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Crosetto, quando ti spogli sei così? No? E allora taci. Shut the fuck up!

(P.S. Vabbé, ogni scusa è buona per rifarsi gli occhi nuovi a dieci decimi.)

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Una delle cose che sentivo più di frequente raccomandarmi dai miei insegnanti di pianoforte, ai tempi del Conservatorio, era di “non suonare come una signorina di buona famiglia!”, di solito seguito da qualche colorita imprecazione.
Già, avete presente, quel suonare con i freni tirati (soprattutto quelli inibitori), con i polsi belli alzati e le dita a granchio, percuotendo i tasti con frustrato risentimento da vergini inviolate o sfiorandoli senza convinzione e con paura, quasi potessero mordere ed amputarti le falangi. Date ad una di queste sedicenti pianiste un pezzo memorabile e assisterete ad uno degli atti più ignobili di profanazione che si possano immaginare.
Avevano ragione i miei insegnanti, anche se allora potevano sembrare dei maschilisti. Non c’è di peggio di una donna che suona come una signorina dell’Ottocento. E’ un po’ come il suonar da segaioli dei maschi. Altrettanto insopportabile e contrario allo spirito della musica, che è meravigliosamente sensuale e libidico.
Per fortuna e grazie ai miei insegnanti, sono diventata una pianista immune dal difetto soprannominato e, se non avessi abbandonato gli studi dopo aver vissuto il pianoforte come un’imposizione, quale è stata, forse sarei diventata anche brava.

Nonostante il rapporto conflittuale con lo strumento, ogni tanto mi salta in mente di suonare di nuovo. Con la saggezza che ti arriva assieme all’età, penso addirittura che avrei dovuto continuare a studiare. Forse parlare di rimpianto è esagerato, però non mi dispiace, oggi, saper suonare.

Per il Concerto n° 3 in re minore di Sergej Rachmaninoff ho sviluppato da tempo una discreta ossessione. Lo rispolvero in ascolto soprattutto quando sono giù, perché mi funge da catarsi.
Come tanti, me ne sono appassionata non ai tempi degli studi (improponibile anche solo pensare ad un pezzo eversivo come il Rach3 suonato nell’ambiente ingessato del Conservatorio di allora), ma una decina di anni fa, in occasione dell’uscita del film “Shine”, ispirato alla biografia del pianista David Helfgott. Una storia di dittatura patriarcale, sofferenza psichica e rinascita nella quale mi identificai molto.

E’ noto. Il Rach3 è un concerto monumentale, il brano più difficile del mondo da suonare, un’impresa per qualunque pianista, un mostro che potrebbe divorarti già durante la famosa cadenza del primo tempo.

Un titano dalle ottave gigantesche, create dalle manone dell’autore, con i mignoli lunghi come le altre dita. Lo stesso Rachmaninoff, durante la sua pur impeccabile esecuzione (e vorrei vedere), sembra avere qualche difficoltà.

In realtà il concerto è si tecnicamente difficile, ma non come si crede. Io personalmente, anche se ci ho messo su le mani solo per provare qualche passaggio e non sarei mai in grado di suonarlo per intero, trovo ben più insormontabili le Variazioni Goldberg di Bach suonate come le suona Glenn Gould.
La notazione è semplice, non vi sono virtuosismi, arpeggi o ottave megagalattiche ma, cacchio, provate a far uscire dal pianoforte le stesse sonorità del pazzo che suona con il culo rasoterra. Impossibile. Bach nelle sue mani diventa un’equazione di quarto grado. Si può solo gettare la spugna e ritirarsi per manifesta inferiorià.

Tornando al Rach3, vado spesso alla ricerca delle migliori interpretazioni di un pezzo che conosco ormai a memoria nota per nota.
E’ proprio snasando su YouTube che ho trovato l’interpretazione più memorabile e appassionata di questo concerto, quella di Martha Argerich assieme ai Berliner ed al maestro Riccardo Chailly.
Ebbene si, un concerto con i controcapperi, un pezzo sicuramente “non per signorine”, suonato al meglio proprio da una donna. Ascoltatela e capirete cosa volevano dire i miei insegnanti. Forse bastava che mi raccomandassero di suonare come Martha Argerich.

Ebbi la fortuna di ascoltare Martha dal vivo in concerto negli anni settanta, a Genova, ma non mi resi conto allora della genialità di questa pianista. E’ proprio vero che da giovani si è capaci di non rendersi conto degli angeli che ti sfiorano.
Può capitare di ricevere un’illuminazione solo alle soglie della maturità.
Bene, oggi, dopo la recente riscoperta, grazie al Rach3 e a tutta una serie di altre interpretazioni che ho scovato, tra le quali i sorprendenti “Yeux d’eau” di Maurice Ravel, “Funerailles” di Franz Liszt e la Ballata n° 1 di Chopin, posso dire che per Martha ho una vera e propria venerazione. Una donna straordinaria, oltre che un genio musicale, come dimostrano le interviste e i documentari su di lei.

Signore, se rinasco, voglio essere Martha Argerich.


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