You are currently browsing the category archive for the ‘decrescita’ category.

Si capisce che il Potere è prevalentemente maschile anche dagli argomenti che tratta in maniera maniaco-ossessiva.
Prendiamo ad esempio la CRESCITA della quale tutti si riempiono la bocca quando si parla di economia. Assomiglia all’ossessione che hanno i maschietti per la calvizie e anche a quella fallica delle “dimensioni”.
Gli economisti e i politici che fanno finta di capire di economia ce le spappolano in continuazione con la storia che il “sistema paese” (un termine che destesto con tutte le mie forze, non so voi) deve crescere. Nei programmi dei partiti c’è la crescita al primo posto, il novello Mosè con le tavole della Confindustria parla di crescita. Veltrusconi non dimentica la crescita, anzi si è fatto un nodo al fazzoletto per paura di dimenticarsene.

A parte che la scelta migliore per il futuro dell’umanità dovrebbe essere piuttosto la DECRESCITA, cioè l’equilibrio tra modernità e tutela dell’ambiente per non sprecare risorse e razionalizzare i consumi, non si capisce bene che cosa dovrebbe crescere.
I nostri salari non pare e nemmeno il potere d’acquisto delle buste paghe, anche se adesso in campagna elettorale è il trionfo del lavoro di lingua in tutte le varianti: “vi detasseremo le tredicesime” ( e intanto detassano gli straordinari), “vi toglieremo l’ICI e il canone RAI” ( e intanto Montezumalo vuole togliere l’IRAP che è la tassa che finanzia la sanità pubblica).

Crescita è un concetto illusorio, come la fialetta che dovrebbe ridarti una chioma da Sansone.
E’ un imbroglio, perchè una crescita esponenziale necessiterebbe di risorse illimitate, che non lo sono, anzi stanno andando in esaurimento. Crescita è diventato un intercalare, un buon auspicio, un augurio, come i francesi quando dicono “merda”. Crescita, come qualcosa che aumenta di volume e si alza. Non a caso il manifesto del P2dl dice “rialzati Italia”. Le erezioni politiche.
Si, il Potere è maschio. E’ vero che anche noi donne abbiamo il problema della crescita ma basta una pennellata di tinta, una mezz’oretta di posa e via, ci togliamo il pensiero.
Scusate, sono chiacchiere da parrucchiere.


OKNotizie
Vota questo post su OKNotizie!

Annunci
Si capisce che il Potere è prevalentemente maschile anche dagli argomenti che tratta in maniera maniaco-ossessiva.
Prendiamo ad esempio la CRESCITA della quale tutti si riempiono la bocca quando si parla di economia. Assomiglia all’ossessione che hanno i maschietti per la calvizie e anche a quella fallica delle “dimensioni”.
Gli economisti e i politici che fanno finta di capire di economia ce le spappolano in continuazione con la storia che il “sistema paese” (un termine che destesto con tutte le mie forze, non so voi) deve crescere. Nei programmi dei partiti c’è la crescita al primo posto, il novello Mosè con le tavole della Confindustria parla di crescita. Veltrusconi non dimentica la crescita, anzi si è fatto un nodo al fazzoletto per paura di dimenticarsene.

A parte che la scelta migliore per il futuro dell’umanità dovrebbe essere piuttosto la DECRESCITA, cioè l’equilibrio tra modernità e tutela dell’ambiente per non sprecare risorse e razionalizzare i consumi, non si capisce bene che cosa dovrebbe crescere.
I nostri salari non pare e nemmeno il potere d’acquisto delle buste paghe, anche se adesso in campagna elettorale è il trionfo del lavoro di lingua in tutte le varianti: “vi detasseremo le tredicesime” ( e intanto detassano gli straordinari), “vi toglieremo l’ICI e il canone RAI” ( e intanto Montezumalo vuole togliere l’IRAP che è la tassa che finanzia la sanità pubblica).

