignati per la frittura a 2000 volts? Diamine, che stomacucci delicati, eppure ciò che ha subito Elizabeth non lo augurereste al vostro peggiore nemico.

Questo è l’ennesimo caso in cui si dimostra che la vita delle donne (bambine, adulte, non importa) non conta nulla. Lo ripeto, è dovuto morire un neonato affinchè questo bastardo avesse l’ergastolo.
Hanno perfino preso misure di sicurezza perchè hanno paura che Fritzl commetta suicidio. Lui? Non lo hanno messo in carcere perchè si sa cosa accade in carcere a chi tormenta i bambini. Mi pare che di pietà ne abbia avuta fin troppa. Mi scuso per i 2000 volt ma a me fanno più pena le 3000 volte che Elizabeth è dovuta morire.


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Allora è proprio vero, non era solo un mio eccesso di pessimismo, l’ho letto oggi sulla “Stampa”. A Joseph Fritzl è stato comminato l’ergastolo perchè riconosciuto colpevole di aver cagionato la morte per incuria di uno dei sette figli-nipoti, che avrebbe potuto forse salvarsi se fosse stato soccorso in tempo dopo la nascita. Il piccolo cadavere fu bruciato in una caldaia, come una povera cosa.

L’accusa di omicidio era l’unica, quindi, tra le tante pendenti sul capo del mostro, a prevedere come pena massima l’ergastolo. Per gli altri capi di imputazione (incesto, sequestro, stupro, ecc.) anche se riconosciuto colpevole, Fritzl avrebbe potuto uscire tra qualche anno.

Quindi, fatemi capire, violentare la propria figlia almeno 3000 volte nel corso di ventiquattro anni di segregazione in una cantina-bunker, renderla madre sette volte contro la sua volontà e sottoporla ad ogni tipo di umiliazione, sevizia e dolore, non vale di per sé un ergastolo?

E’ perchè era suo padre e la Stramaledetta Famiglia con il suo corollario di orrori più o meno nascosti deve essere difesa sempre e comunque? E’ per difendere il principio che nella Stramaledetta Fottuta Famiglia “queste cose non accadono” che hanno deciso per il manicomio criminale, nonostante le perizie avessero chiarito che il porco era ben capace di intendere e volere? Tanto per dire che se un padre violenta 3000 volte una figlia e riesce a farla franca per 24 anni dev’essere fuori di melone per forza?
Se fosse stato un estraneo, come nel caso di Natascha Kampusch, sarebbero stati più severi ed avrei letto meno commenti indignati per la frittura a 2000 volts? Diamine, che stomacucci delicati, eppure ciò che ha subito Elizabeth non lo augurereste al vostro peggiore nemico.

Questo è l’ennesimo caso in cui si dimostra che la vita delle donne (bambine, adulte, non importa) non conta nulla. Lo ripeto, è dovuto morire un neonato affinchè questo bastardo avesse l’ergastolo.
Hanno perfino preso misure di sicurezza perchè hanno paura che Fritzl commetta suicidio. Lui? Non lo hanno messo in carcere perchè si sa cosa accade in carcere a chi tormenta i bambini. Mi pare che di pietà ne abbia avuta fin troppa. Mi scuso per i 2000 volt ma a me fanno più pena le 3000 volte che Elizabeth è dovuta morire.


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Vi sono casi particolari di crimini che dovrebbero essere giudicati con una giurisprudenza a parte, che dovrebbero rappresentare un’eccezione anche per il tipo di pena che richiedono.
Sono contro la pena di morte ma ho sempre pensato che per i crimini contro l’umanità, per i responsabili di genocidio e i torturatori, l’unica pena possibile e vagamente riparatoria nei confronti delle vittime fosse quella capitale. Altrettanto mi sento di dire nei confronti di un caso come quello di Josef Fritzl.

Sarà incoerenza, ma esistono esseri umani che non meritano pietà, in deroga a qualsiasi cristianesimo, perchè esistono esseri umani profondamente malvagi, impastati nel Male e, mi sento di dire, irrecuperabili da qualunque Beccaria. La pena di morte è orrenda, è la pianificazione di un assassinio, è l’unico caso in cui sappiamo esattamente a che ora moriremo, ma non credo avremmo avuto dubbi a comminarla ad un Mengele ed agli altri criminali nazisti, responsabili della tortura e morte di milioni di persone.
Così come non abbiamo pietà degli assassini genocidi, altrettanto non ne abbiamo per i pedofili. Nessuno se ne scandalizzi.

