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“Time”, la rivista che elesse uomo dell’anno del 1938 Adolf Hitler e Stalin per ben due volte, nel ’39 e nel ’42, ha deciso che FarmVille è tra le 50 peggiori invenzioni dell’umanità. Addirittura!
Che sia una classifica imbecille come poche lo dimostra il fatto che mescola cose magari fastidiose ma innocue come la mollettina della suite Office di Microsoft e le orrende ciabatte Crocs a vere e proprie piaghe d’Egitto come l’Agent Orange, il DDT, i coloranti alimentari e l’amianto.

La motivazione per l’anatema nei confronti della fattoria virtuale della Zynga – definita quest’ultima addirittura “genio del male” – è perchè distoglierebbe milioni di persone dal lavoro, obbligandole a passare ore ed ore a cliccare su raccolti ed animaletti vari senza un vero scopo se non quello di portare avanti il gioco all’infinito.
Ecco in azione la grigia e deprimente etica protestante del capitalismo. Quella secondo la quale si va in paradiso solo se ce lo siamo meritati sulla Terra e se abbiamo pensato per quarant’anni solo al lavoro.

Forse quegli scassaminchia snob di “Time” hanno capito che FarmVille, aldilà di tutti i suoi difetti, è un gioco che sviluppa la cooperazione tra gli individui, li obbliga a socializzare con i vicini e ad aiutarli nella coltivazione e nell’allevamento delle bestie. Nella fattoria di Farmville, che è quanto di più simile ad un Kolchoz esista, l’utopia collettivista si realizza finalmente senza sforzi. Non c’è mai la grandine, nessun raccolto va a remengo se non per la svogliatezza del contadino e c’è perfino la possibilità che un solerte vicino ti rianimi i raccolti ormai perduti con lo spruzzetto.
Insomma FarmVille è il gioco più subdolamente comunista che sia mai stato inventato. Soprattutto ora che ha perfino introdotto le cooperative!
E’ indubbiamente un arma di distrazione di massa ed io sospetto che possa essere perfino il più formidabile esperimento psicologico su vasta scala mai realizzato, dal modo in cui si può svelare l’organizzazione mentale di chi ci gioca.

E’ un gioco stupido che dà dipendenza. Chi lo nega? Ieri che si era impallata a causa di un aggiornamento venuto male c’erano milioni di giocatori in pura scimmia, che intasavano i forum alla ricerca della soluzione per poter accedere di nuovo alla propria amata fattoria.
Però ci sono cose più gravi a questo mondo. Diciamolo, è molto peggio uscire di casa e andare in cerca di gay da pestare a sangue, torturare e dar fuoco ad un animale, ciondolare senza arte nè parte.
E’ un gioco che dà dipendenza e che ti prende la mano. Prendi questa mano, Zynga.
Si, però fateci capire: i giochi sparatutto no perchè sono violenti. Quelli agresti e che insegnano ai bambini, solo per fare un esempio, ad amare gli animali, che sviluppa un certo senso architettonico e ti fa riavvicina alla natura no perchè distolgono dal lavoro e sono stupidi.
Parliamoci chiaro. Con la vita di merda che facciamo con qualcosa bisogna pur stordirsi. La droga no, e va bene. Le sigarette, l’alcool e il gioco d’azzardo no. Almeno lasciateci FarmVille.

Credendo di avere avuto un’idea originale, postai giorni fa una nota su Facebook dicendo che se uno si ritrovava 24×24 quadretti di fattoria coltivati tutti a Marja, era la prova che ti avevano hackerato Farmville.
Oggi ho trovato per caso questo filmatino che dimostra come quella della fattoria in stile giamaicano, con la scusa di Bob Marley, sia una fantasia piuttosto diffusa.

La mia era una battuta ma speriamo che, visto il precedente dell’orribile Mafia Wars, dove per salire di livello devi diventare un vero delinquente, qualcuno, altro che Marja, non si inventi una versione della fattoria dedicata alle sostanze stupefacenti. ‘Azz, è ora di raccogliere l’oppio e la coca, ché altrimenti mi si seccano. Invece dei vicini, una bella cinquantina di trafficanti. Invece del misero villone da sboroni, la possibilità di acquistare intere nazioni come l’Afghanistan.
Non sarebbe romantico come Farmville perchè assomiglierebbe un sacco alla Colombia. Poi magari nelle uova d’oro, invece dei teneri asinelli, potresti trovarci qualche cane antidroga.