Crescita è un concetto illusorio, come la fialetta che dovrebbe ridarti una chioma da Sansone.
E’ un imbroglio, perchè una crescita esponenziale necessiterebbe di risorse illimitate, che non lo sono, anzi stanno andando in esaurimento. Crescita è diventato un intercalare, un buon auspicio, un augurio, come i francesi quando dicono “merda”. Crescita, come qualcosa che aumenta di volume e si alza. Non a caso il manifesto del P2dl dice “rialzati Italia”. Le erezioni politiche.
Si, il Potere è maschio. E’ vero che anche noi donne abbiamo il problema della crescita ma basta una pennellata di tinta, una mezz’oretta di posa e via, ci togliamo il pensiero.
Scusate, sono chiacchiere da parrucchiere.


OKNotizie
Vota questo post su OKNotizie!

A Firenze, un uomo da due giorni vive su un albero per protestare contro l’abbattimento delle piante necessario per la realizzazione di una tramvia. Sembra una notizia da niente ma mi ha colpito perché anch’io forse avrei fatto la stessa cosa. Tagliare un albero, cosa vuoi che sia?
Quante volte sentiamo i nostri vicini di casa che si lamentano perché le piante “portano via luce”, “fanno sporco e le foglie bisogna raccoglierle”.
Per me tagliare un albero è come uccidere un essere umano o un animale. Ci vuole forse una particolare sensibilità per rispettare un albero? Se però tutti imparassimo a considerarli esseri viventi, rispettare la Natura nel suo insieme sarebbe forse più facile. E’ che siamo così insopportabilmente antropocentrici. Il tram serve a noi per spostarci, fanculo gli alberi e i barbalberi.

Venerdì mattina, a Sesto in Val Pusteria, 60.000 metri cubi di roccia dolomitica si sono staccati dalla Cima Uno (2.598 metri), ricoprendo di polvere millenaria impalpabile la Val Fiscalina, creando una Ground Zero per fortuna senza vittime.
La mancanza di vittime umane ha fatto immediatamente uscire dalle prime pagine questo evento, che è solo l’ultimo di una lunga catena di crolli e dissesti avvenuti in quella zona del mondo negli ultimi quindici anni, come si legge in questo articolo di Paolo Rumiz:

“In quindici anni è venuto giù di tutto: la cresta dell’Hoernli sul Cervino, il ghiacciaio della Est del Rosa e del Mont Blanc de Tacul, mezzo Monte Nero sulla Presanella. Sulle Dolomiti sono crollati pezzi del Vajolett sul Catinaccio, del Pomagagnon e delle Cinque Torri sopra Cortina; è franata forcella Ciampei, e con lei lo strapiombo sopra il rifugio Tuckett nel gruppo del Brenta. E poi il Piccolo e il Grande Cir, la Cima Uomo sulla Marmolada, la Cima Dodici e la Cima di Canssles sulle Odle, regno di Reinhold Messner. Per non parlare della Est dell’Eiger, l’Orco malfamato delle Alpi Bernesi, che sta in bilico con due milioni di metri cubi di roccia. Trenta volte la Cima Una.”

Perché allora ci si affanna ad intervistare esperti che sostengono che “è un fenomeno normale e non c’è da preoccuparsi”? Normale forse nell’arco dei millenni ma non se le montagne cadono a pezzi nel giro di pochi anni.

L’estate scorsa ho visitato il Museo di Bolzano che ospita i resti dell’Uomo di Similaun. Quest’uomo è rimasto sepolto nel ghiaccio per 5000 anni. E’ una mummia umida, il che vuol dire che se si alzasse la temperatura dell’ambiente che lo ospita inizierebbe subito a decomporsi. Per questo riposa dentro un avveniristico frigorifero dotato di sistemi di allarme e di controllo del clima.
Mi chiedo, da allora, come è stato possibile che in 5000 anni il ghiaccio che lo ricopriva non si sia mai sciolto al punto da farlo marcire? Evidentemente l’ecoclima della zona è rimasto pressochè inalterato per tutto quel tempo, fino a quando è iniziato lo scongelamento che ha permesso il ritrovamento della mummia nel 1991.

Nel 2003, anno della più grande calura estiva degli ultimi decenni, durante le mie escursioni in montagna notavo dei cartelli che avvertivano di non toccare eventuali reperti bellici riaffiorati dai ghiacci disciolti. Molte salme di caduti della Prima Guerra Mondiale sono state ritrovate in quel periodo. Mi meraviglio che nessuno scrittore alla Stephen King abbia ancora avuto l’idea per un romanzo dove il virus dell’influenza Spagnola riaffiora dai morti del 1918 e causa una pandemia catastrofica.