Ho appena visto “Changeling”, film bellissimo che contiene la storiaccia di un serial killer di bambini, descritta da Clint Eastwood con toni di agghiacciante realismo, spaventoso come solo la cronaca fedelmente riprodotta sa essere.
Il film contiene la scena dell’esecuzione del mostro per impiccagione. E’ vero, non abbiamo modo di conoscere le sue motivazioni, se per caso ha sofferto tanto da piccolo ed è stato così vittima della coazione a ripetere. Il suo incedere verso il patibolo, piagnucolante “non così in fretta!” non ci smuove un anticchia di solidarietà. In noi rimane solo il ricordo della confessione del piccolo complice, distrutto dal rimorso di aver contribuito ad assassinare brutalmente dei suoi coetanei. Ci rimane marchiata a fuoco sulla coscienza la sua vita spezzata e rovinata per sempre, il suo “oddio, oddio!”, ripetuto ossessivamente tra i singhiozzi.
Giusto quindi che il mostro venga reso inoffensivo, anzi distrutto per sempre. Il mostro bugiardo, infido, che tormenta Angelina Jolie che gli chiede la verità sul destino di suo figlio. Il suo ultimo sgambettare inconsulto appeso alla corda è solo una liberazione e ci dà un senso, orrendo finchè si vuole, ma di giustizia e sollievo.

Il genocida e l’assassino di bambini ci rendono inattaccabili alla pietà. E’ un dato di fatto. E’ l’eccezione che conferma la regola dell’inaccettabilità della pena di morte.
Perfino Cristo maledisse, tra le rare categorie vittime del suo divino furore, i pedofili ed auspicò che venissero affogati con una pietra legata al collo. Mai giustificazione all’odio portò firma più illustre.

Quale pena detentiva, in effetti, potrebbe mai ripagare i 24 anni di tortura, di abuso, di violenza indicibile, di lesioni interne provocate da “giocattoli sessuali”, di gravidanze imposte, di bambini nati già morticini viventi, chiusi in una prigione dalla quale non sarebbero mai usciti se il caso non li avesse liberati, della povera Elizabeth e dei suoi bambini? Nessuna, passassero cent’anni.

Il porco ha ammesso le sue colpe sperando in una riduzione della pena. E’ la strategia avvocatizia di chi difende un cliente indifendibile. Ammetti tutto e speriamo nella clemenza della corte.
In Austria non c’è la pena di morte, però io credo che in questo caso, se non si può fare un’eccezione, la pena debba essere il massimo consentito da quella legislazione.
Come minimo dovrebbe contenere elementi di contrappasso, per esempio il mostro potrebbe essere murato vivo in una cella di 2×2, come la contessa Erzsèbet Báthory, torturatrice di vergini e vampira, finchè morte non lo colga.

Non si venga per carità fuori con le menate dell’infanzia infelice. Quello stronzo bastardo ha avuto tutto il tempo per eventualmente curarsi le paturnie mentali. Non l’ha fatto perchè ha preferito tormentare sua figlia, con lucida determinazione. Ciò che le ha fatto è peggio della morte. E’ peggio di un assassino. Ciò che rende mostruoso il suo crimine è la sua continuazione, la mancanza assoluta di pietà nel corso di ventiquattro lunghissimi anni.
C’è il mistero della madre di Elizabeth, è vero. Possibile che non si sia mai accorta che la figlia non era scomparsa ma rinchiusa nella cantina di casa? Quali abissi di complicità o di fenomenale cecità agiscono in certi contesti familiari? Quanta sofferenza potrebbe essere evitata se le donne che si ribellano al padre-marito mostro fossero non l’eccezione ma la regola?

Domani giungerà la sentenza del processo. Potrebbe essere un’occasione storica se la condanna dovesse essere esemplare. Massimo della pena e chiave gettata via per sempre. Peccato non vederlo friggere a 2000 volt. Se così non sarà, se la colpevolezza di Fritzl non sarà riconosciuta appieno, tutti i padri pedofili si sentiranno in diritto di continuare a tormentare i bambini, con o senza la complicità idiota o colpevole delle madri.

