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Gli italiani non lo sanno o non lo vogliono sapere ma quando hanno sposato B. tanti anni fa mettendo quella maledetta croce, da bravi analfabeti, sul suo nome, lo hanno fatto con un rito che escludeva il divorzio e perfino la separazione legale. In compenso, con il vincolo matrimoniale, esteso purtroppo anche a tutti gli invitati alle nozze, ai fotografi, al prete, ai cuochi e camerieri del banchetto, tutti costoro cedevano a lui, oltre alla loro dignità, agli imeni ed ai muscoli sfinterico-anali delle figlie minorenni, anche i loro patrimoni fatti di sudati risparmi.

Provate però in questi giorni a far notare ad un vostro connazionale, che sicuramente se ha qualche soldo in banca lo ha, come me, investito in titoli di stato, che quel criminale, attaccato al potere per difendere il suo tesssoro, è disposto a mandarlo in rovina ed altri milioni di persone con lui, senza rimorsi. Niente.
Provate a fargli entrare in quella testaccia di italiano di merda che al suo premier non gliene frega un beneamato del default dell’Italia perché, tra l’altro, quelle metastasi dei suoi figli lo spingono a resistere per non perdere l’eredità. Tale il padre, peggio i figli. Niente, nessuna reazione.
A fargli capire che la grande vittoria di B. sarà quella di fallire non prima di aver depredato fino all’ultimo centesimo un intero paese senza che questo potesse difendersi, legato a vita al proprio carnefice. Per stupidità, immoralità e vigliaccheria.

In un paese sano di mente questa mattina ci sarebbero dovute essere le piazze piene dei risparmiatori a gridargli: “Dimettiti subito, bastardo, che ci mandi in rovina!”. Viste le perdite in Borsa e il disastro causato dal suo non voler mollare l’osso, nonostante i segnali inequivocabili dei mercati, qualche imprenditore o la Marcegaglia a nome di Confindustria, invece di birignaolare di crescita e baratro potrebbero denunciarlo per danni. Migliaia di citazioni. Altro che De Benedetti. Roba da sostituire tutte le sue televisioni con i monoscopi.
Anche la politica, dal canto suo, potrebbe agire finalmente. L’opposizione potrebbe sfiduciarlo subito e Napolitano, bioparco, potrebbe sciogliere quelle maledette Camere di parassiti dichiarando l’emergenza nazionale e facendolo arrestare per attentato alla Costituzione. Nello Zimbabwe lo avrebbero già fatto.

Non lo fanno perché lo temono. Ne sono tutti terrorizzati. Si cacano sotto. Sono una manica di vigliacchi. Temono l’imbonitore televisivo di pentole, il puttaniere, il pagliaccio, l’impresario d’avanspettacolo, il barzellettiere sconcio. Temono Kaiser Soze.
Ne avete tanta paura? E che può farvi? Può mettere forse qualche bomba in uno stadio, far saltare una stazione con il C4? Oppure può fare un golpe militare con le sue zoccole travestite da marines? Oppure pensate che sia inamovibile perché l’impero lo sta usando contro di noi per motivi suoi e la CIA lo protegge? O che abbia dietro di sé la Mafia, l’esercito o chissà quale potere tremendo, forse il fottuto diavolo in persona?
Se è così allora è giunto il momento di dirlo. Di parlar chiaro e dire: “Non lo si può cacciare via per questi gravissimi motivi, perché ha promesso di spedirci le teste dei nostri figli per posta se non facciamo come dice lui”.

Che siamo un paese di merda, con un popolo di vigliacchi come questo che si lascia massacrare senza reagire, è vero ogni giorno di più.
Lui e i suoi vogliono andare alle urne. Nonostante i costi improponibili, nonostante pare gli italiani non sarebbero più disposti a votarlo, dicono i sondaggi (ma non ne sarei così sicura). Se vogliono andare al voto nonostante i sondaggi sfavorevoli, staranno pensando sicuramente a qualche broglio, ad un colpo di mano finale. 