Tra un due di picche Al Gore che vince il Premio Nobel per la Pace per un documentariuccio sull’ambiente e un’amministrazione americana che ogni volta che le si ricordano gli impegni di Kyoto fanculeggia il resto del mondo qual è la speranza per il futuro?
Ben poca se l’Impero non si assume l’unica responsabilità morale che gli competerebbe, la difesa ad oltranza dell’ambiente, dell’unico mondo che abbiamo.
Quanti segnali, quanti 11 settembre ambientali abbiamo visto verificarsi negli ultimi anni e quante volte abbiamo scelto di ignorarli? Sempre. La cosa tragica è che cadono nel dimenticatoio anche le catastrofi da migliaia di morti, non solo quelle a costo umano zero.

Chi parla più della colossale nube tossica che ricoprirebbe l’Asia, tendendo a spostarsi sempre più verso l’Europa? Si è dissolta oppure è sempre lì a minacciare la nostra salute? Ci ricordiamo più della bella New Orleans e della devastazione provocata dall’uragano Katrina o dello tsunami catastrofico che, sempre nel 2005, ci fece andare per traverso il panettone mentre migliaia di persone morivano?
Chi si interessa delle conseguenze a medio e lungo termine della sistematica contaminazione da uranio impoverito degli ultimi teatri di guerra, dai Balcani alla Mesopotamia? Solo qualche famigliare di militare colpito da cancro che ha la costanza di rompere i coglioni ai media ogni giorno per farsi ascoltare. I bambini nati con atroci deformità in Iraq non interessano a nessuno, figuriamoci a coloro che vorrebbero ripristinare il nucleare perché il business dei proiettili all’uranio impoverito non dobbiamo farcelo scappare.
Continuiamo a massacrare milioni di persone per accaparrarsi le ultime gocce di petrolio e l’unica alternativa che riusciamo a pensare è il nucleare, l’arma di Prometeo che ci piace tanto perché ci ha fatto simili a Dio con il fuoco distruggitore.

E’ un mondo di merda ma per colpa nostra, l’abbiamo cagata noi. Dovevamo rimanere i custodi di questo meraviglioso pianeta ma abbiamo cominciato a comportarci come se ne fossimo i padroni.
Continuiamo a credere in quella chimera che è la Crescita quando dovremmo impegnarci solo ed esclusivamente nella Decrescita. Il Titanic sta affondando ma i ricchi continuano a pensare che tanto per loro ci saranno le scialuppe di salvataggio e saranno solo quelli delle classi povere che affogheranno.
I segnali di una coscienza ambientalista ci sono ma mancano i suoi megafoni che, anzi, sono incaricati di minimizzare. Se un uomo si incatena ad un albero è un povero esaltato, le montagne crollano ma nessun turista è morto. Non è successo nulla.

Questo post è il mio contributo per il BlogActionDay 2007.


OKNotizie
Ti piace questo post? Votalo su OKNotizie!

A Firenze, un uomo da due giorni vive su un albero per protestare contro l’abbattimento delle piante necessario per la realizzazione di una tramvia. Sembra una notizia da niente ma mi ha colpito perché anch’io forse avrei fatto la stessa cosa. Tagliare un albero, cosa vuoi che sia?
Quante volte sentiamo i nostri vicini di casa che si lamentano perché le piante “portano via luce”, “fanno sporco e le foglie bisogna raccoglierle”.
Per me tagliare un albero è come uccidere un essere umano o un animale. Ci vuole forse una particolare sensibilità per rispettare un albero? Se però tutti imparassimo a considerarli esseri viventi, rispettare la Natura nel suo insieme sarebbe forse più facile. E’ che siamo così insopportabilmente antropocentrici. Il tram serve a noi per spostarci, fanculo gli alberi e i barbalberi.

