You are currently browsing the category archive for the ‘elezioni truccate’ category.

Se i sondaggi dicono che la gente è stufa del governo di un vecchio regredito a causa della tabe senile alla fase anale, ecco che la voglia di far esprimere il popolo attraverso le urne diventa improvvisamente un qualcosa da evitare a tutti i costi.  Un nano è per sempre. Nel 2008 fu eletto e, se il vento da allora sta cambiando e diventando sfavorevole, semplicemente non si voti più. Si eviti che il popolo deficiente che gli ha dato il voto possa cambiare idea.
Intanto, questa tornata referendaria non s’abbia da fare, soprattutto se uno dei quesiti riguarda il culo in persona. Vedrete che in futuro, per evitare altre noie, studieranno una legge per abolire il referendum o renderlo completamente inefficace, per esempio abbassando il quorum o obbligando i comitati a raccogliere 10.000.000 di firme. 
Se lo scontento aumenterà, il problema non sarà tanto se e quando andremo di nuovo a votare ma se ce lo permetteranno ancora. E se anche ci sarà concesso di votare, coloro che hanno avuto un potere enorme,  dal mantenimento del quale dipende la loro mera sopravvivenza, non lo molleranno di certo e studieranno sicuramente qualche trucco per rimanere in sella. Anche contro il volere degli italiani. 
Stanno già studiando il premio di maggioranza su base nazionale e non regionale da estendere al Senato ma è chiaro che non farebbero mai una legge che possa favorire gli avversari politici, e nemmeno sono i tipi da dire “ok, rispettiamo la volontà degli elettori e ci facciamo da parte”.
Quindi, se studiano di blindare entrambe le camere è perché hanno già il broglio in mente.
Bisognerà vigilare con tutti gli organismi di controllo, anche internazionali, al fine di evitare che un vecchio megalomane si aggiusti un’elezione eventualmente sfavorevole. Sono capaci di tutto e se il popolo italiano vorrà mai liberarsi di loro temo che ci vorranno le cannonate.

Fini vuole il potere. Certo, perchè Silvio Berlusconi cosa voleva quando è sceso in politica, a parte evitare la galera?
Apro una parente, come direbbe Totò. Che infinita tristezza Bersani che parla al telegiornale, riguardo alle dimissioni di Cosentino, di “grande vittoria del PD”. Segretario, si consideri rispettosamente vaffanculato.

Ormai quasi tutti gli italiani avrebbero dovuto capire che il loro amato Silvio si circonda, per sopravvivere, di ogni specie di marmaglia affaristico-delinquenziale di cui lui è garante presso le istituzioni e che è obbligato a servire negli interessi altrimenti questi vanno a raccontare come ha fatto i soldi tanti e tanti anni fa e cosa ha fatto per ottenere il potere che ha. Qualcosa che dev’essere più grave della vendita al Diavolo dell’anima, visto come si agita per evitare di scoprire i famosi altarini.
Il più ricattabile degli italiani e loro, quelli che lo hanno votato, ne hanno fatto il loro capo, gli hanno affidato le figlie vergini e i sudati risparmi di una vita.

Se non si sono resi conto dell’abisso di delinquenza e vergogna internazionale nel quale stanno sprofondando, con le mani delle mafie sugli appalti più golosi, soprattutto nel famigerato Nord, gli italiani papiminkia aspettino pure l’autunno quando dovranno pagare nuovamente l’ICI sotto nuova denominazione, fare a meno di servizi essenziali, mettersi giù a cul busone per sopportare non le mani nelle tasche ma qualcosa di molto peggio che loro chiamano federalismo fiscale. Roba da rimpiangere le Fiamme Gialle.

Tutto perchè lui deve rendere favori inconfessabili e noi dobbiamo pagargli la sete di potere, i suoi vizietti, le ciulatine con le cameriere e anche le multe. La Mondadori della sua bimba dovrebbe pagare 750 milioni di risarcimento a De Benedetti ma lui ha già pronto l’emendamento ad hoc che gli farà risparmiare, per legge, il 95% della somma. Se lui dovesse pagare solo il 5%, saranno tutti fondi sottratti alla Giustizia, al buon funzionamento della macchina dei processi, un danno alle tasche dei cittadini. Un bel pezzo di eredità della bimba è salvo e noi paghiamo. Contenti, coglioni?
Se non ci fossimo anche noi che non lo abbiamo votato, nel mucchio, ci sarebbe da dire: “Ben vi sta, brutti stronzi, vi meritate anche di peggio.”

Se fossimo un paese normale, accortisi del colossale raggiro alla dabbenaggine italica, ormai evidente perfino ad un cieco, in caso di voto, gli elettori dovrebbero ridurlo a percentuali da albumina. Questo potrebbe essere possibile solo però nel caso che Fini e tutti coloro che non si riconoscono negli interessi delle ‘ndrine, dei casalesi e dei corleonesi e magari dei vory russi e delle triadi cinesi; che sentono la vergogna di essere bacchettati dall’ONU e hanno voglia di ripristinare una politica almeno presentabile in Italia e di eliminare il malaffare neoplastico che sta intaccando ogni ganglio del paese, avessero il coraggio di lasciare il nano imbellettato al suo destino di attrazione da baraccone circense. Lasciarlo a fare coccodè contro i comunisti mentre la gente paga per vederlo.