(Questo post non suggerisce l’utilizzo di droghe. Anche perchè non è bello ridursi come la cocaina, costretta ormai a sniffare ogni giorno Morgan.)

L’accostamento di questo orrore infinito ed indimenticabile con le parole di un Giovanardi qualsiasi non suoni irriverente e sacrilego.
E’ stato quel “morto perchè era di 42 chili” che ha evocato l’immagine. Terribile, infernale, sempre incomprensibile passassero diecimila anni, assieme alle altre che ho trovato qui.
Immagini che, nonostante le abbiamo viste tante volte, ci farebbe bene guardarle più spesso. Due volte al giorno, prima e dopo i pasti.

Farebbe bene a tutti ma specialmente ai cosiddetti cristiani che piangono sugli embrioni di tre giorni e andrebbero a salvare gli spermatozoi dai fazzolettini di carta. Farebbe bene soprattutto a chi non ha cervello. Né cuore. A chi, in fondo in fondo, è capace di ragionare solo con la stronzissima logica del “se l’è cercata”.

Sono immagini che, benchè si riferiscano ad altro che a droga, anoressia o cachessia per malattia (AIDS, cancro) ma solo alla sconfinata malvagità umana, ci ricordano che la fragilità del corpo quando è sottoposto a sofferenza e morte è sempre la stessa e merita solo rispetto e pietà. Rispetto e pietà che devono essere riservati anche ai dolenti, a coloro per i quali questi non sono corpi inanimati ma i loro cari. Quando i senzacuore e senzacervello straparlano di Cristi e Madonne dovrebbero sapere cosa deve provare una madre di fronte al cadavere del figlio, sapere che mai nessuno, uomo o Dio, potrà risanare quel dolore, invece tirano fuori la lana caprina e si mettono a fare la calzetta.

I cristiani sono gente curiosa. Un Dio li ha posti di fronte all’immagine più atroce che si possa immaginare, una madre che raccoglie il corpo del figlio crocifisso, credendo di toccar loro il cuore, di farli diventare più buoni, Dio Ingenuo. Invece, se Cristo tornasse giù in questo merdaio farebbe la stessa fine, se non peggio, e in più direbbero che “se l’è cercata, perchè se fosse rimasto a casa con suo padre a lavorare, a fare il falegname, non gli sarebbe successo nulla.”
In duemila anni siamo diventati solo più cattivi e tecnologici. Oltre al flagrum gli faremmo assaggiare un po’ di corrente elettrica sui testicoli.

La droga devasta, dice Giovanardi. Grazie. Però non spezza le vertebre né fa pesti gli occhi. Chi è devastato dalla droga è soprattutto un MALATO e chi è nelle condizioni fisiche di Stefano Cucchi non dovrebbe mai andare in carcere.
Invece, grazie ad una legge che si chiama, guarda caso, Fini-Giovanardi ci troviamo a vivere nel paradosso che chi consuma o spaccia piccole quantità di stupefacenti rischia di morire in galera con un ministro che lo chiama post-mortem “zombie” e a chi magari spaccia nei corridori del potere la polvere bianca in quantità industriali non succede nulla. Davvero, avete mai sentito di un pusher d’alto bordo massacrato di botte in carcere?
Ecco, anche le parole fanno la differenza tra chi conta e chi no. Per i poveracci ci sono gli spacciatori. Per l’aristocrazia magliara e riunta, i “pusher”.

Se si parla tanto della morte di Stefano Cucchi è perchè si cerca di impedire che le tragedie inutili come quella abbiano a ripetersi. Che non abbia più a succedere che a qualcuno, siccome è uno zombie anoressico sieropositivo (secondo Giovanardi), venga negata l’assistenza di un legale. Per questo, per la ricerca della verità, è stata resa pubblica, con preghiera di diffusione sui mezzi di informazione alternativi, la cartella clinica del giovane.

La droga uccide. Certo. Peccato ci sia chi, sempre della stessa infornata politica di Giovanardi, di fronte ai test antidroga per i politici abbia perfino da ridire, faccia l’offeso ed abbia il coraggio di citare Orwell a sproposito, dicendo “io non lo faccio”.
Egregio Cicchitto, se in Italia si può morire per pochi grammi di hascisc lei, come nostro rappresentante, perdìo, il test antidroga lo fa, in fila assieme agli altri.

Indro Montanelli, con disarmante ingenuità (vista con il senno di poi), parlò una volta di vaccino. Ormai, alla terza elezione di Berlusconi a capo del governo è provato che si sbagliava. Bisogna affrontare la questione da un altro punto di vista.