Venerdì mattina, a Sesto in Val Pusteria, 60.000 metri cubi di roccia dolomitica si sono staccati dalla Cima Uno (2.598 metri), ricoprendo di polvere millenaria impalpabile la Val Fiscalina, creando una Ground Zero per fortuna senza vittime.
La mancanza di vittime umane ha fatto immediatamente uscire dalle prime pagine questo evento, che è solo l’ultimo di una lunga catena di crolli e dissesti avvenuti in quella zona del mondo negli ultimi quindici anni, come si legge in questo articolo di Paolo Rumiz:

“In quindici anni è venuto giù di tutto: la cresta dell’Hoernli sul Cervino, il ghiacciaio della Est del Rosa e del Mont Blanc de Tacul, mezzo Monte Nero sulla Presanella. Sulle Dolomiti sono crollati pezzi del Vajolett sul Catinaccio, del Pomagagnon e delle Cinque Torri sopra Cortina; è franata forcella Ciampei, e con lei lo strapiombo sopra il rifugio Tuckett nel gruppo del Brenta. E poi il Piccolo e il Grande Cir, la Cima Uomo sulla Marmolada, la Cima Dodici e la Cima di Canssles sulle Odle, regno di Reinhold Messner. Per non parlare della Est dell’Eiger, l’Orco malfamato delle Alpi Bernesi, che sta in bilico con due milioni di metri cubi di roccia. Trenta volte la Cima Una.”

Perché allora ci si affanna ad intervistare esperti che sostengono che “è un fenomeno normale e non c’è da preoccuparsi”? Normale forse nell’arco dei millenni ma non se le montagne cadono a pezzi nel giro di pochi anni.

L’estate scorsa ho visitato il Museo di Bolzano che ospita i resti dell’Uomo di Similaun. Quest’uomo è rimasto sepolto nel ghiaccio per 5000 anni. E’ una mummia umida, il che vuol dire che se si alzasse la temperatura dell’ambiente che lo ospita inizierebbe subito a decomporsi. Per questo riposa dentro un avveniristico frigorifero dotato di sistemi di allarme e di controllo del clima.
Mi chiedo, da allora, come è stato possibile che in 5000 anni il ghiaccio che lo ricopriva non si sia mai sciolto al punto da farlo marcire? Evidentemente l’ecoclima della zona è rimasto pressochè inalterato per tutto quel tempo, fino a quando è iniziato lo scongelamento che ha permesso il ritrovamento della mummia nel 1991.

Nel 2003, anno della più grande calura estiva degli ultimi decenni, durante le mie escursioni in montagna notavo dei cartelli che avvertivano di non toccare eventuali reperti bellici riaffiorati dai ghiacci disciolti. Molte salme di caduti della Prima Guerra Mondiale sono state ritrovate in quel periodo. Mi meraviglio che nessuno scrittore alla Stephen King abbia ancora avuto l’idea per un romanzo dove il virus dell’influenza Spagnola riaffiora dai morti del 1918 e causa una pandemia catastrofica.

Tra un due di picche Al Gore che vince il Premio Nobel per la Pace per un documentariuccio sull’ambiente e un’amministrazione americana che ogni volta che le si ricordano gli impegni di Kyoto fanculeggia il resto del mondo qual è la speranza per il futuro?
Ben poca se l’Impero non si assume l’unica responsabilità morale che gli competerebbe, la difesa ad oltranza dell’ambiente, dell’unico mondo che abbiamo.
Quanti segnali, quanti 11 settembre ambientali abbiamo visto verificarsi negli ultimi anni e quante volte abbiamo scelto di ignorarli? Sempre. La cosa tragica è che cadono nel dimenticatoio anche le catastrofi da migliaia di morti, non solo quelle a costo umano zero.

Chi parla più della colossale nube tossica che ricoprirebbe l’Asia, tendendo a spostarsi sempre più verso l’Europa? Si è dissolta oppure è sempre lì a minacciare la nostra salute? Ci ricordiamo più della bella New Orleans e della devastazione provocata dall’uragano Katrina o dello tsunami catastrofico che, sempre nel 2005, ci fece andare per traverso il panettone mentre migliaia di persone morivano?
Chi si interessa delle conseguenze a medio e lungo termine della sistematica contaminazione da uranio impoverito degli ultimi teatri di guerra, dai Balcani alla Mesopotamia? Solo qualche famigliare di militare colpito da cancro che ha la costanza di rompere i coglioni ai media ogni giorno per farsi ascoltare. I bambini nati con atroci deformità in Iraq non interessano a nessuno, figuriamoci a coloro che vorrebbero ripristinare il nucleare perché il business dei proiettili all’uranio impoverito non dobbiamo farcelo scappare.
Continuiamo a massacrare milioni di persone per accaparrarsi le ultime gocce di petrolio e l’unica alternativa che riusciamo a pensare è il nucleare, l’arma di Prometeo che ci piace tanto perché ci ha fatto simili a Dio con il fuoco distruggitore.