In attesa della sentenza, preghiamo.

“Padre mostro, che sarai all’Inferno,
Sia maledetto il tuo nome, venga il nostro sdegno e sia fatta la giustizia…”

ULTIM’ORA – Fritzl condannato all’ergastolo.

Determinante, ai fini della condanna, la morte di uno dei figli-nipoti. Domanda: se nessun bambino fosse morto, i giudici avrebbero avuto il coraggio di comminare l’ergastolo “solo” per i 24 anni di abusi sulla figlia? La mia risposta è pessimistica: no.

La pena sarà scontata in un ospedale psichiatrico. Secondo me questo rappresenta l’applicazione di un’attenuante. Troppo comodo dire che era fuori come un citofono. Spero anche che non si tratti di quella istituzione psichiatrica extralusso della quale hanno parlato i giornali. Che faranno, gli daranno la pastiglietta la sera prima di dormire?


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Vi sono casi particolari di crimini che dovrebbero essere giudicati con una giurisprudenza a parte, che dovrebbero rappresentare un’eccezione anche per il tipo di pena che richiedono.
Sono contro la pena di morte ma ho sempre pensato che per i crimini contro l’umanità, per i responsabili di genocidio e i torturatori, l’unica pena possibile e vagamente riparatoria nei confronti delle vittime fosse quella capitale. Altrettanto mi sento di dire nei confronti di un caso come quello di Josef Fritzl.

Sarà incoerenza, ma esistono esseri umani che non meritano pietà, in deroga a qualsiasi cristianesimo, perchè esistono esseri umani profondamente malvagi, impastati nel Male e, mi sento di dire, irrecuperabili da qualunque Beccaria. La pena di morte è orrenda, è la pianificazione di un assassinio, è l’unico caso in cui sappiamo esattamente a che ora moriremo, ma non credo avremmo avuto dubbi a comminarla ad un Mengele ed agli altri criminali nazisti, responsabili della tortura e morte di milioni di persone.
Così come non abbiamo pietà degli assassini genocidi, altrettanto non ne abbiamo per i pedofili. Nessuno se ne scandalizzi.

Ho appena visto “Changeling”, film bellissimo che contiene la storiaccia di un serial killer di bambini, descritta da Clint Eastwood con toni di agghiacciante realismo, spaventoso come solo la cronaca fedelmente riprodotta sa essere.
Il film contiene la scena dell’esecuzione del mostro per impiccagione. E’ vero, non abbiamo modo di conoscere le sue motivazioni, se per caso ha sofferto tanto da piccolo ed è stato così vittima della coazione a ripetere. Il suo incedere verso il patibolo, piagnucolante “non così in fretta!” non ci smuove un anticchia di solidarietà. In noi rimane solo il ricordo della confessione del piccolo complice, distrutto dal rimorso di aver contribuito ad assassinare brutalmente dei suoi coetanei. Ci rimane marchiata a fuoco sulla coscienza la sua vita spezzata e rovinata per sempre, il suo “oddio, oddio!”, ripetuto ossessivamente tra i singhiozzi.
Giusto quindi che il mostro venga reso inoffensivo, anzi distrutto per sempre. Il mostro bugiardo, infido, che tormenta Angelina Jolie che gli chiede la verità sul destino di suo figlio. Il suo ultimo sgambettare inconsulto appeso alla corda è solo una liberazione e ci dà un senso, orrendo finchè si vuole, ma di giustizia e sollievo.

Il genocida e l’assassino di bambini ci rendono inattaccabili alla pietà. E’ un dato di fatto. E’ l’eccezione che conferma la regola dell’inaccettabilità della pena di morte.
Perfino Cristo maledisse, tra le rare categorie vittime del suo divino furore, i pedofili ed auspicò che venissero affogati con una pietra legata al collo. Mai giustificazione all’odio portò firma più illustre.

Quale pena detentiva, in effetti, potrebbe mai ripagare i 24 anni di tortura, di abuso, di violenza indicibile, di lesioni interne provocate da “giocattoli sessuali”, di gravidanze imposte, di bambini nati già morticini viventi, chiusi in una prigione dalla quale non sarebbero mai usciti se il caso non li avesse liberati, della povera Elizabeth e dei suoi bambini? Nessuna, passassero cent’anni.

