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Trovo veramente fastidioso che in questo paese nessuno più accetti di assumersi la responsabilità delle proprie azioni e, quando succede una disgrazia, la colpa non sia mai delle circostanze, del fato o dei propri errori ma sempre degli altri, dello Stato, della collettività, della magistratura e dei massimi sistemi. Anche se nella disgrazia c’è stato un concorso di colpa nostra, di scarsa valutazione del rischio, semplice incoscienza o stupidità conclamata.
Come quelli che si schiantano contro il platano perchè messaggiano al cellulare con una mano, guidano con l’altra, fumano e programmano il navigatore. Tutti a dire: “Maledetto alberaccio, perchè gli ti sei parato contro?”
Quando vado in montagna non infilo la mano sotto ogni sasso che vedo a margine del sentiero perchè so che una vipera che se ne sta buona buona lì sotto a farsi i cavoli suoi potrebbe aversene a male e mordermi. E’ una cosa che non faccio perchè so che è pericolosa. Una vipera può sempre mordermi lo stesso ma almeno so che non sono stata io a darle l’idea.
Allo stesso modo, non do retta a chiunque, quando attraverso la strada guardo a destra e a sinistra, non infilo le dita nella presa di corrente, non faccio il bagno in mare nell’ora della digestione.

Noi bambini anni ’60 siamo stati cresciuti sotto il terrorismo del: “non accettare le caramelle dagli sconosciuti”, “non accettare di seguire sconosciuti nemmeno se ti dicono che tua madre è moribonda all’ospedale e ti accompagneranno da lei”, “non appartarsi con gli sconosciuti”.
Magari poi ci è successo lo stesso qualcosa di brutto perchè il colpevole era il meno sospettabile, con un bel colpo di scena alla Hitchcock era qualcuno della tua stessa famiglia ma intanto ci siamo cautelati il più possibile verso altri brutti incontri, quelli con i generici malintenzionati modello standard.

Oggi invece, siccome i figli non bisogna stressarli con questo tipo di raccomandazioni da vecchie cariatidi, devono essere spensierati e vivere la loro vita spericolata senza cinture, regole e divieti, nemmeno le semplici raccomandazioni, magari in uno stato semicosciente da bimbominkia a cui tutto è concesso e cui nulla potrà mai accadere di male, in una sorta di delirio di onnipotenza, succede che una ragazzina di sedici anni si ubriachi come una ceppa e accetti di appartarsi con un ragazzotto appena conosciuto, finendo per essere stuprata.

Quando si fanno le giustissime campagne contro l’abuso di alcool dei minori, c’è nessuno che si prenda la briga di spiegare agli adolescenti che due degli effetti collaterali dell’ubriacatura sono la perdita di coscienza e di consapevolezza di ciò che ci sta accadendo intorno e la caduta dei freni inibitori?
Significa rovinar loro la serata raccomandare di non mettersi (soprattutto le ragazzine) in condizioni di poter essere facilmente sopraffatte? Vogliamo dirlo che non ci si dovrebbe sbronzare perchè si corre il rischio, tra le altre cose, di essere stuprate?

Volevano linciare il rumeno che ha violentato la ragazzina ubriaca. Già, ormai in Italia mancano solo gli sceriffi e i saloon. Non è un paese del G8, è uno spaghetti western e di quelli scarsi, tipo “Sono Sartana, il tuo becchino”.
Oltre ai rumeni infoiati, bisognerebbe linciare anche chi non è capace di assumersi la responsabilità di correre dei rischi e chi non avverte gli altri dei rischi che corrono. Lo stupro non è questione di rumeni o italiani: è questione che l’occasione (ragazzina ubriaca dura e nessuno che vi vede) fa l’uomo stupratore.

In un altro caso, un padre disperato dice che qualcuno dovrà rispondere del fatto che sua figlia ha attraversato i binari e non ha sentito il treno che arrivava perchè aveva su le cuffiette dell’i-Pod. Magari si potrebbe suggerire alla Apple di scrivere sulla confezione: “Ricordati che con le cuffiette e la musica a tutto volume è meglio non attraversare i binari. E nemmeno la strada o il cortile, sveglia!”
Ma mio Dio, non sarà che questi ragazzini bisognerebbe anche un attimo addestrarli alla più elementare tecnica di sopravvivenza, quella che ogni specie animale insegna ai propri cuccioli? Roba come “stai vicino agli altri”, “non ti allontanare”, “questo non lo devi mangiare”, “non ti avvicinare al fuoco perchè brucia”, ecc.

I genitori considerano i figli dei geni nati già preprogrammati di tutto lo scibile conosciuto e già pronti per l’uso. Alcuni di essi invece sono degli emeriti cretini. Voi non ve ne rendete conto perchè l’amor genitoriale è cieco ma gli altri si. Hanno bisogno di insegnamento ed addestramento perchè a volte non ci arrivano, non ci pensano proprio e bisogna dir loro cosa fare.
I genitori non li addestrano perchè hanno paura di dover dire loro dei no. Noi abbiamo mandato giù più no che Ciokorì, da piccoli. Però oggi qualche rischio siamo in grado di riconoscerlo in tempo. Stando in campana non si eviteranno tutte le disgrazie, ma le più stupide forse si.


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(Parental Advisory: Attenzione, l’autrice del post non è riuscita ad evitare a volte toni decisamente pedofobi nella seconda parte del testo).

(Disclaimer: Esistono ragazzini bravi, studiosi, indipendenti, buoni, affettuosi e soprattutto intelligenti. Tutti noi faremmo la firma per averli come figli e nipoti. Purtroppo più di frequente ci capitano quelli che descrivo nel post e che sarebbe ipocrita far finta che non esistano solo per fare la figura dei buonisti alla “sepoffà”.)