E’ un mondo di merda ma per colpa nostra, l’abbiamo cagata noi. Dovevamo rimanere i custodi di questo meraviglioso pianeta ma abbiamo cominciato a comportarci come se ne fossimo i padroni.
Continuiamo a credere in quella chimera che è la Crescita quando dovremmo impegnarci solo ed esclusivamente nella Decrescita. Il Titanic sta affondando ma i ricchi continuano a pensare che tanto per loro ci saranno le scialuppe di salvataggio e saranno solo quelli delle classi povere che affogheranno.
I segnali di una coscienza ambientalista ci sono ma mancano i suoi megafoni che, anzi, sono incaricati di minimizzare. Se un uomo si incatena ad un albero è un povero esaltato, le montagne crollano ma nessun turista è morto. Non è successo nulla.

Questo post è il mio contributo per il BlogActionDay 2007.

E’ un qualcosa che sappiamo tutti, di cui abbiamo piena coscienza, eppure la realtà circostante megafonata dai media ci ripete in continuazione che non è vero, che ciò che pensiamo è sbagliato. Mi riferisco al fatto di non credere che il sistema nel quale viviamo sia l’unico possibile e il migliore possibile.
Farò un paio di esempi così ci capiamo meglio, perché quando di parla della nostra vita bisogna parlare bovino e non difficile come i libri stampati.

Primo esempio: sto parlando con il tecnico riparatore della tv e lui mi sta dicendo che tra qualche anno il suo mestiere scomparirà. “Ma come”, dico io, “vuol dire che i televisori non si romperanno più?” “No, quando si romperanno si butteranno via e se ne compreranno dei nuovi”. Mentre lo dice nemmeno lui ne è tanto convinto e a questa idea anch’io istintivamente mi ribello. Faccio parte della generazione i cui genitori riciclavano gli abiti del figlio maggiore a quello minore, figuratevi, e chi non aveva fratelli come me li ereditava dai cugini.
Secondo esempio: mi domando perché non vi sia un servizio decente di autobus per andare al mare, visto che non ho la macchina. Risposta: non è conveniente perché tutti hanno la macchina e per pochi utenti il servizio costerebbe troppo. Di fatto io e magari tante persone non automunite, giovani e anziane, non possono andare al mare se non hanno qualcuno che li accompagna in macchina.

Sono esempi da tre soldi, forse stupidi? No, riflettendoci un attimo su, viene fuori che alla fine è la nostra libertà ad essere limitata.
Dove sta scritto che quando mi si rompe il televisore io non debba farlo riparare ma buttarlo, creando ulteriore monnezza difficilmente riciclabile e pure inquinante? Perché il tecnico riparatore deve scomparire, come scompaiono le sarte, i ciabattini, i falegnami, ecc.? Il motivo sta solo nel fatto che non si producono le merci che ci servono ma se ne producono sempre di più. Non è la domanda che crea l’offerta, ma esattamente il contrario.
L’autobus per il mare. I servizi non sono più considerati tali ma anch’essi devono produrre profitto. E’ così anche per i treni e i trasporti in genere. Visto che se solo dieci persone vanno al mare in autobus in un giorno d’estate loro non ci guadagnano, allora si elimina il servizio. Fare il ragionamento che forse se la gente avesse un servizio di trasporto pubblico decente lascerebbe a casa l’auto e diminuirebbe il traffico, no, non se ne parla nemmeno. Il sistema nel quale viviamo non brilla né per flessibilità di pensiero né per altruismo nei confronti degli utenti.