Il porco ha ammesso le sue colpe sperando in una riduzione della pena. E’ la strategia avvocatizia di chi difende un cliente indifendibile. Ammetti tutto e speriamo nella clemenza della corte.
In Austria non c’è la pena di morte, però io credo che in questo caso, se non si può fare un’eccezione, la pena debba essere il massimo consentito da quella legislazione.
Come minimo dovrebbe contenere elementi di contrappasso, per esempio il mostro potrebbe essere murato vivo in una cella di 2×2, come la contessa Erzsèbet Báthory, torturatrice di vergini e vampira, finchè morte non lo colga.

Non si venga per carità fuori con le menate dell’infanzia infelice. Quello stronzo bastardo ha avuto tutto il tempo per eventualmente curarsi le paturnie mentali. Non l’ha fatto perchè ha preferito tormentare sua figlia, con lucida determinazione. Ciò che le ha fatto è peggio della morte. E’ peggio di un assassino. Ciò che rende mostruoso il suo crimine è la sua continuazione, la mancanza assoluta di pietà nel corso di ventiquattro lunghissimi anni.
C’è il mistero della madre di Elizabeth, è vero. Possibile che non si sia mai accorta che la figlia non era scomparsa ma rinchiusa nella cantina di casa? Quali abissi di complicità o di fenomenale cecità agiscono in certi contesti familiari? Quanta sofferenza potrebbe essere evitata se le donne che si ribellano al padre-marito mostro fossero non l’eccezione ma la regola?

Domani giungerà la sentenza del processo. Potrebbe essere un’occasione storica se la condanna dovesse essere esemplare. Massimo della pena e chiave gettata via per sempre. Peccato non vederlo friggere a 2000 volt. Se così non sarà, se la colpevolezza di Fritzl non sarà riconosciuta appieno, tutti i padri pedofili si sentiranno in diritto di continuare a tormentare i bambini, con o senza la complicità idiota o colpevole delle madri.

In attesa della sentenza, preghiamo.

“Padre mostro, che sarai all’Inferno,
Sia maledetto il tuo nome, venga il nostro sdegno e sia fatta la giustizia…”

ULTIM’ORA – Fritzl condannato all’ergastolo.

Determinante, ai fini della condanna, la morte di uno dei figli-nipoti. Domanda: se nessun bambino fosse morto, i giudici avrebbero avuto il coraggio di comminare l’ergastolo “solo” per i 24 anni di abusi sulla figlia? La mia risposta è pessimistica: no.

La pena sarà scontata in un ospedale psichiatrico. Secondo me questo rappresenta l’applicazione di un’attenuante. Troppo comodo dire che era fuori come un citofono. Spero anche che non si tratti di quella istituzione psichiatrica extralusso della quale hanno parlato i giornali. Che faranno, gli daranno la pastiglietta la sera prima di dormire?


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Vi sono casi particolari di crimini che dovrebbero essere giudicati con una giurisprudenza a parte, che dovrebbero rappresentare un’eccezione anche per il tipo di pena che richiedono.
Sono contro la pena di morte ma ho sempre pensato che per i crimini contro l’umanità, per i responsabili di genocidio e i torturatori, l’unica pena possibile e vagamente riparatoria nei confronti delle vittime fosse quella capitale. Altrettanto mi sento di dire nei confronti di un caso come quello di Josef Fritzl.

Sarà incoerenza, ma esistono esseri umani che non meritano pietà, in deroga a qualsiasi cristianesimo, perchè esistono esseri umani profondamente malvagi, impastati nel Male e, mi sento di dire, irrecuperabili da qualunque Beccaria. La pena di morte è orrenda, è la pianificazione di un assassinio, è l’unico caso in cui sappiamo esattamente a che ora moriremo, ma non credo avremmo avuto dubbi a comminarla ad un Mengele ed agli altri criminali nazisti, responsabili della tortura e morte di milioni di persone.
Così come non abbiamo pietà degli assassini genocidi, altrettanto non ne abbiamo per i pedofili. Nessuno se ne scandalizzi.

