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Chi è convinto che in Vaticano si respiri un’aria di cristiana pace e tolleranza e che tutti obbediscano al Papa a suon di “jawohl”, sarà meglio si legga le ultime cronache d’oltretevere, contrassegnate dal seguente grido d’allarme: “il Papa è solo”.
Solo nel senso di isolato, emarginato da una sorta di fronda episcopale che non ha gradito le sue ultime debolezze lefebvriane, oltre ad altre prese di posizione papali giudicate troppo reazionarie.
Pare che Ratzinger abbia contro diversi episcopati. E mica episcopati qualsiasi, ma nientemeno che quelli austriaci, tedeschi, svizzeri e francesi, con il contagio della ribellione che si allarga ogni giorno di più nei pianeti dell’Impero.

Anche dal Sud America giungono mormorii di scontento. Ricordate il vescovo di Recife che ha scomunicato i medici e la madre della bambina messa incinta di due gemelli dal patrigno pedofilo? L’episcopato brasiliano lo ha apertamente sconfessato (bontà loro) e, a causa di questa presa di posizione, è arrivata con leggero ritardo la nota vaticana di solidarietà per il dramma della piccola. Dramma offuscato però, secondo le parole dell’Osservatore Romano, dalla troppa pubblicità data dal vescovo di Recife alla scomunica strombazzata ai quattro venti. Sembra quasi che si abbia più paura dello scandalo che del fatto criminale in sè. Echi del Crimen Sollicitationis?

Per tornare alla solitudine di Ratzinger, lui, sul vescovo Williamson, si è giustificato dicendo di non essere stato capito, si è detto rammaricato che un gesto di pietà (??) fosse stato male interpretato. Sa, è obiettivamente difficile capire come non si dovrebbe aver pietà di una madre che vuol salvare la vita di una figlia o dimostrare di non comprendere le ragioni dei divorziati, e muoversi invece ad umana pietà per uno che nega la Shoah.

Secondo una delle possibili spiegazioni dell’atteggiamento ratzingeriano spericolato verso questioni così scottanti, il Papa sarebbe troppo impegnato sul piano teologico, penserebbe troppo ai suoi libri, volerebbe troppo alto e, come un monarca autocentrico, trascurerebbe le beghe politiche vaticane salvo, ogni tanto, uscirsene con una clamorosa stecca, altro che l’armonia degli organi e delle voci bianche che da secoli diffondono note di celestiale cerchiobottismo tra i muri della Casa di Pietro.
Un errore imperdonabile per un Papa pianista. Per le sue ultime uscite di condiscendenza e perdono nei confronti dei vescovi negazionisti, quelli che le camere a gas dei lager erano una specie di autoclave per disinfettare gli ebrei e “in fondo cosa sarà mai successo”, l’effetto è stato altrettanto dirompente di quello che avrebbe provocato il sentir provenire dai tasti del santo pianoforte, invece delle note di Bach, “Great Balls of Fire” con tanto di piede pestato per terra alla Jerry Lee Lewis.

Tra qualche giorno ricorrerà il ventinovesimo anniversario dell’assassinio di Monsignor Romero. Un bel gesto di riconciliazione con l’episcopato sudamericano in rivolta potrebbe essere, da parte del Papa, lo sveltimento della causa di canonizzazione del vescovo martire, che giace sepolta da anni nei meandri del Vaticano, ignorata bellamente da Papa Wojtyla.

Le ultime liaisons dangereuses papali con i lefebvriani hanno scontentato, per usare un eufemismo, e a ragione, inutile dirlo, il mondo ebraico e Israele.
Con i fratelli maggiori la relazione della Santa Sede è sempre difficile. Si ha l’impressione che spesso e volentieri, dai giri di minuetto in Vaticano e dai tè in Sinagoga si passi al braccio di ferro e alla volgarissima tradizione di ritrovarsi sulla tomba del canguro, “per veder chi l’ha… ” eccetera eccetera.

Sono due grandi religioni con grande potere entrambe e a volte si ha l’impressione che i titani lottino a mani nude dietro la facciata dei baci e degli abbracci.

Israele ha fatto la voce grossa contro il Vaticano per il pasticciaccio brutto dei lefebvriani, poi però è capitato che il Vaticano abbia protestato presso il governo israeliano a causa di un programma televisivo che avrebbe irriso a Cristo e alla Madonna e il programma sia stato stato censurato.
Sembra uno di quegli estenuanti ultimi scambi di un set di tennis, quello dove si passa dal quaranta pari al vantaggio per Pinco, deuce, vantaggio per Pallino, deuce, vantaggio di nuovo per
Pinco e via fino allo sfinimento o ad un provvidenziale “gioco, partita, incontro”.

Oggi le cronache ci rassicurano, il Papa non è solo e tutto va bene in fondo a Via della Conciliazione, ma staremo a vedere. Forse qualche altra stecca, se tendiamo bene l’orecchio verso gli appartamenti papali, la potremo sentire.


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Chi è convinto che in Vaticano si respiri un’aria di cristiana pace e tolleranza e che tutti obbediscano al Papa a suon di “jawohl”, sarà meglio si legga le ultime cronache d’oltretevere, contrassegnate dal seguente grido d’allarme: “il Papa è solo”.
Solo nel senso di isolato, emarginato da una sorta di fronda episcopale che non ha gradito le sue ultime debolezze lefebvriane, oltre ad altre prese di posizione papali giudicate troppo reazionarie.
Pare che Ratzinger abbia contro diversi episcopati. E mica episcopati qualsiasi, ma nientemeno che quelli austriaci, tedeschi, svizzeri e francesi, con il contagio della ribellione che si allarga ogni giorno di più nei pianeti dell’Impero.

Anche dal Sud America giungono mormorii di scontento. Ricordate il vescovo di Recife che ha scomunicato i medici e la madre della bambina messa incinta di due gemelli dal patrigno pedofilo? L’episcopato brasiliano lo ha apertamente sconfessato (bontà loro) e, a causa di questa presa di posizione, è arrivata con leggero ritardo la nota vaticana di solidarietà per il dramma della piccola. Dramma offuscato però, secondo le parole dell’Osservatore Romano, dalla troppa pubblicità data dal vescovo di Recife alla scomunica strombazzata ai quattro venti. Sembra quasi che si abbia più paura dello scandalo che del fatto criminale in sè. Echi del Crimen Sollicitationis?

Per tornare alla solitudine di Ratzinger, lui, sul vescovo Williamson, si è giustificato dicendo di non essere stato capito, si è detto rammaricato che un gesto di pietà (??) fosse stato male interpretato. Sa, è obiettivamente difficile capire come non si dovrebbe aver pietà di una madre che vuol salvare la vita di una figlia o dimostrare di non comprendere le ragioni dei divorziati, e muoversi invece ad umana pietà per uno che nega la Shoah.