Se ascoltiamo i megafoni di regime che parlano per bocca di chi “ci guadagna”, ricordiamo bene le parole d’ordine: crescita, sviluppo. Il paese deve crescere, il PIL deve crescere, bisogna ampliare lo sviluppo.
Facendo un paragone biologico, un organismo cresce e si sviluppa ma ad un certo punto, raggiunta la fase adulta, si ferma e anzi, inizia a declinare progressivamente fino alla sua morte e distruzione.
Il qualcosa che si sviluppa in senso economico invece, il mercato, non si ferma mai e dovrebbe teoricamente continuare a svilupparsi all’infinito. Anzi, tutte le risorse disponibili, umane e non devono essere sacrificate a questo grande Moloch, lo sviluppo esponenziale.
Già qui ci rendiamo conto che siamo nell’ambito di qualcosa di contrario alla nostra natura biologica. Per parafrasare l’agente Smith di Matrix, quando parlava di Uomo e virus, c’è un’altra cosa che cresce in teoria in maniera inarrestabile: il cancro.

Questo sistema economico, che oltretutto ha già cominciato a distruggere la stessa economia per farne pura finanza, è un cancro che sta progressivamente distruggendo le nostre vite e, cosa ben più grave, il nostro ambiente. Vi pare un’affermazione troppo forte?

Ieri mi sono imbattuta per caso, leggendo questa intervista su Megachip con l’autore, nel pensiero di Serge Latouche, filosofo e teorico della decrescita. Le sue idee mi paiono interessanti e vi rimando ad un po’ di suoi articoli per l’approfondimento.
Certo, come tutte le idee che tentano di immaginare un altro mondo possibile, anche il pensiero di Latouche si scontra con la fatale frase: “Va bene, e in concreto come lo cambiamo questo mondo?
Secondo lui c’è poco da attendersi dalla sinistra:

“La sinistra istituzionale è già una cosa di per sè non completamente chiara. La si può definire come quella parte politica che intende gestire l’economia e quindi la società in maniera magari diversa dagli ultra-liberisti, ma che vuole gestire il sistema, non cambiarlo o rimetterlo in causa.”

Quella che io definirei il capitalismo con l’anestesia.
Mi paiono interessanti anche queste sue altre riflessioni:

“Credo che bisogna abbandonare anche la problematica del “soggetto storico” che abbiamo ereditato dal marxismo. Ogni battaglia ha una fine. La lotta di classe oggi è terminata ed è il capitale che ha vinto. La globalizzazione è la manifestazione della sua vittoria: provvisoria ma incontestabile. Ci sono due maestri tra le mie fonti d’ispirazione: Cornelius Castoriadis e André Gorz. Secondo loro il sistema capitalistico si autodistrugge. Nessuno ha il potere di resistere alle multinazionali.
D’altra parte, non è ciò che resta della classe operaia che si farà portatrice del cambiamento, della “democrazia radicale”. Anzi, gli operai sono a volte più reazionari degli industriali. È tutta l’umanità che è minacciata da uno sviluppo e da una crescita senza limiti quindi, potenzialmente, tutti possono essere i fautori della decrescita. “

Siamo quindi su un’astronave che si autodistruggerà prima o poi? Temo però anch’io che l’autodistruzione del capitalismo porterà con sé la distruzione del pianeta, specie se la mia metafora forte della neoplasia sarà valida fino in fondo.
Quando il cancro ha ormai invaso ogni meandro dell’organismo ospite, infatti, insorge la cachessia e quindi la morte dello stesso.
Possiamo restare fermi ad aspettare che il sistema crepi, e noi con lui, oppure dovremmo muoverci per cambiare le cose? A questo punto il problema è come.

Fino ad ora nella storia precedenti sistemi economici furono rovesciati da rivoluzioni, perchè furono pensati sistemi alternativi, giusti o sbagliati che fossero, e gli uomini si mossero.
L’unico vero movimento rivoluzionario che si intravede di questi tempi, il movimento antiglobalizzazione del quale Latouche è un esponente, dopo le mazzate di Genova si è ripiegato su sé stesso.