Vorrei parlare di un fenomeno che mi capita di osservare sempre più spesso, in particolar modo in questi giorni. Quello dei bambini ma soprattutto degli adolescenti che ciondolano tutto il giorno in preda ad una noia cosmica attorno ai genitori e agli altri malcapitati adulti, perchè le scuole sono chiuse.

L’altro giorno ho assistito ad una scena veramente pietosa. Un bambino costretto per quasi due ore a rimanere nell’angusto spazio di un salone da parrucchiere ad alta intensità di estrogeni mentre a sua madre fissavano le extensions, senza purtroppo contemporaneamente sigillarle la bocca. Il bambino ha ciondolato, appunto, per metà del tempo quindi una delle sciampiste, misericordiose, ha detto “Ma non si può dare qualche giornalino a questo piccolo per distrarlo un po’?” Il problema è che le riviste finivano sfogliate molto alla svelta, non essendo un bambino di 7-8 anni molto interessato a “Men’s Health” e a questioni come addominali a tartaruga e durata del rapporto.
La creatura, poverina, è stata fin troppo buona, un piccolo Buddha. Un altro avrebbe sfasciato il negozio e sviluppato un odio feroce nei confronti delle donne. Alla fine però, quando la madre ha finalmente avuto le sue estensioni e l’arsura le aveva già provvidenzialmente seccato la gola, il figlio santo appariva francamente distrutto. Penso avrà rimpianto i cateti e fin anco le ipotenuse da masticare durante le grigie ore scolastiche di novembre.

Se alcuni ragazzini ciondolano ma li sopporti ed anzi ti fanno un po’ pena come il piccolo coiffeur, altri te li ritrovi tra le palle domandandoti cosa hai mai fatto di male per meritare questo, non essendo oltretutto responsabile della loro nascita e quindi della loro immissione nella biosfera.

Per quello che mi ricordo, se noi ragazzi avessimo dovuto trascorrere una intera giornata con i genitori chiusi sul loro luogo di lavoro ci saremmo sparati già alle sette di mattina. Per non dire che loro non lo avrebbero mai permesso se non in circostanze assolutamente eccezionali.
La regola per i ragazzi, durante le vacanze, era trovarsi, dico la parolaccia: giocare ma ad almeno due chilometri dai genitori e soprattutto all’aria aperta. Già le vacanze al mare trascorse assieme a loro erano vissute con disagio. Anelavamo all’indipendenza, al poter stare per conto nostro, a non dipendere dai genitori. Con appena quattromila lire alla settimana di paghetta e un pallone da calciare in un cortile.

Invece, per un curioso fenomeno che ai miei tempi sarebbe stato impensabile, c’è una tipologia di ragazzini che si incollano alle calcagna dei genitori (e purtroppo degli altri malcapitati ed incolpevoli adulti presenti) i quali se li ritrovano in negozio, perfino negli uffici a ciondolare per ore come zombi decerebrati senza possibilità di scrollarseli di dosso se non dietro elargizione di somme di denaro. “Su andate a farvi un giro, comperatevi qualcosa, ma non tornate prima di stasera, mi raccomando”.

Non riuscire ad allontanarli significa assistere a lunghissime sedute di “scoppio delle palline di bubble pack” oppure di caduta ritmica di moneta sul tavolo (record mondiale appena stabilito: 9’45”), oppure alla distruzione sistematica del luogo ove si trovano. Apparecchiature che cadono sotto una maledizione inspiegabile e smettono di funzionare, stampanti che cominciano a buttare inchiostro perchè il genio ha cercato di smontarle, insudiciamento di tastiere, mouse e registratori di cassa che sembrano spalmati con lo strutto. Per non parlare dei computer che, da un giorno all’altro, si ritrovano più infetti di una fogna di Calcutta perchè loro chattano e scaricano, scaricano e installano.
Pare che i genitori lo facciano perchè almeno sanno dove sono i figli, li si può controllare meglio. Là fuori, si sa, c’è la droga, appena volti la testa trombano come ricci. Si parla anche di undici-dodicenni.

Il problema è che se nei mesi invernali questo tipo di cucciolo sembra avere uno scopo nella vita, cioè tirare a campare a scuola, studiare il meno possibile e occuparsi in inutili corsi di danza, sport e musica facendo finta di interessarsi a qualche cosa, con la fine delle lezioni e la chiusura estiva delle palestre scatta la consapevolezza di non sapere più che cazzo fare dalla mattina alla sera.

Di conseguenza il genitore si tira dietro i figli ma senza considerare il fatto che questi, che sono un ‘orrenda ibridazione tra bambino ed adulto, che non giocano più e non sanno stare con sé stessi, non sono nemmeno abituati a stare con i genitori, vedendoli si è no di sfuggita ogni tanto. Disposti a non concedere nemmeno un grammo di affettività a babbi e mamme che li hanno tirati su come delle slot-machines, “metti la moneta e lui ti considera per 30 secondi”, semplicemente impongono la loro indifferenza ed il loro è un silenzio che ti assorda, tanto che passi l’estate a fantasticare sul Pifferaio di Hammelin e a pregare San Remigio che torni presto la scuola a portarseli via, con un pensiero affettuoso ai poveri insegnanti che dovranno giuggiolarseli per nove mesi. Quasi un’altra gravidanza. Roba da correre a farsi legare le tube.

Certo, esistono ragazzini bravi, studiosi, indipendenti, buoni, affettuosi e soprattutto intelligenti.

esistono ragazzini bravi, studiosi, indipendenti, buoni, affettuosi e soprattutto intelligenti.
esistono ragazzini bravi, studiosi, indipendenti, buoni, affettuosi e soprattutto intelligenti.
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(Parental Advisory: Attenzione, l’autrice del post non è riuscita ad evitare a volte toni decisamente pedofobi nella seconda parte del testo).