Secondo una delle possibili spiegazioni dell’atteggiamento ratzingeriano spericolato verso questioni così scottanti, il Papa sarebbe troppo impegnato sul piano teologico, penserebbe troppo ai suoi libri, volerebbe troppo alto e, come un monarca autocentrico, trascurerebbe le beghe politiche vaticane salvo, ogni tanto, uscirsene con una clamorosa stecca, altro che l’armonia degli organi e delle voci bianche che da secoli diffondono note di celestiale cerchiobottismo tra i muri della Casa di Pietro.
Un errore imperdonabile per un Papa pianista. Per le sue ultime uscite di condiscendenza e perdono nei confronti dei vescovi negazionisti, quelli che le camere a gas dei lager erano una specie di autoclave per disinfettare gli ebrei e “in fondo cosa sarà mai successo”, l’effetto è stato altrettanto dirompente di quello che avrebbe provocato il sentir provenire dai tasti del santo pianoforte, invece delle note di Bach, “Great Balls of Fire” con tanto di piede pestato per terra alla Jerry Lee Lewis.

Tra qualche giorno ricorrerà il ventinovesimo anniversario dell’assassinio di Monsignor Romero. Un bel gesto di riconciliazione con l’episcopato sudamericano in rivolta potrebbe essere, da parte del Papa, lo sveltimento della causa di canonizzazione del vescovo martire, che giace sepolta da anni nei meandri del Vaticano, ignorata bellamente da Papa Wojtyla.

Le ultime liaisons dangereuses papali con i lefebvriani hanno scontentato, per usare un eufemismo, e a ragione, inutile dirlo, il mondo ebraico e Israele.
Con i fratelli maggiori la relazione della Santa Sede è sempre difficile. Si ha l’impressione che spesso e volentieri, dai giri di minuetto in Vaticano e dai tè in Sinagoga si passi al braccio di ferro e alla volgarissima tradizione di ritrovarsi sulla tomba del canguro, “per veder chi l’ha… ” eccetera eccetera.

Sono due grandi religioni con grande potere entrambe e a volte si ha l’impressione che i titani lottino a mani nude dietro la facciata dei baci e degli abbracci.

Israele ha fatto la voce grossa contro il Vaticano per il pasticciaccio brutto dei lefebvriani, poi però è capitato che il Vaticano abbia protestato presso il governo israeliano a causa di un programma televisivo che avrebbe irriso a Cristo e alla Madonna e il programma sia stato stato censurato.
Sembra uno di quegli estenuanti ultimi scambi di un set di tennis, quello dove si passa dal quaranta pari al vantaggio per Pinco, deuce, vantaggio per Pallino, deuce, vantaggio di nuovo per
Pinco e via fino allo sfinimento o ad un provvidenziale “gioco, partita, incontro”.

Oggi le cronache ci rassicurano, il Papa non è solo e tutto va bene in fondo a Via della Conciliazione, ma staremo a vedere. Forse qualche altra stecca, se tendiamo bene l’orecchio verso gli appartamenti papali, la potremo sentire.


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In questi giorni di acceso dibattito attorno alle questioni riguardanti Vita, Morte e Autodeterminazione, è ricorso l’ottantesimo anniversario della firma del primo trattato tra Italia e Santa Sede, i cosiddetti Patti Lateranensi dell’11 febbraio 1929.
Gli unici statisti italiani che finora nella storia si sono lanciati in un’Operazione Concordato, nel tentativo di limitare i danni dell’ingerenza religiosa nei fatti privati dello Stato ma in realtà firmando un’unconditional surrender all’ingerenza dei preti nei nostri letti ed allo scassamento aggravato e continuato dei nostri laici cabbasisi, furono Bettino Mussolini e Benito Craxi, rispettivamente nel 1929, appunto, e nel 1984.

Se a Mussolini dobbiamo l’introduzione della lezione di religione (solo cattolica, che diamine!) a scuola e l’esenzione dai dazi per la Città del Vaticano, alla revisione craxiana dobbiamo il lascito del famigerato 8xmille, la tangente pagata al Vaticano sui 740 e gli Unici da tutti i contribuenti italiani. Compresi quelli che, credendo di devolvere l’obolo allo Stato e quindi ad un’istituzione laica, non sanno che alla Chiesa Cattolica il loro 8xmille arriva lo stesso per vie traverse, un po’ come le recenti soccia card, lesinate ai poveri vecchietti ma elargite con munificenza a preti, frati e monache.

Mi sento di prevedere tranquillamente che, dopo Benito e Bettino, anche Berluschino vorrà passare alla storia come colui che firmò il Concordato v3.0. magari tra vent’anni per il centenario dei Patti, chissà, tanto lui è eterno. O no?
E’ per questo che sta studiando tanto e si esercita quotidianamente nella parte del devoto padre di famiglia tanto timorato di Dio, nonostante pregressi concubinaggi, adulteri, concorsi in aborto oltre termine, adesioni alla Massoneria ed altre bazzecole che ai comuni mortali un tempo avrebbero comportato, come minimo, l’accensione del rogo con mappate di diavolina. Oggi, per fortuna, solo la cacciata dai sacramenti e dalle chiese.
E’ per diventare lo statista più sottomesso della Storia nei confronti del clero che, tanto per cominciare, ci condannerà alla vita eterna con sondino nasogastrico?

Mi sono chiesta in questi giorni perchè, nonostante il Concordato, che dovrebbe in teoria stabilire la separazione netta tra Chiesa e Stato, in Italia non muove foglia che Papa non voglia.
Mentre dagli schermi televisivi di un’unica teleMaria colavano lacrime di sangue sulla vicenda di Eluana, mi domandavo se nel nostro paese vi fossero veramente tanti bigotti e baciapile come l’informazione vorrebbe far credere.
Io vivo in una regione notoriamente “ad magnaprit” (di mangiapreti) anche se in una città tradizionalmente “bianca”, ma non mi pare di vedere tutto questo fervore religioso in giro.
I preti scarseggiano e i sacrestani non galleggiano. Il grande seminario cittadino è stato riconvertito in miniappartamenti in affitto. I parroci svivacchiano azzuffandosi per accaparrare le offerte raccolte durante matrimoni e funerali; se li chiami per una benedizione ad una salma ti rispondono che non possono e poi tanto la tipa è già morta e non le serve. Alcune parrocchie di campagna vengono smantellate per mancanza di materia prima sacerdotale e via discorrendo.
Sulle grandi questioni morali vige il detto: la Chiesa dice A ma i cattolici fanno B. Nel senso che ci si risposa e si usa la pillola, ad esempio. Trend comune a tutt’Italia, mi dicono.
E allora? Perchè far passare l’Italia per una dependance del Vaticano popolata di vaticotalebani al cui confronto monsignor Lefebvre è un’ateo miscredente?