La verità è che non ci sarà mai niente che ci libererà di lui a parte la morte. Finchè morte non ci separi.
Tutti lo sanno ma non hanno il coraggio di dirlo. Hanno paura di evocarla, la signora. Forse anche lui lo sa e sta sfidando qualcuno in un gioco al massacro, in un redde rationem dove potrebbe lasciarci le gorge come il suo defunto amico beduino.
Speriamo allora che urne siano ma cinerarie.

B. in Jabba look



“Questo patto [dichiarazione di voto, n.d.a.] vogliamo stipularlo con Lei e non col prof. Prodi: la sua campagna fatta di ‘serietà’ e ‘sacrifici’ non ci piace, ci intristisce e ci fa un po’ spavento. E noi signore lo lasciamo volentieri perdere. ‘La bellezza salverà il mondo’.” (Dalla Lettera aperta delle donne a Silvio Berlusconi, marzo 2006) 


Quando tutto sarà finito e ci aggireremo tra le macerie fumanti di questo disgraziato paese, bisognerà fare un discorsetto come si deve alle donne che hanno popolato, appoggiato, sfruttato ed acclamato il maledetto regime del Drago Flaccido per tutto questo tempo. Qualche testolina da rapare metaforicamente a zero per intelligenza – anzi incoscienza – con il nemico, insomma, non guasterebbe.

Non è un mistero che proprio le donne siano state lo zoccolo duro dell’elettorato del Nano della Provvidenza. Non solo le patetiche vecchie passerottine comperate last minute con il cestino da viaggio dei poveri – panino al salame e mezza minerale – e mandate di fronte a Palazzo di Giustizia a fare claque. Non solo le signore bene e male tradizionalmente sensibili ai richiami del populismo fascista e del conservatorismo protettore del privilegio ma milionate di donne di tutte le classi sociali, anche le più umili, che gli si sono donate senza indugio come ringraziamento per essere state sedotte e condizionate pavlovianamente dalla sua cura Silvio-Ludovico.
Ore ed ore, giornate intere per trent’anni a farsi rincoglionire ed offendere da trasmissioni oscene per ignoranza e volgarità, senza che nessuna avesse il buon gusto di spegnere l’ordigno infernale e rifiutarsi di comperare i rovagnati, i mulini bianchi e tutte le cianfrusaglie che avrebbero finanziato altra televisione immonda, altra merda da far colare nel loro salotto, in un loop consumistico e culturalmente degradante senza fine.
L’oscenità che ci ha fatto rabbrividire in “Videocracy” e ne “Il corpo delle donne” le italiane l’hanno tollerata senza fiatare per decenni senza accorgersi di come questo condizionamento tette-culi stesse scavando come una talpa nell’inconscio maschile infettandolo con l’idea che le donne debbano essere sempre e solo categorizzate secondo un sistema binario in strafighe vs. cesse, minorenni vs. vecchie, chiavabili vs. inchiavabili, madonne (le loro madri) vs. troie (il resto del mondo).
Quando il responsabile di tale schifezza è sceso in politica, invece di evitarlo come la peste, lo hanno votato, gli hanno affidato le loro vite e quelle dei loro figli. Del resto anche nella vita reale capita ad esempio che siano proprio le donne a volte  – magari per stupidità ed incoscienza – a dare in pasto i figli ai pedofili, specie se di famiglia. Sarà il riflesso nei confronti del maschio dominante.

Ora le donne che lo hanno votato si adontano. Il vecchiaccio in fondotinta non riesce a difenderle dalla crisi perché ha perso troppo tempo a difenderle dai comunisti e si sentono punte nel vivo soprattutto per il fatto delle mignotte.
Lì per lì, quando Veronica già nel 2007  le aveva avvertite non le avevano creduto. L’avevano considerata un’ingrata che osava toccar loro il Silvio. Avevano svuotato la sacca del veleno. Poi, a furia di martellare, scandalo dopo scandalo, identificandosi nella moglie cornuta con il marito che va a puttane e per giunta più giovani, nella dura scorza dell’elettorato femminile papiminkia si è formata una crepa strutturale, sintomo di crollo imminente del mito.
A proposito, è inquietante che si debba essere d’accordo con uno come Edward Luttwak che ha dichiarato Veronica “vera patriota italiana” per essere stata la prima a ribellarsi al Drago.
Che siano pentite o meno, le elettrici di B. non hanno comunque scuse: sono colpevoli di favoreggiamento continuato al regime.
Anche le donne di centrosinistra hanno latitato nel denunciare come la televisione italiana stesse diventando null’altro che lo specchio della personale perversione sessuale di un vecchio libidinoso. Una manifestazione ogni trent’anni, la famosa “Se non ora quando” è francamente un po’ pochino, soprattutto per quello che contano ormai le manifestazioni. Uno sciopero delle consumatrici, ad esempio, avrebbe fatto più male.