La verità è che gli italiani sono drogati di Berlusconi, sono irrimediabilmente silviodipendenti. Lo hanno assaggiato per la prima volta più di dieci anni fa e se ne sono assuefatti, prendendone dosi sempre più alte. Stavolta rischiano l’overdose e non ci sarà del naloxone da iniettarsi come antidoto. Il metadone che gli avevano proposto in alternativa lo hanno gettato sdegnati nel cesso, figuriamoci le cannette che gli proponevano i partiti minori. L’italiano, lo abbiamo capito, vuole lo sballo prolungato e più la merda è pesa, meglio è.

Pareva che due anni fa gli italiani avessero avuto un bad trip e avessero deciso di disintossicarsi ma il guaio è che non hanno trovato un Muccioli che li legnasse per bene prima e dopo i pasti. Sono entrati in una comunità troppo seeria, con un pretone di campagna che gli ha lasciato in tasca le bustine. Appena il pretonzolo ha girato gli occhi dall’altra parte, sono scappati e si sono rifugiati di nuovo nell’illusione nel mondo perfetto senza tasse, ICI, bollo auto, vergogna e dignità.

Silvio, il leader psichedelico, è imbattibile perchè ti fa entrare in un mondo di beatitudine orgasmica dove perfino Calderoli e Bossi appaiono grandi come statisti. Crea una realtà deformata che non esiste ma ti fa credere di viverla, come Gianfranco Fini che crede di potergli un giorno succedere.

Silvio, il fungo magico, si è autospacciato per anni attraverso le sue televisioni, ha creato assuefazione e dovreste vedere come si rivoltano come bisce i suoi (tossico)dipendenti quando lo si tocca. Togliete tutto agli italiani ma non la loro dose di ottimismo berlusconiano basato, come le allucinazioni da LSD, sul nulla.
Silvio è difficile da battere perchè è la droga perfetta. Energetica come la coca, euforizzante come la ganja, allucinogena peggio dell’amanita muscaria, per le cose fantastiche che ti induce a credere di vedere.
Che ti riduca il cervello tipo emmenthal come l’ecstasy non è ancora provato ma abbiamo tempo per scoprirlo. Almeno cinque anni.

P.S. Lo so, questo post è allucinante.


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Indro Montanelli, con disarmante ingenuità (vista con il senno di poi), parlò una volta di vaccino. Ormai, alla terza elezione di Berlusconi a capo del governo è provato che si sbagliava. Bisogna affrontare la questione da un altro punto di vista.

La verità è che gli italiani sono drogati di Berlusconi, sono irrimediabilmente silviodipendenti. Lo hanno assaggiato per la prima volta più di dieci anni fa e se ne sono assuefatti, prendendone dosi sempre più alte. Stavolta rischiano l’overdose e non ci sarà del naloxone da iniettarsi come antidoto. Il metadone che gli avevano proposto in alternativa lo hanno gettato sdegnati nel cesso, figuriamoci le cannette che gli proponevano i partiti minori. L’italiano, lo abbiamo capito, vuole lo sballo prolungato e più la merda è pesa, meglio è.

Pareva che due anni fa gli italiani avessero avuto un bad trip e avessero deciso di disintossicarsi ma il guaio è che non hanno trovato un Muccioli che li legnasse per bene prima e dopo i pasti. Sono entrati in una comunità troppo seeria, con un pretone di campagna che gli ha lasciato in tasca le bustine. Appena il pretonzolo ha girato gli occhi dall’altra parte, sono scappati e si sono rifugiati di nuovo nell’illusione nel mondo perfetto senza tasse, ICI, bollo auto, vergogna e dignità.

Silvio, il leader psichedelico, è imbattibile perchè ti fa entrare in un mondo di beatitudine orgasmica dove perfino Calderoli e Bossi appaiono grandi come statisti. Crea una realtà deformata che non esiste ma ti fa credere di viverla, come Gianfranco Fini che crede di potergli un giorno succedere.

Silvio, il fungo magico, si è autospacciato per anni attraverso le sue televisioni, ha creato assuefazione e dovreste vedere come si rivoltano come bisce i suoi (tossico)dipendenti quando lo si tocca. Togliete tutto agli italiani ma non la loro dose di ottimismo berlusconiano basato, come le allucinazioni da LSD, sul nulla.
Silvio è difficile da battere perchè è la droga perfetta. Energetica come la coca, euforizzante come la ganja, allucinogena peggio dell’amanita muscaria, per le cose fantastiche che ti induce a credere di vedere.
Che ti riduca il cervello tipo emmenthal come l’ecstasy non è ancora provato ma abbiamo tempo per scoprirlo. Almeno cinque anni.