Se Fini avesse questo coraggio di rompere con Berlusconi e presentarsi come nuovo leader del centrodestra penso che potrebbe ottenere molti più consensi di quanto immagini.
Il problema è che quell’altro non molla di certo il potere tanto facilmente. Venderà cara la pellaccia. Parla di elezioni anticipate ma bisognerà stare in guardia perchè, come tarocca i sondaggi e si impiastriccia di sangue le gote per impietosirci, tenterebbe di taroccare anche le elezioni. Non sarebbe neppure la prima volta.
Forse l’ultimo lido dovre andrà a spiaggiarsi il caimano sono proprio i brogli anticipati.
Sicuramente, come ha stabilito la magistratura nell’inchiesta sui presunti brogli del 2006, non è possibile manipolare i dati elettorali italiani e il libro di Agente Italiano, il dvd di Deaglio ed altri pettegolezzi, come quello di un Beppe Pisanu che all’ultimo momento si tira indietro per non partecipare al broglio, erano frutto di fumate di roba tagliata male.
Sicuramente, se la sinistra allora non insorse, a parte un unico flebile belato di qualcuno che disse “ci stanno scippando le elezioni”, vuol dire che il broglio non ci fu e non ci potrebbe essere in altre occasioni di voto. Quindi stiamo tranquilli.


Ad ogni modo, giusto perchè “a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca”, usiamo, per il voto sicuro, qualche precauzione.
Prima di tutto votiamo perchè votare è un diritto ma anche un dovere, votiamo quello che ci pare ma votiamo.
Se proprio non troviamo nessuno di nostro gusto annulliamo con un bel pensiero poetico ma non mandiamo in bianco la scheda. E’ come per gli assegni, è comunque rischioso. Magari un giorno, in un lontanissimo fantascientifico futuro, qualcuno potrebbe trovare finalmente il modo per scarabocchiarle a suo favore.

Andreotti – che mi manca ogni giorno di più, chi l’avrebbe mai detto – è qui perchè è sua la famosa citazione di cui sopra e per scaramanzia.

Questo post inizia con una domanda.
Se voi foste il POTERE e doveste investire su un paese miliardi di dollari o semplicemente mantenere un buon terreno di coltura per i vostri affari (ragionate in termini macroeconomici, non si parla solo di vendere i tubi della Marcegaglia o gli stracci dei cinesi) oppure steste ridisegnando in senso globale alleanze, muovendo i vostri scacchi per piazzarli nelle aree dove risiedono le riserve energetiche; se steste lavorando a tutto ciò, domando, permettereste che una consultazione elettorale qualsiasi rovinasse i vostri piani? Vi ritirereste in buon ordine accettando il responso a voi contrario, derivante da un voto talvolta totalmente umorale ed irrazionale (basta vedere gli abruzzesi che continuano a votare Berlusconi)? Vi fidereste di elettori che al 90% votano alla cavolo di cane? Affidereste loro i vostri destini monetari e financo quelli del mondo? Io dico di no.

Mi sto convincendo sempre più che, tranne in qualche paese tutto sommato non determinante sullo scacchiere geopolitico, le elezioni che si sono svolte dal 2000 in poi nei paesi che contano ed in quelli strategici dal punto di vista energetico siano state tutte più o meno pesantemente truccate.

In linea generale, i regimi dittatoriali (quelli che ancora ricorrono alle elezioni) e quelli a deriva autoritaria brogliano per autoconfermarsi un consenso molto spesso inesistente. E’ fisiologico. Nessuna meraviglia dunque se in Corea del Nord, nell’ipotesi di elezioni, vincesse Kim Il Sung a manbassa.
La novità, sul fronte dei paesi che brogliano, e che rappresenta una tendenza inquietante negli ultimi anni, sono le irregolarità che compaiono delle consultazioni elettorali dei paesi democratici.

Sono stati praticamente dimostrati i brogli in Florida nelle elezioni presidenziali americane del 2000, quelli in Ohio nel 2004, con entrambe le consultazioni terminate a colpi di Corte Suprema, riconteggi ed incomprensibili ritardi nella comunicazione dei risultati. Oltre che nell’elezione di un Presidente dummy che, proprio a causa delle pastette elettorali in casa del fratello governatore della Florida, fino al 12 settembre 2001 era chiamato affettuosamente “Resident”, e percepito né più e né meno come un usurpatore.
Elezioni controverse si sono svolte negli ultimi anni in Messico e nelle Filippine.
Nella Russia di Putin, paese borderline tra democrazia e totalitarismo, dove il presidente karateka raccoglie percentuali sospette attorno al 64% dei consensi, sono stati documentati dall’OSCE nel 2007 pesanti brogli.

In Italia, nel 2006, nessuno può obiettivamente dire che tutto si sia svolto correttamente. Si sono registrate incomprensibili stranezze attorno alle schede bianche. Si è parlato di un ministro che avrebbe all’ultimo momento impedito il broglio andando contro la propria parte politica, di un’opposizione che gridava al “qui ci fregano le elezioni”. Il grafico qui sopra, dal punto di vista statistico, è quasi una pistola fumante.
Come negli USA all’indomani dei misteri della Florida e dell’Ohio, chi ha perso le elezioni o le ha vinte per il rotto della cuffia ha rinunciato a rivalersi sui presunti brogliatori e questo sarebbe spunto per infinite discussioni sul fatto se le elezioni non siano ormai un gigantesco gioco delle parti recitato da attori che interpretano dei ruoli a loro assegnati.