(Disclaimer: Esistono ragazzini bravi, studiosi, indipendenti, buoni, affettuosi e soprattutto intelligenti. Tutti noi faremmo la firma per averli come figli e nipoti. Purtroppo più di frequente ci capitano quelli che descrivo nel post e che sarebbe ipocrita far finta che non esistano solo per fare la figura dei buonisti alla “sepoffà”.)

Vorrei parlare di un fenomeno che mi capita di osservare sempre più spesso, in particolar modo in questi giorni. Quello dei bambini ma soprattutto degli adolescenti che ciondolano tutto il giorno in preda ad una noia cosmica attorno ai genitori e agli altri malcapitati adulti, perchè le scuole sono chiuse.

L’altro giorno ho assistito ad una scena veramente pietosa. Un bambino costretto per quasi due ore a rimanere nell’angusto spazio di un salone da parrucchiere ad alta intensità di estrogeni mentre a sua madre fissavano le extensions, senza purtroppo contemporaneamente sigillarle la bocca. Il bambino ha ciondolato, appunto, per metà del tempo quindi una delle sciampiste, misericordiose, ha detto “Ma non si può dare qualche giornalino a questo piccolo per distrarlo un po’?” Il problema è che le riviste finivano sfogliate molto alla svelta, non essendo un bambino di 7-8 anni molto interessato a “Men’s Health” e a questioni come addominali a tartaruga e durata del rapporto.
La creatura, poverina, è stata fin troppo buona, un piccolo Buddha. Un altro avrebbe sfasciato il negozio e sviluppato un odio feroce nei confronti delle donne. Alla fine però, quando la madre ha finalmente avuto le sue estensioni e l’arsura le aveva già provvidenzialmente seccato la gola, il figlio santo appariva francamente distrutto. Penso avrà rimpianto i cateti e fin anco le ipotenuse da masticare durante le grigie ore scolastiche di novembre.

Se alcuni ragazzini ciondolano ma li sopporti ed anzi ti fanno un po’ pena come il piccolo coiffeur, altri te li ritrovi tra le palle domandandoti cosa hai mai fatto di male per meritare questo, non essendo oltretutto responsabile della loro nascita e quindi della loro immissione nella biosfera.

Per quello che mi ricordo, se noi ragazzi avessimo dovuto trascorrere una intera giornata con i genitori chiusi sul loro luogo di lavoro ci saremmo sparati già alle sette di mattina. Per non dire che loro non lo avrebbero mai permesso se non in circostanze assolutamente eccezionali.
La regola per i ragazzi, durante le vacanze, era trovarsi, dico la parolaccia: giocare ma ad almeno due chilometri dai genitori e soprattutto all’aria aperta. Già le vacanze al mare trascorse assieme a loro erano vissute con disagio. Anelavamo all’indipendenza, al poter stare per conto nostro, a non dipendere dai genitori. Con appena quattromila lire alla settimana di paghetta e un pallone da calciare in un cortile.

Invece, per un curioso fenomeno che ai miei tempi sarebbe stato impensabile, c’è una tipologia di ragazzini che si incollano alle calcagna dei genitori (e purtroppo degli altri malcapitati ed incolpevoli adulti presenti) i quali se li ritrovano in negozio, perfino negli uffici a ciondolare per ore come zombi decerebrati senza possibilità di scrollarseli di dosso se non dietro elargizione di somme di denaro. “Su andate a farvi un giro, comperatevi qualcosa, ma non tornate prima di stasera, mi raccomando”.

Non riuscire ad allontanarli significa assistere a lunghissime sedute di “scoppio delle palline di bubble pack” oppure di caduta ritmica di moneta sul tavolo (record mondiale appena stabilito: 9’45”), oppure alla distruzione sistematica del luogo ove si trovano. Apparecchiature che cadono sotto una maledizione inspiegabile e smettono di funzionare, stampanti che cominciano a buttare inchiostro perchè il genio ha cercato di smontarle, insudiciamento di tastiere, mouse e registratori di cassa che sembrano spalmati con lo strutto. Per non parlare dei computer che, da un giorno all’altro, si ritrovano più infetti di una fogna di Calcutta perchè loro chattano e scaricano, scaricano e installano.
Pare che i genitori lo facciano perchè almeno sanno dove sono i figli, li si può controllare meglio. Là fuori, si sa, c’è la droga, appena volti la testa trombano come ricci. Si parla anche di undici-dodicenni.

Il problema è che se nei mesi invernali questo tipo di cucciolo sembra avere uno scopo nella vita, cioè tirare a campare a scuola, studiare il meno possibile e occuparsi in inutili corsi di danza, sport e musica facendo finta di interessarsi a qualche cosa, con la fine delle lezioni e la chiusura estiva delle palestre scatta la consapevolezza di non sapere più che cazzo fare dalla mattina alla sera.

Di conseguenza il genitore si tira dietro i figli ma senza considerare il fatto che questi, che sono un ‘orrenda ibridazione tra bambino ed adulto, che non giocano più e non sanno stare con sé stessi, non sono nemmeno abituati a stare con i genitori, vedendoli si è no di sfuggita ogni tanto. Disposti a non concedere nemmeno un grammo di affettività a babbi e mamme che li hanno tirati su come delle slot-machines, “metti la moneta e lui ti considera per 30 secondi”, semplicemente impongono la loro indifferenza ed il loro è un silenzio che ti assorda, tanto che passi l’estate a fantasticare sul Pifferaio di Hammelin e a pregare San Remigio che torni presto la scuola a portarseli via, con un pensiero affettuoso ai poveri insegnanti che dovranno giuggiolarseli per nove mesi. Quasi un’altra gravidanza. Roba da correre a farsi legare le tube.