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Leggo sul Corriere: “Boom dipendenze a Milano. In Usa vaccino allo studio. In tre anni i pazienti in cura per disintossicarsi aumentati del 26%. In America è all’esame della Fda una sostanza che agisce sul sistema immunitario.”
Un vaccino?! Sistema immunitario?
Vado ad approfondire, cerco i nomi del Dottor Frankenstin e della gentile consorte e trovo quest’altro trafiletto, se è possibile ancora più assurdo.

Due ricercatori del Baylor College of Medicine di Houston sono al lavoro per trovare un vaccino contro la cocaina. Sono convinti che diventera’ il primo farmaco capace di arrecare davvero aiuto alle persone che vogliono smettere di farne uso.
Tom Kosten, professore di psichiatria, e sua moglie Therese, psicologa specializzata in neurologia, hanno reso noto che il vaccino da loro messo a punto (che sta attualmente superando i test clinici) quando viene assunto stimola il sistema immunitario in modo tale che il paziente non sente piu’ il bisogno di assumere coca.
Il sistema immunitario, che e’ incapace a riconoscere la cocaina o le molecole di altre sostanze stupefacenti perche’ sono troppo piccole, non puo’ produrre anticorpi per aggredirle.
Cosi’ per aiutare il sistema immunitario a riconoscere le molecole di droga, Kosten ha pensato ad una procedure affatto innovativa: attaccare cocaina ‘inattiva’ all’esterno di proteine (a loro volta inattive) di colera, che devono essere ingerite.
Queste proteine sono perfettamente ‘riconoscibili’ dal sistema immunitario, e immediatamente producono stimoli. Di fronte a questo stimolo, il sistema immunitario non solo e’ in grado di produrre anticorpi, ma arriva anche a’ vedere’ la presenza della molecola di droga, e di impedire che la molecola raggiunga il cervello, dove si generano gli effetti tipici della sostanza.
‘E’ un’idea molto brillante -ha commentato il neurologo David Eagleman-. I ricercatori hanno passato gli ultimi anni cercando di capire come riuscire a rintracciare la cocaina nel cervello e come la coca riesce a nascondersi nel sistema. Questo tipo di vaccino e’ come se aggirasse il problema’.
Kosten ha gia’ avanzato alla Federal and Drug Administration la richiesta di sottoporre il suo vaccino ai test multi-istituzionali previsti affinche’ venga riconosciuta la ‘patente’ di farmaco.

Mah, sarà che ho studiato biologia parecchi anni fa e forse non sono aggiornata ma mi pare di ricordare che le sostanze stupefacenti siano molecole e non antigeni e agiscano perchè vi sono recettori sui neuroni che si legano a queste sostanze. Esiste già da tempo immemorabile una sostanza, il naloxone, che legandosi ai recettori per la morfina è in grado di contrastarne l’effetto. E’ il farmaco che ogni tossicodipendente da morfina ed eroina dovrebbe sempre tenere in tasca perchè è in grado di salvarlo dall’overdose.
Quindi il principio è semplice e noto da tempo: per ogni sostanza agonista si trovi quella antagonista, che ne occupi i recettori.

Che cazzo c’entra con questo meccanismo il povero sistema immunitario, che è preposto ad altri compiti, come quello di riconoscere antigeni, cioè cellule (non molecole) potenzialmente dannose all’organismo, qualcuno per favore me lo spieghi.
Il meccanismo è semplice anche qui. Ogni cellula del nostro corpo è provvista, sulla sua superficie, di un marchio di riconoscimento, l’antigene di istocompatibilità (la parola antigene qui è usata in senso diverso). Ogni mia cellula ha scritto sopra Lameduck. Semplificando allo spasimo, il mio sistema immunitario, attraverso cellule specializzate, pattuglia l’organismo e se incontra una cellula sprovvista del marchio Lameduck l’attacca e altre cellule dovranno quindi produrre anticorpi che si legheranno alle cellule non-Lameduck. Il tutto sarà pappato dai macrofagi, gnam gnam.
Si parla di cellule, non di molecole: cellule neoplastiche, che nel loro dismorfismo perdono gli antigeni di istocompatibilità e vengono quindi recepite come estranee e attaccate dalle cellule k; virus, batteri.