Il regime però non ha espresso solamente un elettorato femminile da vergognarsi ma soprattutto una classe dirigente in tacchi a spillo che è  il peggio del peggio femminile. Il berlusconismo si è fatto rappresentare ed ha portato al potere, coprendole di denaro, carriere e ciondoli per farle star buone,  le sciurette cotonate, le zie ricche fasciste, le imprenditrici coscialunga e cervello fino, le figlie-di, le terruncielle rampanti con la specializzazione in arti bolognesi, le zoccole e basta, le minorenni che vanno per i trentacinque, le casalinghe di Voghera, le anelle mancanti razziste con il terrore del negro, le pozze di ignoranza abissale elevate a ministre dell’istruzione e quelle che maitresse si nasce e loro lo nacquero. Un mare di nullità femmine abituate a funzionare in modalità cervello automatico con schede preprogrammate; sacerdotesse della vita facile e della carriera molta spesa e poca resa grazie alla coscia allargata, tutto a spese dei contribuenti. Tutte bonazze perché, come ha recentemente dichiarato la sacerdotessa che parla come Vito Catozzo, “le racchie devono stare a casa”. A casa anche le brave e le intelligenti, era sottinteso. Perché il combinato di bella & intelligente rischia di far andare in sovraccarico il sistema. Il berlusconismo, per stabilizzarsi, deve annichilire l’intelligenza, la creatività e la competenza della donna. Deve essere solo il Trionfo della Cretina.
E bastava guardare le sue televisioni per capirlo con anni di anticipo ed evitare i danni catastrofici che stiamo subendo.

Menzione d’onore alla Marcegaglia che, se non altro, dimostra più coraggio e determinazione di Bersani nel parlare di “salvare l’Italia” ma per il resto? Che facciamo per ricostruire culturalmente il paese?
Una seria e profonda autocritica da parte dell’universo femminile per le colpe che ha avuto nell’aver tollerato ed appoggiato questo schifo del berlusconismo non guasterebbe. Magari cominciando da un bel “che cretine siamo/sono state a votarlo”, “che farabutte quelle madri che spingono le figlie a vendersi per una comparsata in TV o la borsa di Prada”, o “che vergogna non aver denunciato prima il degrado culturale”.
Questa autocritica dubito la si troverà mai nei siti femministi.
Confesso che non riesco più a seguirli. Fatico ogni giorno di più a capire il loro linguaggio e mi infastidisce fino all’orticaria quell’atteggiamento di assoluta e dogmatica giustificazione verso tutto ciò che fanno le donne; una sorta di vittimismo da minoranza etnico-religiosa sempre più piagnone e ricattatorio. Noto sempre più di frequente l’assenza pressoché totale di autocritica per i milioni di errori che commettono ogni giorno le donne, come è normale che sia, vista la loro natura umana. 
Per le femministe paiono non esistere donne cattive, stronze, disoneste, addirittura assassine. Se lo sono non è mai colpa della loro natura umana  ma del maschio che le ha disegnate così e che le opprime. Nell’universo femminista c’è questo gigantesco Godzilla cazzuto che si aggira sfracellando ponti e palazzi, minacciando costantemente l’esistenza delle sue povere vittime. Una visione che non è obiettiva perché profondamente fobica e unisessuale.

Se critichi il puttanaio che circonda, volontariamente, il satrapo nano, ti rispondono, le sorelle femministe, come ti permetti di giudicare, visto che “siamo tutte puttane”, – dimostrando di non conoscere la differenza tra il ruolo, il mestiere e la forma mentis di puttana, che non sempre si sovrappongono e, per tagliare il discorso, concludono che il problema è che tanto siamo tutti sfruttati in questo mondo, quindi che vuoi? Quindi un par di balle. La ricostruzione dell’immagine della donna italiana, per esempio a cominciare dalla riscoperta e valorizzazione di tutti i talenti femminili, non solo della figaggine, non può che partire dall’autocritica. E da noi stesse.

