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Ha ragione Fabio Volo ad incazzarsi. I berlusconiani ed affini, quanto tenti invano di discuterci, ti levano proprio di sentimento, ti portano ad un tale sfinimento da ispirarti infine genuini istinti omicidi da far impallidire “Er canaro”.

Non è questione di essere di destra. Io riesco ad avere interessantissime discussioni, molto approfondite, vivaci ed interessanti dal punto di vista dialettico, con gente assai lontana dalle mie idee politiche come simpatizzanti di Forza Nuova o della Fiamma Tricolore.
Con legaioli e figli di papi non c’è dialogo perchè hanno due schemi in tutto racchiusi in un paio di neuroni tenuti assieme da un quintale di fuffa inerte coibentata da strati tossici di amianto televisivo e, qualunque domanda fai loro, rispondono a random con neurone n. 1) i 100.000.000 di morti del comunismo; neurone n. 2) la sinistra che ha governato e rovinato questo paese.
Il tutto dandoti rigorosamente del “voi comunisti” anche se si rivolgono ad una persona sola, abbaiando feroci, ripetendo a pappagallo slogan ribolliti e ribaltando sistematicamente il discorso senza dare risposta oppure rispondendo a domanda con un’altra domanda, comportamento assolutamente esasperante. Ti verrebbe voglia di scoperchiar loro il cranio ed andare all’inseguimento di quelle due particelle di sodio petulanti per infilzarle con una forchetta.

Dicevamo di Fabio Volo. Chi non ha seguito la divertente saga del “comunista sarà lei” andata in onda su Radio Deejay, può trovarne il resoconto e le registrazioni su non leggere questo blog.
Per riassumere il fatterello, apparentemente insulso ma, come vedremo, contenente la chiave psicosociologica del fenomeno berlusconiano; dialogando con un ascoltatore, Fabio Volo si è sentito appellare di comunista e se ne è risentito perchè, a quanto pare, lui comunista non lo è, pur essendo magari vagamente progressista e sicuramente womanizer (in italiano figaiolo).
Fabio ha chiesto ripetutamente al suo interlocutore che gli spiegasse cosa voleva dire il termine “comunista“, senza ottenere risposta. L’episodio si è ripetuto in una puntata successiva del programma e il ragazzotto dalla tipica cantilena milanese con le “é” belle aperte ed il comprendonio duro come il porfido, continuava a chiamare comunista Volo che, alla fine, il volo lo ha spiccato davvero e si è incazzato come un’aquila.

Questo episodio è così significativo da essere riportato su tanti blog in questi giorni perchè, mentre Volo pungolava il milanesotto ripetendogli: “Che vuol dire comunista, perchè mi chiami comunista se non lo sono?”, ad un certo punto lo sciagurato ha biascicato: “Beh, che ne so, è come dire sei interista“.

Ecco, le grandi verità spesso si trovano in bocca agli idioti (nel senso più nobile del termine).
Lo avevamo intuito. La politica nel nostro paese è diventata niente altro che semplice confronto-scontro tra opposte tifoserie. Credete sia casuale che il presidente di una squadra di calcio sia diventato presidente del consiglio? Del resto non è lui stesso che parlò, quel maledetto giorno funesto, di “discesa in campo“, e parla tuttora, riferendosi ai ministri della Repubblica Italiana, di “squadra di governo“?
Le televisioni ripetono luoghi comuni e frasi fatte che servono a plasmare gli slogan dei cori dei tifosi. Cori che, al posto dell’interista o milanista o juventino pezzo di merda, usano il termine “comunista”. Le elezioni sono un evento sportivo, una specie di mondiale da vincere. Fate caso a come si vantano, i figli di papi, dell’aver vinto le elezioni. Per loro è come vincere lo scudetto e per chi è arrivato secondo sono solo derisioni e sberleffi. Vinte le elezioni una volta è per sempre, come la Coppa del Mondo. Noi abbiamo vinto e voi avete perso, siete degli sfigati.

Il ragazzotto di Volo ha ragione; tra comunista, interista, negro o frocio non c’è differenza. E’ semplicemente lo stabilire che “io non sono te, sono diverso da te e migliore di te e la mia squadra è l’unica, voi siete delle merde”. Sono schemi che vanno molto d’accordo con il razzismo, il concetto di superomismo ed il fascismo in genere. Non è un caso che tra le tifoserie ultras di calcio siano più numerosi i gruppi apertamente di estrema destra e fascisti, quelli che danno degli sporchi negri ai giocatori di colore della squadra avversaria e non a quelli della propria, tranne quando sbagliano il rigore.