Non riesco proprio a capire dove vogliano andare a parare i due coniugi Frankenstin. Nessun tossico si è mai disintossicato grazie al naloxone, che gli ha solo ripulito i recettori dall’eroina.
La dipendenza è un fatto anche psicologico, come ben sanno gli ex-fumatori che, pur essendo ormai disintossicati fisicamente dalla nicotina ogni tanto hanno la lampadina che si accende e dice “ora vorrei fumare”. Il sistema immunitario andrebbe potenziato nelle sue funzioni, non stimolato a fare cose che non gli competono altrimenti il prezzo da pagare sono le malattie autoimmuni, in continuo aumento, guarda caso.

Se poi c’è qualcuno che è in grado di spiegarmi che la ricerca del Dottor Frankenstin non è una stronzata ma una cosa seria, ho già pronto il mucchietto di cenere da spargermi in testa.


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Leggo sul Corriere: “Boom dipendenze a Milano. In Usa vaccino allo studio. In tre anni i pazienti in cura per disintossicarsi aumentati del 26%. In America è all’esame della Fda una sostanza che agisce sul sistema immunitario.”
Un vaccino?! Sistema immunitario?
Vado ad approfondire, cerco i nomi del Dottor Frankenstin e della gentile consorte e trovo quest’altro trafiletto, se è possibile ancora più assurdo.

Due ricercatori del Baylor College of Medicine di Houston sono al lavoro per trovare un vaccino contro la cocaina. Sono convinti che diventera’ il primo farmaco capace di arrecare davvero aiuto alle persone che vogliono smettere di farne uso.
Tom Kosten, professore di psichiatria, e sua moglie Therese, psicologa specializzata in neurologia, hanno reso noto che il vaccino da loro messo a punto (che sta attualmente superando i test clinici) quando viene assunto stimola il sistema immunitario in modo tale che il paziente non sente piu’ il bisogno di assumere coca.
Il sistema immunitario, che e’ incapace a riconoscere la cocaina o le molecole di altre sostanze stupefacenti perche’ sono troppo piccole, non puo’ produrre anticorpi per aggredirle.
Cosi’ per aiutare il sistema immunitario a riconoscere le molecole di droga, Kosten ha pensato ad una procedure affatto innovativa: attaccare cocaina ‘inattiva’ all’esterno di proteine (a loro volta inattive) di colera, che devono essere ingerite.
Queste proteine sono perfettamente ‘riconoscibili’ dal sistema immunitario, e immediatamente producono stimoli. Di fronte a questo stimolo, il sistema immunitario non solo e’ in grado di produrre anticorpi, ma arriva anche a’ vedere’ la presenza della molecola di droga, e di impedire che la molecola raggiunga il cervello, dove si generano gli effetti tipici della sostanza.
‘E’ un’idea molto brillante -ha commentato il neurologo David Eagleman-. I ricercatori hanno passato gli ultimi anni cercando di capire come riuscire a rintracciare la cocaina nel cervello e come la coca riesce a nascondersi nel sistema. Questo tipo di vaccino e’ come se aggirasse il problema’.
Kosten ha gia’ avanzato alla Federal and Drug Administration la richiesta di sottoporre il suo vaccino ai test multi-istituzionali previsti affinche’ venga riconosciuta la ‘patente’ di farmaco.

Mah, sarà che ho studiato biologia parecchi anni fa e forse non sono aggiornata ma mi pare di ricordare che le sostanze stupefacenti siano molecole e non antigeni e agiscano perchè vi sono recettori sui neuroni che si legano a queste sostanze. Esiste già da tempo immemorabile una sostanza, il naloxone, che legandosi ai recettori per la morfina è in grado di contrastarne l’effetto. E’ il farmaco che ogni tossicodipendente da morfina ed eroina dovrebbe sempre tenere in tasca perchè è in grado di salvarlo dall’overdose.
Quindi il principio è semplice e noto da tempo: per ogni sostanza agonista si trovi quella antagonista, che ne occupi i recettori.

Che cazzo c’entra con questo meccanismo il povero sistema immunitario, che è preposto ad altri compiti, come quello di riconoscere antigeni, cioè cellule (non molecole) potenzialmente dannose all’organismo, qualcuno per favore me lo spieghi.
Il meccanismo è semplice anche qui. Ogni cellula del nostro corpo è provvista, sulla sua superficie, di un marchio di riconoscimento, l’antigene di istocompatibilità (la parola antigene qui è usata in senso diverso). Ogni mia cellula ha scritto sopra Lameduck. Semplificando allo spasimo, il mio sistema immunitario, attraverso cellule specializzate, pattuglia l’organismo e se incontra una cellula sprovvista del marchio Lameduck l’attacca e altre cellule dovranno quindi produrre anticorpi che si legheranno alle cellule non-Lameduck. Il tutto sarà pappato dai macrofagi, gnam gnam.
Si parla di cellule, non di molecole: cellule neoplastiche, che nel loro dismorfismo perdono gli antigeni di istocompatibilità e vengono quindi recepite come estranee e attaccate dalle cellule k; virus, batteri.

