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La Spagna calcistica è campione del mondo e la nazione ha dimenticato le sue divisioni, che non sono da poco, basti pensare alle questioni basca e catalana, per stringersi attorno al suo team vincente, il che significa anche poter andare in visita da un re molto informale in informale maglietta. Gli spagnoli sono vincenti in moltissime discipline sportive e prima o poi bisognerà chiedersi cosa c’è nell’aria che respirano tanti campioni, da Rafa Nadal alle Furie Rosse fino a Fernando Alonso, Jorge Lorenzo, Daniel Pedrosa e gli assi del ciclismo. Io un’ideuzza ce l’avrei. Si chiama democrazia.
Non che la democrazia sola produca campioni sportivi. Anche le dittature in passato ne hanno sfornati, basti pensare alle mostruose ginnaste rumene o alle nuotatrici della Germania Est, molte di queste morte in seguito alle cure ormonali subite per pomparle come degli omini michelin. Però alle Olimpiadi razziste di Berlino di Adolf Hilter vinse il nero Jesse Owens.
Per essere orgogliosi di giocare o correre per una nazione, comunque, bisogna esserne fieri, bisogna sentire di appartenervi.

Nel caso specifico, usciti da una lunghissima dittatura anche se ha molto tempo oramai, gli spagnoli sono ancora in fase di innamoramento con la democrazia ritrovata, la bramano e la ricoprono di attenzioni. E’ una di quelle relazioni felici che durano nel tempo. E’ un sentimento positivo che si ripercuote anche sulle vittorie sportive.
Altri paesi, come il nostro, tanto per citarne uno a caso, trattano invece la democrazia come una vecchia moglie sfiorita delle cui sorti non ce ne può fregare di meno. Non è neanche disamoramento, è proprio ostilità, desiderio che crepi prima possibile. Perchè quindi faticare tanto per questa vecchia babbiona dell’Italia?

Nel giorno della finale dei campionati del mondo sudafricani ho visto l’ultimo film di Clint Eastwood, “Invictus”, ovvero “l’invincibile”, apologo dello sport come potente mezzo per riunificare le nazioni, squisito atto d’amore per la democrazia ed inno alla politica lungimirante del Leader con la elle maiuscola, qui il Nelson Mandela appena eletto presidente del Sudafrica.

Nel 1995 Mandela è desideroso di far superare al suo popolo il trauma dell’apartheid cercando qualcosa che unisca bianchi e neri in una vera rinascita nazionale e trova il modo di concretizzare la sua visione negli imminenti campionati del mondo di rugby e nel riscatto della squadra tradizionalmente simbolo dell’apartheid, gli Springboks. Squadra di tutti bianchi ed un solo nero, regolarmente fischiata a sangue dai neri anche quando rappresentava il Sudafrica in ambito internazionale; compagine in crisi e dalla voglia di vincere ormai spenta, il cui capitano sarà letteralmente illuminato dall’incontro con l’anziano leader, sì da trovare la forza di riscattare l’onore della squadra e ritrovare la voglia di vincere. Anzi di sbaragliare ogni avversario con un coraggio da spartani alla battaglia delle Termopili. Con la differenza che qui non vincerà Serse ma Leonida.

Sappiamo fin dall’inizio, anche perchè si tratta di una storia vera, che l’idea di Mandela sarà vincente e gli Springboks annienteranno in finale i mitici AllBlacks nonostante la spaventosa forza evocativa della haka propiziatoria dei neozelandesi e una quasi disperante disparità di forze.
Il finale è certamente scontato ma il film serve a spiegarci cosa rende una squadra vincente e una nazione vittoriosa anche in condizioni difficili, siano queste una faticosa riunificazione o una crisi economica.

Pensando agli ultimi mondiali ed alla figura cacina rimediata da noi, pur camponi del mondo laureati sotto il cielo azzurro di Berlino se ci lasciamo ispirare da Clint è facile capire perchè siamo stati cacciati fuori al primo turno.
Non siamo una nazione unita, tanto per iniziare. Abbiamo la peste leghista che rema contro, che tifa contro, il trota-beota che annuncia che tiferà per una fantomatica nazionale Padana invece che per i campioni del mondo italiani.
Siamo una nazione divisa. Ricchi contro poveri, berlusconiani contro antiberlusconiani e lui, il presunto leader è uno che in qualsiasi altro paese sarebbe associato alle patrie galere per attentato alla Costituzione ed all’unità nazionale. Uno che se ne frega perfino della sua squadra di famiglia, che la lascia agonizzante in mezzo al campo, vittima anch’essa della sua ossessione ormai monotematica di distruggere tutto, in Attila mode, pur di salvarsi il culo da processi che sa benissimo saranno inevitabili come il giorno del giudizio.