Se, come ha fatto Volo, chiedi all’ultras qualunque cosa vuol dire comunista, non lo sa, perchè, nel comdizionamento pavloviano, non è previsto che lo sappia ma solo che lo ripeta a pappagallo.
Per il popolo ultras, comunista è un appellativo senza significato se non quello di una generica negatività, ma non lo è per chi ha utilizzato la metafora e gli schemi del gioco del calcio per stravolgere la politica a proprio vantaggio e con un preciso disegno che discende dal divide et impera.
In un paese carente di ideali è stato facile impiantare l’anticomunismo (inteso come opposizione al progressismo e difesa degli interessi della Reazione) e farlo prosperare mascherandolo da gioco tra opposte tifoserie. Totò Riina, per fare un esempio, a differenza del meneghino de coccio, quando dà del comunista a chi ne combatte le azioni criminali, sa bene quel che dice.

I cori ultras servono a tracciare la linea di demarcazione tra noi e loro, a creare una mente collettiva e a dare ai figli di papi una consapevolezza di gruppo. La violenza verbale che caratterizza i berlusconidi è specchio dell’essere pappagalli ultras che ripetono slogan a cappella. L’urlare slogan serve anche ad evitare lo scontro dialettico che sarebbe perso in partenza, vista la colossale ignoranza che permea il popolo dei figli di papi, con il classico “bla-bla-bla!” ripetuto tappandosi le orecchie.

Loro non lo sanno, e non se ne rendono conto, riempiendosi la bocca di popolo della libertà ed individualismo ma sono quanto di più vicino si possa pensare all’uomo macchina agognato e perseguito dai totalitarismi del Novecento.
Non ditegli che, molto probabilmente, i veri “comunisti”, sono loro.


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Ha ragione Fabio Volo ad incazzarsi. I berlusconiani ed affini, quanto tenti invano di discuterci, ti levano proprio di sentimento, ti portano ad un tale sfinimento da ispirarti infine genuini istinti omicidi da far impallidire “Er canaro”.

Non è questione di essere di destra. Io riesco ad avere interessantissime discussioni, molto approfondite, vivaci ed interessanti dal punto di vista dialettico, con gente assai lontana dalle mie idee politiche come simpatizzanti di Forza Nuova o della Fiamma Tricolore.
Con legaioli e figli di papi non c’è dialogo perchè hanno due schemi in tutto racchiusi in un paio di neuroni tenuti assieme da un quintale di fuffa inerte coibentata da strati tossici di amianto televisivo e, qualunque domanda fai loro, rispondono a random con neurone n. 1) i 100.000.000 di morti del comunismo; neurone n. 2) la sinistra che ha governato e rovinato questo paese.
Il tutto dandoti rigorosamente del “voi comunisti” anche se si rivolgono ad una persona sola, abbaiando feroci, ripetendo a pappagallo slogan ribolliti e ribaltando sistematicamente il discorso senza dare risposta oppure rispondendo a domanda con un’altra domanda, comportamento assolutamente esasperante. Ti verrebbe voglia di scoperchiar loro il cranio ed andare all’inseguimento di quelle due particelle di sodio petulanti per infilzarle con una forchetta.

Dicevamo di Fabio Volo. Chi non ha seguito la divertente saga del “comunista sarà lei” andata in onda su Radio Deejay, può trovarne il resoconto e le registrazioni su non leggere questo blog.
Per riassumere il fatterello, apparentemente insulso ma, come vedremo, contenente la chiave psicosociologica del fenomeno berlusconiano; dialogando con un ascoltatore, Fabio Volo si è sentito appellare di comunista e se ne è risentito perchè, a quanto pare, lui comunista non lo è, pur essendo magari vagamente progressista e sicuramente womanizer (in italiano figaiolo).
Fabio ha chiesto ripetutamente al suo interlocutore che gli spiegasse cosa voleva dire il termine “comunista“, senza ottenere risposta. L’episodio si è ripetuto in una puntata successiva del programma e il ragazzotto dalla tipica cantilena milanese con le “é” belle aperte ed il comprendonio duro come il porfido, continuava a chiamare comunista Volo che, alla fine, il volo lo ha spiccato davvero e si è incazzato come un’aquila.

Questo episodio è così significativo da essere riportato su tanti blog in questi giorni perchè, mentre Volo pungolava il milanesotto ripetendogli: “Che vuol dire comunista, perchè mi chiami comunista se non lo sono?”, ad un certo punto lo sciagurato ha biascicato: “Beh, che ne so, è come dire sei interista“.