Come possiamo cambiare il sistema? Con forme di resistenza, dal rifiuto del consumismo (che però sarebbe efficace solo sui grandi numeri), al boicottaggio dei media tradizionali.
Oppure la grande rivoluzione potrebbe essere, come suggerisce Massimo Fini nel suo libro “Il denaro, sterco del demonio”, l’eliminazione del denaro dalla nostra vita, la sua abolizione? Se ci pensiamo bene potrebbe essere l’uovo di Colombo.
I finanzieri, privati del denaro non saprebbero come andare avanti, non sopravviverebbero. Noi gente comune potremmo sempre barattare cose, conoscenze, esperienze. In Argentina durante la crisi del 2001 si sono sperimentate forme alternative di mercato fondate sullo scambio di cose.
Dal mercato al mercatino, dite voi? Perché no? Pensiamoci, o vogliamo proprio morire capitalisti?


OKNotizie
Ti piace questo post? Votami su OKNotizie, perdinci e pure perbacco!

E’ un qualcosa che sappiamo tutti, di cui abbiamo piena coscienza, eppure la realtà circostante megafonata dai media ci ripete in continuazione che non è vero, che ciò che pensiamo è sbagliato. Mi riferisco al fatto di non credere che il sistema nel quale viviamo sia l’unico possibile e il migliore possibile.
Farò un paio di esempi così ci capiamo meglio, perché quando di parla della nostra vita bisogna parlare bovino e non difficile come i libri stampati.

Primo esempio: sto parlando con il tecnico riparatore della tv e lui mi sta dicendo che tra qualche anno il suo mestiere scomparirà. “Ma come”, dico io, “vuol dire che i televisori non si romperanno più?” “No, quando si romperanno si butteranno via e se ne compreranno dei nuovi”. Mentre lo dice nemmeno lui ne è tanto convinto e a questa idea anch’io istintivamente mi ribello. Faccio parte della generazione i cui genitori riciclavano gli abiti del figlio maggiore a quello minore, figuratevi, e chi non aveva fratelli come me li ereditava dai cugini.
Secondo esempio: mi domando perché non vi sia un servizio decente di autobus per andare al mare, visto che non ho la macchina. Risposta: non è conveniente perché tutti hanno la macchina e per pochi utenti il servizio costerebbe troppo. Di fatto io e magari tante persone non automunite, giovani e anziane, non possono andare al mare se non hanno qualcuno che li accompagna in macchina.

Sono esempi da tre soldi, forse stupidi? No, riflettendoci un attimo su, viene fuori che alla fine è la nostra libertà ad essere limitata.
Dove sta scritto che quando mi si rompe il televisore io non debba farlo riparare ma buttarlo, creando ulteriore monnezza difficilmente riciclabile e pure inquinante? Perché il tecnico riparatore deve scomparire, come scompaiono le sarte, i ciabattini, i falegnami, ecc.? Il motivo sta solo nel fatto che non si producono le merci che ci servono ma se ne producono sempre di più. Non è la domanda che crea l’offerta, ma esattamente il contrario.
L’autobus per il mare. I servizi non sono più considerati tali ma anch’essi devono produrre profitto. E’ così anche per i treni e i trasporti in genere. Visto che se solo dieci persone vanno al mare in autobus in un giorno d’estate loro non ci guadagnano, allora si elimina il servizio. Fare il ragionamento che forse se la gente avesse un servizio di trasporto pubblico decente lascerebbe a casa l’auto e diminuirebbe il traffico, no, non se ne parla nemmeno. Il sistema nel quale viviamo non brilla né per flessibilità di pensiero né per altruismo nei confronti degli utenti.

Se ascoltiamo i megafoni di regime che parlano per bocca di chi “ci guadagna”, ricordiamo bene le parole d’ordine: crescita, sviluppo. Il paese deve crescere, il PIL deve crescere, bisogna ampliare lo sviluppo.
Facendo un paragone biologico, un organismo cresce e si sviluppa ma ad un certo punto, raggiunta la fase adulta, si ferma e anzi, inizia a declinare progressivamente fino alla sua morte e distruzione.
Il qualcosa che si sviluppa in senso economico invece, il mercato, non si ferma mai e dovrebbe teoricamente continuare a svilupparsi all’infinito. Anzi, tutte le risorse disponibili, umane e non devono essere sacrificate a questo grande Moloch, lo sviluppo esponenziale.
Già qui ci rendiamo conto che siamo nell’ambito di qualcosa di contrario alla nostra natura biologica. Per parafrasare l’agente Smith di Matrix, quando parlava di Uomo e virus, c’è un’altra cosa che cresce in teoria in maniera inarrestabile: il cancro.

