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Una ragazzina manca da casa da giorni e non si sa che fine abbia fatto ma questo è un giallo alla rovescia, un giallo il cui nastro sta scorrendo all’indietro, facendo percepire suoni sinistri ed inquietanti, come quei rock satanici che si dice siano nascosti nelle innocue canzonette.
L’unica cosa certa è che la ragazzina è sparita, non si trova. Non abbiamo ancora formalmente un delitto né un movente preciso perché manca la cosa più importante,  la vittima, il cadavere.

Ma è poi così importante avere un cadavere se questo è un giallo all’incontrario, dove si parte dalla pena di morte inflitta all’indiziato anzi, a tutta la categoria alla quale appartiene e, con il tasto premuto del rewind, scorrendo tutta la vicenda all’indietro, forse ad un certo punto troveremo il momento del delitto? Ma ci importa veramente di sapere come è andata se sappiamo già chi è stato?

Questo è un giallo all’incontrario perché tutti sapevano già chi erano i colpevoli prima ancora che fosse stato commesso il delitto. Qualche giorno fa, era appena scomparsa Yara, l’adolescente casa-scuola-palestra molto tranquilla di Brembate, provincia di Bergamo, e qualcuno dalle frequenze di Radio Padania aveva già scritto il finale del giallo. 
“I lavoratori extracomunitari sono senz’altro persone oneste, ma siccome il sospetto per il diverso è sempre un sospetto radicato, qualcuno di loro si faccia avanti per togliere questi retropensieri”. 
Non hanno pensato che, purtroppo, a fare del male ai bambini non sono più solo gli uomini neri delle favole ma uomini (e donne, a volte) di tutti i colori della tavolozza e di tutti i gradi di rispettabilità e sospettabilità. Senza contare che, in casi come questi, il colpevole è spesso molto vicino a casa, scuola o palestra, più vicino di quanto si immagini. Ti ha osservato a lungo, magari, prima di colpirti ma siccome la mancanza di sospetto per l’uguale è sempre un non sospetto radicato, nessuno soffre di questi retropensieri.
Ad ogni modo, se il cadavere non si trova,  i  media necrofili, deamicisiani e astuti si portano avanti con il lavoro e si cucinano il colpevole o presunto tale di un delitto che ancora formalmente non c’è. I media ci raccontano cosa vogliono che sia successo. Cosa sarebbe meglio che fosse successo per poter giustificare il nostro sempre più feroce razzismo. 
Così ci raccontano un brutto film, un film dell’orrore metropolitano di quelli che ci fanno più paura. “Loro vengono qui a rubarci il lavoro e a violentarci le donne”, scrivono le braccia rubate a Farmville su Facebook. E i media annuiscono: “E’ proprio così”. Raccontano di misteriosi furgoni bianchi che girano per le strade guidati da uomini che molestano le minorenni. 
Uomini che molestano le minorenni. Roba proprio solo da marocchini. Ci vorrebbe un bell’esercito per strada, magari gli squadroni della morte.
Combinazione, e si dirà che quelli della radio avevano visto giusto, come i precog della precrimine, c’è un extracomunitario indiziato di sequestro, omicidio ed occultamento di cadavere. Si, è vero, assieme a lui sono indiziati un paio di italiani ma questo, nel nostro giallo all’incontrario, è un dettaglio. Non perdiamo di vista il principale sospetto, anzi la categoria alla quale appartiene. Gli altri sospetti non contano. Non distraiamoci.
Ma è veramente andata così? 
Mentre scrivo pare che la posizione del marocchino indagato stia alleggerendosi fino ad una possibile scarcerazione per mancanza di prove.
Forse il nastro si è inceppato, bisogna riguardare il film dall’inizio. Da quando forse una ragazzina tranquilla  ha seguito  persone da lei ritenute innocue perché erano, ad esempio, persone che conosceva o aveva visto spesso negli ambienti che frequentava. Gente che non avrebbe avuto problemi a seguire perché di loro si fidava e che mai avrebbe creduto potessero farle del male. Magari dei coetanei o quasi.
Una sola preghiera. Vorrei sentire, chiunque sarà il colpevole finale, straniero, italiano o padano, comunque qualche parola forte contro una società che titilla il retropensiero pedofilo di tanti potenziali stupratori proponendo sui media adolescenti ancora bambine come prede sessuali ad ogni ora del giorno. Contro una società assetata di sangue che richiede la sua dose giornaliera di vittime femminili come un drogato all’ultimo stadio. Un paese dove il gettare le donne nei pozzi o nei fossi dopo averle usate sta diventando terribilmente frequente. 

Vorrei, una volta che fossero identificati i responsabili di un delitto che ancora non c’è, se per pura ipotesi fossero italiani, anzi padani, magari tranquilli borghesi e “bravi ragazzi di famiglia”, che nessuno passi dall’impiccalo più in alto al chiamarli semplicemente “balordi”. Che non venga a nessuno in mente di far diventare un atroce delitto, siccome è stato commesso dai nostri figli, una “bravata”.  Lo so che i media e i bravi cittadini padani non lo farebbero mai ma non fateci caso, è solo un mio retropensiero. 

C’è una novità nel tragico caso di Sarah Scazzi.  Siccome ci sono gli sciacalli a due zampe che sguazzano tutto il giorno e da anni nel torbido televisivo, non possiamo tentare di fare un discorso più approfondito sull’efferato omicidio di una ragazzina perché si tratta di inutile e gratuita morbosità e, come dicono i guardiani di regime, ci vuole moderazione.

E’ il colmo perchè ci hanno abbuffati a forza fino a ieri di villette e plastici di Cogne, di mostri di Firenze e delitti di via Poma, di  omicidi di Perugia, di Olindi e Rose e Chiare Poggi, con la santa benedizione del dio dei media. Le adunate presso le villette del delitto sono una conseguenza delle migliaia di portapporta dedicati ai più truci delitti con plastico incorporato, o no?
Perchè, quindi, questo caso dovrebbe essere diverso e dovrebbe indurci ad un maggiore rispetto delle persone coinvolte, arrivando alla necessità dell’autocensura?

Non è improvviso ravvedimento contro i precedenti eccessi di una cronaca gettata in pasto alla televisione. Non è assolutamente vero che vogliono proteggere la pubblica opinione dalla morbosità. La cronaca più nera viene servita ogni giorno a cucchiaiate e fatta ingollare a forza al popolo da un regime quando è funzionale ad esso.
Finchè si tratta di zingari ladri di bambini, di extracomunitari stupratori e violenti e di islamici che vogliono sterminarci, non prima di averci tutti convertiti a barbone e burqa, ok. Nessuna remora. Se si tratta di instillare ansia e diffidenza verso l’altro da sé e far diventare tutti paranoici con il terrore del diverso va bene, purchè il popolo italiano prosegua nella sua trasformazione da entità quasi-civile a popolaccio infame pronto a difendere un assassino per puro spirito di solidarietà tribale sullo schema del clan mafioso allargato a tutto il territorio nazionale.
Perchè di questo si tratta. Della mentalità mafiosa che,  come un cancro, sta invadendo e distruggendo il tessuto ancora sano del paese. La sottomissione ad un unico padrino avente potere di vita e di morte sugli altri, dispensatore di ordini ai quali bisogna obbedire. Con una vasta rete di esecutori materiali che si occupano di far fuori gli infami, zittire i testimoni e garantire al capo l’impunità assoluta. Garantita mediante intimidazione, omertà e, se necessario, violenza e disprezzo di ogni regola. Un modello che, risalito dai bassifondi ai piani alti del potere, ne ridiscende fino ad infiltrarsi ovunque nella società (in)civile.