Ecco, le grandi verità spesso si trovano in bocca agli idioti (nel senso più nobile del termine).
Lo avevamo intuito. La politica nel nostro paese è diventata niente altro che semplice confronto-scontro tra opposte tifoserie. Credete sia casuale che il presidente di una squadra di calcio sia diventato presidente del consiglio? Del resto non è lui stesso che parlò, quel maledetto giorno funesto, di “discesa in campo“, e parla tuttora, riferendosi ai ministri della Repubblica Italiana, di “squadra di governo“?
Le televisioni ripetono luoghi comuni e frasi fatte che servono a plasmare gli slogan dei cori dei tifosi. Cori che, al posto dell’interista o milanista o juventino pezzo di merda, usano il termine “comunista”. Le elezioni sono un evento sportivo, una specie di mondiale da vincere. Fate caso a come si vantano, i figli di papi, dell’aver vinto le elezioni. Per loro è come vincere lo scudetto e per chi è arrivato secondo sono solo derisioni e sberleffi. Vinte le elezioni una volta è per sempre, come la Coppa del Mondo. Noi abbiamo vinto e voi avete perso, siete degli sfigati.

Il ragazzotto di Volo ha ragione; tra comunista, interista, negro o frocio non c’è differenza. E’ semplicemente lo stabilire che “io non sono te, sono diverso da te e migliore di te e la mia squadra è l’unica, voi siete delle merde”. Sono schemi che vanno molto d’accordo con il razzismo, il concetto di superomismo ed il fascismo in genere. Non è un caso che tra le tifoserie ultras di calcio siano più numerosi i gruppi apertamente di estrema destra e fascisti, quelli che danno degli sporchi negri ai giocatori di colore della squadra avversaria e non a quelli della propria, tranne quando sbagliano il rigore.

Se, come ha fatto Volo, chiedi all’ultras qualunque cosa vuol dire comunista, non lo sa, perchè, nel condizionamento pavloviano, non è previsto che lo sappia ma solo che lo ripeta a pappagallo.
Per il popolo ultras, comunista è un appellativo senza significato se non quello di una generica negatività, ma non lo è per chi ha utilizzato la metafora e gli schemi del gioco del calcio per stravolgere la politica a proprio vantaggio e con un preciso disegno che discende dal divide et impera.
In un paese carente di ideali è stato facile impiantare l’anticomunismo (inteso come opposizione al progressismo e difesa degli interessi della Reazione) e farlo prosperare mascherandolo da gioco tra opposte tifoserie. Totò Riina, per fare un esempio, a differenza del meneghino de coccio, quando dà del comunista a chi ne combatte le azioni criminali, sa bene quel che dice.

I cori ultras servono a tracciare la linea di demarcazione tra noi e loro, a creare una mente collettiva e a dare ai figli di papi una consapevolezza di gruppo. La violenza verbale che caratterizza i berlusconidi è specchio dell’essere pappagalli ultras che ripetono slogan a cappella. L’urlare slogan serve anche ad evitare lo scontro dialettico che sarebbe perso in partenza, vista la colossale ignoranza che permea il popolo dei figli di papi, con il classico “bla-bla-bla!” ripetuto tappandosi le orecchie.

Loro non lo sanno, e non se ne rendono conto, riempiendosi la bocca di popolo della libertà ed individualismo ma sono quanto di più vicino si possa pensare all’uomo macchina agognato e perseguito dai totalitarismi del Novecento.
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Non è questione di essere di destra. Io riesco ad avere interessantissime discussioni, molto approfondite, vivaci ed interessanti dal punto di vista dialettico, con gente assai lontana dalle mie idee politiche come simpatizzanti di Forza Nuova o della Fiamma Tricolore.
Con legaioli e figli di papi non c’è dialogo perchè hanno due schemi in tutto racchiusi in un paio di neuroni tenuti assieme da un quintale di fuffa inerte coibentata da strati tossici di amianto televisivo e, qualunque domanda fai loro, rispondono a random con neurone n. 1) i 100.000.000 di morti del comunismo; neurone n. 2) la sinistra che ha governato e rovinato questo paese.
Il tutto dandoti rigorosamente del “voi comunisti” anche se si rivolgono ad una persona sola, abbaiando feroci, ripetendo a pappagallo slogan ribolliti e ribaltando sistematicamente il discorso senza dare risposta oppure rispondendo a domanda con un’altra domanda, comportamento assolutamente esasperante. Ti verrebbe voglia di scoperchiar loro il cranio ed andare all’inseguimento di quelle due particelle di sodio petulanti per infilzarle con una forchetta.