“Un paese civile e democratico come l’Italia non può permettersi la permanenza di un presidio come quello del villaggio Maddalena, al di fuori della legalità. La Tav è un’opera fondamentale per lo sviluppo dell’Europa e un’infrastruttura importante per mantenere i collegamenti dell’Italia a livello internazionale. Per questo  è fondamentale che i cantieri partano entro fine mese, per non perdere quote di finanziamento europeo”. (Emma Marcegaglia)

Lasci stare la civiltà e la democrazia, madame. Civiltà e democrazia significano dialogare con i territori sui quali si vogliono costruire le infrastrutture ad alto impatto ambientale, ascoltare i cittadini riguardo le loro perplessità e paure e non imporre a bastonate gli interessi economici degli appaltatori con i soliti celerini che in questa stagione si eccitano neanche sentissero il profumo del napalm la mattina presto. Ci spieghi perché non potete fare a meno della TAV e siete tanto infoiati all’idea dei finanziamenti europei (ammesso che mai arrivino), se è una cosa che si può dire ad alta voce. A maggior ragione se anche Tremonti ormai considera l’operazione come troppo onerosa e ne preferisce una versione light approvata anche dai francesi.

Lasci stare la legalità, signora mia. O almeno pensi prima ai troppi operai che muoiono nei suoi stabilimenti, all’albergo alla Maddalena (che combinazione) costato a noi fessi suoi concittadini 120 milioni di euro per il G8 abortito del 2009 ed a lei affittato dalla Bertolaso Band alla cifra da hard discount di 60 mila euro l’anno, alle altre speculazioni edilizie ai limiti dello scempio ambientale tipo Malfatano,  ed alle altre magagnucce di famiglia

Ci offra argomenti più consistenti dell’elogio dell’uso della forza. Altrimenti hanno ragione i comunisti, si è solo dei padroni di merda.
Il logo suggerisce che dal 2011 in poi dobbiamo andare “avanti veloce”?

Com’è difficile, essendo italiani, parlare di patria. Non si sa da che parte cominciare. Le idee si accavallano e si parlano sopra, in un gran casino. Oppure non ci sono proprio idee, il vuoto assoluto.
Sembra di essere all’esame di maturità di fronte ad un tema che il nostro cervello non si aspettava e che non si decide ad elaborare. E’ una parte del testo che avevi saltato a pié pari perché figurati se esce proprio quello.
Eppure per gli altri popoli è così facile descrivere il concetto di patria. Prendi gli americani o i francesi, perfino quelli che consideriamo con sussiego come troppo meridionali: egiziani, tunisini, algerini. Ti riempirebbero dieci fogli protocollo sull’argomento e alla fine non riusciresti nemmeno a leggere tutte le parole perché i fogli sarebbero macchiati dalle lacrime di commozione che provoca loro il concetto.
Dunque, facciamo uno sforzo, possiamo farcela anche noi. L’Italia sta per compiere 150 anni come nazione, bisogna parlarne, anche se nessuno sembra voler festeggiare la ricorrenza, a cominciare dalla nostra classe dirigente. Su questo ritorneremo più avanti.
La patria, vediamo. “Fratelli (coltelli) d’Italia” è il nostro inno, il tricolore la nostra bandiera. Nostri? Nostri di chi? Di noi italiani. E chi sono gli italiani?