Il caso italiano del 2006 supporterebbe la tesi secondo la quale il broglio perfetto, nei paesi non apertamente dittatoriali o addirittura considerati democratici, si compie quando c’è incertezza del risultato perchè vi è una sostanziale parità tra i due schieramenti. Parità che naturalmente è solo percepita e va costruita propagandisticamente prima del voto, non è reale. Infatti, una suddivisione dell’elettorato in due parti quasi uguali è un’eventualità assai poco probabile. Il mio insegnante di statistica ammoniva di non credere a quei sondaggi che suddividono il campione nelle percentuali 48-52%.
E’ evidente che truccare percentuali attorno al 50% è decisamente più facile che attribuire un plebiscito a chi è palesemente sfavorito dalle previsioni di voto. Basta agire sulle cosiddette forchette. Parliamo di previsioni attendibili, ovviamente, non di sondaggi che vanno dove il cliente vuole e della costruzione propagandistica dell’incertezza.

Se la mia teoria venisse dimostrata e fosse vero che nessun elettore del nuovo millennio può più permettersi di disturbare i Manovratori, qualcuno potrebbe obiettare che allora anche le ultime elezioni che hanno visto il trionfo di Barack Obama dovrebbero essere state truccate.
Non lo sappiamo ma quando un candidato è in nettissimo vantaggio delle previsioni di voto, i brogli a suo danno non possono avvenire a meno di svelare apertamente il loro carattere di truffa.
Mi spiego. Il broglio, nel paese democratico, non si deve vedere, si deve appena appena percepire. L’indecisione, il bipartitismo, la suddivisione dell’elettorato in Guelfi e Ghibellini rendono il broglio perfettamente mimetizzato e tale da non suscitare scandalo se non in alcuni inguaribili malfidati.
Avere fatto vincere McCain, in sostanza, sarebbe stata veramente una cosa troppo sporca, da sangue che corre nelle strade.
In quel caso meglio lavorare per ingraziarsi il vincitore e cercare, se ci è potenzialmente ostile, di limitare il danno.

E l’Iran? A mio avviso i brogli governativi ci sono stati ma si è anche lavorato per sabotare dall’interno il regime di Ahmadinejad con una delle ormai solite “rivoluzioni colorate” che piacciono tanto ai Manovratori. Quando i paesi si vestono all’improvviso tutti di arancione o di verde e adottano il medesimo slogan, quando un’opposizione viene fuori dal nulla e si muove coordinata come una testuggine romana, c’è un’organizzazione sotto che spesso viene dal di fuori, non è roba autoctona.
Ho l’impressione che un sincero movimento di opposizione spontanea al regime di Teheran sia stato cinicamente manipolato dall’esterno al fine di dimostrare ancora una volta la perfidia del regime di Ahmadinejad, che deve essere mantenuto a scopo strumentale. Se Ahmadinejad cade, cade anche la necessità della Guerra al Terrorismo. In certi luoghi strategici è meglio tenerci un dittatore che un democratico o riformista. Mossadeq insegna.
Ad ogni modo è stato bello sentire le vergini croniste scandalizzarsi per i pestaggi della polizia iraniana sui manifestanti e per le irruzioni nelle scuole dove dormivano gli studenti. Oplà, non ci ricorda qualcosa?

Tornando all’argomento elezioni. Domenica prossima si rivota anche da noi, per i referenda. Un comitato promotore che crede, per un curioso fenomeno allucinatorio, di vivere in un paese normale e non in una manifestazione teratologica del potere mediatico e del conflitto di interessi, ha indetto una consultazione referendaria (rivolta a quei famosi elettori che votano alla belin di cane) per modificare la legge porcata di Calderoli. Con il risultato che, se la legge venisse modificata, Berlusconi avrebbe ancora più potere di oggi e il suo partito diventerebbe forse l’unico partito.
A meno di non pensare al famoso giuoco delle parti di chi sta lavorando per il re di Prussia, questo comitato mi pare investito del ruolo che in Gallura era quello di s’accabadora, la donna vestita di nero che entrava nella stanza del morente e gli assestava il colpo di grazia spezzandogli il collo o colpendolo con un mazzuolo.

Siccome non voglio partecipare alla definitiva eutanasia di questa democrazia moribonda io domenica e lunedì non andrò a votare, sperando che come me facciano a milioni. Scelgo l’astensione, almeno il mio voto non potrà certo cambiare giacchetta in corso d’opera.
Il referendum è una cosa bellissima ma non quando c’è s’accabadora* in giro.

*Il fatto che Mariotto Segni sia sardo è puramente casuale.

Update – Ho appena trovato questa segnalazione sul blog di Cinzia Sasso di un recente miracolo elettorale a Praga. La serva serve, diceva Totò. E anche il Topolanek.


OKNotizie
Vota questo post su OKNotizie!

Questo post inizia con una domanda.
Se voi foste il POTERE e doveste investire su un paese miliardi di dollari o semplicemente mantenere un buon terreno di coltura per i vostri affari (ragionate in termini macroeconomici, non si parla solo di vendere i tubi della Marcegaglia o gli stracci dei cinesi) oppure steste ridisegnando in senso globale alleanze, muovendo i vostri scacchi per piazzarli nelle aree dove risiedono le riserve energetiche; se steste lavorando a tutto ciò, domando, permettereste che una consultazione elettorale qualsiasi rovinasse i vostri piani? Vi ritirereste in buon ordine accettando il responso a voi contrario, derivante da un voto talvolta totalmente umorale ed irrazionale (basta vedere gli abruzzesi che continuano a votare Berlusconi)? Vi fidereste di elettori che al 90% votano alla cavolo di cane? Affidereste loro i vostri destini monetari e financo quelli del mondo? Io dico di no.

