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Il povero Lombroso, nell’aldilà, si starà grattando perplesso il barbetto. Dove sono finiti i suoi ceffi da galera, gli assassini dal cranio a capocchia di spillo e attaccatura bassa di capelli, geneticamente propensi al crimine?

Fermo restando il principio che un imputato è innocente fino a prova contraria, a guardare i volti dei protagonisti degli ultimi fatti di cronaca nera, da Garlasco a Perugia, dobbiamo concludere che le più pericolose sono proprio le cosiddette facce d’angelo. Biondini e biondine slavati, con gli occhialini da maghetto studioso, i classici ex-chierichetti anemici ma dalla forza insospettata. Quelli che le mamme catalogano subito come “bravi ragazzi”, sia i maschi che le loro controparti femmine, le santarelline, le acque chete che rovinano i ponti e i chierichetti.

A Garlasco si cincischia da mesi ormai attorno alla possibilità che Valentino, perduta la pazienza, abbia fracassato la testa di Valentina, magari per motivi inconfessabili. A Perugia si teme che un trio diabolicamente normale abbia fatto degenerare un’orgia casalinga in tragedia.

Sono cose che càpitano ma quello che colpisce è che i media sembrano parecchio in crisi nel dover spiegare come mai un così bravo ragazzo e una così brava ragazza possano essersi ritrovati in situazioni che non si addicono di solito ai santarellini. I giornalisti che raccontano questi fatti fanno venire in mente quegli insetti che, rivoltati a schiena in giù, dimenano disperatamente le zampette. Il loro imbarazzo è totale e i fatti gli sembrano impossibili perché è l’ordine delle cose borghesemente costituito che fa a farsi fottere in quei casi, anche se non dovrebbe, perché il delitto non è appannaggio solo dei criminali di carriera che ce l’hanno scritto in faccia e nel DNA.

Li capisco. E’ più facile raccontare i fatti di sangue quando abbiamo degli assassini dalla faccia lombrosiana da assassino come il rom di Tor di Quinto, ma di fronte a tipi come l’Alberto di Garlasco e i fidanzatini-peynet di Perugia, seppure con l’uomo nero come terzo incomodo e il coltello a serramanico in saccoccia, i pregiudizi vacillano.
I bravi ragazzi non fanno orge, non dovrebbero neppure trombare in teoria, eppure sembra proprio che qualche volta si esageri con sesso e droga. Anche il voler dipingere le vittime, di solito ragazze, come disperatamente perbene, caste e pure, delle mariegoretti cadute in balia di mostri assatanati, è un modo per non voler guardare in faccia la realtà.

Su Garlasco se ne sono sentite di tutti i colori, dai vibratori ad altri ammennicoli da sex shop scambiati come regali al posto dei pupazzetti. Se non ci fosse stato il delitto di mezzo sarebbe il ritratto di tante situazioni di coppia assolutamente banali.
Come gli adulti i ragazzi praticano la varietà sessuale e financo la perversione. Sono i genitori che si illudono che i loro figli siano degli asessuati. Melissa P. non è mica venuta giù da Marte, è una realtà romanzesca ma mica tanto. Le ragazze la danno e i ragazzi sono felici di prenderla.
Sono i media che fanno le meraviglie come se fossimo ancora nell’Italietta negli anni cinquanta e dei balletti rosa. Sono vecchie incrostazioni democristiane che non vengono via nemmeno con il viakal.

Un altro discorso si può fare sui delitti per i quali si suppone un ruolo determinante della droga. Più che della vacilità di trombata, io mi preoccuperei del fatto che i ragazzi si drogano con una facilità spaventosa e con una varietà di droghe a disposizione che fa paura e che in certe situazioni alcool e droga possono appunto disinibire al punto di far perdere il controllo.
Trent’anni fa bisognava ancora entrare in brutti giri per ottenere la roba, oggi basta entrare in discoteca e, per quanto riguarda l’alcool, al supermercato. Sento ragazzine di quindici anni fare discorsi come questi: “la discoteca X? Fa cagare, se non ti impasticchi non ti diverti”.
Girano le metanfetamine, gli acidi, più di cento tipi di ecstasy tutti in grado di ridurre un cervello a formaggio svizzero e soprattutto la cocaina, che ha effetti psicologici devastanti.

I telegiornali invece non vedono che spinelli, spinelli ovunque. Ti fanno vedere l’americanina visibilmente sciroccata e parlano di cannabis. Se vi fosse vero interesse ad informare sui danni della droga si direbbe, per esempio, che è la cocaina che gira a tonnellate in Italia che può dare la forza ad uno sfigato di brandire un arma contro un’altra persona, magari perché è stato ancora una volta deriso. Uno sfigato qualsiasi, uguale a mille altri, che Lombroso avrebbe classificato come persona assolutamente innocua, reso onnipotente da un po’ di polvere bianca.


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Quando si è cominciato a parlare del caso di Garlasco mi è ritornato in mente il caso Carlotto.