Forse ci manca il file di sistema del patriottismo perché siamo un popolo troppo giovane? Può essere. Centocinquant’anni di unità nazionale non sono poi tanti. 
Se non siamo patriottici è perché non siamo tutti uguali, non siamo un popolo omogeneo, ci si giustifica. Vi sono differenze tra Nord e Sud, tra Bergamo di sopra e di sotto, tra la Contrada dell’Oca e quella della Tartuca. Fai dieci chilometri e il tuo stesso dialetto diventa incomprensibile. 
Non è così. E’ solo un’illusione, quella di essere diversi. Siamo un popolo di bastardi, geneticamente e culturalmente. Ma proprio perché siamo tutti bastardi, siamo tutti uguali. Compris?
Infatti, se vai all’estero ti riconoscono subito. Hai voglia di specificare che sei genovese, marchigiano, viterbese. Per loro sei ITALIANO, ovvero quella sfilza di stereotipi che ti marchiano a fuoco e che si possono riassumere nell’orrenda triade: mafia, spaghetti e mandolino. Curiosamente, proprio tra gli italiani all’estero, costretti ad unificarsi sotto un unico cliché, è forte il patriottismo. Qui in Italia invece, emergono le differenze e i distinguo, ognuno di noi fa provincia per conto suo.
E’ per questo che, se li intendiamo come popolo con un’identità nazionale, gli italiani sembrano materializzarsi  solo in occasione dei Mondiali di Calcio (solo però se li vinciamo). 
La patria, allora, è andare a fare i caroselli per le strade con il bandierone? Beh, non direi. Ci vogliono situazioni più serie per misurare il grado di patriottismo di un popolo. Per esempio la guerra, quando devi morire per la patria combattendo o per difenderla da un invasore.
Ecco il primo problema. Noi consideriamo la guerra un’opportunità di carriera e di solito, cominciandola da uno schieramento, non sai mai dalla parte di chi la finiremo. La sovranità nazionale, del resto, non ci interessa più di tanto. Sono più di sessant’anni che viviamo benissimo senza e ormai forse non sapremo più che farcene. Ci siamo abituati a camminare su una gamba sola.
La politica, dal canto suo, ha fatto di tutto per distruggere, in questi 150 anni, il concetto di patria. Il fascismo era riuscito ad imporcene, a calci in culo, una versione dispotica e tragicomicamente sborona che non poteva che finire i suoi giorni nella polvere e nella vergogna.
Con la Resistenza abbiamo combattuto per la libertà dalla dittatura di una nazione intera, dell’Italia, non solo della Repubblica del Nord o del Sud ma  la sinistra, finita l’emergenza della guerra civile, ha preso a deridere il concetto di patria, preferendo ad esso l’internazionalismo socialista e lasciando in eredità il sentimento nazionale ai residuati di fascismo, commettendo  un gravissimo errore.
Il regime socialdemocristiano del lungo dopoguerra, bisogna riconoscerglielo, non si sarebbe mai sognato di mettere in discussione l’unità del paese ma non ha fatto nulla per sviluppare un vero sentimento nazionale positivo e democratico, lasciando che emergessero e prendessero piede le leggende della Padania, del Dio Po’, della secessione del Nord e dell’indipendentismo del Sud.
La classe dirigente attuale sta completando la demolizione controllata del senso di unità nazionale comunemente detto, ovunque nel mondo, amor di patria.
Da una parte c’è l’internazionalismo imprenditoriale per il quale Italia o Serbia purché se magna, inteso come va’ dove ti porta il profitto. Per loro l’Italia vale solo se è come la serva, cioè se serve. Altrimenti se ne vanno, delocalizzano, fottendosene dei destini dei lavoratori italiani. Patriottismo degli industriali italiani? Non pervenuto.
Ecco quindi la Marcegaglia strepitare perché il 17 marzo, giorno in cui si festeggiano i 150 anni dall’unificazione di regnucoli e granducati in Regno d’Italia, visto che c’è la crisi “ohm!”, non bisogna astenersi dal lavoro. Capirai, come se un giorno facesse vendere più tubi a lei e più Punto a Marchionne.
Marchionne che non si sognerebbe di certo di costringere i lavoratori americani a lavorare il 4 luglio perché prenderebbe delle sonore cinghiate da Obama in giù , fino all’ultimo discendente di Toro Seduto.
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Anche Montezemolo dice che bisognerebbe lavorare ma propone di eliminare la Befana, ormai già trascorsa, al posto della festa del 17 marzo che, comunque e se non sbaglio, sarebbe celebrata solo quest’anno. Beh, lui ci ha provato.
In realtà agli imprenditori viene il bruciaculo al pensiero di dover retribuire la giornata festiva ai lavoratori. Tutto qui.