Mi sto convincendo sempre più che, tranne in qualche paese tutto sommato non determinante sullo scacchiere geopolitico, le elezioni che si sono svolte dal 2000 in poi nei paesi che contano ed in quelli strategici dal punto di vista energetico siano state tutte più o meno pesantemente truccate.

In linea generale, i regimi dittatoriali (quelli che ancora ricorrono alle elezioni) e quelli a deriva autoritaria brogliano per autoconfermarsi un consenso molto spesso inesistente. E’ fisiologico. Nessuna meraviglia dunque se in Corea del Nord, nell’ipotesi di elezioni, vincesse Kim Il Sung a manbassa.
La novità, sul fronte dei paesi che brogliano, e che rappresenta una tendenza inquietante negli ultimi anni, sono le irregolarità che compaiono delle consultazioni elettorali dei paesi democratici.

Sono stati praticamente dimostrati i brogli in Florida nelle elezioni presidenziali americane del 2000, quelli in Ohio nel 2004, con entrambe le consultazioni terminate a colpi di Corte Suprema, riconteggi ed incomprensibili ritardi nella comunicazione dei risultati. Oltre che nell’elezione di un Presidente dummy che, proprio a causa delle pastette elettorali in casa del fratello governatore della Florida, fino al 12 settembre 2001 era chiamato affettuosamente “Resident”, e percepito né più e né meno come un usurpatore.
Elezioni controverse si sono svolte negli ultimi anni in Messico e nelle Filippine.
Nella Russia di Putin, paese borderline tra democrazia e totalitarismo, dove il presidente karateka raccoglie percentuali sospette attorno al 64% dei consensi, sono stati documentati dall’OSCE nel 2007 pesanti brogli.

In Italia, nel 2006, nessuno può obiettivamente dire che tutto si sia svolto correttamente. Si sono registrate incomprensibili stranezze attorno alle schede bianche. Si è parlato di un ministro che avrebbe all’ultimo momento impedito il broglio andando contro la propria parte politica, di un’opposizione che gridava al “qui ci fregano le elezioni”. Il grafico qui sopra, dal punto di vista statistico, è quasi una pistola fumante.
Come negli USA all’indomani dei misteri della Florida e dell’Ohio, chi ha perso le elezioni o le ha vinte per il rotto della cuffia ha rinunciato a rivalersi sui presunti brogliatori e questo sarebbe spunto per infinite discussioni sul fatto se le elezioni non siano ormai un gigantesco gioco delle parti recitato da attori che interpretano dei ruoli a loro assegnati.

Il caso italiano del 2006 supporterebbe la tesi secondo la quale il broglio perfetto, nei paesi non apertamente dittatoriali o addirittura considerati democratici, si compie quando c’è incertezza del risultato perchè vi è una sostanziale parità tra i due schieramenti. Parità che naturalmente è solo percepita e va costruita propagandisticamente prima del voto, non è reale. Infatti, una suddivisione dell’elettorato in due parti quasi uguali è un’eventualità assai poco probabile. Il mio insegnante di statistica ammoniva di non credere a quei sondaggi che suddividono il campione nelle percentuali 48-52%.
E’ evidente che truccare percentuali attorno al 50% è decisamente più facile che attribuire un plebiscito a chi è palesemente sfavorito dalle previsioni di voto. Basta agire sulle cosiddette forchette. Parliamo di previsioni attendibili, ovviamente, non di sondaggi che vanno dove il cliente vuole e della costruzione propagandistica dell’incertezza.

Se la mia teoria venisse dimostrata e fosse vero che nessun elettore del nuovo millennio può più permettersi di disturbare i Manovratori, qualcuno potrebbe obiettare che allora anche le ultime elezioni che hanno visto il trionfo di Barack Obama dovrebbero essere state truccate.
Non lo sappiamo ma quando un candidato è in nettissimo vantaggio delle previsioni di voto, i brogli a suo danno non possono avvenire a meno di svelare apertamente il loro carattere di truffa.
Mi spiego. Il broglio, nel paese democratico, non si deve vedere, si deve appena appena percepire. L’indecisione, il bipartitismo, la suddivisione dell’elettorato in Guelfi e Ghibellini rendono il broglio perfettamente mimetizzato e tale da non suscitare scandalo se non in alcuni inguaribili malfidati.
Avere fatto vincere McCain, in sostanza, sarebbe stata veramente una cosa troppo sporca, da sangue che corre nelle strade.
In quel caso meglio lavorare per ingraziarsi il vincitore e cercare, se ci è potenzialmente ostile, di limitare il danno.

E l’Iran? A mio avviso i brogli governativi ci sono stati ma si è anche lavorato per sabotare dall’interno il regime di Ahmadinejad con una delle ormai solite “rivoluzioni colorate” che piacciono tanto ai Manovratori. Quando i paesi si vestono all’improvviso tutti di arancione o di verde e adottano il medesimo slogan, quando un’opposizione viene fuori dal nulla e si muove coordinata come una testuggine romana, c’è un’organizzazione sotto che spesso viene dal di fuori, non è roba autoctona.
Ho l’impressione che un sincero movimento di opposizione spontanea al regime di Teheran sia stato cinicamente manipolato dall’esterno al fine di dimostrare ancora una volta la perfidia del regime di Ahmadinejad, che deve essere mantenuto a scopo strumentale. Se Ahmadinejad cade, cade anche la necessità della Guerra al Terrorismo. In certi luoghi strategici è meglio tenerci un dittatore che un democratico o riformista. Mossadeq insegna.
Ad ogni modo è stato bello sentire le vergini croniste scandalizzarsi per i pestaggi della polizia iraniana sui manifestanti e per le irruzioni nelle scuole dove dormivano gli studenti. Oplà, non ci ricorda qualcosa?