Non riesco proprio a capire dove vogliano andare a parare i due coniugi Frankenstin. Nessun tossico si è mai disintossicato grazie al naloxone, che gli ha solo ripulito i recettori dall’eroina.
La dipendenza è un fatto anche psicologico, come ben sanno gli ex-fumatori che, pur essendo ormai disintossicati fisicamente dalla nicotina ogni tanto hanno la lampadina che si accende e dice “ora vorrei fumare”. Il sistema immunitario andrebbe potenziato nelle sue funzioni, non stimolato a fare cose che non gli competono altrimenti il prezzo da pagare sono le malattie autoimmuni, in continuo aumento, guarda caso.

Se poi c’è qualcuno che è in grado di spiegarmi che la ricerca del Dottor Frankenstin non è una stronzata ma una cosa seria, ho già pronto il mucchietto di cenere da spargermi in testa.


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Spesso mi chiedo cosa, nella mia giovinezza, mi abbia salvato dalla droga, visto che ho avuto la fortuna di passare indenne attraverso gli anni peggiori della storia della tossicodipendenza, quelli del buco di eroina e della morte per overdose. Non mi sono fatta mai nemmeno uno spinello, figuriamoci il resto. Fortuna?

Se guardo molti miei coetanei vedo storie pesantissime, ora risolte ma che hanno indubbiamente lasciato in loro più di un segno.
Se dovessi trovare un’analogia per il percorso che abbiamo fatto noi degli anni 60 mi viene in mente solo il campo minato. Bastava mettere un piede lì invece che qui e…bum! si saltava. Se io sono riuscita ad evitare le mine ogni volta è per almeno un paio di motivi. Il primo è che, per fortuna, ho sempre avuto il terrore di perdere il controllo del mio cervello, di non potermi trattenere, e questo atteggiamento nevrotico che da un lato mi ha impedito in altre circostanze di “vivere”, in questo senso mi ha salvata. L’altro, è stata… la fortuna.

Ai miei tempi (come dicono i vecchi) la droga era meno facile da trovare se non si entrava a far parte di un determinato giro. Spesso capitava che la droga arrivasse a te perchè si drogava il tuo amico, o il tuo fidanzatino. Io ho avuto la fortuna che il ragazzino che mi piaceva da matti a tredici anni e che era praticamente una canna vivente, non mi filava proprio.
A vent’anni rimasi traumatizzata a causa di un’amica che, per un fumo cattivo, si sentì male e a causa di questo passammo il peggiore pomeriggio di quell’anno. Quell’episodio formò in me l’idea che la droga fosse merda e per fortuna, ancora una volta, questa analogia mi è rimasta impressa. Anche quando vedo le immagini della cocaina sequestrata dai carabinieri e penso alle condizioni nelle quali viene preparata provo un vero senso di schifo e repulsione.

I ragazzini oggi hanno mille più occasioni di quante ne avevamo noi di drogarsi. Non è raro sentire quindicenni dire: “se in quella discoteca non di impasticchi non ti diverti”. In discoteca, appunto, le pasticche si trovano e costano pochissimo. La televisione parla sempre e solo del pericolo della cannabis ma le droghe sintetiche come l’ecstasy sono devastanti e girano perfino nelle scuole. Poi c’è la cocaina, sempre più a buon mercato, che ti fa entrare in una spirale di euforia e depressione senza fine.
Ecco, io che ho una pesante storia di depressione alle spalle, guarita grazie ad un percorso estremamente doloroso (avete presente l’addestramento del Sergente Hartmann in Full Metal Jacket?) solo all’idea di una sostanza che possa dare depressione mi terrorizzo.
Nonostante i miei problemi di gioventù, di depressione e infelicità, sono riuscita ad evitare un male peggiore che non so dove mi avrebbe condotta. Forse sono stata brava e giudiziosa, o forse non sono mai veramente stata indotta in tentazione.