Se nell’inevitabile strutturazione della nostra comunità nazionale in clan in lotta l’un l’altro fino alla morte si inserisce la componente razziale si può arrivare facilmente alla pseudospeciazione, al considerare gli appartenenti ad un altro popolo al di fuori non solo della razza ma addirittura della specie, quindi potenzialmente eliminabili senza rimorsi perchè nemmeno i loro cuccioli ci muovono a pietà. Cominciate a riscaldare i forni perchè torneranno utili a breve.
Lo avete visto ieri. Di fronte ad una donna morta per il pugno di un energumeno si è arrivati a parteggiare per il bruto solo perchè la vittima è rumena, ovvero aliena e a valore zero, insultando le forze dell’ordine incaricate di arrestarne l’aggressore, come si fa nei paesi ad alta concentrazione mafiosa quando si vanno a prelevare i boss dai covi segreti ma noti a tutti.

La cronaca nera al servizio dell’addestramento occulto alla mentalità mafiosa di un popolo va bene, quindi.
Se invece un delitto va a scoperchiare un avello puzzolente contenente tutte le schifezze possibili che può racchiudere la Sacra Famiglia del Mulino Nero,  le sue  brutture, le sue ancestrali modalità di oppressione dei deboli, le sue norme interne di omertà, così simili alle regole mafiose, appunto, è uno schifo, bisogna censurare.  I panni sporchi si lavano in famiglia anche se il vederli appesi fuori potrebbe mettere in guardia altre potenziali vittime e salvarle.
Perchè una bambina morta potrebbe  muoverci a pietà e indurci a voler modificare le cose, ad eliminare le metastasi culturali che hanno provocato la sua morte. Invitarci a ribellarci tutti contro l’omertà così diffusa in famiglia che, in quel caso, ha permesso l’eliminazione violenta di un suo membro. Insomma potrebbe farci vedere improvvisamente quanto la mafiosità sia ormai insita nella nostra società e cultura. E non è questione di Nord o Sud, di ambienti degradati o altoborghesi.

C’è un altro punto interessante, però, negli ultimi sviluppi del caso di Sarah. Come nei gialli più appassionanti, c’è stato il colpo di scena. Il principale dei sospetti potrebbe non essere l’unico colpevole, potrebbe addirittura essere innocente. Se le risultanze delle indagini dovessero essere confermate, delineando una faida intrafamigliare tutta femminile di rivalità, gelosie, coperture di misfatti e brutalità spinta all’omicidio, ci troveremmo nella necessità di dover porre le scuse allo zio Michele che non solo non avrebbe stuprato la nipote post mortem ma non l’avrebbe nemmeno ammazzata. Lo so che è difficile, dopo averne invocato la morte per macellazione come zio porco ma se la verità fosse questa dovremmo accettarla.

Una vasta complicità fra donne, quindi, al fine di colpirne una, la più fragile, molto probabilmente. Il mio  precedente scritto sull’argomento si è rivelato in certi aspetti profetico, non certo per mie qualità paranormali ma perchè conosco i miei polli (o dovrei dire piuttosto pollastre?)
Ho parlato di omicidio di mafia e difatti, una volta commesso l’omicidio, il clan si è mosso per occultarlo. Tanto, come ci ricordano, il favoreggiamento in ambito famigliare non è punibile. Se io non denuncio mio marito e mia figlia che hanno fatto sparire il cadavere di mia nipote, uccisa per un qualsiasi motivo da determinarsi, non possono farmi nulla**. L’appartenere alla famiglia ti protegge, esattamente come l’appartenere all’altra famiglia, quella mafiosa.
Se ti ribelli alla famiglia potresti anche morire, come accade agli infami. Sia che tu abbia resistito alle voglie di un vecchio patriarca o che abbia osato mettere gli occhi sul fidanzatino della cugina-amica del cuore.
Comunque vadano a finire le cose, non si potrà che riflettere su come una bambina possa essere stata ammazzata in quel modo dopo essere stata intrappolata in quella tela di ragno di evidenti complicità.

Devo dire, come ultima cosa, che sto leggendo dei discorsi che non mi piacciono affatto sui siti femministi.

Vi si sostiene, tra l’altro, che sarebbe in corso una campagna misogina contro Sabrina “a prescindere dalle sue colpe” (!). Sabrina sarebbe additata come strega colpevole ” in quanto donna” e per alimentare l’odio contro le donne, non perchè  avrebbe tenuto ferma Sarah mentre suo padre la strangolava oppure addirittura la strangolava ella stessa. Cioè il delitto eventualmente commesso da Sabrina scompare di fronte alla necessità di denunciare comunque e sempre la malvagità degli uomini e la grande cospirazione maschilista. Tutto ciò riduce a qualcosa di francamente grottesco una questione seria come la violenza contro le donne.
Ecco, per fortuna io non amo le donne fino al punto di negarne l’eventuale cattiveria. Siccome credo nell’effettiva parità tra i sessi e considero le donne fatte della stessa carne degli uomini, non mi passa nemmeno per l’anticamera del cervello di emendarne le colpe in quanto donne solo perchè ogni giorno una donna muore per mano maschile.
Care amiche, la violenza maschile sulle donne non c’entra niente se una donna ne ammazza un’altra. Troppo comodo. Abbiamo un bel cervello funzionante anche noi che ci permette di compiere delle scelte. A volte siamo talmente brave che riusciamo a far fare agli uomini quello che vogliamo, perfino fargli commettere un omicidio. L’aver subito violenze non ci emenda da eventuali colpe successive. Anzi, scegliere di colpire la vittima, nel caso della pedofilia intrafamigliare, invece che il carnefice, è il massimo della crudeltà. O della stupidità, se volete le attenuanti generiche.
Dire che “è impossibile che una madre voglia coprire un padre pedofilo” e  sostenere che sarebbero comunque comportamenti che non ci appartengono come genere, come il negare che ogni giorno vengano compiute “scelte di Sophie” è una cazzata, perchè la realtà dimostra il contrario.