Tornando all’argomento elezioni. Domenica prossima si rivota anche da noi, per i referenda. Un comitato promotore che crede, per un curioso fenomeno allucinatorio, di vivere in un paese normale e non in una manifestazione teratologica del potere mediatico e del conflitto di interessi, ha indetto una consultazione referendaria (rivolta a quei famosi elettori che votano alla belin di cane) per modificare la legge porcata di Calderoli. Con il risultato che, se la legge venisse modificata, Berlusconi avrebbe ancora più potere di oggi e il suo partito diventerebbe forse l’unico partito.
A meno di non pensare al famoso giuoco delle parti di chi sta lavorando per il re di Prussia, questo comitato mi pare investito del ruolo che in Gallura era quello di s’accabadora, la donna vestita di nero che entrava nella stanza del morente e gli assestava il colpo di grazia spezzandogli il collo o colpendolo con un mazzuolo.

Siccome non voglio partecipare alla definitiva eutanasia di questa democrazia moribonda io domenica e lunedì non andrò a votare, sperando che come me facciano a milioni. Scelgo l’astensione, almeno il mio voto non potrà certo cambiare giacchetta in corso d’opera.
Il referendum è una cosa bellissima ma non quando c’è s’accabadora* in giro.

*Il fatto che Mariotto Segni sia sardo è puramente casuale.

Update – Ho appena trovato questa segnalazione sul blog di Cinzia Sasso di un recente miracolo elettorale a Praga. La serva serve, diceva Totò. E anche il Topolanek.


OKNotizie
Vota questo post su OKNotizie!

(foto in versione grande)

“Lasciate che ve lo dica. Se McCain vince è broglio sicuro. E se succede ci sarà sangue per le strade”.

“Gente, se questa elezione non va come deve andare Chicago sarà un cumulo di rovine, e così le altre grandi città. Un caos totale”.

Si fanno scommesse sulle città che si rivolteranno, e qualcuno ironizza: “A San Francisco e Seattle ci sarà da ridere, ingegneri che rovesciano i loro computers, gettano cappuccini sulla polizia e danno fuoco alle Toyota Prius”.

La sensazione di queste ore pre-elettorali e non solo la mia, a giudicare da queste frasi scambiate nei forum statunitensi e riportate da Debora Billi nel suo post odierno, è quella di assistere ad un thriller appena un pelo meno angosciante di “Shining”.
Non è soltanto il non fidarsi dei sondagi, degli exit-poll (ormai da considerasi jettatori se ti danno vincente) e del bias della desiderabilità sociale, fenomeno che spinge l’intervistato a dare la risposta che lui percepisce come la più socialmente corretta.

Parliamoci chiaro, non si tratta di essere paranoici. Le ultime due elezioni presidenziali americane, quelle del 2000 e 2004, sono state viziate da brogli, favoriti dall’uso delle maledette macchinette Diebold per il voto elettronico, dotate di un software che anche un bambino di tre anni riuscirebbe ad hackerare.
Nel 2000 i responsabili della macchina elettorale (vicini ideologicamente ai repubblicani) taroccarono il voto della Florida (governatore Bush fratello), cancellando qualche migliaio di elettori afroamericani dalle liste e privandoli quindi del diritto di voto per futili motivi, facendo diventare decisivo il peso di quello stato ai fini del risultato finale. Risultato che giunse solo dopo parecchie settimane di incertezza ed una sofferta decisione della Corte Suprema, che assegnò la vittoria a Bush, tra lo scandalo e qualche tiro di uova marce alla inauguration.
Poco importava che Al Gore, il pretendente democratico, e probabile vero vincitore, avesse alfine accettato la dubbia sconfitta. Gli americani erano incazzatissimi e per tutta la prima metà del 2001 Bush fu chiamato senza mezzi termini “l’usurpatore”.
Poi venne l’11 settembre, e il paese si ricompattò ob torto collo attorno al minus habens divenuto presidente per meriti dinastici.
Nel 2004, rielezione di Bush ed altri brogli più che sospetti, questa volta in Ohio. Il candidato democratico John Kerry rinunciò a presentare reclamo contro i presunti brogli e George continuò a far danni per altri quattro anni.

Con tali precedenti, perchè non dovrebbero risultare taroccate anche queste elezioni, si chiedono con ansia i simpatizzanti democratici che paventano un’America che mette mano ai forconi e, come direbbe Berlusconi, “scende in piazza” se sarà ancora una volta privata del suo diritto di scegliere il presidente che vuole?
Le differenze tra il 2000 e il 2008 ci sono e non sono da poco.

I nazisti dell’Illinois, i predicatori con l’M16 Viper, gli odiati neocon guerrafondai, i bacchettoni rinati e i liberisti economici, sono decisamente fuori moda in questi giorni ed in odore di disgrazia.
Così il candidato repubblicano è un signore anziano, dal rispettabilissimo passato di reduce del Vietnam con le braccine offese dalle ferite di guerra, il cui maggior pregio è di essere il più presentabile tra i repubblicani, o il meno impresentabile. Peccato si abbia un po’ la sensazione che gli elefantini abbiano gettato sul ring un vecchio pugile ripescato per una improbabile rentrée. La scelta di Sarah Palin come sparring partner si è rivelata un mezzo fallimento. Più macchietta che vice-presidente, quasi una Silvia Berluscona in fatto di gaffes.