Un’altra domanda che mi faccio: ma cosa pensano di quest’ingerenza cattolica fin dentro le mutande i cittadini italiani diversamente credenti? Mi riferisco ad ebrei, islamici, buddisti, scintoisti, induisti e affini.
Come mai non sento rivendicare da essi il diritto di questi individui a non dover necessariamente condividere la morale cattolica?
Non sarà perchè, come ci ricordano i documentaristi di Religulous, tutte e tre le religioni monoteiste tendono al bigottismo ed al fondamentalismo e ciò è conforme con la necessità, tutta materialista, di tenere la gente, per dirla volgarmente, “cagata” e buona buona?


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In questi giorni di acceso dibattito attorno alle questioni riguardanti Vita, Morte e Autodeterminazione, è ricorso l’ottantesimo anniversario della firma del primo trattato tra Italia e Santa Sede, i cosiddetti Patti Lateranensi dell’11 febbraio 1929.
Gli unici statisti italiani che finora nella storia si sono lanciati in un’Operazione Concordato, nel tentativo di limitare i danni dell’ingerenza religiosa nei fatti privati dello Stato ma in realtà firmando un’unconditional surrender all’ingerenza dei preti nei nostri letti ed allo scassamento aggravato e continuato dei nostri laici cabbasisi, furono Bettino Mussolini e Benito Craxi, rispettivamente nel 1929, appunto, e nel 1984.

Se a Mussolini dobbiamo l’introduzione della lezione di religione (solo cattolica, che diamine!) a scuola e l’esenzione dai dazi per la Città del Vaticano, alla revisione craxiana dobbiamo il lascito del famigerato 8xmille, la tangente pagata al Vaticano sui 740 e gli Unici da tutti i contribuenti italiani. Compresi quelli che, credendo di devolvere l’obolo allo Stato e quindi ad un’istituzione laica, non sanno che alla Chiesa Cattolica il loro 8xmille arriva lo stesso per vie traverse, un po’ come le recenti soccia card, lesinate ai poveri vecchietti ma elargite con munificenza a preti, frati e monache.

Mi sento di prevedere tranquillamente che, dopo Benito e Bettino, anche Berluschino vorrà passare alla storia come colui che firmò il Concordato v3.0. magari tra vent’anni per il centenario dei Patti, chissà, tanto lui è eterno. O no?
E’ per questo che sta studiando tanto e si esercita quotidianamente nella parte del devoto padre di famiglia tanto timorato di Dio, nonostante pregressi concubinaggi, adulteri, concorsi in aborto oltre termine, adesioni alla Massoneria ed altre bazzecole che ai comuni mortali un tempo avrebbero comportato, come minimo, l’accensione del rogo con mappate di diavolina. Oggi, per fortuna, solo la cacciata dai sacramenti e dalle chiese.
E’ per diventare lo statista più sottomesso della Storia nei confronti del clero che, tanto per cominciare, ci condannerà alla vita eterna con sondino nasogastrico?

Mi sono chiesta in questi giorni perchè, nonostante il Concordato, che dovrebbe in teoria stabilire la separazione netta tra Chiesa e Stato, in Italia non muove foglia che Papa non voglia.
Mentre dagli schermi televisivi di un’unica teleMaria colavano lacrime di sangue sulla vicenda di Eluana, mi domandavo se nel nostro paese vi fossero veramente tanti bigotti e baciapile come l’informazione vorrebbe far credere.
Io vivo in una regione notoriamente “ad magnaprit” (di mangiapreti) anche se in una città tradizionalmente “bianca”, ma non mi pare di vedere tutto questo fervore religioso in giro.
I preti scarseggiano e i sacrestani non galleggiano. Il grande seminario cittadino è stato riconvertito in miniappartamenti in affitto. I parroci svivacchiano azzuffandosi per accaparrare le offerte raccolte durante matrimoni e funerali; se li chiami per una benedizione ad una salma ti rispondono che non possono e poi tanto la tipa è già morta e non le serve. Alcune parrocchie di campagna vengono smantellate per mancanza di materia prima sacerdotale e via discorrendo.
Sulle grandi questioni morali vige il detto: la Chiesa dice A ma i cattolici fanno B. Nel senso che ci si risposa e si usa la pillola, ad esempio. Trend comune a tutt’Italia, mi dicono.
E allora? Perchè far passare l’Italia per una dependance del Vaticano popolata di vaticotalebani al cui confronto monsignor Lefebvre è un’ateo miscredente?

Un’altra domanda che mi faccio: ma cosa pensano di quest’ingerenza cattolica fin dentro le mutande i cittadini italiani diversamente credenti? Mi riferisco ad ebrei, islamici, buddisti, scintoisti, induisti e affini.
Come mai non sento rivendicare da essi il diritto di questi individui a non dover necessariamente condividere la morale cattolica?
Non sarà perchè, come ci ricordano i documentaristi di Religulous, tutte e tre le religioni monoteiste tendono al bigottismo ed al fondamentalismo e ciò è conforme con la necessità, tutta materialista, di tenere la gente, per dirla volgarmente, “cagata” e buona buona?


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Gli unici statisti italiani che finora nella storia si sono lanciati in un’Operazione Concordato, nel tentativo di limitare i danni dell’ingerenza religiosa nei fatti privati dello Stato ma in realtà firmando un’unconditional surrender all’ingerenza dei preti nei nostri letti ed allo scassamento aggravato e continuato dei nostri laici cabbasisi, furono Bettino Mussolini e Benito Craxi, rispettivamente nel 1929, appunto, e nel 1984.

Se a Mussolini dobbiamo l’introduzione della lezione di religione (solo cattolica, che diamine!) a scuola e l’esenzione dai dazi per la Città del Vaticano, alla revisione craxiana dobbiamo il lascito del famigerato 8xmille, la tangente pagata al Vaticano sui 740 e gli Unici da tutti i contribuenti italiani. Compresi quelli che, credendo di devolvere l’obolo allo Stato e quindi ad un’istituzione laica, non sanno che alla Chiesa Cattolica il loro 8xmille arriva lo stesso per vie traverse, un po’ come le recenti soccia card, lesinate ai poveri vecchietti ma elargite con munificenza a preti, frati e monache.