Berlusconi è uno che come apre bocca divide, crea steccati, apre crepacci che separano interi settori della società. E’ profondamente antidemocratico e, cianciando d’amore, sparge odio come un Canadair sopra un incendio boschivo. C’è qualcosa di profondamente etico nel fatto che il destino ha voluto non potesse pavoneggiarsi con la coppa del mondo. E’ giusto. Lasciamo pure che blateri millantando un suo merito inesistente nella vittoria spagnola. Ormai conosciamo i termini del delirio.
Eh si, l’Italia non aveva proprio i requisiti per spingere una squadra alla vittoria. Una nazione a pezzi in balìa di una banda di criminali può sperare solo in un intervento della divinità in persona.
Cannavaro è un grande capitano ma purtroppo, parlando di anziani leader, non ha trovato un Mandela a consigliarlo, ma solo un Berlusconi qualsiasi.

Qual’è il segreto meglio custodito del mondo? Dopo i gusti sessuali dei capi di stato, senza dubbio i nomi dei calciatori gay italiani e stranieri.
A sentire allenatori, manager e pedatori medesimi, l’omosessualità non esiste nel calcio (muhahaha!) perchè il calcio “non è roba per signorine”. Infatti è tutto un “entrare da tergo”, “andare sull’uomo”, “fare fallo” ecc.

Può sembrare una questione di lana caprina ma perchè dev’esserci una tale omertà sul fatto che una fisiologica percentuale della popolazione sportiva è gay, come lo è la medesima percentuale di camionisti, medici e agricoltori?
Per citare i casi di coming out nel mondo dello sport bastano e avanzano le dita delle mani. Greg Louganis e Matthew Mitcham, tuffatori, Martina Navratilova e Amélie Mauresmo tenniste e, non me ne vengono in mente altri. Calciatori nessuno, a parte Marcus Urban.
Un mucchio di chiacchierati, anche di prima scelta e di altissimo pedigree nascosti da plotoni di veline e modelle da copertura ma nessun coming out clamoroso da che io ricordi, e tenete presente che io mastico il calcio dai tempi di Pizzaballa.
Niente da fare, altro che Codice da Vinci, l’omosessualità nel calcio è un enigma avvolto in un mistero.

Così mi viene da sorridere sentendo parlare di outing (confondendolo come al solito con il coming-out) come si è fatto nei giorni scorsi e come se si trattasse di una rivelazione sconvolgente, se un calciatore si dichiara fascista. Nonsolodicanio, potremmo dire. Un ambiente che si vanta della sua omofobia è perfettamente compatibile con simpatie politiche di estrema destra, quindi dov’è la stranezza? Abbiati è di destra? Come si dice in Toscana: buon pro gli faccia.

Come nel caso dell’uomo che morde il cane, la vera notizia sarebbe se, che ne so, Del Piero, dichiarasse alla Domenica Sportiva posizioni politiche vicine al Partito Marxista Leninista Italiano. Posso sbagliarmi ma uno dei rari giocatori comunisti, se non l’unico, rimane il Paolo Sollier degli anni ’70.

Magari, chissà, dopo il pugno chiuso di Sollier e il braccio teso di Di Canio, coraggiosi di dichiarare la loro fede politica, un giorno vedremo un centravanti abbrancare un terzino e renderlo fluidificante con una bella palpata al fallo di prima. Io ci spero.


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Qual’è il segreto meglio custodito del mondo? Dopo i gusti sessuali dei capi di stato, senza dubbio i nomi dei calciatori gay italiani e stranieri.
A sentire allenatori, manager e pedatori medesimi, l’omosessualità non esiste nel calcio (muhahaha!) perchè il calcio “non è roba per signorine”.Infatti è tutto un “entrare da tergo”, “andare sull’uomo”, “fare fallo” ecc.

Può sembrare una questione di lana caprina ma perchè deve’esserci una tale omertà sul fatto che una fisiologica percentuale della popolazione sportiva è gay, come lo è la medesima percentuale di camionisti, medici e agricoltori?
Per citare i casi di coming out nel mondo dello sport bastano e avanzano le dita delle mani. Greg Louganis e Matthew Mitcham, tuffatori, Martina Navratilova e Amélie Mauresmo tenniste e, non me ne vengono in mente altri. Calciatori nessuno, a parte Marcus Urban.
Un mucchio di chiacchierati, anche di prima scelta e di altissimo pedigree nascosti da plotoni di veline e modelle da copertura ma nessun coming out clamoroso da che io ricordi, e tenete presente che io mastico il calcio dai tempi di Pizzaballa.
Niente da fare, altro che Codice da Vinci, l’omosessualità nel calcio è un enigma avvolto in un mistero.