Certo, esistono ragazzini bravi, studiosi, indipendenti, buoni, affettuosi e soprattutto intelligenti.

esistono ragazzini bravi, studiosi, indipendenti, buoni, affettuosi e soprattutto intelligenti.
esistono ragazzini bravi, studiosi, indipendenti, buoni, affettuosi e soprattutto intelligenti.
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Vorrei parlare di un fenomeno che mi capita di osservare sempre più spesso, in particolar modo in questi giorni. Quello dei bambini ma soprattutto degli adolescenti che ciondolano tutto il giorno in preda ad una noia cosmica attorno ai genitori e agli altri malcapitati adulti, perchè le scuole sono chiuse.

L’altro giorno ho assistito ad una scena veramente pietosa. Un bambino costretto per quasi due ore a rimanere nell’angusto spazio di un salone da parrucchiere ad alta intensità di estrogeni mentre a sua madre fissavano le extensions, senza purtroppo contemporaneamente sigillarle la bocca. Il bambino ha ciondolato, appunto, per metà del tempo quindi una delle sciampiste, misericordiose, ha detto “Ma non si può dare qualche giornalino a questo piccolo per distrarlo un po’?” Il problema è che le riviste finivano sfogliate molto alla svelta, non essendo un bambino di 7-8 anni molto interessato a “Men’s Health” e a questioni come addominali a tartaruga e durata del rapporto.
La creatura, poverina, è stata fin troppo buona, un piccolo Buddha. Un altro avrebbe sfasciato il negozio e sviluppato un odio feroce nei confronti delle donne. Alla fine però, quando la madre ha finalmente avuto le sue estensioni e l’arsura le aveva già provvidenzialmente seccato la gola, il figlio santo appariva francamente distrutto. Penso avrà rimpianto i cateti e fin anco le ipotenuse da masticare durante le grigie ore scolastiche di novembre.

Se alcuni ragazzini ciondolano ma li sopporti ed anzi ti fanno un po’ pena come il piccolo coiffeur, altri te li ritrovi tra le palle domandandoti cosa hai mai fatto di male per meritare questo, non essendo oltretutto responsabile della loro nascita e quindi della loro immissione nella biosfera.

Per quello che mi ricordo, se noi ragazzi avessimo dovuto trascorrere una intera giornata con i genitori chiusi sul loro luogo di lavoro ci saremmo sparati già alle sette di mattina. Per non dire che loro non lo avrebbero mai permesso se non in circostanze assolutamente eccezionali.
La regola per i ragazzi, durante le vacanze, era trovarsi, dico la parolaccia: giocare ma ad almeno due chilometri dai genitori e soprattutto all’aria aperta. Già le vacanze al mare trascorse assieme a loro erano vissute con disagio. Anelavamo all’indipendenza, al poter stare per conto nostro, a non dipendere dai genitori. Con appena quattromila lire alla settimana di paghetta e un pallone da calciare in un cortile.

Invece, per un curioso fenomeno che ai miei tempi sarebbe stato impensabile, c’è una tipologia di ragazzini che si incollano alle calcagna dei genitori (e purtroppo degli altri malcapitati ed incolpevoli adulti presenti) i quali se li ritrovano in negozio, perfino negli uffici a ciondolare per ore come zombi decerebrati senza possibilità di scrollarseli di dosso se non dietro elargizione di somme di denaro. “Su andate a farvi un giro, comperatevi qualcosa, ma non tornate prima di stasera, mi raccomando”.

Non riuscire ad allontanarli significa assistere a lunghissime sedute di “scoppio delle palline di bubble pack” oppure di caduta ritmica di moneta sul tavolo (record mondiale appena stabilito: 9’45”), oppure alla distruzione sistematica del luogo ove si trovano. Apparecchiature che cadono sotto una maledizione inspiegabile e smettono di funzionare, stampanti che cominciano a buttare inchiostro perchè il genio ha cercato di smontarle, insudiciamento di tastiere, mouse e registratori di cassa che sembrano spalmati con lo strutto. Per non parlare dei computer che, da un giorno all’altro, si ritrovano più infetti di una fogna di Calcutta perchè loro chattano e scaricano, scaricano e installano.
Pare che i genitori lo facciano perchè almeno sanno dove sono i figli, li si può controllare meglio. Là fuori, si sa, c’è la droga, appena volti la testa trombano come ricci. Si parla anche di undici-dodicenni.

Il problema è che se nei mesi invernali questo tipo di cucciolo sembra avere uno scopo nella vita, cioè tirare a campare a scuola, studiare il meno possibile e occuparsi in inutili corsi di danza, sport e musica facendo finta di interessarsi a qualche cosa, con la fine delle lezioni e la chiusura estiva delle palestre scatta la consapevolezza di non sapere più che cazzo fare dalla mattina alla sera.

Di conseguenza il genitore si tira dietro i figli ma senza considerare il fatto che questi, che sono un ‘orrenda ibridazione tra bambino ed adulto, che non giocano più e non sanno stare con sé stessi, non sono nemmeno abituati a stare con i genitori, vedendoli si è no di sfuggita ogni tanto. Disposti a non concedere nemmeno un grammo di affettività a babbi e mamme che li hanno tirati su come delle slot-machines, “metti la moneta e lui ti considera per 30 secondi”, semplicemente impongono la loro indifferenza ed il loro è un silenzio che ti assorda, tanto che passi l’estate a fantasticare sul Pifferaio di Hammelin e a pregare San Remigio che torni presto la scuola a portarseli via, con un pensiero affettuoso ai poveri insegnanti che dovranno giuggiolarseli per nove mesi. Quasi un’altra gravidanza. Roba da correre a farsi legare le tube.

