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“Ma se siete cattolici allora perdonate l’uomo di Arcore, perché ieri il suo grido d’orgogliosa ribellione ai padroni del mondo ha strappato a me un grido nell’anima. Almeno lui non gli ha baciato le scarpe per non morire.” (Paolo Barnard)

Mi sfugge qualcosa, giusto un piccolissimo passaggio, carissimo Paolo Barnard. Così il nostro Jeeg-va’ cuore acciaio, il premier supereroe tutto di un pezzo, il nostro Mattei redivivo, avrebbe sfidato a petto nudo il Nuovo Ordine Mondiale degli Illuminati, degli agenti del sempre attuale complotto demoplutogiudaicomassonico e dei Rettiliani, difendendo la sovranità nazionale italiana e rifiutando di sottomettersi? Un po’ come fece Craxi a Sigonella, vuol dire? Con l’implicazione che Craxi cadde non perché rubava a man salva ma perché aveva sgarrato con gli imperiali? Insomma, Tangentopoli come complotto e golpe giudiziario come piagnucola Iddu di tribunale in tribunale?

Ahi ahi ahi, siamo in piena identificazione con l’aggressore. Stiamo già pre-elaborando il lutto della perdita del più grande statista degli ultimi 150 anni idealizzandolo come si fa con chi muore precocemente, facendolo diventare l’eroe e il genio che non è e rifiutandoci di lasciarlo andare per la sua strada, cioè a remengo. O forse stiamo solo cercando disperatamente di razionalizzare la sciagurata atrocità commessa per averlo voluto come capo di stato per quasi vent’anni. Capisco che dobbiamo consolarci ma non esageriamo.

A parte che il concetto di sovranità nazionale in Italia è compromesso fin dall’epoca di Badoglio e che  i nostri destini sono da sempre decisi altrove, in questo caso qualunque inevitabile allusione a personaggi di ben altra levatura come Mattei dovrebbe risuonare nelle nostre coscienze come un bestemmione in pieno Te Deum in San Pietro.
Ho l’impressione, e milioni di altri italiani con me, che Iddu, il Nano della Provvidenza, per tutta la sua sciagurata vita, non abbia fatto altro che lavorare di lingua sulle suole di chiunque potesse garantirgli favori, protezione, salvezza dal gabbio, aumento dei profitti.
Quando dico chiunque penso non solo al già citato Bettino, per ingraziarsi il quale si finse socialista, ma agli amici che contano a Palermo e agli amici degli amici. Gente che ti può si proteggere la patrizia prole dal sequestro piazzandoti un uomo d’onore in casa ma poi pretende la restituzione del favore con interessi molto spesso insostenibili. Penso inoltre ai massoni eversori ed alle organisatzye ed oligarchie rampanti dell’Est con le quali ha tentato giochi spericolati nel campo energetico ai fini dell’aumento del proprio profitto di imprenditore, non di quello nazionale, come sanno bene gli imperiali. Fino al fenomeno dei più infimi magliari, spacciatori e puttane in grado di tenerlo agevolmente per le palle con una mano sola. Ed ai quali lui ha dovuto leccare, perché sempre in debito con loro, altro che scarpe.
Non avrà leccato la suola di Trichet, ma questa piccola galleria di immagini testimonia la propensione del nostro al bacio della mano con relativa genuflessione – evidente manifestazione di sottomissione, come confermerebbe qualunque etologo – di preti, papi, dittatori sanguinari e bibliofili chiacchierati. Nel caso dei religiosi, si potrebbe supporre che, in cambio della chiusura di un occhio o due sulle sue frequentazioni di ragazzine, egli non abbia esitato a svendere al Vaticano, tanto per fare un esempio, la laicità dello Stato.
Pensare insomma che questo individuo, il cui motto su di un ipotetico stemma araldico non potrebbe che essere “Pro Domo Mea”; questo Riccardo III che cederebbe senza indugi un intero Regno – questa miseranda Italia –  per il suo culo  possa veramente pensare al bene comune del suo paese è semplicemente folle. Sono certa che se il Diavolo esistesse potrebbe confermare la presenza della sua tra le anime da riscuotere. Quelle in cima alla lista, quelle che le scarpe le leccano da Dio.