Se Sabrina ha ucciso Sarah o ha partecipato al suo delitto perchè era gelosa, perchè non voleva che si scoprissero gli altarini di casa, perchè Sarah voleva denunciare il suo paparino, ebbene, rimane colpevole e basta. Non in quanto donna (questo è puro vittimismo da minoranza ed è paradossale perche noi  donne siamo addirittura la maggioranza!) ma in quanto persona e basta. Allo stesso modo dello zio porco o non porco, si vedrà.

Non credo affatto infine, come sostengono alcuni, scegliendo la strada più comoda che tutto spiega senza nulla spiegare, che in quella casa siano tutti matti. La patologia non c’entra, casomai facciamo riferimento all’antropologia culturale, a certi modelli criminali che hanno sempre più adepti anche fra i giovani.

Parlare dell’atroce morte di Sarah, tradita ed attirata con l’inganno in trappola e poi soppressa come un animale, dovrebbe servire, soprattutto a noi donne, perchè di  delitto ad alto tasso di estrogeni pare trattarsi, a fare una profonda autocritica sul rapporto tra di noi, sulla nostra inestinguibile voglia di combatterci e distruggerci l’un l’altra. Dire che è tutta colpa della società creata dagli uomini è una menzogna. Noi abbiamo addirittura, per un certo periodo della loro vita, da piccoli, la possibilità di plasmare la mentalità degli uomini ma decidiamo comunque di crescerli egoisti, di permetter loro di agire la violenza e di atteggiarsi a padroni nostri e delle nostre vite. Che vi piaccia o no siamo complici del maschilismo e a volte sappiamo essere altrettanto cattive dei nostri oppressori. Il caso di Sarah ci permette di ammetterlo, finalmente, se siamo oneste.

** Ho rettificato il testo perchè, come mi hanno fatto giustamente notare nei commenti, la non punibilità si riferisce solamente al non denunciare un parente, non certo al partecipare attivamente ad un omicidio sia come esecutori  che come complici materiali.

Riusciremo veramente a liberarci di Cogne, della mamma di Cogne e dello straziante ricordo di Samuele, povera vittima presto passata in secondo piano rispetto al divismo della sua carnefice e dell’insopportabile clan Franzoni, con la sentenza della Cassazione che condanna la madre a 16 anni per figlicidio?
Per la serie non c’è limite alla faccia come il culo, abbiamo sentito stasera sulla rete TV che sul delitto ci ha marciato per anni, Raiuno, invocare l’applicazione dell’indulto, quel provvedimento che di solito fa schizzare il picco di adrenalina dei benpensanti. Se l’indulto si applica al mariuolo italiano o romeno, magari per un furto di pollame, apriti cielo! ma per la signora Franzoni diventa legittimo (nonostante il provvedimento non mi risulta applicarsi all’omicidio) .

Continuiamo pure a parlare di accanimento giudiziario e di mancanza di prove certe. Questo è stato, secondo avvocati, psicologi e psichiatri, un caso da manuale, di tanti che ne càpitano, solo che questa volta ci è toccata una famiglia che pur di negare il problema di un suo membro, e senza rendersi conto di danneggiarlo ancora di più, ha scatenato un putiferio mediatico- giudiziario di rara potenza. Se si fosse trattato di una mamma qualunque (una rom, per esempio) il caso sarebbe stato chiuso già da tempo.
Purtroppo per gli innocentisti, bastava leggere il testo del rinvio a giudizio per convincersi che il caso era da manuale. Ho già riassunto altrove i punti salienti che fanno pensare alla colpevolezza della madre.
Basterebbe citare solo il fatto che una famiglia dove un estraneo entra in casa e massacra un bambino non pensa di avvertire subito i carabinieri. Le forze dell’ordine furono avvertite dal personale dell’elisoccorso solo due ore dopo, per scrupolo e dovere, visto che si erano trovati sull’evidente scena di un delitto. Nessuno fino a quel momento parlava di delitto!
Se è veramente stato il Mostro inafferrabile di cui ci si ostina ad invocare l’esistenza, perchè tanta riluttanza a denunciare il crimine da parte dei genitori di Samuele? Se non si è trovata l’arma del delitto e quindi la prova, è perchè la scena del delitto è stata inquinata pesantemente per tutto il tempo necessario a farla sparire.

Quello che però ha soprattutto reso questa famiglia antipatica a tutti è stato il tentativo, per discolpare un suo membro, di accusare un intero paese, gente assolutamente estranea, di un delitto particolarmente infame. Non mi risulta che abbiano chiesto scusa alla vicina, al parente della vicina, ai convitati della sera prima, al sindaco di Cogne, per il disturbo.
Non solo ma hanno inquinato prove, ne hanno fabbricate di false, hanno cercato di sputtanare gente seria come il RIS, sbeffeggiando la giustizia e facendosi anche intercettare “speriamo che non la trovino” (l’arma del delitto).
La patologia di Anna Maria, perchè di patologia si tratta, anche se ora sembra guarita, nasce in primo luogo dal modo in cui la sua Famiglia patriacale, feudale e abituata a considerarsi impunita ed impunibile, si confronta con il mondo.

A parte tutta l’antipatia che mi ispira l’arroganza di un clan che si sente al di sopra degli altri, provo pietà per Anna Maria. Sarei d’accordo sul farle scontare la pena in uno di quei centri per madri infanticide che cercano di recupararle alla vita civile. Ce n’è uno all’avanguardia a Reggio Emilia.
E’ una donna che va aiutata a capire, ad uscire da una prigione di infantilismo che si esprime patologicamente della rimozione e negazione. Forse un giorno potrebbe ritrovare quella pace di cui ha diritto anche lei.

Non mi dispiace invece se verrà a mancare il pane per Vespa. Non sentirò la mancanza di Crepet, della Palombelli, di Taormina e di tutto il cucuzzaro. La compagnia di “Cogne a Cogne” si scioglie.
Una buona notizia. A causa delle ville che avranno potuto comperarsi in anni di patrocinio, gli avvocati della Franzoni continueranno a pagare l’I.C.I.


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Il povero Lombroso, nell’aldilà, si starà grattando perplesso il barbetto. Dove sono finiti i suoi ceffi da galera, gli assassini dal cranio a capocchia di spillo e attaccatura bassa di capelli, geneticamente propensi al crimine?

Fermo restando il principio che un imputato è innocente fino a prova contraria, a guardare i volti dei protagonisti degli ultimi fatti di cronaca nera, da Garlasco a Perugia, dobbiamo concludere che le più pericolose sono proprio le cosiddette facce d’angelo. Biondini e biondine slavati, con gli occhialini da maghetto studioso, i classici ex-chierichetti anemici ma dalla forza insospettata. Quelli che le mamme catalogano subito come “bravi ragazzi”, sia i maschi che le loro controparti femmine, le santarelline, le acque chete che rovinano i ponti e i chierichetti.

A Garlasco si cincischia da mesi ormai attorno alla possibilità che Valentino, perduta la pazienza, abbia fracassato la testa di Valentina, magari per motivi inconfessabili. A Perugia si teme che un trio diabolicamente normale abbia fatto degenerare un’orgia casalinga in tragedia.