Dicevamo di Fabio Volo. Chi non ha seguito la divertente saga del “comunista sarà lei” andata in onda su Radio Deejay, può trovarne il resoconto e le registrazioni su non leggere questo blog.
Per riassumere il fatterello, apparentemente insulso ma, come vedremo, contenente la chiave psicosociologica del fenomeno berlusconiano; dialogando con un ascoltatore, Fabio Volo si è sentito appellare di comunista e se ne è risentito perchè, a quanto pare, lui comunista non lo è, pur essendo magari vagamente progressista e sicuramente womanizer (in italiano figaiolo).
Fabio ha chiesto ripetutamente al suo interlocutore che gli spiegasse cosa voleva dire il termine “comunista“, senza ottenere risposta. L’episodio si è ripetuto in una puntata successiva del programma e il ragazzotto dalla tipica cantilena milanese con le “é” belle aperte ed il comprendonio duro come il porfido, continuava a chiamare comunista Volo che, alla fine, il volo lo ha spiccato davvero e si è incazzato come un’aquila.

Questo episodio è così significativo da essere riportato su tanti blog in questi giorni perchè, mentre Volo pungolava il milanesotto ripetendogli: “Che vuol dire comunista, perchè mi chiami comunista se non lo sono?”, ad un certo punto lo sciagurato ha biascicato: “Beh, che ne so, è come dire sei interista“.

Ecco, le grandi verità spesso si trovano in bocca agli idioti (nel senso più nobile del termine).
Lo avevamo intuito. La politica nel nostro paese è diventata niente altro che semplice confronto-scontro tra opposte tifoserie. Credete sia casuale che il presidente di una squadra di calcio sia diventato presidente del consiglio? Del resto non è lui stesso che parlò, quel maledetto giorno funesto, di “discesa in campo“, e parla tuttora, riferendosi ai ministri della Repubblica Italiana, di “squadra di governo“?
Le televisioni ripetono luoghi comuni e frasi fatte che servono a plasmare gli slogan dei cori dei tifosi. Cori che, al posto dell’interista o milanista o juventino pezzo di merda, usano il termine “comunista”. Le elezioni sono un evento sportivo, una specie di mondiale da vincere. Fate caso a come si vantano, i figli di papi, dell’aver vinto le elezioni. Per loro è come vincere lo scudetto e per chi è arrivato secondo sono solo derisioni e sberleffi. Vinte le elezioni una volta è per sempre, come la Coppa del Mondo. Noi abbiamo vinto e voi avete perso, siete degli sfigati.

Il ragazzotto di Volo ha ragione; tra comunista, interista, negro o frocio non c’è differenza. E’ semplicemente lo stabilire che “io non sono te, sono diverso da te e migliore di te e la mia squadra è l’unica, voi siete delle merde”. Sono schemi che vanno molto d’accordo con il razzismo, il concetto di superomismo ed il fascismo in genere. Non è un caso che tra le tifoserie ultras di calcio siano più numerosi i gruppi apertamente di estrema destra e fascisti, quelli che danno degli sporchi negri ai giocatori di colore della squadra avversaria e non a quelli della propria, tranne quando sbagliano il rigore.

Se, come ha fatto Volo, chiedi all’ultras qualunque cosa vuol dire comunista, non lo sa, perchè, nel condizionamento pavloviano, non è previsto che lo sappia ma solo che lo ripeta a pappagallo.
Per il popolo ultras, comunista è un appellativo senza significato se non quello di una generica negatività, ma non lo è per chi ha utilizzato la metafora e gli schemi del gioco del calcio per stravolgere la politica a proprio vantaggio e con un preciso disegno che discende dal divide et impera.
In un paese carente di ideali è stato facile impiantare l’anticomunismo (inteso come opposizione al progressismo e difesa degli interessi della Reazione) e farlo prosperare mascherandolo da gioco tra opposte tifoserie. Totò Riina, per fare un esempio, a differenza del meneghino de coccio, quando dà del comunista a chi ne combatte le azioni criminali, sa bene quel che dice.

I cori ultras servono a tracciare la linea di demarcazione tra noi e loro, a creare una mente collettiva e a dare ai figli di papi una consapevolezza di gruppo. La violenza verbale che caratterizza i berlusconidi è specchio dell’essere pappagalli ultras che ripetono slogan a cappella. L’urlare slogan serve anche ad evitare lo scontro dialettico che sarebbe perso in partenza, vista la colossale ignoranza che permea il popolo dei figli di papi, con il classico “bla-bla-bla!” ripetuto tappandosi le orecchie.

Loro non lo sanno, e non se ne rendono conto, riempiendosi la bocca di popolo della libertà ed individualismo ma sono quanto di più vicino si possa pensare all’uomo macchina agognato e perseguito dai totalitarismi del Novecento.
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