Dopo la trombata ad Hillary Clinton, bocciata non in quanto donna ma in quanto vecchia minestra riscaldata già troppe volte nelle cucine della Casa Bianca, per i democratici si è fatto avanti Barack Obama. Tutti i sondaggi lo danno vincente ed io, se permettete, mi do’ una grattatina ai metaforici cabbasisi.
Barack non farà né la rivoluzione né stravolgerà il sistema sociale americano però in ogni caso rappresenta una novità e l’America è paese di pionieri. E’ afroamericano, si, ma è giovane. Si chiama quasi come il nemico pubblico numero uno d’America ma basta pensare alla faccia di Bush e passa la paura di votarlo.

C’è un ultimo fatto, forse il più importante, che distingue queste elezioni dalle precedenti. A differenza delle altre due tornate elettorali, questa volta gli americani, notoriamente restii ad affollare i seggi, stanno formando lunghissime code per andare a votare. Essendo estremamente improbabile che si tratti del fascino slavo di McCain si deduce che Obama sia il favorito. Se è veramente così, forse stavolta non avranno il coraggio di andare contro il loro popolo.

Non so davvero come finirà, è un thriller e bisogna attendere l’ultima scena.
Se vincerà Obama senza ombre sarò molto contenta. Anche per coloro che in questi giorni, dai megafoni prezzolati dei media, hanno scoperto l’inaffidabilità dei sondaggi, che quando non danno la destra in vantaggio non valgono più una minchia. Che bello sarebbe vedere le loro facce.
Per non parlare della soddisfazione di vedere i legaioli e fasci nostrani inchinarsi ad un “négher” imperatore, ad un presidente dark.


OKNotizie
Vota questo post su OKNotizie!

(foto in versione grande)

“Lasciate che ve lo dica. Se McCain vince è broglio sicuro. E se succede ci sarà sangue per le strade”.

“Gente, se questa elezione non va come deve andare Chicago sarà un cumulo di rovine, e così le altre grandi città. Un caos totale”.

Si fanno scommesse sulle città che si rivolteranno, e qualcuno ironizza: “A San Francisco e Seattle ci sarà da ridere, ingegneri che rovesciano i loro computers, gettano cappuccini sulla polizia e danno fuoco alle Toyota Prius”.

La sensazione di queste ore pre-elettorali e non solo la mia, a giudicare da queste frasi scambiate nei forum statunitensi e riportate da Debora Billi nel suo post odierno, è quella di assistere ad un thriller appena un pelo meno angosciante di “Shining”.
Non è soltanto il non fidarsi dei sondagi, degli exit-poll (ormai da considerasi jettatori se ti danno vincente) e del bias della desiderabilità sociale, fenomeno che spinge l’intervistato a dare la risposta che lui percepisce come la più socialmente corretta.

Parliamoci chiaro, non si tratta di essere paranoici. Le ultime due elezioni presidenziali americane, quelle del 2000 e 2004, sono state viziate da brogli, favoriti dall’uso delle maledette macchinette Diebold per il voto elettronico, dotate di un software che anche un bambino di tre anni riuscirebbe ad hackerare.
Nel 2000 i responsabili della macchina elettorale (vicini ideologicamente ai repubblicani) taroccarono il voto della Florida (governatore Bush fratello), cancellando qualche migliaio di elettori afroamericani dalle liste e privandoli quindi del diritto di voto per futili motivi, facendo diventare decisivo il peso di quello stato ai fini del risultato finale. Risultato che giunse solo dopo parecchie settimane di incertezza ed una sofferta decisione della Corte Suprema, che assegnò la vittoria a Bush, tra lo scandalo e qualche tiro di uova marce alla inauguration.
Poco importava che Al Gore, il pretendente democratico, e probabile vero vincitore, avesse alfine accettato la dubbia sconfitta. Gli americani erano incazzatissimi e per tutta la prima metà del 2001 Bush fu chiamato senza mezzi termini “l’usurpatore”.
Poi venne l’11 settembre, e il paese si ricompattò ob torto collo attorno al minus habens divenuto presidente per meriti dinastici.
Nel 2004, rielezione di Bush ed altri brogli più che sospetti, questa volta in Ohio. Il candidato democratico John Kerry rinunciò a presentare reclamo contro i presunti brogli e George continuò a far danni per altri quattro anni.

Con tali precedenti, perchè non dovrebbero risultare taroccate anche queste elezioni, si chiedono con ansia i simpatizzanti democratici che paventano un’America che mette mano ai forconi e, come direbbe Berlusconi, “scende in piazza” se sarà ancora una volta privata del suo diritto di scegliere il presidente che vuole?
Le differenze tra il 2000 e il 2008 ci sono e non sono da poco.