Sono cose che càpitano ma quello che colpisce è che i media sembrano parecchio in crisi nel dover spiegare come mai un così bravo ragazzo e una così brava ragazza possano essersi ritrovati in situazioni che non si addicono di solito ai santarellini. I giornalisti che raccontano questi fatti fanno venire in mente quegli insetti che, rivoltati a schiena in giù, dimenano disperatamente le zampette. Il loro imbarazzo è totale e i fatti gli sembrano impossibili perché è l’ordine delle cose borghesemente costituito che fa a farsi fottere in quei casi, anche se non dovrebbe, perché il delitto non è appannaggio solo dei criminali di carriera che ce l’hanno scritto in faccia e nel DNA.

Li capisco. E’ più facile raccontare i fatti di sangue quando abbiamo degli assassini dalla faccia lombrosiana da assassino come il rom di Tor di Quinto, ma di fronte a tipi come l’Alberto di Garlasco e i fidanzatini-peynet di Perugia, seppure con l’uomo nero come terzo incomodo e il coltello a serramanico in saccoccia, i pregiudizi vacillano.
I bravi ragazzi non fanno orge, non dovrebbero neppure trombare in teoria, eppure sembra proprio che qualche volta si esageri con sesso e droga. Anche il voler dipingere le vittime, di solito ragazze, come disperatamente perbene, caste e pure, delle mariegoretti cadute in balia di mostri assatanati, è un modo per non voler guardare in faccia la realtà.

Su Garlasco se ne sono sentite di tutti i colori, dai vibratori ad altri ammennicoli da sex shop scambiati come regali al posto dei pupazzetti. Se non ci fosse stato il delitto di mezzo sarebbe il ritratto di tante situazioni di coppia assolutamente banali.
Come gli adulti i ragazzi praticano la varietà sessuale e financo la perversione. Sono i genitori che si illudono che i loro figli siano degli asessuati. Melissa P. non è mica venuta giù da Marte, è una realtà romanzesca ma mica tanto. Le ragazze la danno e i ragazzi sono felici di prenderla.
Sono i media che fanno le meraviglie come se fossimo ancora nell’Italietta negli anni cinquanta e dei balletti rosa. Sono vecchie incrostazioni democristiane che non vengono via nemmeno con il viakal.

Un altro discorso si può fare sui delitti per i quali si suppone un ruolo determinante della droga. Più che della vacilità di trombata, io mi preoccuperei del fatto che i ragazzi si drogano con una facilità spaventosa e con una varietà di droghe a disposizione che fa paura e che in certe situazioni alcool e droga possono appunto disinibire al punto di far perdere il controllo.
Trent’anni fa bisognava ancora entrare in brutti giri per ottenere la roba, oggi basta entrare in discoteca e, per quanto riguarda l’alcool, al supermercato. Sento ragazzine di quindici anni fare discorsi come questi: “la discoteca X? Fa cagare, se non ti impasticchi non ti diverti”.
Girano le metanfetamine, gli acidi, più di cento tipi di ecstasy tutti in grado di ridurre un cervello a formaggio svizzero e soprattutto la cocaina, che ha effetti psicologici devastanti.

I telegiornali invece non vedono che spinelli, spinelli ovunque. Ti fanno vedere l’americanina visibilmente sciroccata e parlano di cannabis. Se vi fosse vero interesse ad informare sui danni della droga si direbbe, per esempio, che è la cocaina che gira a tonnellate in Italia che può dare la forza ad uno sfigato di brandire un arma contro un’altra persona, magari perché è stato ancora una volta deriso. Uno sfigato qualsiasi, uguale a mille altri, che Lombroso avrebbe classificato come persona assolutamente innocua, reso onnipotente da un po’ di polvere bianca.

Quando si è cominciato a parlare del caso di Garlasco mi è ritornato in mente il caso Carlotto.

Il 20 gennaio del 1976 viene uccisa nella sua abitazione, con cinquantanove coltellate, Margherita Magello, una giovane padovana. Il diciottenne Massimo Carlotto, che conosce la vittima perchè abita nello stesso stabile della sorella, passando di lì in bicicletta sente le urla della ragazza e si precipita in suo soccorso. Poi, spaventato, fugge ma, su consiglio di un avvocato, si presenta in seguito dai carabinieri per fornire la sua testimonianza. Dopo cinque minuti diventa l’unico responsabile della morte della ragazza, un incubo kafkiano in piena regola, e da quel momento inizia la sua odissea, durata 16 anni, tra processi, appelli, assoluzioni e condanne, una fuga in Messico, il ritorno in Italia fino alla grazia concessagli dal Presidente della Repubblica.
Forse le similitudini tra i due casi si limitano alle circostanze del ritrovamento della vittima e a come il primo sospettato rischi di diventare l’unico colpevole ma è inevitabile chiedersi se l’approccio mediatico a quel tipo di delitto è cambiato dagli anni settanta ad oggi.

Del caso Magello si parlò diffusamente e a livello nazionale solo in seguito al clamore della vicenda Carlotto, molto tempo dopo. Il caso rimase all’inizio circoscritto alle cronache giudiziarie.
Oggi, qualunque delitto con le stesse caratteristiche – ambiente borghese, probabile movente passionale, viene gettato in pasto al pubblico delle audience televisive non perchè ne discuta e basta come ai tempi del delitto dell’Olgiata ma perchè, e qui sta la novità, in qualche modo decida lui chi è il colpevole.

Anche se continua ad esistere il classico schieramento colpevolisti vs. innocentisti, nell’arena mediatico-tribale il suggerimento implicito è che la Tribù, il Clan difenda il suo membro accusato.
La tribù è la classica famigliona materna e popputa fatta di persone perbene e normali schierata a difesa del “bravo ragazzo”, della “brava mamma”, sempre accusati ingiustamente. Siamo tutti nominati avvocati ad honorem nonostante per la maggior parte siamo degli incompetenti assoluti di legge.
Il clan ha deciso prima ancora di qualunque sentenza, che a Rignano non possono esservi pedofili. Per il caso di Samuele, la “bimba” è una mamma modello, la tribù le affida perfino i suoi figli, nonostante le condanne.
Nell’ultimo caso di Garlasco, Alberto è un così bravo ragazzo, non può aver ucciso Chiara.

E’ come se non dovessero essere i giudici e gli inquirenti a trovare i colpevoli perchè i primi non sono imparziali, hanno atteggiamenti persecutori” e a volte “hanno le mani sporche di sangue”, per non parlare di coloro che sono “antropologicamente diversi”. I secondi poi, non ci azzeccano mai. Il RIS? Una congrega di pasticcioni che confonde il sangue con il succo di pomodoro e non è capace di trovare un’arma del delitto che è una, magari dopo che l’intera tribù si è data da fare per farla sparire.