Certo, esistono ragazzini bravi, studiosi, indipendenti, buoni, affettuosi e soprattutto intelligenti.

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http://www.youtube.com/v/EJPJM1Ug8OA&hl=it&fs=1


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Sono contenta che il primo e più grave problema della scuola italiana, individuato dalla ministrina dalla penna azzurra, sia il grembiule per coprire le vergogne economiche.

Premetto che non sopporto le ragazzine con i jeans modello Aretino Pietro: giropelo davanti e sorriso verticale di dietro. Così come le loro controparti maschili con i pantaloni con il cavallo stramazzato a terra e i capelli stile alta tensione. Sono ridicoli, intruppati e omologati esattamente come lo eravamo noi con i pantaloni a zampa d’elefante, la camiciona hippy e lo zatterone.

Però, che da questi estremi modaioli si torni indietro al grembiule mi pare demenziale. Non ho parole. Soprattutto con le motivazioni addotte da Donna Gelmini.
Il grembiule, udite udite, eliminerebbe le differenze sociali, eviterebbe ai pargoli orribili traumi a causa del confronto con i compagnucci con la maglietta firmata e, soprattutto, impedirebbe agli insegnanti di giudicare gli alunni secondo il censo.
Cioè, secondo la ministra, i maestri non ti valuterebbero (ohibò) in base a quanto hai studiato: la verità è che essi controllano l’etichetta dei jeans, fanno una botta di conti sul reddito complessivo familiare e ne traggono le debite conseguenze. Non ci viene detto se in positivo o negativo e se, per caso, nella valutazione, non giochino anche le famose antipatie a pelle. Magari, celando i preziosi indumenti sotto il grembiule, si vogliono al contrario proteggere i cuccioli di ricco dall’invidia comunista dell’impubere plebaglia? Chissà?
Io ricordo che mi sentii veramente uguale ai miei compagni di scuola il giorno che non dovetti più indossare il grembiule.
Nella mia classe, alle elementari, eravamo tutte femmine, delle più varie estrazioni sociali e tutte con il grembiule bianco e il fiocco blu. Sapete come si distinguevano le ricche dalle povere? Proprio dal grembiule.
Avevo una manciata di compagne ricche, si chiamavano Flavia, Marina, Daniela, Mirella, Paola e Antonella. Non erano parenti, nemmeno si frequentavano più di tanto fuori dalla scuola, non si erano messe d’accordo, eppure erano tutte contraddistinte dagli stessi grembiuli di puro cotone, sempre impeccabilimente candidi, usciti non dal grande magazzino ma dalla costosa merceria del centro.
Il grembiule haute-couture era completato da un sottile ed elegante cravattino di nastro gros-grain blu che quelle ancora più ricche tra le ricche fermavano con uno spillino d’oro.
Noi maggioranza di alunne avevamo invece grembiuli dell’Upim in poliestere con fioccone di nailon azzurro.

Nella mia classe c’era anche una ragazza del sud figlia di emigranti, poverissima, si chiamava Cira. A lei il grembiule era stato donato per misericordia dalle Dame di S. Vincenzo e si vedeva, visto che era vistosamente fuori misura, con le maniche troppo lunghe che la impicciavano. La ricordo mentre ci smaniava dentro come fosse stata una camicia di forza. Tutta la mattina tormentava il fiocco, che a mezzogiorno era ridotto in condizioni pietose.
Come dire che, se non si riesce a nascondere la ricchezza con un grembiule, con la miseria è ancora più difficile.


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Sono contenta che il primo e più grave problema della scuola italiana, individuato dalla ministrina dalla penna azzurra, sia il grembiule per coprire le vergogne economiche.

Premetto che non sopporto le ragazzine con i jeans modello Aretino Pietro: giropelo davanti e sorriso verticale di dietro. Così come le loro controparti maschili con i pantaloni con il cavallo stramazzato a terra e i capelli stile alta tensione. Sono ridicoli, intruppati e omologati esattamente come lo eravamo noi con i pantaloni a zampa d’elefante, la camiciona hippy e lo zatterone.

Però, che da questi estremi modaioli si torni indietro al grembiule mi pare demenziale. Non ho parole. Soprattutto con le motivazioni addotte da Donna Gelmini.
Il grembiule, udite udite, eliminerebbe le differenze sociali, eviterebbe ai pargoli orribili traumi a causa del confronto con i compagnucci con la maglietta firmata e, soprattutto, impedirebbe agli insegnanti di giudicare gli alunni secondo il censo.
Cioè, secondo la ministra, i maestri non ti valuterebbero (ohibò) in base a quanto hai studiato: la verità è che essi controllano l’etichetta dei jeans, fanno una botta di conti sul reddito complessivo familiare e ne traggono le debite conseguenze. Non ci viene detto se in positivo o negativo e se, per caso, nella valutazione, non giochino anche le famose antipatie a pelle. Magari, celando i preziosi indumenti sotto il grembiule, si vogliono al contrario proteggere i cuccioli di ricco dall’invidia comunista dell’impubere plebaglia? Chissà?
Io ricordo che mi sentii veramente uguale ai miei compagni di scuola il giorno che non dovetti più indossare il grembiule.
Nella mia classe, alle elementari, eravamo tutte femmine, delle più varie estrazioni sociali e tutte con il grembiule bianco e il fiocco blu. Sapete come si distinguevano le ricche dalle povere? Proprio dal grembiule.
Avevo una manciata di compagne ricche, si chiamavano Flavia, Marina, Daniela, Mirella, Paola e Antonella. Non erano parenti, nemmeno si frequentavano più di tanto fuori dalla scuola, non si erano messe d’accordo, eppure erano tutte contraddistinte dagli stessi grembiuli di puro cotone, sempre impeccabilimente candidi, usciti non dal grande magazzino ma dalla costosa merceria del centro.
Il grembiule haute-couture era completato da un sottile ed elegante cravattino di nastro gros-grain blu che quelle ancora più ricche tra le ricche fermavano con uno spillino d’oro.
Noi maggioranza di alunne avevamo invece grembiuli dell’Upim in poliestere con fioccone di nailon azzurro.