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“Noi non lavoriamo per il vile interesse ma unicamente per arricchire gli altri.”
…Altri”, gli fa eco Bonaiuti. 
Il quale ribadisce che, siccome Lui è uno degli uomini più ricchi del mondo e gli intrallazzi con il maschione russo e il colonnello libico sono solo per il bene dell’Italia, come si può pensare che abbia preso tangenti dai gasisti russi?!
Già. Qualcuno spieghi a Bonaiuti, magari con l’ausilio di qualche albo illustrato di Paperone, che gli uomini più ricchi del mondo lo sono perché non smettono mai di accrescere la propria ricchezza. Mica sono tutti come il finto Briatore della pubblicità che non sa più dove mettere i soldi delle lenticchie della nonna.
Se ancora il volonteroso portavoce non si raccapezza, gli si racconti per sommi capi la storia del nostro paese utilizzando la parola chiave “sovranità nazionale” applicata al settore energetico. 
“Vogliono farmi fare la fine di Mattei!” guaiva ieri il migliore amico degli Stati Uniti, che difatti sospetta di aver pestato qualche callo.
Mentre il compianto Mattei si starà rivoltando nella tomba per il paragone con il Pierfido a sei zampe, ricordiamo alla povera bestia che le sette sorelle non possono essere trattate come sette escort alle quali lasciare la tartarughina o la farfallina in peltro smaltato dopo una sveltina “puf puf” con la pompetta.
Lasci perdere. Scherzi con i Cefis ma lasci stare i Mattei. Si rassegni, è un premier alla canna del Gazprom.
Nella storia d’Italia dal 1945 ad oggi, vi sono argomenti chiave che hanno sempre causato la rovina politica e anche fisica degli statisti che hanno osato farli propri e sono principalmente: la tendenza a porsi nelle vicende mediorientali dalla parte palestinese, l’opporsi alle indicazioni israelo-statunitensi in termini politico-energetici, il voler porre termine alla conventio ad excludendum per i comunisti al governo e la ribellione tout-court ai diktat imperiali.

Proviamo a fare qualche esempio concreto ricordando fatti storici importanti.

La politica energetica italiana asservita al potere delle Sette Sorelle, ovvero le compagnie petrolifere americane, provò a scegliere una via alternativa ed autonoma con Enrico Mattei nei primissimi anni sessanta.
L’idea di Mattei era semplice e rivoluzionaria allo stesso tempo: andare dai paesi arabi produttori e proporre un contratto di collaborazione 75-25. Il 75% dei ricavi ai paesi produttori e il 25% per la compagnia concessionaria, non il 50-50 proposto solitamente dalle Sette Sorelle. Mattei, che sapeva fare bene i suoi affari e usava la politica, non se ne faceva usare, avrebbe aperto anche agli scambi commerciali con l’allora Unione Sovietica. Bypassare gli americani, fare affari con gli arabi da pari a pari, comperare metano dai russi. Sono ragioni sufficienti per causare un piccolo incidente con un aereo?

Negli stessi anni un politico democristiano, Aldo Moro, apriva un dialogo con le sinistre, cercando di uscire dalla logica della conventio ad excludendum imposta dalla NATO.
Nel 1964, un tentativo di golpe con a capo il generale De Lorenzo, organizzato dalle stesse forze che hanno sempre cercato di mantenere il timone della politica italiana saldamente a destra e nella logica spartitoria di Yalta, cercò di rovesciarlo una prima volta. Una nota della CIA di allora, afferma:

“Qualunque formula di centro-sinistra venga adottata, fallirà inesorabilmente. L’unica soluzione è il rovesciamento dell’attuale coalizione di governo… Questa crisi è stata provocata dalla riluttanza della DC di agire contro la sinistra… Le forze di centro devono capovolgere l’attuale trend e ritornare a un governo di centro liberal-democratico”.

Il golpe rientrò ma l’ostilità verso Moro da parte degli ambienti atlantici per il suo filo-arabismo, esercitato per molte volte come ministro degli Esteri, continuò anche a causa di presunti accordi segreti con l’ala militare dell’OLP, stipulati per risparmiare all’Italia atti di terrorismo.

Negli anni precedenti il 1978, la sua volontà di coinvolgere il Partito Comunista nelle responsabilità di governo si scontrò ripetutamente non solo con gli alleati americani, ma perfino con quelli europei.
Documenti recentemente desecretati parlano di un presunto progetto di golpe in Italia nel 1976 organizzato dai servizi britannici che si dicevano preoccupati per un eventuale partecipazione dei comunisti al governo. Al G7 di Portorico l’Italia si presentò senza un governo:

“Ci sono Moro e Rumor, ma solo per salvare le forme. Gerald Ford, Callaghan, Schmidt e Giscard d’Estaing si incontrano alle 12,45 di domenica 27 giugno al Dorado Beach Hotel per un pranzo di lavoro e qui si verifica un pietoso incidente. Lo descrive brutalmente Campbell, futuro ambasciatore britannico a Roma: “Quando arrivano per il lunch, ai due sfortunati ministri italiani viene impedito di entrare”. È il massimo dell’umiliazione.