Quando la tribù decide che, per definizione, non può essere stato un suo membro ad uccidere, bisogna trovare il colpevole per forza e qui salta fuori l’Uomo Nero, il Boogeyman, il misterioso estraneo. Bisogna allontanare il Male da sé per incarnarlo in qualcosa che molto probabilmente non esiste e per negarlo. Risultato: il caso rimane insoluto.

Chi viene sconfitta è sempre la verità. Magari il colpevole è proprio il fidanzato, la madre o il marito ma la verità se è scomoda rischia di non essere cercata ma oscurata, le prove cancellate, costi quel che costi, avvocato su avvocato.
Questa forma di giustizia autogestita e paramafiosa fiancheggiata dal potere mediatico è molto pericolosa perchè tenta costantemente di delegittimare la giustizia ufficiale e vi si pone in contrapposizione.
Senza contare che, se vogliamo, con questo sistema e ancor più di ieri, chi ha il sostegno del clan ha molte probabilità di farla franca e di restare totalmente impunito.

Update – Ringrazio Franca ed il suo commento perchè mi permettono di aggiungere qualcosa.
E’ evidente che il destino di un accusato dipende dal posto che occupa nella Tribù. Chi è ben integrato e risponde apparentemente ai canoni della “normalità” cadrà di solito dalla parte degli innocenti per definizione: “il bravo ragazzo”, “la mamma modello”, il “buon padre di famiglia”, “l’onesto imprenditore”.
Chi invece viene da fuori (migranti, zingari) o è “diverso” (omosessuale, dropout, malato di mente, solitario) vedrà additato come colpevole. Per non parlare del capro espiatorio che a volte viene creato per coprire il vero colpevole.
Carlotto, nell’esempio che ho fatto, era un giovane di Lotta Continua e vi furono anche motivazioni politiche che portarono alla sua incriminazione.
Pacciani era sicuramente un maiale con le figlie ma basta questo per farne il mostro di Firenze? Un contadinaccio ignorante e pedofilo, gli si può anche nascondere un falso indizio nel giardino di casa.
Gli zingari: ogni volta che sparisce un bambino a chi si dà la colpa di solito? Quando i giornali si decideranno a pubblicare le scuse per tutte le volte che gli zingari sono stati accusati ingiustamente di rapimento ed infanticidio?


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Quando si è cominciato a parlare del caso di Garlasco mi è ritornato in mente il caso Carlotto.

Il 20 gennaio del 1976 viene uccisa nella sua abitazione, con cinquantanove coltellate, Margherita Magello, una giovane padovana. Il diciottenne Massimo Carlotto, che conosce la vittima perchè questa abita nello stesso stabile di sua sorella, passando di lì in bicicletta sente le urla della ragazza e si precipita in suo soccorso. Poi, spaventato, fugge ma, su consiglio di un avvocato, si presenta in seguito dai carabinieri per fornire la sua testimonianza. Dopo cinque minuti diventa l’unico responsabile della morte della ragazza, un incubo kafkiano in piena regola, e da quel momento inizia la sua odissea, durata 16 anni, tra processi, appelli, assoluzioni e condanne, una fuga in Messico, il ritorno in Italia fino alla grazia concessagli dal Presidente della Repubblica.
Forse le similitudini tra i due casi si limitano alle circostanze del ritrovamento della vittima e a come il primo sospettato rischi di diventare l’unico colpevole ma è inevitabile chiedersi se l’approccio mediatico a quel tipo di delitto è cambiato dagli anni settanta ad oggi.

Del caso Magello si parlò diffusamente e a livello nazionale solo in seguito al clamore della vicenda Carlotto, molto tempo dopo. Il caso rimase all’inizio circoscritto alle cronache giudiziarie.
Oggi, qualunque delitto con le stesse caratteristiche – ambiente borghese, probabile movente passionale, viene gettato in pasto al pubblico delle audience televisive non perchè ne discuta e basta come ai tempi del delitto dell’Olgiata ma perchè, e qui sta la novità, in qualche modo decida lui chi è il colpevole.

Anche se continua ad esistere il classico schieramento colpevolisti vs. innocentisti, nell’arena mediatico-tribale il suggerimento implicito è che la Tribù, il Clan difenda il suo membro accusato.
La tribù è la classica famigliona materna e popputa fatta di persone perbene e normali schierata a difesa del “bravo ragazzo”, della “brava mamma”, sempre accusati ingiustamente. Siamo tutti nominati avvocati ad honorem nonostante per la maggior parte siamo degli incompetenti assoluti di legge.
Il clan ha deciso prima ancora di qualunque sentenza, che a Rignano non possono esservi pedofili. Per il caso di Samuele, la “bimba” è una mamma modello, la tribù le affida perfino i suoi figli, nonostante le condanne.
Nell’ultimo caso di Garlasco, Alberto è un così bravo ragazzo, non può aver ucciso Chiara.

E’ come se non dovessero essere i giudici e gli inquirenti a trovare i colpevoli perchè i primi non sono imparziali, hanno atteggiamenti persecutori” e a volte “hanno le mani sporche di sangue”, per non parlare di coloro che sono “antropologicamente diversi”. I secondi poi, non ci azzeccano mai. Il RIS? Una congrega di pasticcioni che confonde il sangue con il succo di pomodoro e non è capace di trovare un’arma del delitto che è una, magari dopo che l’intera tribù si è data da fare per farla sparire.

Quando la tribù decide che, per definizione, non può essere stato un suo membro ad uccidere, bisogna trovare il colpevole per forza e qui salta fuori l’Uomo Nero, il Boogeyman, il misterioso estraneo. Bisogna allontanare il Male da sé per incarnarlo in qualcosa che molto probabilmente non esiste e per negarlo. Risultato: il caso rimane insoluto.

Chi viene sconfitta è sempre la verità. Magari il colpevole è proprio il fidanzato, la madre o il marito ma la verità se è scomoda rischia di non essere cercata ma oscurata, le prove cancellate, costi quel che costi, avvocato su avvocato.
Questa forma di giustizia autogestita e paramafiosa fiancheggiata dal potere mediatico è molto pericolosa perchè tenta costantemente di delegittimare la giustizia ufficiale e vi si pone in contrapposizione.
Senza contare che, se vogliamo, con questo sistema e ancor più di ieri, chi ha il sostegno del clan ha molte probabilità di farla franca e di restare totalmente impunito.

Update – Ringrazio Franca ed il suo commento perchè mi permettono di aggiungere qualcosa.
E’ evidente che il destino di un accusato dipende dal posto che occupa nella Tribù. Chi è ben integrato e risponde apparentemente ai canoni della “normalità” cadrà di solito dalla parte degli innocenti per definizione: “il bravo ragazzo”, “la mamma modello”, il “buon padre di famiglia”, “l’onesto imprenditore”.
Chi invece viene da fuori (migranti, zingari) o è “diverso” (omosessuale, dropout, malato di mente, solitario) vedrà additato come colpevole. Per non parlare del capro espiatorio che a volte viene creato per coprire il vero colpevole.
Carlotto, nell’esempio che ho fatto, era un giovane di Lotta Continua e vi furono anche motivazioni politiche che portarono alla sua incriminazione.