Nella mia classe c’era anche una ragazza del sud figlia di emigranti, poverissima, si chiamava Cira. A lei il grembiule era stato donato per misericordia dalle Dame di S. Vincenzo e si vedeva, visto che era vistosamente fuori misura, con le maniche troppo lunghe che la impicciavano. La ricordo mentre ci smaniava dentro come fosse stata una camicia di forza. Tutta la mattina tormentava il fiocco, che a mezzogiorno era ridotto in condizioni pietose.
Come dire che, se non si riesce a nascondere la ricchezza con un grembiule, con la miseria è ancora più difficile.


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Premetto che non sopporto le ragazzine con i jeans modello Aretino Pietro: giropelo davanti e sorriso verticale di dietro. Così come le loro controparti maschili con i pantaloni con il cavallo stramazzato a terra e i capelli stile alta tensione. Sono ridicoli, intruppati e omologati esattamente come lo eravamo noi con i pantaloni a zampa d’elefante, la camiciona hippy e lo zatterone.

Però, che da questi estremi modaioli si torni indietro al grembiule mi pare demenziale. Non ho parole. Soprattutto con le motivazioni addotte da Donna Gelmini.
Il grembiule, udite udite, eliminerebbe le differenze sociali, eviterebbe ai pargoli orribili traumi a causa del confronto con i compagnucci con la maglietta firmata e, soprattutto, impedirebbe agli insegnanti di giudicare gli alunni secondo il censo.
Cioè, secondo la ministra, i maestri non ti valuterebbero (ohibò) in base a quanto hai studiato: la verità è che essi controllano l’etichetta dei jeans, fanno una botta di conti sul reddito complessivo familiare e ne traggono le debite conseguenze. Non ci viene detto se in positivo o negativo e se, per caso, nella valutazione, non giochino anche le famose antipatie a pelle. Magari, celando i preziosi indumenti sotto il grembiule, si vogliono al contrario proteggere i cuccioli di ricco dall’invidia comunista dell’impubere plebaglia? Chissà?
Io ricordo che mi sentii veramente uguale ai miei compagni di scuola il giorno che non dovetti più indossare il grembiule.
Nella mia classe, alle elementari, eravamo tutte femmine, delle più varie estrazioni sociali e tutte con il grembiule bianco e il fiocco blu. Sapete come si distinguevano le ricche dalle povere? Proprio dal grembiule.
Avevo una manciata di compagne ricche, si chiamavano Flavia, Marina, Daniela, Mirella, Paola e Antonella. Non erano parenti, nemmeno si frequentavano più di tanto fuori dalla scuola, non si erano messe d’accordo, eppure erano tutte contraddistinte dagli stessi grembiuli di puro cotone, sempre impeccabilimente candidi, usciti non dal grande magazzino ma dalla costosa merceria del centro.
Il grembiule haute-couture era completato da un sottile ed elegante cravattino di nastro gros-grain blu che quelle ancora più ricche tra le ricche fermavano con uno spillino d’oro.
Noi maggioranza di alunne avevamo invece grembiuli dell’Upim in poliestere con fioccone di nailon azzurro.

Nella mia classe c’era anche una ragazza del sud figlia di emigranti, poverissima, si chiamava Cira. A lei il grembiule era stato donato per misericordia dalle Dame di S. Vincenzo e si vedeva, visto che era vistosamente fuori misura, con le maniche troppo lunghe che la impicciavano. La ricordo mentre ci smaniava dentro come fosse stata una camicia di forza. Tutta la mattina tormentava il fiocco, che a mezzogiorno era ridotto in condizioni pietose.
Come dire che, se non si riesce a nascondere la ricchezza con un grembiule, con la miseria è ancora più difficile.


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Mi sbaglio io, ho le traveggole, o per gli italiani tirare fuori i soldi per i libri è quasi doloroso come pagare le tasse? Com’è che di fronte alla cultura, soprattutto quella formativa per i figli, diventiamo tutti di braccino corto mentre invece siamo pronti a sborsare € 75,00 per una cenetta per due dove esci con la fame perché una delle portate era un’oliva ripiena?
I libri sono cari tutti, è vero, ma perdinci, costano anche fatica a pensarli, scriverli e stamparli! Io che sono stata una delle più grosse lettrici compulsive e poi sono riuscita a smettere quasi del tutto, quando mi aggiro per la libreria ad annusarne l’odore e a sfogliarne ancora qualcuno con lussuria residua, noto che dopotutto e nonostante il cambio dell’euro il prezzo dei libri è rimasto più o meno uguale. Alto rispetto alle medie europee e americane, ma uguale.

Probabilmente vi sono case editrici scolastiche che fanno le furbe, approfittando del fatto che a scuola i figli bisogna mandarceli per forza ma le lamentazioni che sentiamo in questi giorni vanno al di là del fatto economico domestico.