Appena chiuse le porte, si affronta il “problema Italia”. Il verbale di quell’incontro viene redatto dal funzionario Fergusson. Pur riconoscendo che gli italiani devono decidere da soli, i quattro capi di Stato sono d’accordo che occorre fare tutto il possibile perché i comunisti restino fuori dal potere. Giscard propone di elaborare, in una prossima riunione da tenersi a Parigi, una bozza di programma di governo che gli italiani dovranno accettare in cambio di un sostanzioso aiuto finanziario”. (da Repubblica, 123)

Lo scandalo Lockheed, scoppiato quello stesso anno, fu dominato dalla campagna contro “Antelope Cobbler”, il fantomatico politico corrotto dietro al quale non si faceva fatica a riconoscere Aldo Moro, nonostante non venisse mai esplicitamente nominato. La campagna, fondata su false accuse, fu orchestrata dai nemici storici di Moro, il più accanito dei quali era Henry Kissinger.

Le prime allusioni a Moro come “l’Antelope Cobbler” nascono da un memorandum dell’assistente del Dipartimento di Stato americano Loewenstein, un uomo di Kissinger. La notizia fu divulgata alla stampa dall’ambasciatore Luca Dainelli, che l’aveva saputa dall’avvocato dell’ex ambasciatore a Roma John Volpe. Dainelli era stato consulente di Antonio Lefebvre d’Ovidio, il mediatore d’affari della vicenda Lockheed.

Lo scandalo Lockheed viene usato dal 1976, anno in cui la commissione Frank Church del senato USA cominciò le sue indagini sulle attività delle multinazionali, per orchestrare ‘Watergates’ contro le frazioni pro-sviluppo di tutto il mondo”. E ancora: “Tra i principali accusatori… fu Luca Dainelli, membro dell’International Institute for Strategic Studies, ex ambasciatore italiano negli USA. Dainelli… è monarchico, tanto monarchico da non voler mettere piede nel Quirinale, che ritiene «usurpato» dalla Repubblica.”

Era chiaro che, indicandolo come il destinatario delle bustarelle, si voleva assassinare politicamente Moro e far naufragare il suo progetto, ma il disegno non riuscì. La corte Costituzionale archiviò la posizione di Moro il 3 marzo 1978, e cioè tredici giorni prima dell’agguato di Via Fani. (fonte: Movisol)

Si è sempre parlato di minacce da parte dell’entourage di Kissinger a Moro negli anni precedenti il suo sequestro. Si è parlato di un incontro a New York con il segretario di Stato dal quale Moro uscì terribilmente turbato, tanto da sentirsi male poco dopo nella Cattedrale di St. Patrick, fatto testimoniato dalla signora Eleonora Moro in commissione d’inchiesta. La cosa è confermata da Giovanni Galloni, collaboratore di Moro, che l’anno scorso ha dichiarato in un’intervista:

«Nel 1974, il presidente Ford e Kissinger (allora ministro degli esteri e capo della Cia) convocarono a Washington il nostro presidente della Repubblica, che era Giovanni Leone e il ministro degli Esteri, Moro. Gli americani erano preoccupati per le frasi di Aldo Moro, quando, dopo il referendum sul divorzio, iniziò a parlare dell’attenzione che si doveva rivolgere al partito comunista. Ad un certo momento della riunione Kissinger chiamò Moro e gli disse chiaramente che se continuava su quella linea ne avrebbe avuto delle conseguenze gravissime sul piano personale».

Sempre Galloni ha rivelato come il presidente della DC gli avesse confidato, nelle settimane precedenti al sequestro, la notizia secondo la quale le BR sarebbero state infiltrate dai servizi americani ed israeliani. Moro aveva avuto l’informazione, definita certa, per vie traverse ma si lamentava ed era seriamente preoccupato del fatto che nessuno lo avesse avvertito per via ufficiale, essendo gli Stati Uniti ed Israele paesi alleati dell’Italia.

http://www.youtube.com/v/Kv1Q2IAXagA

Il suo rapimento avvenne il 16 marzo del 1978, lo stesso giorno in cui il governo presieduto da Andreotti che avrebbe visto il sostegno diretto del PCI si presentava alle Camere. Coincidenze troppo clamorose per ingannare coloro che conoscevano bene gli ambienti del Potere.