Gli zingari: ogni volta che sparisce un bambino a chi si dà la colpa di solito? Quando i giornali si decideranno a pubblicare le scuse per tutte le volte che gli zingari sono stati accusati ingiustamente di rapimento ed infanticidio?


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Una leonessa nella savana con i suoi piccoli. Arriva un maschio dominante che, approfittando di una momentanea assenza della madre, ammazza senza tante storie i leoncini. La leonessa, privata dei piccoli, va subito in estro e si accoppia con il nuovo arrivato infanticida, con il quale potrà concepire dei piccoli ancora più forti ed adatti alla sopravvivenza.
Tra i topi è ancora peggio. Si introduce nella gabbia di una famigliola un maschio dominante, che immediatamente punta ai piccoli per poter poi avere campo libero con la femmina. Se il compagno della madre reagisce e lotta contro l’invasore la femmina lo aiuta a sconfiggerlo. Se il compagno batte in ritirata e si mostra codardo lei si allea con il nuovo arrivato ed attaccano assieme tutti gli altri. Il compagno muore, i piccoli subiscono l’infanticidio e la nuova coppia è formata. Le meraviglie della natura.
State tranquilli, Quark è finito. Ho fatto questo cappellotto iniziale per far capire che, per orrendo che sia, l’infanticidio è un fenomeno comunissimo in natura tra i nostri fratelli mammiferi.

Ogni volta che un bambino viene ucciso dai genitori nella specie uomo invece, soprattutto se la responsabile è molto probabilmente la madre, si cerca di negarne anche solo l’idea. “Come è possibile che una madre possa uccidere un figlio”, ripetono i cronisti aggrottando le sopracciglia. Sarà stato sicuramente un estraneo, un pedofilo, un mostro, l’Uomo Nero delle favole, gli zingari.
L’ipotesi materna è la più ovvia, eppure non riusciamo ad accettarla nonostante il detto “ti ho fatto e ti disfo” che ci siamo sentiti ripetere mille volte da bambini.

Il caso di Maddie, la bambina inglese scomparsa in Algarve, assomiglia ogni giorno di più al caso di Cogne. Anche qui qualche ammissione di una madre esasperata dalla “vivacità” della figlia. Là era Samuele che piangeva troppo. Anche in questo caso, mobilitazione generale in favore dei genitori accusati, famosi avvocati scomodati, addirittura un miliardario che inaugura il filone della pubblicità necrofila offrendo una grossa somma ai sospetti.
La società borghese ogni volta fa quadrato contro l’idea dell’infanticidio genitoriale.
Come nel caso da manuale di criminologia di JonBenét Ramsey, una povera bambina che la madre agghindava come una mostriciattola in rossetto e tacchi alti e iscriveva ai concorsi per le piccole miss.

Un giorno JonBenét, sei anni, sparì e i suoi ne denunciarono il rapimento sventolando una lettera di riscatto che si rivelò poi falsa. Il corpo della bimba fu ritrovato pochi giorni dopo, strangolato, in cantina. Un caso oscuro che scandalizzò l’America, dove la madre fu accusata di aver soppresso la piccola solo perché aveva fatto la pipì a letto ma dove c’era anche l’ombra della pedofilia familiare.

Tutti questi casi rimangono generalmente insoluti, nonostante gli indizi e le somiglianze tra di loro conducano alla stessa ipotesi: infanticidio domestico.
Questa incapacità degli inquirenti di incastrare i colpevoli nasconde forse una volontà di rimozione. Uccidere un bambino se siamo benestanti e felici, perché mai? Può la società accettarlo? No, e allora si montano le campagne di stampa, le puntate di Porta a Porta, le partite tra innocentisti e colpevolisti dove gli innocentisti sono pronti a mettere la mano sul fuoco.

Tutto per paura che la Sacra Famiglia Unita, questa costruzione culturale assolutamente artificiale, alimentata dalla religione e sorretta dal Potere repressivo sulle fondamenta dell’ipocrisia venga ricondotta alla sua brutale origine naturale. Se ammazzano i piccoli i genitori topi lo fanno anche gli esseri umani che vivono nel Mulino Bianco ma non lo si deve dire.
Con la differenza che nel topo non c’è mai il futile motivo come movente. La donna può invece spaccare la testa al figlio perché non sopporta più il suo pianto o perché ha disturbato il suo sonno con la piscia a letto, o perché quella troietta è una rivale.
Si tratta spessissimo di famiglie borghesi, normali, perbene, tutto virgolettato. Questi delitti, che si vorrebbero lombrosianamente limitare alle realtà promiscue delle periferie degradate e delle favelas, dove per carità accadono ma senza che nessuno si meravigli che accadano, si compiono invece sempre più spesso tra i morbidi piumoni di oca e nelle linde casette di montagna o del mare.

Eppure viviamo in un mondo dove l’infanticidio, soprattutto quello femminile, è tuttora pratica anticoncezionale ben più discutibile dell’aborto di un embrione.
La nostra civiltà occidentale che ha tra i suoi miti Medea, ha visto riconoscere solo di recente come valori l’amore ed il rispetto per i bambini. Veniamo da secoli di quella che la psicologa Alice Miller ha definito “pedagogia nera”, dove il bambino era una cosa della quale disporre a nostro piacimento.
Nel Seicento esistevano trattati modernissimi di veterinaria equina ma nessuno di pediatria. Ai bambini non ci si doveva affezionare perché potevano morire da un momento all’altro. I deformi, i deficienti e i poveri di spirito se morivano era meglio, se no si tenevano nascosti. Nella realtà contadina del nord Italia, si annotava sul libro del fattore: “morto Peppino”, “morto Luigino”, come puri dati statistici.
Il lutto per la morte dei figli risale appena al tardo Settecento quando inizia ad essere trattato in letteratura, in poesia e in musica. E’ solo nell’Ottocento e nel Novecento che si arriva a “l’albero a cui tendevi la pargoletta mano” di Carducci*, ai “Kindertotenlieder” di Gustav Mahler, ed al “Concerto in memoria di un angelo” di Alban Berg, solo per fare alcuni dei massimi esempi di lutto filiale sublimato in forma artistica.

La società che provoca l’alienazione benestante non tollera le deroghe bestiali al suo interno ma paradossalmente attribuisce alla donna un istinto materno che istinto, cioè dotazione di default, non è. Meglio sarebbe chiamarla pulsione materna per renderla più umana e prendere atto che nella nostra specie i figli possono essere soppressi tranquillamente perchè ci danno noia, invece di credere che il male provenga dall’Uomo Nero o da una proteiforme entità aliena.