Da giorni ormai si intervistano madri, padri e figlioli angosciati per il rincaro dei libri scolastici ma non altrettanto per quello degli zaini firmati con la Barbie e i divi del Wrestling.
I tiggì ci stringono il cuore con le tristi immagini di mercatini della speranza dove i tapini si aggirano per trovare magari l’edizione 1987, tutta sottolineata e ricoperta di cuoricini a pennarello rosso e senza copertina del testo di scienze di prima media per la pischella. Tanto, finito l’anno il libro o si butta nella monnezza o si tenta di rivenderlo nel prossimo mercatino.

Non solo, ma iniziano i doverosi test di ammissione alle Facoltà universitarie e il TG2 si inventa un servizio dove viene detto che la tassa da pagare per l’iscrizione ai test, decisa dalle varie facoltà in liberale autonomia, è troppo cara.
Si parla di 70-100 euro (una mangiatina di pesce per due in una modesta trattoria al mare) per tentare la fortuna al gratta-e-vinci accademico, si spera una sola volta nella vita. Il servizio termina lamentando l’ennesima estorsione ai danni degli italiani. Il TG2, meglio ricordarlo, è il telegiornale dei giapponesi rimasti a difendere il fortino del centrodestra nella RAI assediata dai comunisti. Quello dove, qualunque cosa rincari e qualunque meteorite piova giù dal cielo, è colpa del governo Prodi.
Il problema del costo dei test, dicevano inoltre, è per chi deve ripetere la prova magari più volte, poverino.
Per questo ci sarebbe un facile rimedio: studiare per evitare di farsi bocciare ma studiare è fatica, lo so. Meglio andare a zonzo a fare shopping e farsi comperare da mamma quelle fighissime scarpe della Nike. Prezzo € 149,00 (quasi duecentonovantamila del vecchio conio, che fa più impressione). Tanto per quella spesa la mamma non si lamenterà. Non vuole un figlio traumatizzato dal rifiuto della scarpa con la virgola che poi gli costerebbe di più in psicoanalista.

E’ curioso come, nonostante vi sia in Italia tanta gente che legge, che si fa una cultura da autodidatta o è studiosa per mestiere e vocazione, secondo la televisione e i giornali il nostro paese è e dovrebbe rimanere un paese dei balocchi di ignoranti somari dove i ragazzini è giusto che spappolino i maroni ai genitori perché comprino loro le 100.000 cose che desiderano, casualmente tutte firmate e di alto costo ma i libri no, perchè sono troppo cari.

In “Miseria e Nobiltà” il grande Totò, che si guadagna da vivere come scrivano, consiglia il villano analfabeta che è venuto a farsi scrivere una lettera da lui: “Se avete dei figli non li mandate a scuola, per carità. Lasciateli sguazzare nell’ignoranza!”.
Leggere fa pensare, si può venire informati di tante cose, magari di quelle che non dovremmo venire a sapere. Pensando si possono fare ragionamenti. Meglio rimanere somari.



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Mi sbaglio io, ho le traveggole, o per gli italiani tirare fuori i soldi per i libri è quasi doloroso come pagare le tasse? Com’è che di fronte alla cultura, soprattutto quella formativa per i figli, diventiamo tutti di braccino corto mentre invece siamo pronti a sborsare € 75,00 per una cenetta per due dove esci con la fame perché una delle portate era un’oliva ripiena?
I libri sono cari tutti, è vero, ma perdinci, costano anche fatica a pensarli, scriverli e stamparli! Io che sono stata una delle più grosse lettrici compulsive e poi sono riuscita a smettere quasi del tutto, quando mi aggiro per la libreria ad annusarne l’odore e a sfogliarne ancora qualcuno con lussuria residua, noto che dopotutto e nonostante il cambio dell’euro il prezzo dei libri è rimasto più o meno uguale. Alto rispetto alle medie europee e americane, ma uguale.

Probabilmente vi sono case editrici scolastiche che fanno le furbe, approfittando del fatto che a scuola i figli bisogna mandarceli per forza ma le lamentazioni che sentiamo in questi giorni vanno al di là del fatto economico domestico.

Da giorni ormai si intervistano madri, padri e figlioli angosciati per il rincaro dei libri scolastici ma non altrettanto per quello degli zaini firmati con la Barbie e i divi del Wrestling.
I tiggì ci stringono il cuore con le tristi immagini di mercatini della speranza dove i tapini si aggirano per trovare magari l’edizione 1987, tutta sottolineata e ricoperta di cuoricini a pennarello rosso e senza copertina del testo di scienze di prima media per la pischella. Tanto, finito l’anno il libro o si butta nella monnezza o si tenta di rivenderlo nel prossimo mercatino.

Non solo, ma iniziano i doverosi test di ammissione alle Facoltà universitarie e il TG2 si inventa un servizio dove viene detto che la tassa da pagare per l’iscrizione ai test, decisa dalle varie facoltà in liberale autonomia, è troppo cara.
Si parla di 70-100 euro (una mangiatina di pesce per due in una modesta trattoria al mare) per tentare la fortuna al gratta-e-vinci accademico, si spera una sola volta nella vita. Il servizio termina lamentando l’ennesima estorsione ai danni degli italiani. Il TG2, meglio ricordarlo, è il telegiornale dei giapponesi rimasti a difendere il fortino del centrodestra nella RAI assediata dai comunisti. Quello dove, qualunque cosa rincari e qualunque meteorite piova giù dal cielo, è colpa del governo Prodi.
Il problema del costo dei test, dicevano inoltre, è per chi deve ripetere la prova magari più volte, poverino.
Per questo ci sarebbe un facile rimedio: studiare per evitare di farsi bocciare ma studiare è fatica, lo so. Meglio andare a zonzo a fare shopping e farsi comperare da mamma quelle fighissime scarpe della Nike. Prezzo € 149,00 (quasi duecentonovantamila del vecchio conio, che fa più impressione). Tanto per quella spesa la mamma non si lamenterà. Non vuole un figlio traumatizzato dal rifiuto della scarpa con la virgola che poi gli costerebbe di più in psicoanalista.