“Il cervello direttivo che ha organizzato la cattura di Moro non ha niente a che vedere con le Brigate Rosse tradizionali. Il commando di Via Fani esprime in forma desueta ma efficace la nuova strategia politica italiana. Curcio e compagni non hanno nulla a che vedere con il grande fatto tecnicistico politico del sequestro Moro.
Le Br non rappresentano il motore principale del missile, esse agiscono come motorino per la correzione di rotta dell’astronave Italia”.

Queste parole furono scritte sulla sua rivista “OP” da Mino Pecorelli, giornalista della P2 invischiato con i servizi segreti, ammazzato nel 1979, secondo la tesi più probabile, per aver minacciato di fare clamorose rivelazioni sul memoriale di Moro.
Sul caso Moro ritornerò estesamente nei prossimi giorni, ricorrendo il 30° anniversario di quella tragedia.

Passando agli anni ’80, l’incidente di Sigonella del 1985, seguìto alla presa in ostaggio della nave “Achille Lauro” da parte di un commando palestinese, durante il quale vi fu l’assassinio dell’ostaggio ebreo-americano Leon Klinghoffer, fu probabilmente fatale a Bettino Craxi. Craxi si oppose al diktat americano, disobbedendo a Ronald Reagan in persona, negando l’estradizione di Abu Abbas nella base americana di Sigonella e minacciando addirittura uno scontro militare con gli americani.
Una curiosità, nella famosa telefonata tra Craxi e Reagan fece da mediatore Michael Ledeen, un personaggio (ora accreditato presso i Neocon ed il PNAC) che gironzolava anche durante il sequestro Moro per le stanze dei comitati di crisi zeppi di iscritti alla P2, assieme all’altro grande consigliori Steve Pieczenik, lo psichiatra incaricato dagli americani di condurre la PSYOP che doveva dichiarare Moro impazzito e in preda alla sindrome di Stoccolma, quindi inattendibile.

Tornando a Craxi, secondo tesi recenti, non si esclude che molte delle sue disgrazie del periodo di Mani Pulite siano cominciate proprio a causa di quella ribellione, oltre al fatto che anche lui, casualmente, in quanto a filoarabismo e come amico personale di Yasser Arafat, non scherzava. A margine si può anche ricordare come Craxi fosse l’unico politico disposto a trattare con le Brigate Rosse per la liberazione di Moro, rompendo il muro della fermezza dell’intero arco costituzionale di allora.

Tutto questo per tenere a mente che quando si parla di essere amici degli Stati Uniti e di Israele, viste queste strane ed inquietanti coincidenze passate, bisognerebbe ricordare agli alleati che l’alleanza prevede una situazione alla pari e non rapporti di sudditanza caratterizzata dalla necessità della sovranità limitata del suddito. Una riflessione da girare a qualunque governo abbia la (s)ventura di capitarci per le prossime elezioni.

Sarà un caso ma, dopo il pugno sul tavolo di Craxi, non si è più visto un politico italiano che abbia osato distinguersi nelle scelte di politica internazionale dai voleri imperiali.
Siamo andati allegramente a bombardare la Serbia, abbiamo preso il fuciletto a tappo e siamo partiti per la guerra al terrorismo in Afghanistan e in Iraq sperando di raccattare le briciole da sotto il tavolo. Non abbiamo detto no ad alcuna iniziativa militare di Israele, abbiamo ingoiato qualunque balla anzi, qualcuna l’abbiamo pure fabbricata noi, vedi Dossier Niger dove, non ci crederete, ma c’entra ancora una volta Ledeen. Ci siamo abbassati i pantaloni in qualunque circostanza perchè ci vantiamo di essere veri amici della vera democrazia, compresa quella tipo esportazione.
In attesa di riappropriarci di un minimo di sovranità nazionale.


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Nella storia d’Italia dal 1945 ad oggi, vi sono argomenti chiave che hanno sempre causato la rovina politica e anche fisica degli statisti che hanno osato farli propri e sono principalmente: la tendenza a porsi nelle vicende mediorientali dalla parte palestinese, l’opporsi alle indicazioni israelo-statunitensi in termini politico-energetici, il voler porre termine alla conventio ad excludendum per i comunisti al governo e la ribellione tout-court ai diktat imperiali.