Il 20 gennaio del 1976 viene uccisa nella sua abitazione, con cinquantanove coltellate, Margherita Magello, una giovane padovana. Il diciottenne Massimo Carlotto, che conosce la vittima perchè abita nello stesso stabile della sorella, passando di lì in bicicletta sente le urla della ragazza e si precipita in suo soccorso. Poi, spaventato, fugge ma, su consiglio di un avvocato, si presenta in seguito dai carabinieri per fornire la sua testimonianza. Dopo cinque minuti diventa l’unico responsabile della morte della ragazza, un incubo kafkiano in piena regola, e da quel momento inizia la sua odissea, durata 16 anni, tra processi, appelli, assoluzioni e condanne, una fuga in Messico, il ritorno in Italia fino alla grazia concessagli dal Presidente della Repubblica.
Forse le similitudini tra i due casi si limitano alle circostanze del ritrovamento della vittima e a come il primo sospettato rischi di diventare l’unico colpevole ma è inevitabile chiedersi se l’approccio mediatico a quel tipo di delitto è cambiato dagli anni settanta ad oggi.

Del caso Magello si parlò diffusamente e a livello nazionale solo in seguito al clamore della vicenda Carlotto, molto tempo dopo. Il caso rimase all’inizio circoscritto alle cronache giudiziarie.
Oggi, qualunque delitto con le stesse caratteristiche – ambiente borghese, probabile movente passionale, viene gettato in pasto al pubblico delle audience televisive non perchè ne discuta e basta come ai tempi del delitto dell’Olgiata ma perchè, e qui sta la novità, in qualche modo decida lui chi è il colpevole.

Anche se continua ad esistere il classico schieramento colpevolisti vs. innocentisti, nell’arena mediatico-tribale il suggerimento implicito è che la Tribù, il Clan difenda il suo membro accusato.
La tribù è la classica famigliona materna e popputa fatta di persone perbene e normali schierata a difesa del “bravo ragazzo”, della “brava mamma”, sempre accusati ingiustamente. Siamo tutti nominati avvocati ad honorem nonostante per la maggior parte siamo degli incompetenti assoluti di legge.
Il clan ha deciso prima ancora di qualunque sentenza, che a Rignano non possono esservi pedofili. Per il caso di Samuele, la “bimba” è una mamma modello, la tribù le affida perfino i suoi figli, nonostante le condanne.
Nell’ultimo caso di Garlasco, Alberto è un così bravo ragazzo, non può aver ucciso Chiara.

E’ come se non dovessero essere i giudici e gli inquirenti a trovare i colpevoli perchè i primi non sono imparziali, hanno atteggiamenti persecutori” e a volte “hanno le mani sporche di sangue”, per non parlare di coloro che sono “antropologicamente diversi”. I secondi poi, non ci azzeccano mai. Il RIS? Una congrega di pasticcioni che confonde il sangue con il succo di pomodoro e non è capace di trovare un’arma del delitto che è una, magari dopo che l’intera tribù si è data da fare per farla sparire.

Quando la tribù decide che, per definizione, non può essere stato un suo membro ad uccidere, bisogna trovare il colpevole per forza e qui salta fuori l’Uomo Nero, il Boogeyman, il misterioso estraneo. Bisogna allontanare il Male da sé per incarnarlo in qualcosa che molto probabilmente non esiste e per negarlo. Risultato: il caso rimane insoluto.

Chi viene sconfitta è sempre la verità. Magari il colpevole è proprio il fidanzato, la madre o il marito ma la verità se è scomoda rischia di non essere cercata ma oscurata, le prove cancellate, costi quel che costi, avvocato su avvocato.
Questa forma di giustizia autogestita e paramafiosa fiancheggiata dal potere mediatico è molto pericolosa perchè tenta costantemente di delegittimare la giustizia ufficiale e vi si pone in contrapposizione.
Senza contare che, se vogliamo, con questo sistema e ancor più di ieri, chi ha il sostegno del clan ha molte probabilità di farla franca e di restare totalmente impunito.

Update – Ringrazio Franca ed il suo commento perchè mi permettono di aggiungere qualcosa.
E’ evidente che il destino di un accusato dipende dal posto che occupa nella Tribù. Chi è ben integrato e risponde apparentemente ai canoni della “normalità” cadrà di solito dalla parte degli innocenti per definizione: “il bravo ragazzo”, “la mamma modello”, il “buon padre di famiglia”, “l’onesto imprenditore”.
Chi invece viene da fuori (migranti, zingari) o è “diverso” (omosessuale, dropout, malato di mente, solitario) vedrà additato come colpevole. Per non parlare del capro espiatorio che a volte viene creato per coprire il vero colpevole.
Carlotto, nell’esempio che ho fatto, era un giovane di Lotta Continua e vi furono anche motivazioni politiche che portarono alla sua incriminazione.
Pacciani era sicuramente un maiale con le figlie ma basta questo per farne il mostro di Firenze? Un contadinaccio ignorante e pedofilo, gli si può anche nascondere un falso indizio nel giardino di casa.
Gli zingari: ogni volta che sparisce un bambino a chi si dà la colpa di solito? Quando i giornali si decideranno a pubblicare le scuse per tutte le volte che gli zingari sono stati accusati ingiustamente di rapimento ed infanticidio?


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