Udpate. Il mio rigetto viscerale per la poesia mi aveva fatto erroneamente attribuire “la pargoletta mano” a Pascoli invece che al Carducci. Meno male che su Vivereacomo qualcuno ha nitrito a mo’ di cavallina storna e mi ha indicato l’errore.


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Una leonessa nella savana con i suoi piccoli. Arriva un maschio dominante che, approfittando di una momentanea assenza della madre, ammazza senza tante storie i leoncini. La leonessa, privata dei piccoli, va subito in estro e si accoppia con il nuovo arrivato infanticida, con il quale potrà concepire dei piccoli ancora più forti ed adatti alla sopravvivenza.
Tra i topi è ancora peggio. Si introduce nella gabbia di una famigliola un maschio dominante, che immediatamente punta ai piccoli per poter poi avere campo libero con la femmina. Se il compagno della madre reagisce e lotta contro l’invasore la femmina lo aiuta a sconfiggerlo. Se il compagno batte in ritirata e si mostra codardo lei si allea con il nuovo arrivato ed attaccano assieme tutti gli altri. Il compagno muore, i piccoli subiscono l’infanticidio e la nuova coppia è formata. Le meraviglie della natura.
State tranquilli, Quark è finito. Ho fatto questo cappellotto iniziale per far capire che, per orrendo che sia, l’infanticidio è un fenomeno comunissimo in natura tra i nostri fratelli mammiferi.

Ogni volta che un bambino viene ucciso dai genitori nella specie uomo invece, soprattutto se la responsabile è molto probabilmente la madre, si cerca di negarne anche solo l’idea. “Come è possibile che una madre possa uccidere un figlio”, ripetono i cronisti aggrottando le sopracciglia. Sarà stato sicuramente un estraneo, un pedofilo, un mostro, l’Uomo Nero delle favole, gli zingari.
L’ipotesi materna è la più ovvia, eppure non riusciamo ad accettarla nonostante il detto “ti ho fatto e ti disfo” che ci siamo sentiti ripetere mille volte da bambini.

Il caso di Maddie, la bambina inglese scomparsa in Algarve, assomiglia ogni giorno di più al caso di Cogne. Anche qui qualche ammissione di una madre esasperata dalla “vivacità” della figlia. Là era Samuele che piangeva troppo. Anche in questo caso, mobilitazione generale in favore dei genitori accusati, famosi avvocati scomodati, addirittura un miliardario che inaugura il filone della pubblicità necrofila offrendo una grossa somma ai sospetti.
La società borghese ogni volta fa quadrato contro l’idea dell’infanticidio genitoriale.
Come nel caso da manuale di criminologia di JonBenét Ramsey, una povera bambina che la madre agghindava come una mostriciattola in rossetto e tacchi alti e iscriveva ai concorsi per le piccole miss.

Un giorno JonBenét, sei anni, sparì e i suoi ne denunciarono il rapimento sventolando una lettera di riscatto che si rivelò poi falsa. Il corpo della bimba fu ritrovato pochi giorni dopo, strangolato, in cantina. Un caso oscuro che scandalizzò l’America, dove la madre fu accusata di aver soppresso la piccola solo perché aveva fatto la pipì a letto ma dove c’era anche l’ombra della pedofilia familiare.

Tutti questi casi rimangono generalmente insoluti, nonostante gli indizi e le somiglianze tra di loro conducano alla stessa ipotesi: infanticidio domestico.
Questa incapacità degli inquirenti di incastrare i colpevoli nasconde forse una volontà di rimozione. Uccidere un bambino se siamo benestanti e felici, perché mai? Può la società accettarlo? No, e allora si montano le campagne di stampa, le puntate di Porta a Porta, le partite tra innocentisti e colpevolisti dove gli innocentisti sono pronti a mettere la mano sul fuoco.

Tutto per paura che la Sacra Famiglia Unita, questa costruzione culturale assolutamente artificiale, alimentata dalla religione e sorretta dal Potere repressivo sulle fondamenta dell’ipocrisia venga ricondotta alla sua brutale origine naturale. Se ammazzano i piccoli i genitori topi lo fanno anche gli esseri umani che vivono nel Mulino Bianco ma non lo si deve dire.
Con la differenza che nel topo non c’è mai il futile motivo come movente. La donna può invece spaccare la testa al figlio perché non sopporta più il suo pianto o perché ha disturbato il suo sonno con la piscia a letto, o perché quella troietta è una rivale.
Si tratta spessissimo di famiglie borghesi, normali, perbene, tutto virgolettato. Questi delitti, che si vorrebbero lombrosianamente limitare alle realtà promiscue delle periferie degradate e delle favelas, dove per carità accadono ma senza che nessuno si meravigli che accadano, si compiono invece sempre più spesso tra i morbidi piumoni di oca e nelle linde casette di montagna o del mare.

Eppure viviamo in un mondo dove l’infanticidio, soprattutto quello femminile, è tuttora pratica anticoncezionale ben più discutibile dell’aborto di un embrione.
La nostra civiltà occidentale che ha tra i suoi miti Medea, ha visto riconoscere solo di recente come valori l’amore ed il rispetto per i bambini. Veniamo da secoli di quella che la psicologa Alice Miller ha definito “pedagogia nera”, dove il bambino era una cosa della quale disporre a nostro piacimento.
Nel Seicento esistevano trattati modernissimi di veterinaria equina ma nessuno di pediatria. Ai bambini non ci si doveva affezionare perché potevano morire da un momento all’altro. I deformi, i deficienti e i poveri di spirito se morivano era meglio, se no si tenevano nascosti. Nella realtà contadina del nord Italia, si annotava sul libro del fattore: “morto Peppino”, “morto Luigino”, come puri dati statistici.
Il lutto per la morte dei figli risale appena al tardo Settecento quando inizia ad essere trattato in letteratura, in poesia e in musica. E’ solo nell’Ottocento e nel Novecento che si arriva a “l’albero a cui tendevi la pargoletta mano” di Carducci*, ai “Kindertotenlieder” di Gustav Mahler, ed al “Concerto in memoria di un angelo” di Alban Berg, solo per fare alcuni dei massimi esempi di lutto filiale sublimato in forma artistica.

La società che provoca l’alienazione benestante non tollera le deroghe bestiali al suo interno ma paradossalmente attribuisce alla donna un istinto materno che istinto, cioè dotazione di default, non è. Meglio sarebbe chiamarla pulsione materna per renderla più umana e prendere atto che nella nostra specie i figli possono essere soppressi tranquillamente perchè ci danno noia, invece di credere che il male provenga dall’Uomo Nero o da una proteiforme entità aliena.

Udpate. Il mio rigetto viscerale per la poesia mi aveva fatto erroneamente attribuire “la pargoletta mano” a Pascoli invece che al Carducci. Meno male che su Vivereacomo qualcuno ha nitrito a mo’ di cavallina storna e mi ha indicato l’errore.