Proviamo a fare qualche esempio concreto ricordando fatti storici importanti.

La politica energetica italiana asservita al potere delle Sette Sorelle, ovvero le compagnie petrolifere americane, provò a scegliere una via alternativa ed autonoma con Enrico Mattei nei primissimi anni sessanta.
L’idea di Mattei era semplice e rivoluzionaria allo stesso tempo: andare dai paesi arabi produttori e proporre un contratto di collaborazione 75-25. Il 75% dei ricavi ai paesi produttori e il 25% per la compagnia concessionaria, non il 50-50 proposto solitamente dalle Sette Sorelle. Mattei, che sapeva fare bene i suoi affari e usava la politica, non se ne faceva usare, avrebbe aperto anche agli scambi commerciali con l’allora Unione Sovietica. Bypassare gli americani, fare affari con gli arabi da pari a pari, comperare metano dai russi. Sono ragioni sufficienti per causare un piccolo incidente con un aereo?

Negli stessi anni un politico democristiano, Aldo Moro, apriva un dialogo con le sinistre, cercando di uscire dalla logica della conventio ad excludendum imposta dalla NATO.
Nel 1964, un tentativo di golpe con a capo il generale De Lorenzo, organizzato dalle stesse forze che hanno sempre cercato di mantenere il timone della politica italiana saldamente a destra e nella logica spartitoria di Yalta, cercò di rovesciarlo una prima volta. Una nota della CIA di allora, afferma:

“Qualunque formula di centro-sinistra venga adottata, fallirà inesorabilmente. L’unica soluzione è il rovesciamento dell’attuale coalizione di governo… Questa crisi è stata provocata dalla riluttanza della DC di agire contro la sinistra… Le forze di centro devono capovolgere l’attuale trend e ritornare a un governo di centro liberal-democratico”.

Il golpe rientrò ma l’ostilità verso Moro da parte degli ambienti atlantici per il suo filo-arabismo, esercitato per molte volte come ministro degli Esteri, continuò anche a causa di presunti accordi segreti con l’ala militare dell’OLP, stipulati per risparmiare all’Italia atti di terrorismo.

Negli anni precedenti il 1978, la sua volontà di coinvolgere il Partito Comunista nelle responsabilità di governo si scontrò ripetutamente non solo con gli alleati americani, ma perfino con quelli europei.
Documenti recentemente desecretati parlano di un presunto progetto di golpe in Italia nel 1976 organizzato dai servizi britannici che si dicevano preoccupati per un eventuale partecipazione dei comunisti al governo. Al G7 di Portorico l’Italia si presentò senza un governo:

“Ci sono Moro e Rumor, ma solo per salvare le forme. Gerald Ford, Callaghan, Schmidt e Giscard d’Estaing si incontrano alle 12,45 di domenica 27 giugno al Dorado Beach Hotel per un pranzo di lavoro e qui si verifica un pietoso incidente. Lo descrive brutalmente Campbell, futuro ambasciatore britannico a Roma: “Quando arrivano per il lunch, ai due sfortunati ministri italiani viene impedito di entrare”. È il massimo dell’umiliazione.

Appena chiuse le porte, si affronta il “problema Italia”. Il verbale di quell’incontro viene redatto dal funzionario Fergusson. Pur riconoscendo che gli italiani devono decidere da soli, i quattro capi di Stato sono d’accordo che occorre fare tutto il possibile perché i comunisti restino fuori dal potere. Giscard propone di elaborare, in una prossima riunione da tenersi a Parigi, una bozza di programma di governo che gli italiani dovranno accettare in cambio di un sostanzioso aiuto finanziario”. (da Repubblica, 123)

Lo scandalo Lockheed, scoppiato quello stesso anno, fu dominato dalla campagna contro “Antelope Cobbler”, il fantomatico politico corrotto dietro al quale non si faceva fatica a riconoscere Aldo Moro, nonostante non venisse mai esplicitamente nominato. La campagna, fondata su false accuse, fu orchestrata dai nemici storici di Moro, il più accanito dei quali era Henry Kissinger.

Le prime allusioni a Moro come “l’Antelope Cobbler” nascono da un memorandum dell’assistente del Dipartimento di Stato americano Loewenstein, un uomo di Kissinger. La notizia fu divulgata alla stampa dall’ambasciatore Luca Dainelli, che l’aveva saputa dall’avvocato dell’ex ambasciatore a Roma John Volpe. Dainelli era stato consulente di Antonio Lefebvre d’Ovidio, il mediatore d’affari della vicenda Lockheed.

