You are currently browsing the category archive for the ‘empatia’ category.

Il senso di “Hereafter”, l’ultimo bellissimo film da regista di Clint Eastwood, è tutto in quella terrificante onda di tsunami iniziale. Un evento improvviso contro il quale non puoi far nulla, che ti travolge e ti trascina via. E’ la metafora visiva migliore che si potesse trovare per simboleggiare la morte ma soprattutto il dolore che accompagna la morte e che affligge chi resta. Dolore che, chi ha perduto una persona cara lo sa, arriva  a ondate e sembra non volerti lasciar più respirare. Non a caso si dice annegare nel dolore.

E’ stupefacente come l’ottantenne Clint, a un età in cui di solito si preferisce non pensarci perché si comincia ad esserne sempre più quotidianamente terrorizzati, sia riuscito a comporre un affresco così pieno di serenità nei confronti della morte, senza imporre certezze religiose o superstiziose sull’aldilà ma suggerendoci che le risposte che cerchiamo, riguardo ad argomenti così dolorosi come la perdita e il lutto e l’angosciosa questione se dopo finisca tutto o meno, sono dentro di noi, nella nostra mente. Occorre solo qualcuno o qualcosa che ci aiuti a tirarle fuori.

“Hereafter” è un poderoso film sull’elaborazione del lutto e sul suo significato profondo di fattore di crescita di personalità. Proprio per questo è straordinariamente ottimistico e positivo. La prospettiva del dolore della perdita non è il dolore infinito ma la trasformazione della propria esistenza in qualcosa di non necessariamente negativo.

Nessuna contaminazione religiosa nel discorso sull’aldilà, dicevo. C’è solo una brevissima scena, quasi un flash amaramente sarcastico, dove un sacerdote, di fronte al feretro di un bambino, parla di angeli, di lui che ora ci protegge ed è lassù a fianco di Gesù, concludendo: “Le ceneri saranno a disposizione nel retro della chiesa. Avanti il prossimo”.
Le frasi che abbiamo sentito mille volte pronunciare senza convinzione nei funerali cattolici e che ci hanno lasciato solo un gran senso di rabbia per la loro inadeguatezza di fronte, ad esempio, al dolore cosmico di una madre che ha perduto un figlio.
E’ paradossale perché, per la loro fede, la morte dovrebbe significare il ricongiungimento con Dio e quindi qualcosa di assolutamente gioioso, ma i religiosi (l’osservo continuamente nel mio lavoro) sono le persone più spaventate dalla morte, coloro che ne affrontano i rituali meno volentieri. Forse perché l’hanno popolata di demoni infernali e noiosissimi paradisi e la considerano un evento scontato e prevedibile dal quale non si può ricavare null’altro che un’impressione molto negativa e fine a sé stessa.

Nell’aldilà laico di Eastwood, invece, per alcune anime l’inferno è il rimorso di aver fatto del male e di non aver avuto tempo di chiedere perdono alle loro vittime. Siamo noi, però, attraverso il nostro processo di guarigione dal passato e di crescita, senza dimenticare l’ausilio del perdono, che possiamo render loro la pace, lasciandoli finalmente andare. Prima di tutto dalla nostra testa.

“Hereafter” è anche e soprattutto un film che descrive mirabilmente l’empatia e la difficoltà che prova chi quotidianamente si trova ad interagire con persone che stanno elaborando un lutto. 
Attraverso le vicende che portano la donna, il bambino e il sensitivo al loro incontro ravvicinato con la morte, possiamo renderci conto che il dolore non è mai fine a se stesso ma ha un significato che dobbiamo arrivare a scoprire con l’aiuto degli altri. 
Il sensitivo aiuterà il bambino a crescere ed affrancarsi dall’ingombrante figura fraterna; la donna fornirà al sensitivo le risposte che cercava, liberandolo infine dalla “maledizione” del contatto iperempatico con i dolenti e i fantasmi che li affliggono. In questo senso, i tre formano una simbolica triade i cui membri sono indissolubilmente legati l’uno all’altro ed il cui significato è: non è isolandosi che si guarisce dalla malattia del dolore ma passando attraverso l’esperienza dell’empatia, della pietas, della condivisione e dell’amore che ci vengono dall’altro da sé. Un percorso accidentato, doloroso e che a volte sembra di difficoltà insormontabile ma che ci rende alla fine persone migliori. 
Annunci
Non ci siamo. Forse sto invecchiando e non riesco più ad adattarmi ai cambiamenti troppo rapidi del mondo che mi circonda, ma alcune cose che accadono proprio faccio fatica a capirle.

A margine ancora dei fatti di Catania, si è gridato allo scandalo su tutti i media , compresa la blogosfera, per le affermazioni fatte da due deputati di RC, Heidi Giuliani e Francesco Caruso. Affermazioni definite vergognose, inaccettabili, eccetera.
Vediamo cosa hanno detto i due in concreto. Cominciamo dalla signora Giuliani, tratta da “Liberazione”: “Ho sempre sofferto, per ogni morte; da cinque anni ogni morte mi fa soffrire il doppio e Filippo, a parte la divisa, potrebbe essere mio figlio“.
Questo passaggio ha indignato il segretario generale del Coisp (Coordinamento per l’indipendenza sindacale delle Forze di polizia), Franco Maccari, che così le ha risposto: “Ieri Heidi Giuliani, la madre di Carlo, morto a Genova nel 2001 mentre tentava di assassinare Mario Placanica, dichiarava in un lunghissimo articolo su Liberazione, che Filippo Raciti poteva essere suo figlio. Ci perdoni signora Giuliani. Ma noi pensiamo che Filippo abbia ricevuto dalla madre ben altra educazione! Quindi non può essere suo figlio”.

Passiamo a Caruso, definito su Kilombo, aggregatore delle sinistre, “utile idiota” e “mentalità violenta che siede anche in parlamento”:
“Io resto convinto, e lo ribadisco, che dinanzi alla morte di un bambino irakeno, di un soldato italiano, di un ultrà o di un poliziotto, bisogna sempre chinare il capo e portare rispetto. Per me, che sia un tifoso che va a vedere una partita di calcio o un poliziotto in servizio per la tutela dell’ordine pubblico, non è assolutamente tollerabile che si resti ucciso in una pozza di sangue per una stupida partita di calcio
”.

Nonostante Caruso abbia detto altre cose nell’articolo, compresa la sciocchezza di numerare gli elmetti dei poliziotti, e si possa e debba discutere sulle altre dichiarazioni di Heidi Giuliani, compreso quel “a parte la divisa”, mi sempra che sia stata soprattutto l’equiparazione tra i morti fatta dai due a scatenare le critiche.

Con tutta la buona volontà, nelle parole che ho citato vedo solo l’espressione di un sentimento che definirei egualitarismo empatico. L’empatia ci permette di partecipare al dolore degli altri, e ad immedesimarci con loro. Viene considerata addirittura un sentimento cristiano.
Se poi Giuliani e Caruso hanno detto altre cose in quella stessa occasione, più o meno discutibili, a me sembra un normale esercizio di libertà di espressione che può e deve dare adito ad una normale discussione. Ma forse sono io che ho un concetto errato e troppo anglosassone di democrazia. O che sto invecchiando.

Flickr Photos

Blog Stats

  • 85,726 hits

Categorie