Mi sento di prevedere tranquillamente che, dopo Benito e Bettino, anche Berluschino vorrà passare alla storia come colui che firmò il Concordato v3.0. magari tra vent’anni per il centenario dei Patti, chissà, tanto lui è eterno. O no?
E’ per questo che sta studiando tanto e si esercita quotidianamente nella parte del devoto padre di famiglia tanto timorato di Dio, nonostante pregressi concubinaggi, adulteri, concorsi in aborto oltre termine, adesioni alla Massoneria ed altre bazzecole che ai comuni mortali un tempo avrebbero comportato, come minimo, l’accensione del rogo con mappate di diavolina. Oggi, per fortuna, solo la cacciata dai sacramenti e dalle chiese.
E’ per diventare lo statista più sottomesso della Storia nei confronti del clero che, tanto per cominciare, ci condannerà alla vita eterna con sondino nasogastrico?

Mi sono chiesta in questi giorni perchè, nonostante il Concordato, che dovrebbe in teoria stabilire la separazione netta tra Chiesa e Stato, in Italia non muove foglia che Papa non voglia.
Mentre dagli schermi televisivi di un’unica teleMaria colavano lacrime di sangue sulla vicenda di Eluana, mi domandavo se nel nostro paese vi fossero veramente tanti bigotti e baciapile come l’informazione vorrebbe far credere.
Io vivo in una regione notoriamente “ad magnaprit” (di mangiapreti) anche se in una città tradizionalmente “bianca”, ma non mi pare di vedere tutto questo fervore religioso in giro.
I preti scarseggiano e i sacrestani non galleggiano. Il grande seminario cittadino è stato riconvertito in miniappartamenti in affitto. I parroci svivacchiano azzuffandosi per accaparrare le offerte raccolte durante matrimoni e funerali; se li chiami per una benedizione ad una salma ti rispondono che non possono e poi tanto la tipa è già morta e non le serve. Alcune parrocchie di campagna vengono smantellate per mancanza di materia prima sacerdotale e via discorrendo.
Sulle grandi questioni morali vige il detto: la Chiesa dice A ma i cattolici fanno B. Nel senso che ci si risposa e si usa la pillola, ad esempio. Trend comune a tutt’Italia, mi dicono.
E allora? Perchè far passare l’Italia per una dependance del Vaticano popolata di vaticotalebani al cui confronto monsignor Lefebvre è un’ateo miscredente?

Un’altra domanda che mi faccio: ma cosa pensano di quest’ingerenza cattolica fin dentro le mutande i cittadini italiani diversamente credenti? Mi riferisco ad ebrei, islamici, buddisti, scintoisti, induisti e affini.
Come mai non sento rivendicare da essi il diritto di questi individui a non dover necessariamente condividere la morale cattolica?
Non sarà perchè, come ci ricordano i documentaristi di Religulous, tutte e tre le religioni monoteiste tendono al bigottismo ed al fondamentalismo e ciò è conforme con la necessità, tutta materialista, di tenere la gente, per dirla volgarmente, “cagata” e buona buona?


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Santoro servo di Hamas”, “Santoro ti manca solo di bruciare la bandiera di Israele”, “Santoro la tua pace è unilaterale e senza Israele”, “Santoro sta all’Anno Zero, noi al 5769” e “Santoro è un razzo contro l’informazione”. [17 gennaio 2009]

Forse la chiusa del post precedente era troppo ottimista. E’ vero che non bisogna confondere i governanti con i governati, soprattutto quando questi scatenano guerre sanguinose, però non dobbiamo nemmeno nasconderci il fatto che quel tipo di governanti sono bravissimi a toccare le zone erogene giuste del popolo, pancia ed organi molli annessi, dove risiede il peggio in termini di violenza, risentimento, razzismo, paura e paranoia.
Quel popolo abilmente titillato, arriva ad assomigliare molto ai suoi governanti e, con il consenso che riserva loro alle elezioni, probabilmente se li merita anche. Del resto per la politica è immensamente più facile fare un popolaccio che un popolo.

Nel caso specifico, con tutta la sfiducia che si può avere nei “sondagi”, pare che il 94% degli israeliani intervistati sia favorevole alla tonnara di Gaza.
Rimane, sempre se vogliamo credere ai Piepoli del luogo, un misero 6% che, suppongo, comprende anche i “non so, non risponde”. Una percentuale simile di consenso fa pensare ad un enorme bias di desiderabilità sociale che, detto in termini bovini, consiste nel rispondere ciò che l’intervistatore percepiamo si aspetti da noi.
Sarò ancora un volta ottimista: sono convinta che quelli che sono per la pace in Israele siano molti di più ma capisco che dirlo significa essere antisionisti, odiatori di se stessi, infami, traditori e antisemiti. Una condizione che penso difficilmente si verifichi negli altri paesi.

Detto questo, e ricordando che anche da noi ci sono le vecchie carampane impellicciate che delirano di bombe atomiche da sganciare perchè “siamo troppi”, riferendosi probabilmente e soprattutto ai propri vicini di casa, vorrei ritornare sul post di ieri con una cronaca a margine che ho letto su un giornale online israeliano.

Ynet news.com fa la cronaca della conferenza stampa tenuta dal medico palestinese di cui si parlava ieri, quello della drammatica telefonata alla tv israeliana. Nell’incontro con i giornalisti, Abul Aish ha chiesto spiegazioni di quanto accaduto, in maniera molto civile, usando uno strumento democratico, l’informazione.
Ad un certo punto è stato interrotto da una donna israeliana, Levana Stern, madre di tre soldati impegnati a Gaza: “Siete impazzitii? Questa è propaganda. Sta parlando contro Israele all’ospedale Sheba. Dovreste vergognarvi. I miei tre figli stanno servendo a Gaza come paracadutisti. Chissà cosa teneva in casa? Che c’entra il fatto che sia un medico? I soldati sapevano ciò che facevano, avevi delle armi in casa, dovresti vergognarti. Ho tre figli soldati, perchè gli sparano? Dovreste tutti vergognarvi”.

La risposta del medico è stata questa: “Mi rivolgo a tutti voi, al mondo intero, affinchè sappiate che le mie figlie sono state il prezzo più grande da pagare per la pace e non voglio che nessun’altro provi ciò che io ho sofferto. Voglio che siano il prezzo terribile che abbiamo dovuto pagare per il cessate il fuoco. Il governo israeliano deve dire la verità. Le mie figlie devono essere vittime per la pace, io sono armato solo di pace”. Riguardo alle parole della donna, Abul ha detto: “Non vogliono vedere dall’altra parte, ne vedono solo una. Non vogliono vedere gli altri.”

Dal canto suo, la signora Stern ha detto ai giornalisti: “Mi fa pena, il mio cuore è addolorato per ciò che è accaduto ai suoi figli e so cosa significa quando i figli muoiono e una famiglia è distrutta.
Però non capisco perchè il popolo di Israele gli dà un microfono per parlare all’ospedale mentre i nostri soldati giacciono qui feriti. Che racconti pure la storia ma una volta e basta.”