Lo scandalo Lockheed viene usato dal 1976, anno in cui la commissione Frank Church del senato USA cominciò le sue indagini sulle attività delle multinazionali, per orchestrare ‘Watergates’ contro le frazioni pro-sviluppo di tutto il mondo”. E ancora: “Tra i principali accusatori… fu Luca Dainelli, membro dell’International Institute for Strategic Studies, ex ambasciatore italiano negli USA. Dainelli… è monarchico, tanto monarchico da non voler mettere piede nel Quirinale, che ritiene «usurpato» dalla Repubblica.”

Era chiaro che, indicandolo come il destinatario delle bustarelle, si voleva assassinare politicamente Moro e far naufragare il suo progetto, ma il disegno non riuscì. La corte Costituzionale archiviò la posizione di Moro il 3 marzo 1978, e cioè tredici giorni prima dell’agguato di Via Fani. (fonte: Movisol)

Si è sempre parlato di minacce da parte dell’entourage di Kissinger a Moro negli anni precedenti il suo sequestro. Si è parlato di un incontro a New York con il segretario di Stato dal quale Moro uscì terribilmente turbato, tanto da sentirsi male poco dopo nella Cattedrale di St. Patrick, fatto testimoniato dalla signora Eleonora Moro in commissione d’inchiesta. La cosa è confermata da Giovanni Galloni, collaboratore di Moro, che l’anno scorso ha dichiarato in un’intervista:

«Nel 1974, il presidente Ford e Kissinger (allora ministro degli esteri e capo della Cia) convocarono a Washington il nostro presidente della Repubblica, che era Giovanni Leone e il ministro degli Esteri, Moro. Gli americani erano preoccupati per le frasi di Aldo Moro, quando, dopo il referendum sul divorzio, iniziò a parlare dell’attenzione che si doveva rivolgere al partito comunista. Ad un certo momento della riunione Kissinger chiamò Moro e gli disse chiaramente che se continuava su quella linea ne avrebbe avuto delle conseguenze gravissime sul piano personale».

Sempre Galloni ha rivelato come il presidente della DC gli avesse confidato, nelle settimane precedenti al sequestro, la notizia secondo la quale le BR sarebbero state infiltrate dai servizi americani ed israeliani. Moro aveva avuto l’informazione, definita certa, per vie traverse ma si lamentava ed era seriamente preoccupato del fatto che nessuno lo avesse avvertito per via ufficiale, essendo gli Stati Uniti ed Israele paesi alleati dell’Italia.

Il suo rapimento avvenne il 16 marzo del 1978, lo stesso giorno in cui il governo presieduto da Andreotti che avrebbe visto il sostegno diretto del PCI si presentava alle Camere. Coincidenze troppo clamorose per ingannare coloro che conoscevano bene gli ambienti del Potere.

“Il cervello direttivo che ha organizzato la cattura di Moro non ha niente a che vedere con le Brigate Rosse tradizionali. Il commando di Via Fani esprime in forma desueta ma efficace la nuova strategia politica italiana. Curcio e compagni non hanno nulla a che vedere con il grande fatto tecnicistico politico del sequestro Moro.
Le Br non rappresentano il motore principale del missile, esse agiscono come motorino per la correzione di rotta dell’astronave Italia”.

Queste parole furono scritte sulla sua rivista “OP” da Mino Pecorelli, giornalista della P2 invischiato con i servizi segreti, ammazzato nel 1979, secondo la tesi più probabile, per aver minacciato di fare clamorose rivelazioni sul memoriale di Moro.
Sul caso Moro ritornerò estesamente nei prossimi giorni, ricorrendo il 30° anniversario di quella tragedia.

Passando agli anni ’80, l’incidente di Sigonella del 1985, seguìto alla presa in ostaggio della nave “Achille Lauro” da parte di un commando palestinese, durante il quale vi fu l’assassinio dell’ostaggio ebreo-americano Leon Klinghoffer, fu probabilmente fatale a Bettino Craxi. Craxi si oppose al diktat americano, disobbedendo a Ronald Reagan in persona, negando l’estradizione di Abu Abbas nella base americana di Sigonella e minacciando addirittura uno scontro militare con gli americani.
Una curiosità, nella famosa telefonata tra Craxi e Reagan fece da mediatore Michael Ledeen, un personaggio (ora accreditato presso i Neocon ed il PNAC) che gironzolava anche durante il sequestro Moro per le stanze dei comitati di crisi zeppi di iscritti alla P2, assieme all’altro grande consigliori Steve Pieczenik, lo psichiatra incaricato dagli americani di condurre la PSYOP che doveva dichiarare Moro impazzito e in preda alla sindrome di Stoccolma, quindi inattendibile.