Ho appena visto “Changeling”, film bellissimo che contiene la storiaccia di un serial killer di bambini, descritta da Clint Eastwood con toni di agghiacciante realismo, spaventoso come solo la cronaca fedelmente riprodotta sa essere.
Il film contiene la scena dell’esecuzione del mostro per impiccagione. E’ vero, non abbiamo modo di conoscere le sue motivazioni, se per caso ha sofferto tanto da piccolo ed è stato così vittima della coazione a ripetere. Il suo incedere verso il patibolo, piagnucolante “non così in fretta!” non ci smuove un anticchia di solidarietà. In noi rimane solo il ricordo della confessione del piccolo complice, distrutto dal rimorso di aver contribuito ad assassinare brutalmente dei suoi coetanei. Ci rimane marchiata a fuoco sulla coscienza la sua vita spezzata e rovinata per sempre, il suo “oddio, oddio!”, ripetuto ossessivamente tra i singhiozzi.
Giusto quindi che il mostro venga reso inoffensivo, anzi distrutto per sempre. Il mostro bugiardo, infido, che tormenta Angelina Jolie che gli chiede la verità sul destino di suo figlio. Il suo ultimo sgambettare inconsulto appeso alla corda è solo una liberazione e ci dà un senso, orrendo finchè si vuole, ma di giustizia e sollievo.

Il genocida e l’assassino di bambini ci rendono inattaccabili alla pietà. E’ un dato di fatto. E’ l’eccezione che conferma la regola dell’inaccettabilità della pena di morte.
Perfino Cristo maledisse, tra le rare categorie vittime del suo divino furore, i pedofili ed auspicò che venissero affogati con una pietra legata al collo. Mai giustificazione all’odio portò firma più illustre.

Quale pena detentiva, in effetti, potrebbe mai ripagare i 24 anni di tortura, di abuso, di violenza indicibile, di lesioni interne provocate da “giocattoli sessuali”, di gravidanze imposte, di bambini nati già morticini viventi, chiusi in una prigione dalla quale non sarebbero mai usciti se il caso non li avesse liberati, della povera Elizabeth e dei suoi bambini? Nessuna, passassero cent’anni.

Il porco ha ammesso le sue colpe sperando in una riduzione della pena. E’ la strategia avvocatizia di chi difende un cliente indifendibile. Ammetti tutto e speriamo nella clemenza della corte.
In Austria non c’è la pena di morte, però io credo che in questo caso, se non si può fare un’eccezione, la pena debba essere il massimo consentito da quella legislazione.
Come minimo dovrebbe contenere elementi di contrappasso, per esempio il mostro potrebbe essere murato vivo in una cella di 2×2, come la contessa Erzsèbet Báthory, torturatrice di vergini e vampira, finchè morte non lo colga.

Non si venga per carità fuori con le menate dell’infanzia infelice. Quello stronzo bastardo ha avuto tutto il tempo per eventualmente curarsi le paturnie mentali. Non l’ha fatto perchè ha preferito tormentare sua figlia, con lucida determinazione. Ciò che le ha fatto è peggio della morte. E’ peggio di un assassino. Ciò che rende mostruoso il suo crimine è la sua continuazione, la mancanza assoluta di pietà nel corso di ventiquattro lunghissimi anni.
C’è il mistero della madre di Elizabeth, è vero. Possibile che non si sia mai accorta che la figlia non era scomparsa ma rinchiusa nella cantina di casa? Quali abissi di complicità o di fenomenale cecità agiscono in certi contesti familiari? Quanta sofferenza potrebbe essere evitata se le donne che si ribellano al padre-marito mostro fossero non l’eccezione ma la regola?

Domani giungerà la sentenza del processo. Potrebbe essere un’occasione storica se la condanna dovesse essere esemplare. Massimo della pena e chiave gettata via per sempre. Peccato non vederlo friggere a 2000 volt. Se così non sarà, se la colpevolezza di Fritzl non sarà riconosciuta appieno, tutti i padri pedofili si sentiranno in diritto di continuare a tormentare i bambini, con o senza la complicità idiota o colpevole delle madri.

In attesa della sentenza, preghiamo.

“Padre mostro, che sarai all’Inferno,
Sia maledetto il tuo nome, venga il nostro sdegno e sia fatta la giustizia…”

ULTIM’ORA – Fritzl condannato all’ergastolo.

Determinante, ai fini della condanna, la morte di uno dei figli-nipoti. Domanda: se nessun bambino fosse morto, i giudici avrebbero avuto il coraggio di comminare l’ergastolo “solo” per i 24 anni di abusi sulla figlia? La mia risposta è pessimistica: no.