Questo sistema economico, che oltretutto ha già cominciato a distruggere la stessa economia per farne pura finanza, è un cancro che sta progressivamente distruggendo le nostre vite e, cosa ben più grave, il nostro ambiente. Vi pare un’affermazione troppo forte?

Ieri mi sono imbattuta per caso, leggendo questa intervista su Megachip con l’autore, nel pensiero di Serge Latouche, filosofo e teorico della decrescita. Le sue idee mi paiono interessanti e vi rimando ad un po’ di suoi articoli per l’approfondimento.
Certo, come tutte le idee che tentano di immaginare un altro mondo possibile, anche il pensiero di Latouche si scontra con la fatale frase: “Va bene, e in concreto come lo cambiamo questo mondo?
Secondo lui c’è poco da attendersi dalla sinistra:

“La sinistra istituzionale è già una cosa di per sè non completamente chiara. La si può definire come quella parte politica che intende gestire l’economia e quindi la società in maniera magari diversa dagli ultra-liberisti, ma che vuole gestire il sistema, non cambiarlo o rimetterlo in causa.”

Quella che io definirei il capitalismo con l’anestesia.
Mi paiono interessanti anche queste sue altre riflessioni:

“Credo che bisogna abbandonare anche la problematica del “soggetto storico” che abbiamo ereditato dal marxismo. Ogni battaglia ha una fine. La lotta di classe oggi è terminata ed è il capitale che ha vinto. La globalizzazione è la manifestazione della sua vittoria: provvisoria ma incontestabile. Ci sono due maestri tra le mie fonti d’ispirazione: Cornelius Castoriadis e André Gorz. Secondo loro il sistema capitalistico si autodistrugge. Nessuno ha il potere di resistere alle multinazionali.
D’altra parte, non è ciò che resta della classe operaia che si farà portatrice del cambiamento, della “democrazia radicale”. Anzi, gli operai sono a volte più reazionari degli industriali. È tutta l’umanità che è minacciata da uno sviluppo e da una crescita senza limiti quindi, potenzialmente, tutti possono essere i fautori della decrescita. “

Siamo quindi su un’astronave che si autodistruggerà prima o poi? Temo però anch’io che l’autodistruzione del capitalismo porterà con sé la distruzione del pianeta, specie se la mia metafora forte della neoplasia sarà valida fino in fondo.
Quando il cancro ha ormai invaso ogni meandro dell’organismo ospite, infatti, insorge la cachessia e quindi la morte dello stesso.
Possiamo restare fermi ad aspettare che il sistema crepi, e noi con lui, oppure dovremmo muoverci per cambiare le cose? A questo punto il problema è come.

Fino ad ora nella storia precedenti sistemi economici furono rovesciati da rivoluzioni, perchè furono pensati sistemi alternativi, giusti o sbagliati che fossero, e gli uomini si mossero.
L’unico vero movimento rivoluzionario che si intravede di questi tempi, il movimento antiglobalizzazione del quale Latouche è un esponente, dopo le mazzate di Genova si è ripiegato su sé stesso.

Come possiamo cambiare il sistema? Con forme di resistenza, dal rifiuto del consumismo (che però sarebbe efficace solo sui grandi numeri), al boicottaggio dei media tradizionali.
Oppure la grande rivoluzione potrebbe essere, come suggerisce Massimo Fini nel suo libro “Il denaro, sterco del demonio”, l’eliminazione del denaro dalla nostra vita, la sua abolizione? Se ci pensiamo bene potrebbe essere l’uovo di Colombo.
I finanzieri, privati del denaro non saprebbero come andare avanti, non sopravviverebbero. Noi gente comune potremmo sempre barattare cose, conoscenze, esperienze. In Argentina durante la crisi del 2001 si sono sperimentate forme alternative di mercato fondate sullo scambio di cose.
Dal mercato al mercatino, dite voi? Perché no? Pensiamoci, o vogliamo proprio morire capitalisti?

Flickr Photos

Blog Stats

  • 85,725 hits

Categorie