Tornando a Craxi, secondo tesi recenti, non si esclude che molte delle sue disgrazie del periodo di Mani Pulite siano cominciate proprio a causa di quella ribellione, oltre al fatto che anche lui, casualmente, in quanto a filoarabismo e come amico personale di Yasser Arafat, non scherzava. A margine si può anche ricordare come Craxi fosse l’unico politico disposto a trattare con le Brigate Rosse per la liberazione di Moro, rompendo il muro della fermezza dell’intero arco costituzionale di allora.

Tutto questo per tenere a mente che quando si parla di essere amici degli Stati Uniti e di Israele, viste queste strane ed inquietanti coincidenze passate, bisognerebbe ricordare agli alleati che l’alleanza prevede una situazione alla pari e non rapporti di sudditanza caratterizzata dalla necessità della sovranità limitata del suddito. Una riflessione da girare a qualunque governo abbia la (s)ventura di capitarci per le prossime elezioni.

Sarà un caso ma, dopo il pugno sul tavolo di Craxi, non si è più visto un politico italiano che abbia osato distinguersi nelle scelte di politica internazionale dai voleri imperiali.
Siamo andati allegramente a bombardare la Serbia, abbiamo preso il fuciletto a tappo e siamo partiti per la guerra al terrorismo in Afghanistan e in Iraq sperando di raccattare le briciole da sotto il tavolo. Non abbiamo detto no ad alcuna iniziativa militare di Israele, abbiamo ingoiato qualunque balla anzi, qualcuna l’abbiamo pure fabbricata noi, vedi Dossier Niger dove, non ci crederete, ma c’entra ancora una volta Ledeen. Ci siamo abbassati i pantaloni in qualunque circostanza perchè ci vantiamo di essere veri amici della vera democrazia, compresa quella tipo esportazione.
In attesa di riappropriarci di un minimo di sovranità nazionale.


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C’è un problema di fondo, credo, nelle polemiche pro o contro l’ampliamento della base militare americana a Vicenza e riguarda la consapevolezza che noi italiani abbiamo della nostra sovranità limitata.

Siamo ancora convinti di essere padroni in casa propria, di essere come i francesi o gli spagnoli che se vogliono possono dire no alle richieste del governo americano.
Eppure ogni volta che è successo qualcosa come Ustica, la strage del Cermis, l’assassinio di Nicola Calipari, tanto per citare i casi più noti, abbiamo solo avuto la riprova e la dimostrazione ultima di chi è il padrone in casa nostra.

E allora perché non lo si ammette una volta per tutte? Perché si fa finta di non capire?
Da De Gasperi in giù, fino a Prodi, si è sempre fatto come padrone comanda e allora il problema non è chi governa, che secondo i casi sarà apertamente amico degli americani oppure amico di nascosto per salvare le apparenze, il problema è come fare a diventare finalmente un paese sovrano che può permettersi di dire “no, stavolta non mi va” e di girarsi dall’altra parte.

Prendiamo l’ultimo caso, la base militare a Vicenza. Sottoscrivo ciò che hanno già detto sull’argomento Stefania e Gianfalco, non credo ci sia nulla da aggiungere nello specifico. Voglio solo far notare, in questi miei pensieri a ruota libera, come tutte le parti politiche, nessuna esclusa, di fronte al grande tabù della sovranità limitata, non perdano mai l’occasione di recitare il proprio ruolo nella commedia dell’arte e nel gioco delle parti.

Il governo di centrosinistra sa benissimo che dovrà dire si perché non è lui che decide ma fa finta di nicchiare e prende tempo, tanto è abituato a tergiversare e manda avanti D’Alema nella parte del cattivo con i baffi. L’ala estrema della coalizione, che è a perfetta conoscenza del fatto della sovranità limitata e sa che bisognerà dire si perché non è Prodi che decide, fa rumore e minaccia chissà quali sconquassi.
Il grande artista da avanspettacolo Berlusconi sa benissimo che il governo, il cui leader si è anche profuso in baci e abbracci con Kissinger e Olmert, dovrà dire si perché non è lui che decide, ma fa finta di non saperlo e interpreta il ruolo del “grande amico degli americani” che li difende in esclusiva e un tanto al chilo dal governo “non più affidabile”. Rispolvera il Carosone di “Tu vuo’ fa l’americano” e come bis ti fa pure “maccarone, tu mi hai provocato e mo’ me te magno”.