E’ curioso come, nonostante vi sia in Italia tanta gente che legge, che si fa una cultura da autodidatta o è studiosa per mestiere e vocazione, secondo la televisione e i giornali il nostro paese è e dovrebbe rimanere un paese dei balocchi di ignoranti somari dove i ragazzini è giusto che spappolino i maroni ai genitori perché comprino loro le 100.000 cose che desiderano, casualmente tutte firmate e di alto costo ma i libri no, perchè sono troppo cari.

In “Miseria e Nobiltà” il grande Totò, che si guadagna da vivere come scrivano, consiglia il villano analfabeta che è venuto a farsi scrivere una lettera da lui: “Se avete dei figli non li mandate a scuola, per carità. Lasciateli sguazzare nell’ignoranza!”.
Leggere fa pensare, si può venire informati di tante cose, magari di quelle che non dovremmo venire a sapere. Pensando si possono fare ragionamenti. Meglio rimanere somari.

http://www.youtube.com/v/8kqJb8RO7LQ

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Stamattina, da Galatea, ho letto della burla realizzata dai ragazzacci di Giornalettismo ai danni dei maturandi, con la pubblicazione sul web di false tracce per la prova scritta di italiano. Una pesca a strascico miracolosa nelle cui reti sono stati acchiappati migliaia di bei pesciolini, e qualche tonno che nuota nelle redazioni dei giornali.
Oggi leggo post di replica dove li si accusa di aver voluto prendere in giro i poveri ragazzi in attesa dell’esecuzione, nel braccio della morte. La burla era in realtà troppo raffinata per la maggior parte dei palati. Vi rimando ai link sopra citati per comprendere qual’era invece il lodevole senso dell’iniziativa.

Di mio voglio solo dire che questa storia dell’esame di maturità è francamente ridicola.
Ogni anno, tra il venti e il trenta di giugno, va in scena in Italia il grande psicodramma collettivo che coinvolge insegnanti, studenti e famiglie.
Quella che all’estero è una normale prova scolastica, vissuta forse come un poco più impegnativa di altre ma senza che da essa sortiscano morti, contusi e traumatizzati a vita, da noi è addirittura oggetto di libri, canzoni e film. Celebrata come la guerra, come l’amore. Oggetto di sacro e riverente timore come il totem.

Diciamo la verità e un’enorme banalità al tempo stesso. Di una banalità da far tremare i vetri. Se uno ha studiato durante l’anno e negli anni addietro, l’esame di maturità non è che una pura formalità, come lo è l’esame di laurea. La probabilità di essere bocciati è equivalente a quella che ho io di passare tra poche ore una notte di fuoco con George Clooney.

L’esame di maturità, che ripeto, non ossessiona affatto e altrettanto i nostri colleghi terrestri, abituati all’esistenza dei doveri nella vita, oltre che dei piaceri, è per noi italiani in realtà una prova simbolica, iniziatica. Percepita quasi come quelle prove tribali dove ti appendono per i pettorali con un mega piercing tipo “Un uomo chiamato cavallo”, avete presente? Non l’ho capito fintanto che non ci sono passata anch’io, tanti anni fa, da privatista.

Come viene vissuta la preparazione all’esame dallo studente tipo? Non studiando le materie in oggetto, come sarebbe logico, ma i metodi più raffinatamente truffaldini per farcela comodamente senza sforzo. Ai miei tempi era la cartucciera. Tanti piccoli rotolini del mar morto con ipotetiche tracce d’esame infilati in una cintura. E poi altri pezzi di carta infilati in ogni dove, misteriose formule tatuate sugli avambracci, sulla pancia. Oltre ai famosi Bignamini, per molti effettivamente il livello massimo di cultura possibile.

Siamo il paese dove fregare il prossimo è un’arte; la furbizia, nel senso di passare davanti agli altri non avendone diritto, una medaglia. Siamo il paese dove l’ignoranza più nera è un vanto; dove il giorno dopo la fine della scuola bisogna sbarazzarsi dei libri di testo scolastici al più presto, come di un cadavere in decomposizione. Per carità che poi al ragazzo un giorno non venga voglia di leggerli davvero, quei libracci.
Un ben consolidato pregiudizio attribuisce ai meridionali il primato in questo tipo di arte di arrangiarsi. In realtà, da quando sono andati al governo i pionieri dell’imprenditoria del nord-est e i cantori padani dell’evasione fiscale si è scoperto che il malvezzo è ahimè diffuso dalle Alpi a Lampedusa, che il furbetto sta in ogni quartierino del bel paese.

Gli ultimi dati sull’evasione ed elusione fiscali sono agghiaccianti. Mentre milioni di dipendenti e pensionati le tasse le pagano automaticamente, il capo del governo viene fischiato da chi denuncia redditi ridicoli, tiene dipendenti in nero e passa il resto del tempo a piangere miseria. Non vi vanno bene gli studi di settore? Scegliete lo scontrino fiscale. No, lo scontrino no, perché bisogna rilasciarlo. E se ve ne andaste a fare in culo? Un’altra banalità da incrinare il bicchiere: se le tasse le pagassimo tutti le pagheremmo tutti meno.

Cosa volete quindi, che i piccoli italiani figli di coloro che non rilasciano la fattura, che sono degli analfabeti di ritorno con il panico da foglio bianco e il cervello ottenebrato dai Grandi Fratelli possano concepire di doversi impegnare per un misero esame? Meglio cercare la pappa già fatta su Internet e incazzarsi quando si scopre che era solo una bufala. Io, sarò sadica e stronza, ma ho goduto.


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