Fulvia l’aveva detto e anch’io avevo avuto la medesima impressione.
Il cane non aveva abbaiato e tanto meno morsicato gli intrusi, erano stati rubati solo 1.500 euro e non i gioielli presenti in casa, tutto faceva pensare che la vittima probabilmente conoscesse l’assassino.
Eppure, nonostante indizi grazie ai quali anche il commissario Rex avrebbe risolto il caso in un bau, magari per telefono, i giornali fin da subito si erano innamorati della tesi rapina-in-villa-stile-arancia-meccanica. Con l’aggravante questa volta della ferocia dell’accanimento su una povera donna incinta (allora si tratta sicuramente di slavi, mafia albanese o russa, gente che al minimo sgarro ti impala).

Nonostante gli italiani abbiano sul libro di volo pindarico migliaia di ore di Perry Mason, Tenente Colombo, Ispettore Derrick e io conosca persone che potrebbero eseguire un’autopsia e una prova al luminol ad occhi chiusi, tanto bene si sono studiati i casi di CSI, la prima ipotesi è quella che conta e al pregiudizio non si comanda.

Vediamo un interessante florilegio di titoli sul per altro tristissimo caso di Marsciano:
Perugia, donna incinta uccisa durante una rapina in villa (Repubblica, 25 maggio)
Il giorno dopo arriva direttamente Charlton Heston con la cavalleria:
A Marsciano dopo l’omicidio di Barbara Cicioni paura e accuse agli stranieri”. E’ noto che gli italiani non fanno rapine. “Le badanti sanno cosa c’è nelle case e lo dicono ai loro uomini”. Soluzione: assumere solo badanti lesbiche. “Umbria, l’eden infranto”. Adamo ed Eva in fuga. “Difendiamoci con i fucili.” Un AK47 o un M16 sarebbero ancora meglio. (Repubblica, 26 maggio)

La vittima aveva dei brandelli di pelle sotto le unghie, quindi ormai si è prossimi a conoscere il DNA dell’assassino, l’alibi del marito comincia a scricchiolare, non ci sono impronte di estranei, eppure si insiste: “Ufficialmente però l’inchiesta pare ancora indirizzata su un furto sfociato per chissà quale motivo in omicidio”. Repubblica, 27 maggio)
Ancora, la macchina di famiglia viene posta sotto sequestro ma loro, aho’, de coccio: “Per ora la pista che sembra essere maggiormente tenuta è quella della rapina sfociata nell’omicidio della donna. Non vengono tuttavia scartate altre strade.” (Repubblica, 27 maggio).
Il commissario Rex comincia a ringhiare indispettito.

Finalmente si comincia ad avere qualche dubbio: “L’ipotesi che la donna sia stata uccisa da una banda di rapinatori, da lei non conosciuti, appare sempre più lontana”. L’arrampicata libera sugli specchi provoca qualche scivolata della logica. Di solito i rapinatori sono non conosciuti. (Repubblica, 28 maggio)
Poi la certezza: “Omicidio Cicioni, arrestato il marito. Urla della folla: “Sei un bastardo” (Repubblica, 29 maggio)

Quest’uomo ora viene dipinto come un mostro, un sanguinario, che picchiava regolarmente moglie e figli, che era noto per essere un violento. Sarà giudicato dalla legge.
Non si parla più di rapinatori, né di badanti ninfomani e spione, né di impalatori rumeni seguaci del Conte Vlad.
E’ stato il marito. Che noia. Come quando finisce il giallo e scopri che è stato il maggiordomo.
Bau!

Fulvia l’aveva detto e anch’io avevo avuto la medesima impressione.
Il cane non aveva abbaiato e tanto meno morsicato gli intrusi, erano stati rubati solo 1.500 euro e non i gioielli presenti in casa, tutto faceva pensare che la vittima probabilmente conoscesse l’assassino.
Eppure, nonostante indizi grazie ai quali anche il commissario Rex avrebbe risolto il caso in un bau, magari per telefono, i giornali fin da subito si erano innamorati della tesi rapina-in-villa-stile-arancia-meccanica. Con l’aggravante questa volta della ferocia dell’accanimento su una povera donna incinta (allora si tratta sicuramente di slavi, mafia albanese o russa, gente che al minimo sgarro ti impala).

Nonostante gli italiani abbiano sul libro di volo pindarico migliaia di ore di Perry Mason, Tenente Colombo, Ispettore Derrick e io conosca persone che potrebbero eseguire un’autopsia e una prova al luminol ad occhi chiusi, tanto bene si sono studiati i casi di CSI, la prima ipotesi è quella che conta e al pregiudizio non si comanda.

Vediamo un interessante florilegio di titoli sul per altro tristissimo caso di Marsciano:
Perugia, donna incinta uccisa durante una rapina in villa (Repubblica, 25 maggio)
Il giorno dopo arriva direttamente Charlton Heston con la cavalleria:
A Marsciano dopo l’omicidio di Barbara Cicioni paura e accuse agli stranieri”. E’ noto che gli italiani non fanno rapine. “Le badanti sanno cosa c’è nelle case e lo dicono ai loro uomini”. Soluzione: assumere solo badanti lesbiche. “Umbria, l’eden infranto”. Adamo ed Eva in fuga. “Difendiamoci con i fucili.” Un AK47 o un M16 sarebbero ancora meglio. (Repubblica, 26 maggio)

La vittima aveva dei brandelli di pelle sotto le unghie, quindi ormai si è prossimi a conoscere il DNA dell’assassino, l’alibi del marito comincia a scricchiolare, non ci sono impronte di estranei, eppure si insiste: “Ufficialmente però l’inchiesta pare ancora indirizzata su un furto sfociato per chissà quale motivo in omicidio”. Repubblica, 27 maggio)
Ancora, la macchina di famiglia viene posta sotto sequestro ma loro, aho’, de coccio: “Per ora la pista che sembra essere maggiormente tenuta è quella della rapina sfociata nell’omicidio della donna. Non vengono tuttavia scartate altre strade.” (Repubblica, 27 maggio).
Il commissario Rex comincia a ringhiare indispettito.

Finalmente si comincia ad avere qualche dubbio: “L’ipotesi che la donna sia stata uccisa da una banda di rapinatori, da lei non conosciuti, appare sempre più lontana”. L’arrampicata libera sugli specchi provoca qualche scivolata della logica. Di solito i rapinatori sono non conosciuti. (Repubblica, 28 maggio)
Poi la certezza: “Omicidio Cicioni, arrestato il marito. Urla della folla: “Sei un bastardo” (Repubblica, 29 maggio)

Quest’uomo ora viene dipinto come un mostro, un sanguinario, che picchiava regolarmente moglie e figli, che era noto per essere un violento. Sarà giudicato dalla legge.
Non si parla più di rapinatori, né di badanti ninfomani e spione, né di impalatori rumeni seguaci del Conte Vlad.
E’ stato il marito. Che noia. Come quando finisce il giallo e scopri che è stato il maggiordomo.
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