Ieri sera mi sono fermata in libreria ed ho acquistato “Sconfiggere Hitler” di Avraham Burg, un libro che ha provocato un enorme dibattito in Avraham BurgImage via WikipediaIsraele e che è stato recensito in maniera velenosa da Benny Morris su “il Sole 24 ore”. Mi ha colpito il titolo di un capitolo: “Le Shoah degli altri”.
In sintesi Burg dice che dalla Shoah bisognava imparare una lezione molto più alta del “mai più”, quella cioè del “mai più a nessun popolo del mondo”.
E’ la solita vecchia questione. Il giorno della memoria si ricorda la Shoah e non il Porraimos della gente rom e sinti o l’olocausto omosessuale o quello dei disabili, pur dovuti alla stessa mano nazista, perchè in qualche modo bisogna mantenere il primato della sofferenza ebraica su quella degli altri. Per poter essere giustificati a difendersi comunque, anche in modo eccessivo ed irrazionale. Per poter essere esentati dal dovere di empatia ed immedesimazione nei confronti del nemico, e poterlo considerare liberamente disumano, un untermensch.
Burg definisce la Shoah una malattia ed è una definizione che condivido. Un trauma, se rimane irrisolto, porta solo alla volontà di distruzione, degli altri e di sé stessi.

Burg propone ed invoca un neoumanesimo ebraico, un modo nuovo di vedere la propria identità nazionale, che si allontani dal disumanesimo sionista e che dalla Shoah tragga l’insegnamento che nessun popolo deve dubire ciò che ha subito il popolo ebraico. Sembrano cose ovvie ma in un paese che si attacca disperatamente ad un totem negativo, che si fa rappresentare da una ideologia fallimentare e morente ma che non vuol morire, il cui emblema è l’Ariel Sharon attaccato alle macchine per respirare, dirle diventa un atto di coraggio.
Israele dà sempre la colpa agli altri così può attuare la sua strategia di proiezione delle responsabilità. La pace sarà possibile solo quando Israele farà delle concessioni, che dovranno essere per forza unilaterali. La prima di tutte sarà il dover per forza considerarsi uguali agli altri.

La chiave di qualsiasi Pace è nella solidarietà e nell’empatia. Ho l’impressione che un Burg e un Aish potrebbero parlarsi, comprendersi ed arrivare in breve tempo alla pace.

La signora Stern non dice quelle cose perchè è cattiva, o perchè è parente della sciuretta impellicciata che butterebbe le atomiche per farsi largo, è solo stata abituata a considerarsi superiore agli altri, è parte integrante di una ideologia che è incapace di immedesimarsi nella sofferenza degli altri ma solo nella propria e arriva a considerare la morte di un cane colpito da un missile Qassam in Israele, più commovente di quella di 1300 palestinesi.

P.S. Una curiosità, visto che, per certe cose sono una donna all’antica: che ci fanno le teste rasate in bomber al Portico d’Ottavia?


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Santoro servo di Hamas”, “Santoro ti manca solo di bruciare la bandiera di Israele”, “Santoro la tua pace è unilaterale e senza Israele”, “Santoro sta all’Anno Zero, noi al 5769” e “Santoro è un razzo contro l’informazione”. [17 gennaio 2009]

Forse la chiusa del post precedente era troppo ottimista. E’ vero che non bisogna confondere i governanti con i governati, soprattutto quando questi scatenano guerre sanguinose, però non dobbiamo nemmeno nasconderci il fatto che quel tipo di governanti sono bravissimi a toccare le zone erogene giuste del popolo, pancia ed organi molli annessi, dove risiede il peggio in termini di violenza, risentimento, razzismo, paura e paranoia.
Quel popolo abilmente titillato, arriva ad assomigliare molto ai suoi governanti e, con il consenso che riserva loro alle elezioni, probabilmente se li merita anche. Del resto per la politica è immensamente più facile fare un popolaccio che un popolo.

Nel caso specifico, con tutta la sfiducia che si può avere nei “sondagi”, pare che il 94% degli israeliani intervistati sia favorevole alla tonnara di Gaza.
Rimane, sempre se vogliamo credere ai Piepoli del luogo, un misero 6% che, suppongo, comprende anche i “non so, non risponde”. Una percentuale simile di consenso fa pensare ad un enorme bias di desiderabilità sociale che, detto in termini bovini, consiste nel rispondere ciò che l’intervistatore percepiamo si aspetti da noi.
Sarò ancora un volta ottimista: sono convinta che quelli che sono per la pace in Israele siano molti di più ma capisco che dirlo significa essere antisionisti, odiatori di se stessi, infami, traditori e antisemiti. Una condizione che penso difficilmente si verifichi negli altri paesi.

Detto questo, e ricordando che anche da noi ci sono le vecchie carampane impellicciate che delirano di bombe atomiche da sganciare perchè “siamo troppi”, riferendosi probabilmente e soprattutto ai propri vicini di casa, vorrei ritornare sul post di ieri con una cronaca a margine che ho letto su un giornale online israeliano.

Ynet news.com fa la cronaca della conferenza stampa tenuta dal medico palestinese di cui si parlava ieri, quello della drammatica telefonata alla tv israeliana. Nell’incontro con i giornalisti, Abul Aish ha chiesto spiegazioni di quanto accaduto, in maniera molto civile, usando uno strumento democratico, l’informazione.
Ad un certo punto è stato interrotto da una donna israeliana, Levana Stern, madre di tre soldati impegnati a Gaza: “Siete impazzitii? Questa è propaganda. Sta parlando contro Israele all’ospedale Sheba. Dovreste vergognarvi. I miei tre figli stanno servendo a Gaza come paracadutisti. Chissà cosa teneva in casa? Che c’entra il fatto che sia un medico? I soldati sapevano ciò che facevano, avevi delle armi in casa, dovresti vergognarti. Ho tre figli soldati, perchè gli sparano? Dovreste tutti vergognarvi”.

La risposta del medico è stata questa: “Mi rivolgo a tutti voi, al mondo intero, affinchè sappiate che le mie figlie sono state il prezzo più grande da pagare per la pace e non voglio che nessun’altro provi ciò che io ho sofferto. Voglio che siano il prezzo terribile che abbiamo dovuto pagare per il cessate il fuoco. Il governo israeliano deve dire la verità. Le mie figlie devono essere vittime per la pace, io sono armato solo di pace”. Riguardo alle parole della donna, Abul ha detto: “Non vogliono vedere dall’altra parte, ne vedono solo una. Non vogliono vedere gli altri.”

Dal canto suo, la signora Stern ha detto ai giornalisti: “Mi fa pena, il mio cuore è addolorato per ciò che è accaduto ai suoi figli e so cosa significa quando i figli muoiono e una famiglia è distrutta.
Però non capisco perchè il popolo di Israele gli dà un microfono per parlare all’ospedale mentre i nostri soldati giacciono qui feriti. Che racconti pure la storia ma una volta e basta.”