La pena sarà scontata in un ospedale psichiatrico. Secondo me questo rappresenta l’applicazione di un’attenuante. Troppo comodo dire che era fuori come un citofono. Spero anche che non si tratti di quella istituzione psichiatrica extralusso della quale hanno parlato i giornali. Che faranno, gli daranno la pastiglietta la sera prima di dormire?


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Muso giallo era l’appellativo (in inglese “gook”) con il quale venivano chiamati negli Stati Uniti i giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale e che abbiamo conosciuto attraverso i film americani di guerra: “ok, ragazzi, portiamo questo baby a fottere quei dannati musi gialli e torniamo a casa”.
Lo stesso appellativo razzista era servito in precedenza per altri “gialli” come i cinesi che a migliaia avevano costruito le ferrovie dell’Ovest a mani nude e in seguito per coreani e vietnamiti, i nemici della ventennale guerra indocinese.

I cittadini americani di origine giapponese, in seguito all’attacco di Pearl Harbor, furono rinchiusi in campi di concentramento e privati dei fondamentali diritti civili solo perchè appartenenti alla stessa etnia di chi aveva dichiarato guerra agli Stati Uniti. La Guantanamo di allora, in pratica, e su ancor più larga scala.
L’attacco di Pearl Harbor, tra l’altro, non fu poi così proditorio come si è sempre creduto. Tra il 2000 e il 2001 uscirono diversi libri di storici che raccontavano come l’attacco fosse stato non solo previsto ma in qualche modo incoraggiato o “lasciato accadere” dalle autorità americane, in modo da avere un pretesto per entrare a tutto campo in guerra e bypassare il tradizionale isolazionismo e non interventismo del popolo americano. Sembra incredibile ma se fosse per il popolo americano gli Stati Uniti sarebbero il paese più pacifista del mondo.

Con un evento catalizzatore, direbbero i neocon, come Pear Harbor, gli americani si convinsero a fare la cosa giusta, cioè impegnarsi nel Pacifico e quindi in Europa, dove avrebbero dato la mazzata finale alle velleità imperial-fasciste di Hitler e Mussolini.
Questi libri su Pearl Harbor sono scomparsi dagli scaffali dopo l’11 settembre 2001, ma forse è solo una coincidenza.

E’ bene ricordare che i giapponesi, negli anni Trenta, erano personcine piuttosto incazzate e invasate di iper-imperialismo e mania di grandezza razziale che, tanto per dirne una, passarono alla storia per la follia dei giorni del sacco di Nanchino nel 1937 con i suoi 20.000 stupri e ogni campionario di efferratezza compiuti sulla popolazione cinese.
I giapponesi avevano instaurato una famigerata unità, la 731, formata da medici e ricercatori che nella Cina occupata praticava la vivisezione umana su migliaia di cavie al fine di realizzare armi chimiche e batteriologiche. Come accadde per i torturatori dei lager nazisti e gli angeli della morte alla Mengele, molti dei massacratori giapponesi furono assoldati dalle case farmaceutiche e dalle agenzie governative americane al fine di accaparrarsi le loro conoscenze. Solo pochissimi furono processati e condannati.

Ricordo un documentario di qualche tempo fa dove dei reduci americani e giapponesi della Guerra del Pacifico raccontavano le loro esperienze, comprese quelle di atrocità reciproche. Tutti erano concordi sul fatto di aver compiuto efferratezze sul nemico: il giapponese che aveva perfino praticato il cannibalismo e l’americano che aveva tagliato la testa al “muso giallo”, l’aveva bollita e realizzato un bel teschio fermacarte per la fidanzata.
Lo stesso accadde sul fronte delle armi chimiche: ai palloni infetti spediti dai giapponesi verso le coste californiane si rispondeva, da parte americana, con lo studio di armi razzialmente mirate sui “musi gialli”.

Perchè si ritorna a parlare di questi eventi storici? Perchè a distanza di sessant’anni dal lampo atomico su Hiroshima, qualche settimana fa erano spuntate delle foto inedite, trovate nel 1945 per caso da un soldato americano e scattate probabilmente da un fotografo giapponese nelle ore immediatamente seguenti all’esplosione. Le foto erano state cedute dal proprietario, Robert L. Capp, all’archivio Hoover nel 1998, con la clausola che avrebbero dovuto essere pubblicate solo nel 2008.