I nazisti dell’Illinois, i predicatori con l’M16 Viper, gli odiati neocon guerrafondai, i bacchettoni rinati e i liberisti economici, sono decisamente fuori moda in questi giorni ed in odore di disgrazia.
Così il candidato repubblicano è un signore anziano, dal rispettabilissimo passato di reduce del Vietnam con le braccine offese dalle ferite di guerra, il cui maggior pregio è di essere il più presentabile tra i repubblicani, o il meno impresentabile. Peccato si abbia un po’ la sensazione che gli elefantini abbiano gettato sul ring un vecchio pugile ripescato per una improbabile rentrée. La scelta di Sarah Palin come sparring partner si è rivelata un mezzo fallimento. Più macchietta che vice-presidente, quasi una Silvia Berluscona in fatto di gaffes.

Dopo la trombata ad Hillary Clinton, bocciata non in quanto donna ma in quanto vecchia minestra riscaldata già troppe volte nelle cucine della Casa Bianca, per i democratici si è fatto avanti Barack Obama. Tutti i sondaggi lo danno vincente ed io, se permettete, mi do’ una grattatina ai metaforici cabbasisi.
Barack non farà né la rivoluzione né stravolgerà il sistema sociale americano però in ogni caso rappresenta una novità e l’America è paese di pionieri. E’ afroamericano, si, ma è giovane. Si chiama quasi come il nemico pubblico numero uno d’America ma basta pensare alla faccia di Bush e passa la paura di votarlo.

C’è un ultimo fatto, forse il più importante, che distingue queste elezioni dalle precedenti. A differenza delle altre due tornate elettorali, questa volta gli americani, notoriamente restii ad affollare i seggi, stanno formando lunghissime code per andare a votare. Essendo estremamente improbabile che si tratti del fascino slavo di McCain si deduce che Obama sia il favorito. Se è veramente così, forse stavolta non avranno il coraggio di andare contro il loro popolo.

Non so davvero come finirà, è un thriller e bisogna attendere l’ultima scena.
Se vincerà Obama senza ombre sarò molto contenta. Anche per coloro che in questi giorni, dai megafoni prezzolati dei media, hanno scoperto l’inaffidabilità dei sondaggi, che quando non danno la destra in vantaggio non valgono più una minchia. Che bello sarebbe vedere le loro facce.
Per non parlare della soddisfazione di vedere i legaioli e fasci nostrani inchinarsi ad un “négher” imperatore, ad un presidente dark.


OKNotizie
Vota questo post su OKNotizie!

(foto in versione grande)

“Lasciate che ve lo dica. Se McCain vince è broglio sicuro. E se succede ci sarà sangue per le strade”.

“Gente, se questa elezione non va come deve andare Chicago sarà un cumulo di rovine, e così le altre grandi città. Un caos totale”.

Si fanno scommesse sulle città che si rivolteranno, e qualcuno ironizza: “A San Francisco e Seattle ci sarà da ridere, ingegneri che rovesciano i loro computers, gettano cappuccini sulla polizia e danno fuoco alle Toyota Prius”.

La sensazione di queste ore pre-elettorali e non solo la mia, a giudicare da queste frasi scambiate nei forum statunitensi e riportate da Debora Billi nel suo post odierno, è quella di assistere ad un thriller appena un pelo meno angosciante di “Shining”.
Non è soltanto il non fidarsi dei sondagi, degli exit-poll (ormai da considerasi jettatori se ti danno vincente) e del bias della desiderabilità sociale, fenomeno che spinge l’intervistato a dare la risposta che lui percepisce come la più socialmente corretta.

Parliamoci chiaro, non si tratta di essere paranoici. Le ultime due elezioni presidenziali americane, quelle del 2000 e 2004, sono state viziate da brogli, favoriti dall’uso delle maledette macchinette Diebold per il voto elettronico, dotate di un software che anche un bambino di tre anni riuscirebbe ad hackerare.
Nel 2000 i responsabili della macchina elettorale (vicini ideologicamente ai repubblicani) taroccarono il voto della Florida (governatore Bush fratello), cancellando qualche migliaio di elettori afroamericani dalle liste e privandoli quindi del diritto di voto per futili motivi, facendo diventare decisivo il peso di quello stato ai fini del risultato finale. Risultato che giunse solo dopo parecchie settimane di incertezza ed una sofferta decisione della Corte Suprema, che assegnò la vittoria a Bush, tra lo scandalo e qualche tiro di uova marce alla inauguration.
Poco importava che Al Gore, il pretendente democratico, e probabile vero vincitore, avesse alfine accettato la dubbia sconfitta. Gli americani erano incazzatissimi e per tutta la prima metà del 2001 Bush fu chiamato senza mezzi termini “l’usurpatore”.
Poi venne l’11 settembre, e il paese si ricompattò ob torto collo attorno al minus habens divenuto presidente per meriti dinastici.
Nel 2004, rielezione di Bush ed altri brogli più che sospetti, questa volta in Ohio. Il candidato democratico John Kerry rinunciò a presentare reclamo contro i presunti brogli e George continuò a far danni per altri quattro anni.

Con tali precedenti, perchè non dovrebbero risultare taroccate anche queste elezioni, si chiedono con ansia i simpatizzanti democratici che paventano un’America che mette mano ai forconi e, come direbbe Berlusconi, “scende in piazza” se sarà ancora una volta privata del suo diritto di scegliere il presidente che vuole?
Le differenze tra il 2000 e il 2008 ci sono e non sono da poco.