Ieri sera mi sono fermata in libreria ed ho acquistato “Sconfiggere Hitler” di Avraham Burg, un libro che ha provocato un enorme dibattito in Avraham BurgImage via WikipediaIsraele e che è stato recensito in maniera velenosa da Benny Morris su “il Sole 24 ore”. Mi ha colpito il titolo di un capitolo: “Le Shoah degli altri”.
In sintesi Burg dice che dalla Shoah bisognava imparare una lezione molto più alta del “mai più”, quella cioè del “mai più a nessun popolo del mondo”.
E’ la solita vecchia questione. Il giorno della memoria si ricorda la Shoah e non il Porraimos della gente rom e sinti o l’olocausto omosessuale o quello dei disabili, pur dovuti alla stessa mano nazista, perchè in qualche modo bisogna mantenere il primato della sofferenza ebraica su quella degli altri. Per poter essere giustificati a difendersi comunque, anche in modo eccessivo ed irrazionale. Per poter essere esentati dal dovere di empatia ed immedesimazione nei confronti del nemico, e poterlo considerare liberamente disumano, un untermensch.
Burg definisce la Shoah una malattia ed è una definizione che condivido. Un trauma, se rimane irrisolto, porta solo alla volontà di distruzione, degli altri e di sé stessi.

Burg propone ed invoca un neoumanesimo ebraico, un modo nuovo di vedere la propria identità nazionale, che si allontani dal disumanesimo sionista e che dalla Shoah tragga l’insegnamento che nessun popolo deve dubire ciò che ha subito il popolo ebraico. Sembrano cose ovvie ma in un paese che si attacca disperatamente ad un totem negativo, che si fa rappresentare da una ideologia fallimentare e morente ma che non vuol morire, il cui emblema è l’Ariel Sharon attaccato alle macchine per respirare, dirle diventa un atto di coraggio.
Israele dà sempre la colpa agli altri così può attuare la sua strategia di proiezione delle responsabilità. La pace sarà possibile solo quando Israele farà delle concessioni, che dovranno essere per forza unilaterali. La prima di tutte sarà il dover per forza considerarsi uguali agli altri.

La chiave di qualsiasi Pace è nella solidarietà e nell’empatia. Ho l’impressione che un Burg e un Aish potrebbero parlarsi, comprendersi ed arrivare in breve tempo alla pace.

La signora Stern non dice quelle cose perchè è cattiva, o perchè è parente della sciuretta impellicciata che butterebbe le atomiche per farsi largo, è solo stata abituata a considerarsi superiore agli altri, è parte integrante di una ideologia che è incapace di immedesimarsi nella sofferenza degli altri ma solo nella propria e arriva a considerare la morte di un cane colpito da un missile Qassam in Israele, più commovente di quella di 1300 palestinesi.

P.S. Una curiosità, visto che, per certe cose sono una donna all’antica: che ci fanno le teste rasate in bomber al Portico d’Ottavia?


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Santoro servo di Hamas”, “Santoro ti manca solo di bruciare la bandiera di Israele”, “Santoro la tua pace è unilaterale e senza Israele”, “Santoro sta all’Anno Zero, noi al 5769” e “Santoro è un razzo contro l’informazione”. [17 gennaio 2009]

Forse la chiusa del post precedente era troppo ottimista. E’ vero che non bisogna confondere i governanti con i governati, soprattutto quando questi scatenano guerre sanguinose, però non dobbiamo nemmeno nasconderci il fatto che quel tipo di governanti sono bravissimi a toccare le zone erogene giuste del popolo, pancia ed organi molli annessi, dove risiede il peggio in termini di violenza, risentimento, razzismo, paura e paranoia.
Quel popolo abilmente titillato, arriva ad assomigliare molto ai suoi governanti e, con il consenso che riserva loro alle elezioni, probabilmente se li merita anche. Del resto per la politica è immensamente più facile fare un popolaccio che un popolo.

Nel caso specifico, con tutta la sfiducia che si può avere nei “sondagi”, pare che il 94% degli israeliani intervistati sia favorevole alla tonnara di Gaza.
Rimane, sempre se vogliamo credere ai Piepoli del luogo, un misero 6% che, suppongo, comprende anche i “non so, non risponde”. Una percentuale simile di consenso fa pensare ad un enorme bias di desiderabilità sociale che, detto in termini bovini, consiste nel rispondere ciò che l’intervistatore percepiamo si aspetti da noi.
Sarò ancora un volta ottimista: sono convinta che quelli che sono per la pace in Israele siano molti di più ma capisco che dirlo significa essere antisionisti, odiatori di se stessi, infami, traditori e antisemiti. Una condizione che penso difficilmente si verifichi negli altri paesi.

Detto questo, e ricordando che anche da noi ci sono le vecchie carampane impellicciate che delirano di bombe atomiche da sganciare perchè “siamo troppi”, riferendosi probabilmente e soprattutto ai propri vicini di casa, vorrei ritornare sul post di ieri con una cronaca a margine che ho letto su un giornale online israeliano.

Ynet news.com fa la cronaca della conferenza stampa tenuta dal medico palestinese di cui si parlava ieri, quello della drammatica telefonata alla tv israeliana. Nell’incontro con i giornalisti, Abul Aish ha chiesto spiegazioni di quanto accaduto, in maniera molto civile, usando uno strumento democratico, l’informazione.
Ad un certo punto è stato interrotto da una donna israeliana, Levana Stern, madre di tre soldati impegnati a Gaza: “Siete impazzitii? Questa è propaganda. Sta parlando contro Israele all’ospedale Sheba. Dovreste vergognarvi. I miei tre figli stanno servendo a Gaza come paracadutisti. Chissà cosa teneva in casa? Che c’entra il fatto che sia un medico? I soldati sapevano ciò che facevano, avevi delle armi in casa, dovresti vergognarti. Ho tre figli soldati, perchè gli sparano? Dovreste tutti vergognarvi”.

La risposta del medico è stata questa: “Mi rivolgo a tutti voi, al mondo intero, affinchè sappiate che le mie figlie sono state il prezzo più grande da pagare per la pace e non voglio che nessun’altro provi ciò che io ho sofferto. Voglio che siano il prezzo terribile che abbiamo dovuto pagare per il cessate il fuoco. Il governo israeliano deve dire la verità. Le mie figlie devono essere vittime per la pace, io sono armato solo di pace”. Riguardo alle parole della donna, Abul ha detto: “Non vogliono vedere dall’altra parte, ne vedono solo una. Non vogliono vedere gli altri.”