Erano immagini molto realistiche che mostravano per la prima volta, in tutto il loro orrore, i cadaveri a mucchi delle vittime del primo e, con quello di Nagasaki, per fortuna unico olocausto nucleare della storia. Le foto dei morti di Hiroshima (quanti veramente, ci piacerebbe saperlo un giorno), finalmente visibili e quindi reali e non più solo immaginati, rendevano loro giustizia assieme a quelle che abbiamo visto solo di recente degli altri 200.000 bruciati dal napalm prima maniera del Mattatoio 5 di Dresda.
Ora però le foto sono state ritirate perchè il curatore del sito che le ospitava ha dichiarato, senza per altro fornire molte spiegazioni, che si trattava di foto non di Hiroshima ma di un terremoto avvenuto in Giappone molti anni prima del 1945. Così, ancora una volta, i morti atomizzati siamo costretti ad immaginarceli. E’ un bene comunque che ogni tanto vengano ricordati.

Se il bombardamento criminale di Dresda e di altre città tedesche fu semplicemente oscurato dalla storia e fatto dimenticare, sul bombardamento atomico del Giappone, per decenni, si è tentato di indorare la pillola: era un attacco necessario, la bomba ha impedito l’invasione di un paese fiero e indomito che avrebbeo comportato un milione di morti, è stato il male minore. Balle.
La guerra era praticamente già finita anche per il Sol Levante, nell’agosto del ’45, dopo la resa della Germania e la fine della guerra in Europa l’8 maggio.
I bombardamenti convenzionali avevano già fiaccato il morale dei giapponesi e devastato le città più importanti come Tokyo. Il popolo era stremato. Il Giappone era pronto a firmare la resa con l’Unione Sovietica. Per evitare che il Giappone passasse sotto l’influenza dell’ormai già nuovo nemico e per dare una prova di forza ai russi la bomba fu scelta come botto finale di una fiera dell’orrore che aveva già riempito il mondo di mostruosità.

Fu un atto dimostrativo di forza e come tale barbaro e incivile. Barbaro anche perchè probabilmente ci fu chi pensò che dopo tutto quello era il posto ideale per testare gli effetti della bomba, visto che quelli erano solo musi gialli.


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Muso giallo era l’appellativo (in inglese “gook”) con il quale venivano chiamati negli Stati Uniti i giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale e che abbiamo conosciuto attraverso i film americani di guerra: “ok, ragazzi, portiamo questo baby a fottere quei dannati musi gialli e torniamo a casa”.
Lo stesso appellativo razzista era servito in precedenza per altri “gialli” come i cinesi che a migliaia avevano costruito le ferrovie dell’Ovest a mani nude e in seguito per coreani e vietnamiti, i nemici della ventennale guerra indocinese.

I cittadini americani di origine giapponese, in seguito all’attacco di Pearl Harbor, furono rinchiusi in campi di concentramento e privati dei fondamentali diritti civili solo perchè appartenenti alla stessa etnia di chi aveva dichiarato guerra agli Stati Uniti. La Guantanamo di allora, in pratica, e su ancor più larga scala.
L’attacco di Pearl Harbor, tra l’altro, non fu poi così proditorio come si è sempre creduto. Tra il 2000 e il 2001 uscirono diversi libri di storici che raccontavano come l’attacco fosse stato non solo previsto ma in qualche modo incoraggiato o “lasciato accadere” dalle autorità americane, in modo da avere un pretesto per entrare a tutto campo in guerra e bypassare il tradizionale isolazionismo e non interventismo del popolo americano. Sembra incredibile ma se fosse per il popolo americano gli Stati Uniti sarebbero il paese più pacifista del mondo.

Con un evento catalizzatore, direbbero i neocon, come Pear Harbor, gli americani si convinsero a fare la cosa giusta, cioè impegnarsi nel Pacifico e quindi in Europa, dove avrebbero dato la mazzata finale alle velleità imperial-fasciste di Hitler e Mussolini.
Questi libri su Pearl Harbor sono scomparsi dagli scaffali dopo l’11 settembre 2001, ma forse è solo una coincidenza.