In teoria, essendo stata una tabagista per quasi trent’anni (anche la nicotina è una droga) ed essendo stata consumatrice per molti anni di ansiolitici ed altri psicofarmaci rientrerei nella categoria delle dipendenze anch’io, il che fa capire quanto sia difficile non essere schiavi comunque di qualche sostanza.
Per quanto riguarda la droga vera e propria, però, mi sono salvata e, più ci penso, più mi rendo conto che forse è stato solo per un fatto di fortuna.

Questo post è il mio contributo all’iniziativa lanciata da Newkid di Linea Neuronica, per invitare i bloggers ad esprimersi sul problema droga. Qui troverete il post originale con i contributi in progress di chi ha aderito.

Spesso mi chiedo cosa, nella mia giovinezza, mi abbia salvato dalla droga, visto che ho avuto la fortuna di passare indenne attraverso gli anni peggiori della storia della tossicodipendenza, quelli del buco di eroina e della morte per overdose. Non mi sono fatta mai nemmeno uno spinello, figuriamoci il resto. Fortuna?

Se guardo molti miei coetanei vedo storie pesantissime, ora risolte ma che hanno indubbiamente lasciato in loro più di un segno.
Se dovessi trovare un’analogia per il percorso che abbiamo fatto noi degli anni 60 mi viene in mente solo il campo minato. Bastava mettere un piede lì invece che qui e…bum! si saltava. Se io sono riuscita ad evitare le mine ogni volta è per almeno un paio di motivi. Il primo è che, per fortuna, ho sempre avuto il terrore di perdere il controllo del mio cervello, di non potermi trattenere, e questo atteggiamento nevrotico che da un lato mi ha impedito in altre circostanze di “vivere”, in questo senso mi ha salvata. L’altro, è stata… la fortuna.

Ai miei tempi (come dicono i vecchi) la droga era meno facile da trovare se non si entrava a far parte di un determinato giro. Spesso capitava che la droga arrivasse a te perchè si drogava il tuo amico, o il tuo fidanzatino. Io ho avuto la fortuna che il ragazzino che mi piaceva da matti a tredici anni e che era praticamente una canna vivente, non mi filava proprio.
A vent’anni rimasi traumatizzata a causa di un’amica che, per un fumo cattivo, si sentì male e a causa di questo passammo il peggiore pomeriggio di quell’anno. Quell’episodio formò in me l’idea che la droga fosse merda e per fortuna, ancora una volta, questa analogia mi è rimasta impressa. Anche quando vedo le immagini della cocaina sequestrata dai carabinieri e penso alle condizioni nelle quali viene preparata provo un vero senso di schifo e repulsione.

I ragazzini oggi hanno mille più occasioni di quante ne avevamo noi di drogarsi. Non è raro sentire quindicenni dire: “se in quella discoteca non di impasticchi non ti diverti”. In discoteca, appunto, le pasticche si trovano e costano pochissimo. La televisione parla sempre e solo del pericolo della cannabis ma le droghe sintetiche come l’ecstasy sono devastanti e girano perfino nelle scuole. Poi c’è la cocaina, sempre più a buon mercato, che ti fa entrare in una spirale di euforia e depressione senza fine.
Ecco, io che ho una pesante storia di depressione alle spalle, guarita grazie ad un percorso estremamente doloroso (avete presente l’addestramento del Sergente Hartmann in Full Metal Jacket?) solo all’idea di una sostanza che possa dare depressione mi terrorizzo.
Nonostante i miei problemi di gioventù, di depressione e infelicità, sono riuscita ad evitare un male peggiore che non so dove mi avrebbe condotta. Forse sono stata brava e giudiziosa, o forse non sono mai veramente stata indotta in tentazione.

In teoria, essendo stata una tabagista per quasi trent’anni (anche la nicotina è una droga) ed essendo stata consumatrice per molti anni di ansiolitici ed altri psicofarmaci rientrerei nella categoria delle dipendenze anch’io, il che fa capire quanto sia difficile non essere schiavi comunque di qualche sostanza.
Per quanto riguarda la droga vera e propria, però, mi sono salvata e, più ci penso, più mi rendo conto che forse è stato solo per un fatto di fortuna.

Questo post è il mio contributo all’iniziativa lanciata da Newkid di Linea Neuronica, per invitare i bloggers ad esprimersi sul problema droga. Qui troverete il post originale con i contributi in progress di chi ha aderito.


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Il povero Lombroso, nell’aldilà, si starà grattando perplesso il barbetto. Dove sono finiti i suoi ceffi da galera, gli assassini dal cranio a capocchia di spillo e attaccatura bassa di capelli, geneticamente propensi al crimine?