Dal canto suo, la signora Stern ha detto ai giornalisti: “Mi fa pena, il mio cuore è addolorato per ciò che è accaduto ai suoi figli e so cosa significa quando i figli muoiono e una famiglia è distrutta.
Però non capisco perchè il popolo di Israele gli dà un microfono per parlare all’ospedale mentre i nostri soldati giacciono qui feriti. Che racconti pure la storia ma una volta e basta.”

Ieri sera mi sono fermata in libreria ed ho acquistato “Sconfiggere Hitler” di Avraham Burg, un libro che ha provocato un enorme dibattito in Avraham BurgImage via WikipediaIsraele e che è stato recensito in maniera velenosa da Benny Morris su “il Sole 24 ore”. Mi ha colpito il titolo di un capitolo: “Le Shoah degli altri”.
In sintesi Burg dice che dalla Shoah bisognava imparare una lezione molto più alta del “mai più”, quella cioè del “mai più a nessun popolo del mondo”.
E’ la solita vecchia questione. Il giorno della memoria si ricorda la Shoah e non il Porraimos della gente rom e sinti o l’olocausto omosessuale o quello dei disabili, pur dovuti alla stessa mano nazista, perchè in qualche modo bisogna mantenere il primato della sofferenza ebraica su quella degli altri. Per poter essere giustificati a difendersi comunque, anche in modo eccessivo ed irrazionale. Per poter essere esentati dal dovere di empatia ed immedesimazione nei confronti del nemico, e poterlo considerare liberamente disumano, un untermensch.
Burg definisce la Shoah una malattia ed è una definizione che condivido. Un trauma, se rimane irrisolto, porta solo alla volontà di distruzione, degli altri e di sé stessi.

Burg propone ed invoca un neoumanesimo ebraico, un modo nuovo di vedere la propria identità nazionale, che si allontani dal disumanesimo sionista e che dalla Shoah tragga l’insegnamento che nessun popolo deve dubire ciò che ha subito il popolo ebraico. Sembrano cose ovvie ma in un paese che si attacca disperatamente ad un totem negativo, che si fa rappresentare da una ideologia fallimentare e morente ma che non vuol morire, il cui emblema è l’Ariel Sharon attaccato alle macchine per respirare, dirle diventa un atto di coraggio.
Israele dà sempre la colpa agli altri così può attuare la sua strategia di proiezione delle responsabilità. La pace sarà possibile solo quando Israele farà delle concessioni, che dovranno essere per forza unilaterali. La prima di tutte sarà il dover per forza considerarsi uguali agli altri.

La chiave di qualsiasi Pace è nella solidarietà e nell’empatia. Ho l’impressione che un Burg e un Aish potrebbero parlarsi, comprendersi ed arrivare in breve tempo alla pace.

La signora Stern non dice quelle cose perchè è cattiva, o perchè è parente della sciuretta impellicciata che butterebbe le atomiche per farsi largo, è solo stata abituata a considerarsi superiore agli altri, è parte integrante di una ideologia che è incapace di immedesimarsi nella sofferenza degli altri ma solo nella propria e arriva a considerare la morte di un cane colpito da un missile Qassam in Israele, più commovente di quella di 1300 palestinesi.

P.S. Una curiosità, visto che, per certe cose sono una donna all’antica: che ci fanno le teste rasate in bomber al Portico d’Ottavia?


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E’ per caso scoppiata la pace in Palestina e hanno dimenticato di avvertirci? No, perchè, da quanto tempo non sentiamo più parlare del conflitto arabo-israeliano nei titoli del telegiornale?
Eppure a nessuno risulta che palestinesi ed israeliani si siano seduti attorno ad un tavolo ed abbiano finalmente firmato la tanto agognata pace. A quanto ci risulta non è stato creato alcuno stato palestinese che possa convivere accanto a quello israeliano come richiesto da innumerevoli risoluzioni delle Nazioni Unite. Temo perfino che continuino la violenza e le morti.
E allora? Accanto al muro che separa i due popoli, è stato forse innalzato un muro di omertà che travalica i confini del medioriente e si insinua nelle nostre menti, facendoci solo preoccupare del fatto che scarpette rosse non può andare in Israele se insiste a voler far santo Piododici il pavido (che è pure un andare a cercarsela, se vogliamo essere sinceri?)

Me lo domando, visto che i telegiornali preferiscono informarci sul fatto che lo spazio puzza di McDonalds, motivo in più per non desiderare di andarci, e che le V.I.P. (very important puttans) come la signora Beckham ed altre cortigiane extralusso si spalmano la cacca di usignolo e la pomata contro le emorroidi in faccia per non invecchiare. (Oh Signore, falle campare fino a centododici anni affinchè anche l’ultima ruga sulla terra si sia accomodata sulla loro pelle).

A noi deve interessare quella megera di Madonna che divorzia dal ganzo e le cazzate a raffica di questo governo, come la Lega che vuole togliere l’assistenza sanitaria gratuita ai clandestini (sottinteso: che crepino, così i loro parenti, spaventati dalla nota ospitalità del nord, rimarranno a casa loro). Possiamo berci tutti queste stronzate ma non dobbiamo rompere con la Palestina.
Ho cercato invano notizie recenti provenienti da quel pezzo di terra, anche facendomi largo tra i liquami fognari che rappresentano ormai il giornalismo contemporaneo, tranne poche eccezioni.

Eppure il 10 ottobre scorso i giornali seri, non le gazzette dei puttanieri, hanno riportato la notizia di gravi scontri tra arabi ed ebrei ad Akko (S. Giovanni d’Acri).
Scontri iniziati a causa di un arabo che ha pensato bene di transitare in auto per le strade di un quartiere ebraico il giorno di Yom Kippur, quando cioè non si dovrebbe mai guidare e Dio solo sa perchè il mondo non si ferma e la Terra non smette di girare.
L’arabo è stato bloccato da alcuni coloni inviperiti e sequestrato all’interno di una casa. Nel quartiere arabo si è sparsa la voce che la sua vita era in pericolo e gruppi di giovani altrettanto inviperiti si sono mossi per andare a mettere a ferro e fuoco il quartiere ebraico. Dal canto loro, i soliti gruppi di coloni fascisti ne hanno approfittato per bruciare alcune abitazioni arabe e così via, di faida in faida.

Akko, come spiega Uri Avnery in un articolo pubblicato su Gush Shalom, è oggi una città israeliana ma le sue origini arabe non la farebbero annoverare tra le città ebraiche. E’ una città mista, dove le tensioni possono esplodere in qualunque momento. Una città con periferie arabe sovraffollate costruite gomito a gomito con colonie di sionisti ultraortodossi che praticano volentieri il tiro all’arabo quando se ne offre loro l’occasione. Una gabbia troppo stretta dove i topi si scannano tra di loro. La prova, scrive ancora Avnery, di come uno stato unico dove convivano le due etnie sia matematicamente improponibile e che l’unica scelta percorribile sia “due popoli, due stati”.