E’ questa presa in giro di noi italiani da parte della classe politica che mi disgusta. A me l’antiemetico, please.
Dobbiamo avere il coraggio di dirlo. L’unico che ebbe i coglioni di mandare gli americani a quel paese perchè stavano esagerando fu Craxi, durante la crisi di Sigonella, seguita all’episodio dell’Achille Lauro. Ma fu solo quell’unica volta e poi Bettino è finito molto male, come Moro che voleva addirittura portare i comunisti al governo il giorno stesso del suo rapimento. Tu guarda la sfiga!

La sovranità limitata e la sottomissione non c’entrano un piffero con l’amicizia e l’alleanza, che sono sentimenti che dovrebbero presupporre l’eguaglianza tra le parti. E non c’entra con l’antiamericanismo, che è solo un modo per cambiare discorso e non affrontare il problema.
Essa nasce nel 1943 dalla necessità di evitare che i comunisti, troppo rappresentati nelle file dei partigiani, vadano al governo a guerra finita ed è un prodotto della dottrina della Guerra Fredda. Roba vecchia. Sarebbe ora di dire: “Signori, la guerra è finita da un pezzo, il comunismo è crollato da quasi vent’anni, che ci fate ancora qui?”

Nessuno ha il coraggio di dirlo però. E perché? Perché, lo sanno tutti, dietro la salvezza dell’Italia c’erano anche altri interessi. Inoltre, non sapendo dare vere risposte di giustizia sociale in alternativa al socialismo, e in preda ad un delirio di conquista senza fine, il nostro sistema di democrazia da esportazione ha ancora bisogno dell’alibi dell’anticomunismo per sopravvivere. L’anticomunismo è un cadavere che viene tenuto in piedi come le mummie della cripta dei Cappuccini di Palermo viste in “Cadaveri eccellenti”, un morto vestito dei suoi vecchi stracci che spaventa ancora ma che è irrimediabilmente morto.

Conosciamo a memoria la frase cult dei cosiddetti liberali-liberisti: “gli americani ci hanno salvato dal comunismo”.
Dal comunismo forse ma non dalla Mafia. Ciò che i liberal-liberisti non dicono è il prezzo altissimo che abbiamo dovuto pagare per la salvezza dalle grinfie dei tovarishchi.
Si sa, il governo americano ha il vizio di farsi rappresentare all’estero da gente dalla quale non acquisteresti mai un’auto usata, e in questo caso per rappresentare i loro interessi in terra italica scelsero fior di mafiosi come Lucky Luciano, liberato dal gabbio newyorchese dove scontava una pena per traffico di droga e inviato come ambasciatore privilegiato in Sicilia per catechizzare i padrini locali prima dello sbarco, come ricorda in questo articolo Andrea Camilleri (in fondo alla pagina).

Si sa che la Mafia non fa mai favori per niente e così da cinquant’anni, vuoi che sia solo una coincidenza?, il nostro povero Sud è oppresso dalle cellule locali del cancro mafioso – che paradossalmente Mussolini bene o male aveva combattuto efficacemente – e le metastasi si sono estese sempre più oltre il Sud fino a contaminare i sepolcri imbiancati della finanza e dell’economia “pulite”. Grazie, avercene di amici ed alleati così.

Non c’entra un piffero l’antiamericanismo, che è solo un modo per tappare la bocca agli altri ed evitare le critiche. Bisognerebbe solo avere una classe politica in grado di costruire un rapporto veramente paritario con gli Stati Uniti. Ci vorrebbe anche un altro governo americano come auspicano tanti americani stufi di questi guerrafondai che mandano a morire i loro figli per un pugno di dollari, ma questo è un altro discorso.

Enrico Mattei in un’intervista raccontò l’episodio del gattino al quale i cani prepotenti non volevano far mangiare la zuppa. “Noi siamo stufi di essere come quel gattino”, disse il presidente dell’ENI, alludendo alle prepotenze che aveva dovuto subire dalle “Sette Sorelle” del petrolio, ovvero dai rappresentanti degli interessi americani.
Io aggiungo che sarebbe ora che noi italiani non fossimo più come il gattino della foto, quello sotto a tutti gli altri. Senza finire male come Mattei.

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