In ambito governativo ci sono ovviamente i leghisti, strutturalmente contrari a festeggiare una ricorrenza italiana e non padana come la sagra della polenta taragna, a loro sicuramente più cara. Fedeli al diktat del “va’ a laura’”, vogliono che il 17 marzo si lavori comunque.
Anche la Gelmini difende l’apertura coatta delle scuole nel giorno di festa. Chissà come saranno contenti i ragazzi.
Sempre dalle parti degli italiani per forza, ecco le minoranze come i sudtirolesi  rifiutarsi di partecipare alle celebrazioni ufficiali dei 150 anni.
Notoriamente considerati da Vienna come i terroni dell’Austria, e nonostante ricevano come provincia autonoma dallo Stato Italiano benefici fiscali che il resto d’Italia si sogna, compreso il ritorno a livello locale del 90% delle tasse pagate, si sono preoccupati recentemente di salvare il governo Berlusconi con il loro voto, vendendosi l’orifizio come tutti gli altri. Sarebbe gradito un loro silenzio sulle questioni italiane per i prossimi, diciamo, mille anni.
A questo antipatriottismo legaiolo e kartoffeln, più qualche smania irredentista sicula e in attesa del risveglio dell’orgoglio etrusco e di quello villanoviano, si oppongono ovviamente i fascisti-su-marte alla La Russa e anche la ministrina Meloni, povera cocca, ma sono voci troppo flebili per poter essere ascoltate.
L’opposizione, del resto, impegnata com’è a trovare dieci milioni di firme per mandare via Berlusconi, non si è ancora pronunciata. A proposito, frega a qualcuno di ciò che eventualmente potrebbe dire Veltroni a riguardo?

Nemmeno Berlusconi, che pure è giustificato dagli enormi problemi che deve affrontare in questi giorni, ha ancora proferito parola sulla ricorrenza del 17 marzo. Penso che possiamo comunque intuire il suo pensiero. Il 17 marzo non  bisogna astenersi dal trombare.

Nonostante qualche difficoltà con il gobbo, che malignamente mi ha fatto pensare alla Signorina Carlo e al suo “che siccome che sono cecata”, Emma Marcegaglia ha tenuto un brillante discorso d’esordio come neo presidente di Confindustria.

Oggi a Radio Radicale, l’ex ministro Treu si compiaceva che a capo degli industriali vi fosse finalmente una donna.
Mah, a me sembra che l’industriale sia un animale che non presenta grandi differenze tra maschi e femmine, un po’ come le tortore.
Forse che, con una donna a capo, la Confindustria dovrebbe diventare automaticamente una buona Mamma e parlare degli industriali che imbrogliano, che frodano il fisco, che hanno paura di rischiare e si appoggiano al carrozzone pubblico, dei furbetti e dei furboni e, perchè no, di coloro che sfruttano il lavoro nero o sottopagato, sculacciandoli sonoramente e preparando invece con amore i panini alla nutella ai lavoratori?

‘Oltre alla contrattazione vanno riviste le regole del lavoro e del welfare”. “Deve essere ‘aggiornato il quadro dei diritti dei lavoratori” adottando ”modelli di flexicurity”.”Non è il posto di lavoro che deve essere garantito, ma un reddito e una formazione adeguati, come accade nei paesi con sistemi di sicurezza sociale piu’ moderni e attivi”.”Il welfare italiano e’ particolarmente inefficiente e iniquo. Quasi il 60% della spesa sociale serve a coprire dal rischio di vecchiaia, perche’ l’età media dei pensionati è bassa e il pensionamento avviene tre anni prima che nella media dell’Ocse”. (Agenzia Asca)

A parte la bigiotteria, sono i discorsi che avrebbe fatto Montezemolone con in più un dettaglio inquietante: questa flexicurity.
Mi fa venire in mente qualcosa di flessibile e solido, magari da inserire nel didietro della specie “a busta paga”. Dopo l’ombrello il tubo, gentilmente offerto dalla Marcegaglia.

Ma no, che malfidata. Sarà veramente come dice Treu, quelle cose sul posto di lavoro che non deve essere garantito le ha dette così per dire, per provocare la solita erezione agli industriali vecchio stile. Sarà veramente una buona mamma e siamo noi che non capiamo un tubo.