Ho letto anche di altri coloni che vanno a sradicare gli ulivi dei vicini palestinesi. Un atto che racchiude molta più simbologia di quanta se ne possa immaginare e che rappresenta la contraddizione di voler occupare una terra della quale però non si rispettano i frutti. Un atto odioso che fanno bene a non divulgare tra un McSatellite doppio formaggio marcio e un colpo di reni delle ministre-genio, perchè ci farebbero pensare “ma quanto sono stronzi quei coloni”.

Eppure la pace è necessaria, come recita l’ultimo annuncio fatto pubblicare da Gush Shalom, che si riferisce alla situazione economica:

All our governments
Have assumed that
As long as the American
Support us,
We can ignore the whole world
And oppress the Palestinians.

But no Empire lasts forever
And the message is written
On the Walls of
Wall Street.

The only way of ensuring
The future of Israel:
To make peace with
The Palestinians,
To be accepted by the
Arab world –
And do it quickly,
While we can.

Tutti i nostri governi hanno dato per scontato che, fino a quando gli americani ci appoggeranno, possiamo ignorare il mondo intero e continuare ad opprimere i palestinesi.

Gli imperi non durano per sempre, però, e il messaggio è scritto sui muri di Wall Street.

L’unico modo di assicurare il futuro di Israele è fare la pace con i palestinesi, farsi accettare dal mondo arabo, e farlo in fretta, fin che siamo in tempo. (Gush Shalom, 10 ottobre 2008)


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E’ per caso scoppiata la pace in Palestina e hanno dimenticato di avvertirci? No, perchè, da quanto tempo non sentiamo più parlare del conflitto arabo-israeliano nei titoli del telegiornale?
Eppure a nessuno risulta che palestinesi ed israeliani si siano seduti attorno ad un tavolo ed abbiano finalmente firmato la tanto agognata pace. A quanto ci risulta non è stato creato alcuno stato palestinese che possa convivere accanto a quello israeliano come richiesto da innumerevoli risoluzioni delle Nazioni Unite. Temo perfino che continuino la violenza e le morti.
E allora? Accanto al muro che separa i due popoli, è stato forse innalzato un muro di omertà che travalica i confini del medioriente e si insinua nelle nostre menti, facendoci solo preoccupare del fatto che scarpette rosse non può andare in Israele se insiste a voler far santo Piododici il pavido (che è pure un andare a cercarsela, se vogliamo essere sinceri?)

Me lo domando, visto che i telegiornali preferiscono informarci sul fatto che lo spazio puzza di McDonalds, motivo in più per non desiderare di andarci, e che le V.I.P. (very important puttans) come la signora Beckham ed altre cortigiane extralusso si spalmano la cacca di usignolo e la pomata contro le emorroidi in faccia per non invecchiare. (Oh Signore, falle campare fino a centododici anni affinchè anche l’ultima ruga sulla terra si sia accomodata sulla loro pelle).

A noi deve interessare quella megera di Madonna che divorzia dal ganzo e le cazzate a raffica di questo governo, come la Lega che vuole togliere l’assistenza sanitaria gratuita ai clandestini (sottinteso: che crepino, così i loro parenti, spaventati dalla nota ospitalità del nord, rimarranno a casa loro). Possiamo berci tutti queste stronzate ma non dobbiamo rompere con la Palestina.
Ho cercato invano notizie recenti provenienti da quel pezzo di terra, anche facendomi largo tra i liquami fognari che rappresentano ormai il giornalismo contemporaneo, tranne poche eccezioni.

Eppure il 10 ottobre scorso i giornali seri, non le gazzette dei puttanieri, hanno riportato la notizia di gravi scontri tra arabi ed ebrei ad Akko (S. Giovanni d’Acri).
Scontri iniziati a causa di un arabo che ha pensato bene di transitare in auto per le strade di un quartiere ebraico il giorno di Yom Kippur, quando cioè non si dovrebbe mai guidare e Dio solo sa perchè il mondo non si ferma e la Terra non smette di girare.
L’arabo è stato bloccato da alcuni coloni inviperiti e sequestrato all’interno di una casa. Nel quartiere arabo si è sparsa la voce che la sua vita era in pericolo e gruppi di giovani altrettanto inviperiti si sono mossi per andare a mettere a ferro e fuoco il quartiere ebraico. Dal canto loro, i soliti gruppi di coloni fascisti ne hanno approfittato per bruciare alcune abitazioni arabe e così via, di faida in faida.

Akko, come spiega Uri Avnery in un articolo pubblicato su Gush Shalom, è oggi una città israeliana ma le sue origini arabe non la farebbero annoverare tra le città ebraiche. E’ una città mista, dove le tensioni possono esplodere in qualunque momento. Una città con periferie arabe sovraffollate costruite gomito a gomito con colonie di sionisti ultraortodossi che praticano volentieri il tiro all’arabo quando se ne offre loro l’occasione. Una gabbia troppo stretta dove i topi si scannano tra di loro. La prova, scrive ancora Avnery, di come uno stato unico dove convivano le due etnie sia matematicamente improponibile e che l’unica scelta percorribile sia “due popoli, due stati”.

Ho letto anche di altri coloni che vanno a sradicare gli ulivi dei vicini palestinesi. Un atto che racchiude molta più simbologia di quanta se ne possa immaginare e che rappresenta la contraddizione di voler occupare una terra della quale però non si rispettano i frutti. Un atto odioso che fanno bene a non divulgare tra un McSatellite doppio formaggio marcio e un colpo di reni delle ministre-genio, perchè ci farebbero pensare “ma quanto sono stronzi quei coloni”.

Eppure la pace è necessaria, come recita l’ultimo annuncio fatto pubblicare da Gush Shalom, che si riferisce alla situazione economica:

All our governments
Have assumed that
As long as the American
Support us,
We can ignore the whole world
And oppress the Palestinians.

But no Empire lasts forever
And the message is written
On the Walls of
Wall Street.

The only way of ensuring
The future of Israel:
To make peace with
The Palestinians,
To be accepted by the
Arab world –
And do it quickly,
While we can.

Tutti i nostri governi hanno dato per scontato che, fino a quando gli americani ci appoggeranno, possiamo ignorare il mondo intero e continuare ad opprimere i palestinesi.

Gli imperi non durano per sempre, però, e il messaggio è scritto sui muri di Wall Street.

L’unico modo di assicurare il futuro di Israele è fare la pace con i palestinesi, farsi accettare dal mondo arabo, e farlo in fretta, fin che siamo in tempo. (Gush Shalom, 10 ottobre 2008)


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