I nazisti dell’Illinois, i predicatori con l’M16 Viper, gli odiati neocon guerrafondai, i bacchettoni rinati e i liberisti economici, sono decisamente fuori moda in questi giorni ed in odore di disgrazia.
Così il candidato repubblicano è un signore anziano, dal rispettabilissimo passato di reduce del Vietnam con le braccine offese dalle ferite di guerra, il cui maggior pregio è di essere il più presentabile tra i repubblicani, o il meno impresentabile. Peccato si abbia un po’ la sensazione che gli elefantini abbiano gettato sul ring un vecchio pugile ripescato per una improbabile rentrée. La scelta di Sarah Palin come sparring partner si è rivelata un mezzo fallimento. Più macchietta che vice-presidente, quasi una Silvia Berluscona in fatto di gaffes.

Dopo la trombata ad Hillary Clinton, bocciata non in quanto donna ma in quanto vecchia minestra riscaldata già troppe volte nelle cucine della Casa Bianca, per i democratici si è fatto avanti Barack Obama. Tutti i sondaggi lo danno vincente ed io, se permettete, mi do’ una grattatina ai metaforici cabbasisi.
Barack non farà né la rivoluzione né stravolgerà il sistema sociale americano però in ogni caso rappresenta una novità e l’America è paese di pionieri. E’ afroamericano, si, ma è giovane. Si chiama quasi come il nemico pubblico numero uno d’America ma basta pensare alla faccia di Bush e passa la paura di votarlo.

C’è un ultimo fatto, forse il più importante, che distingue queste elezioni dalle precedenti. A differenza delle altre due tornate elettorali, questa volta gli americani, notoriamente restii ad affollare i seggi, stanno formando lunghissime code per andare a votare. Essendo estremamente improbabile che si tratti del fascino slavo di McCain si deduce che Obama sia il favorito. Se è veramente così, forse stavolta non avranno il coraggio di andare contro il loro popolo.

Non so davvero come finirà, è un thriller e bisogna attendere l’ultima scena.
Se vincerà Obama senza ombre sarò molto contenta. Anche per coloro che in questi giorni, dai megafoni prezzolati dei media, hanno scoperto l’inaffidabilità dei sondaggi, che quando non danno la destra in vantaggio non valgono più una minchia. Che bello sarebbe vedere le loro facce.
Per non parlare della soddisfazione di vedere i legaioli e fasci nostrani inchinarsi ad un “négher” imperatore, ad un presidente dark.


OKNotizie
Vota questo post su OKNotizie!

Certo che ci faccio un post, come mi ha suggerito di fare un lettore (anonimo, mannaggia!) a margine dell’ultimo articolo su Sarah Palin segnalandomi la chicca. Purtroppo, controllando su Google se c’era una versione migliore della foto ho scoperto che quella pubblicata da Liberazione del 5 settembre a pagina 8 (cliccare sulla versione pdf) è un clamoroso fake, come dimostra questo articolo americano e la prova di cui sopra.

La pupona ama le sputafuoco, è vero, ma quella nella foto che la ritrae in bikini a stelle e strisce e fucilone (non a tappo ma a full metal jacket) a bordo piscina non è una sua tipica posa, come imprudentemente ha sottotitolato l’articolista del giornale ma solo plausibile. Comunque falsificata a mezzo Photoshop.

Giusto per non creare equivoci, il filmato che segue non è una riunione tra i ministri dell’amministrazione Palin, succeduta a quella del defunto presidente McCain, strozzatosi il giorno della inauguration per colmo di sfiga con una patatina incastratasi tra faringe e velopendulo. Non è nemmeno un DVD sulle prossime elezioni americane allegato a “Liberazione” ma un estratto da “Jackie Brown” di Quentin Tarantino.

P.S. Non c’è da stare tranquilli lo stesso. La gnocca con il fucile è una ben consolidata icona americana e se riescono a sparare a degli inermi ed innocenti orsacchiotti americani immaginate cosa riuscirebbero a fare ad un bambolotto iraniano.


OKNotizie
Vota questo post su OKNotizie!

Certo che ci faccio un post, come mi ha suggerito di fare un lettore (anonimo, mannaggia!) a margine dell’ultimo articolo su Sarah Palin segnalandomi la chicca. Purtroppo, controllando su Google se c’era una versione migliore della foto ho scoperto che quella pubblicata da Liberazione del 5 settembre a pagina 8 (cliccare sulla versione pdf) è un clamoroso fake, come dimostra questo articolo americano e la prova di cui sopra.

La pupona ama le sputafuoco, è vero, ma quella nella foto che la ritrae in bikini a stelle e strisce e fucilone (non a tappo ma a full metal jacket) a bordo piscina non è una sua tipica posa, come imprudentemente ha sottotitolato l’articolista del giornale ma solo plausibile. Comunque falsificata a mezzo Photoshop.

Giusto per non creare equivoci, il filmato che segue non è una riunione tra i ministri dell’amministrazione Palin, succeduta a quella del defunto presidente McCain, strozzatosi il giorno della inauguration per colmo di sfiga con una patatina incastratasi tra faringe e velopendulo. Non è nemmeno un DVD sulle prossime elezioni americane allegato a “Liberazione” ma un estratto da “Jackie Brown” di Quentin Tarantino.

P.S. Non c’è da stare tranquilli lo stesso. La gnocca con il fucile è una ben consolidata icona americana e se riescono a sparare a degli inermi ed innocenti orsacchiotti americani immaginate cosa riuscirebbero a fare ad un bambolotto iraniano.


OKNotizie
Vota questo post su OKNotizie!

Flickr Photos

onlookers

Renzistein Junior

Von Trierweiler's Nymphomaniac

Eurodeliri

Altre foto

Blog Stats

  • 82,417 hits

Categorie