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Nonostante qualche difficoltà con il gobbo, che malignamente mi ha fatto pensare alla Signorina Carlo e al suo “che siccome che sono cecata”, Emma Marcegaglia ha tenuto un brillante discorso d’esordio come neo presidente di Confindustria.

Oggi a Radio Radicale, l’ex ministro Treu si compiaceva che a capo degli industriali vi fosse finalmente una donna.
Mah, a me sembra che l’industriale sia un animale che non presenta grandi differenze tra maschi e femmine, un po’ come le tortore.
Forse che, con una donna a capo, la Confindustria dovrebbe diventare automaticamente una buona Mamma e parlare degli industriali che imbrogliano, che frodano il fisco, che hanno paura di rischiare e si appoggiano al carrozzone pubblico, dei furbetti e dei furboni e, perchè no, di coloro che sfruttano il lavoro nero o sottopagato, sculacciandoli sonoramente e preparando invece con amore i panini alla nutella ai lavoratori?

‘Oltre alla contrattazione vanno riviste le regole del lavoro e del welfare”. “Deve essere ‘aggiornato il quadro dei diritti dei lavoratori” adottando ”modelli di flexicurity”.”Non è il posto di lavoro che deve essere garantito, ma un reddito e una formazione adeguati, come accade nei paesi con sistemi di sicurezza sociale piu’ moderni e attivi”.”Il welfare italiano e’ particolarmente inefficiente e iniquo. Quasi il 60% della spesa sociale serve a coprire dal rischio di vecchiaia, perche’ l’età media dei pensionati è bassa e il pensionamento avviene tre anni prima che nella media dell’Ocse”. (Agenzia Asca)

A parte la bigiotteria, sono i discorsi che avrebbe fatto Montezemolone con in più un dettaglio inquietante: questa flexicurity.
Mi fa venire in mente qualcosa di flessibile e solido, magari da inserire nel didietro della specie “a busta paga”. Dopo l’ombrello il tubo, gentilmente offerto dalla Marcegaglia.

Ma no, che malfidata. Sarà veramente come dice Treu, quelle cose sul posto di lavoro che non deve essere garantito le ha dette così per dire, per provocare la solita erezione agli industriali vecchio stile. Sarà veramente una buona mamma e siamo noi che non capiamo un tubo.


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Oggi a Radio Radicale, l’ex ministro Treu si compiaceva che a capo degli industriali vi fosse finalmente una donna.
Mah, a me sembra che l’industriale sia un animale che non presenta grandi differenze tra maschi e femmine, un po’ come le tortore.
Forse che, con una donna a capo, la Confindustria dovrebbe diventare automaticamente una buona Mamma e parlare degli industriali che imbrogliano, che frodano il fisco, che hanno paura di rischiare e si appoggiano al carrozzone pubblico, dei furbetti e dei furboni e, perchè no, di coloro che sfruttano il lavoro nero o sottopagato, sculacciandoli sonoramente e preparando invece con amore i panini alla nutella ai lavoratori?

‘Oltre alla contrattazione vanno riviste le regole del lavoro e del welfare”. “Deve essere ‘aggiornato il quadro dei diritti dei lavoratori” adottando ”modelli di flexicurity”.”Non è il posto di lavoro che deve essere garantito, ma un reddito e una formazione adeguati, come accade nei paesi con sistemi di sicurezza sociale piu’ moderni e attivi”.”Il welfare italiano e’ particolarmente inefficiente e iniquo. Quasi il 60% della spesa sociale serve a coprire dal rischio di vecchiaia, perche’ l’età media dei pensionati è bassa e il pensionamento avviene tre anni prima che nella media dell’Ocse”. (Agenzia Asca)

A parte la bigiotteria, sono i discorsi che avrebbe fatto Montezemolone con in più un dettaglio inquietante: questa flexicurity.
Mi fa venire in mente qualcosa di flessibile e solido, magari da inserire nel didietro della specie “a busta paga”. Dopo l’ombrello il tubo, gentilmente offerto dalla Marcegaglia.

Ma no, che malfidata. Sarà veramente come dice Treu, quelle cose sul posto di lavoro che non deve essere garantito le ha dette così per dire, per provocare la solita erezione agli industriali vecchio stile. Sarà veramente una buona mamma e siamo noi che non capiamo un tubo.


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