Fermo restando il principio che un imputato è innocente fino a prova contraria, a guardare i volti dei protagonisti degli ultimi fatti di cronaca nera, da Garlasco a Perugia, dobbiamo concludere che le più pericolose sono proprio le cosiddette facce d’angelo. Biondini e biondine slavati, con gli occhialini da maghetto studioso, i classici ex-chierichetti anemici ma dalla forza insospettata. Quelli che le mamme catalogano subito come “bravi ragazzi”, sia i maschi che le loro controparti femmine, le santarelline, le acque chete che rovinano i ponti e i chierichetti.

A Garlasco si cincischia da mesi ormai attorno alla possibilità che Valentino, perduta la pazienza, abbia fracassato la testa di Valentina, magari per motivi inconfessabili. A Perugia si teme che un trio diabolicamente normale abbia fatto degenerare un’orgia casalinga in tragedia.

Sono cose che càpitano ma quello che colpisce è che i media sembrano parecchio in crisi nel dover spiegare come mai un così bravo ragazzo e una così brava ragazza possano essersi ritrovati in situazioni che non si addicono di solito ai santarellini. I giornalisti che raccontano questi fatti fanno venire in mente quegli insetti che, rivoltati a schiena in giù, dimenano disperatamente le zampette. Il loro imbarazzo è totale e i fatti gli sembrano impossibili perché è l’ordine delle cose borghesemente costituito che fa a farsi fottere in quei casi, anche se non dovrebbe, perché il delitto non è appannaggio solo dei criminali di carriera che ce l’hanno scritto in faccia e nel DNA.

Li capisco. E’ più facile raccontare i fatti di sangue quando abbiamo degli assassini dalla faccia lombrosiana da assassino come il rom di Tor di Quinto, ma di fronte a tipi come l’Alberto di Garlasco e i fidanzatini-peynet di Perugia, seppure con l’uomo nero come terzo incomodo e il coltello a serramanico in saccoccia, i pregiudizi vacillano.
I bravi ragazzi non fanno orge, non dovrebbero neppure trombare in teoria, eppure sembra proprio che qualche volta si esageri con sesso e droga. Anche il voler dipingere le vittime, di solito ragazze, come disperatamente perbene, caste e pure, delle mariegoretti cadute in balia di mostri assatanati, è un modo per non voler guardare in faccia la realtà.

Su Garlasco se ne sono sentite di tutti i colori, dai vibratori ad altri ammennicoli da sex shop scambiati come regali al posto dei pupazzetti. Se non ci fosse stato il delitto di mezzo sarebbe il ritratto di tante situazioni di coppia assolutamente banali.
Come gli adulti i ragazzi praticano la varietà sessuale e financo la perversione. Sono i genitori che si illudono che i loro figli siano degli asessuati. Melissa P. non è mica venuta giù da Marte, è una realtà romanzesca ma mica tanto. Le ragazze la danno e i ragazzi sono felici di prenderla.
Sono i media che fanno le meraviglie come se fossimo ancora nell’Italietta negli anni cinquanta e dei balletti rosa. Sono vecchie incrostazioni democristiane che non vengono via nemmeno con il viakal.

Un altro discorso si può fare sui delitti per i quali si suppone un ruolo determinante della droga. Più che della vacilità di trombata, io mi preoccuperei del fatto che i ragazzi si drogano con una facilità spaventosa e con una varietà di droghe a disposizione che fa paura e che in certe situazioni alcool e droga possono appunto disinibire al punto di far perdere il controllo.
Trent’anni fa bisognava ancora entrare in brutti giri per ottenere la roba, oggi basta entrare in discoteca e, per quanto riguarda l’alcool, al supermercato. Sento ragazzine di quindici anni fare discorsi come questi: “la discoteca X? Fa cagare, se non ti impasticchi non ti diverti”.
Girano le metanfetamine, gli acidi, più di cento tipi di ecstasy tutti in grado di ridurre un cervello a formaggio svizzero e soprattutto la cocaina, che ha effetti psicologici devastanti.

I telegiornali invece non vedono che spinelli, spinelli ovunque. Ti fanno vedere l’americanina visibilmente sciroccata e parlano di cannabis. Se vi fosse vero interesse ad informare sui danni della droga si direbbe, per esempio, che è la cocaina che gira a tonnellate in Italia che può dare la forza ad uno sfigato di brandire un arma contro un’altra persona, magari perché è stato ancora una volta deriso. Uno sfigato qualsiasi, uguale a mille altri, che Lombroso avrebbe classificato come persona assolutamente innocua, reso onnipotente da un po’ di polvere bianca.

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