E’ bene ricordare che i giapponesi, negli anni Trenta, erano personcine piuttosto incazzate e invasate di iper-imperialismo e mania di grandezza razziale che, tanto per dirne una, passarono alla storia per la follia dei giorni del sacco di Nanchino nel 1937 con i suoi 20.000 stupri e ogni campionario di efferratezza compiuti sulla popolazione cinese.
I giapponesi avevano instaurato una famigerata unità, la 731, formata da medici e ricercatori che nella Cina occupata praticava la vivisezione umana su migliaia di cavie al fine di realizzare armi chimiche e batteriologiche. Come accadde per i torturatori dei lager nazisti e gli angeli della morte alla Mengele, molti dei massacratori giapponesi furono assoldati dalle case farmaceutiche e dalle agenzie governative americane al fine di accaparrarsi le loro conoscenze. Solo pochissimi furono processati e condannati.

Ricordo un documentario di qualche tempo fa dove dei reduci americani e giapponesi della Guerra del Pacifico raccontavano le loro esperienze, comprese quelle di atrocità reciproche. Tutti erano concordi sul fatto di aver compiuto efferratezze sul nemico: il giapponese che aveva perfino praticato il cannibalismo e l’americano che aveva tagliato la testa al “muso giallo”, l’aveva bollita e realizzato un bel teschio fermacarte per la fidanzata.
Lo stesso accadde sul fronte delle armi chimiche: ai palloni infetti spediti dai giapponesi verso le coste californiane si rispondeva, da parte americana, con lo studio di armi razzialmente mirate sui “musi gialli”.

Perchè si ritorna a parlare di questi eventi storici? Perchè a distanza di sessant’anni dal lampo atomico su Hiroshima, qualche settimana fa erano spuntate delle foto inedite, trovate nel 1945 per caso da un soldato americano e scattate probabilmente da un fotografo giapponese nelle ore immediatamente seguenti all’esplosione. Le foto erano state cedute dal proprietario, Robert L. Capp, all’archivio Hoover nel 1998, con la clausola che avrebbero dovuto essere pubblicate solo nel 2008.

Erano immagini molto realistiche che mostravano per la prima volta, in tutto il loro orrore, i cadaveri a mucchi delle vittime del primo e, con quello di Nagasaki, per fortuna unico olocausto nucleare della storia. Le foto dei morti di Hiroshima (quanti veramente, ci piacerebbe saperlo un giorno), finalmente visibili e quindi reali e non più solo immaginati, rendevano loro giustizia assieme a quelle che abbiamo visto solo di recente degli altri 200.000 bruciati dal napalm prima maniera del Mattatoio 5 di Dresda.
Ora però le foto sono state ritirate perchè il curatore del sito che le ospitava ha dichiarato, senza per altro fornire molte spiegazioni, che si trattava di foto non di Hiroshima ma di un terremoto avvenuto in Giappone molti anni prima del 1945. Così, ancora una volta, i morti atomizzati siamo costretti ad immaginarceli. E’ un bene comunque che ogni tanto vengano ricordati.

Se il bombardamento criminale di Dresda e di altre città tedesche fu semplicemente oscurato dalla storia e fatto dimenticare, sul bombardamento atomico del Giappone, per decenni, si è tentato di indorare la pillola: era un attacco necessario, la bomba ha impedito l’invasione di un paese fiero e indomito che avrebbeo comportato un milione di morti, è stato il male minore. Balle.
La guerra era praticamente già finita anche per il Sol Levante, nell’agosto del ’45, dopo la resa della Germania e la fine della guerra in Europa l’8 maggio.
I bombardamenti convenzionali avevano già fiaccato il morale dei giapponesi e devastato le città più importanti come Tokyo. Il popolo era stremato. Il Giappone era pronto a firmare la resa con l’Unione Sovietica. Per evitare che il Giappone passasse sotto l’influenza dell’ormai già nuovo nemico e per dare una prova di forza ai russi la bomba fu scelta come botto finale di una fiera dell’orrore che aveva già riempito il mondo di mostruosità.

Fu un atto dimostrativo di forza e come tale barbaro e incivile. Barbaro anche perchè probabilmente ci fu chi pensò che dopo tutto quello era il posto ideale per testare gli effetti della bomba, visto che quelli erano solo musi gialli.


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