Così mi viene da sorridere sentendo parlare di outing (confondendolo come al solito con il coming-out) come si è fatto nei giorni scorsi e come se si trattasse di una rivelazione sconvolgente, se un calciatore si dichiara fascista. Nonsolodicanio, potremmo dire. Un ambiente che si vanta della sua omofobia è perfettamente compatibile con simpatie politiche di estrema destra, quindi dov’è la stranezza? Abbiati è di destra? Come si dice in Toscana: buon pro gli faccia.

Come nel caso dell’uomo che morde il cane, la vera notizia sarebbe se, che ne so, Del Piero, dichiarasse alla Domenica Sportiva posizioni politiche vicine al Partito Marxista Leninista Italiano. Posso sbagliarmi ma uno dei rari giocatori comunisti, se non l’unico, rimane il Paolo Sollier degli anni ’70.

Magari, chissà, dopo il pugno chiuso di Sollier e il braccio teso di Di Canio, coraggiosi di dichiarare la loro fede politica, un giorno vedremo un centravanti abbrancare un terzino e renderlo fluidificante con una bella palpata al fallo di prima. Io ci spero.


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Qual’è il segreto meglio custodito del mondo? Dopo i gusti sessuali dei capi di stato, senza dubbio i nomi dei calciatori gay italiani e stranieri.
A sentire allenatori, manager e pedatori medesimi, l’omosessualità non esiste nel calcio (muhahaha!) perchè il calcio “non è roba per signorine”.Infatti è tutto un “entrare da tergo”, “andare sull’uomo”, “fare fallo” ecc.

Può sembrare una questione di lana caprina ma perchè deve’esserci una tale omertà sul fatto che una fisiologica percentuale della popolazione sportiva è gay, come lo è la medesima percentuale di camionisti, medici e agricoltori?
Per citare i casi di coming out nel mondo dello sport bastano e avanzano le dita delle mani. Greg Louganis e Matthew Mitcham, tuffatori, Martina Navratilova e Amélie Mauresmo tenniste e, non me ne vengono in mente altri. Calciatori nessuno, a parte Marcus Urban.
Un mucchio di chiacchierati, anche di prima scelta e di altissimo pedigree nascosti da plotoni di veline e modelle da copertura ma nessun coming out clamoroso da che io ricordi, e tenete presente che io mastico il calcio dai tempi di Pizzaballa.
Niente da fare, altro che Codice da Vinci, l’omosessualità nel calcio è un enigma avvolto in un mistero.

Così mi viene da sorridere sentendo parlare di outing (confondendolo come al solito con il coming-out) come si è fatto nei giorni scorsi e come se si trattasse di una rivelazione sconvolgente, se un calciatore si dichiara fascista. Nonsolodicanio, potremmo dire. Un ambiente che si vanta della sua omofobia è perfettamente compatibile con simpatie politiche di estrema destra, quindi dov’è la stranezza? Abbiati è di destra? Come si dice in Toscana: buon pro gli faccia.

Come nel caso dell’uomo che morde il cane, la vera notizia sarebbe se, che ne so, Del Piero, dichiarasse alla Domenica Sportiva posizioni politiche vicine al Partito Marxista Leninista Italiano. Posso sbagliarmi ma uno dei rari giocatori comunisti, se non l’unico, rimane il Paolo Sollier degli anni ’70.

Magari, chissà, dopo il pugno chiuso di Sollier e il braccio teso di Di Canio, coraggiosi di dichiarare la loro fede politica, un giorno vedremo un centravanti abbrancare un terzino e renderlo fluidificante con una bella palpata al fallo di prima. Io ci spero.


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Avendo perso la cerimonia inaugurale e praticamente tutte le gare in programma ho voluto rifarmi guardando la cerimonia di chiusura delle Olimpiadi.
Belli i fuochi indubbiamente e avrei voluto vedere, visto che eravamo in Cina ma nel complesso credo che un gatto attaccato ai maroni sarebbe stato meglio.

In queste occasioni, che si tratti di Pechino, di Los Angeles o di Casalpalocco, ci si deve sorbire le insopportabili pantomime delle bandiere e i discorsi dei vari caporioni dello sport, per non parlare dell’inno olimpico cantato dal solito piccolo coro.
La parte spettacolo, a parte qualche acrobazia ardita su una specie di Torre di Babele metallica, è stata deludente. Stamburamenti, bambini batteristi, rischio di caduta nell’atmosfera da Palio imminente.
Poi è iniziato il Festival di San Pechino o una brutta edizione dell’Eurofestival vecchi tempi, come preferite, con uno stuolo di cantanti che sicuramente sono famosissimi a casa loro ma che a noi non dicono nulla. Tante Liu Pau Sin e JiJi Da Less Yo rigorosamente in versione occidentale.

A proposito di cantanti, è ufficiale: le cinesi non cantano, miagolano. La conferma ci è venuta dal successivo numero delle sette ragazze (un omaggio subliminale alle “sette sorelle” che governano il mondo?) che hanno appunto miagolato una canzone incomprensibile per alcuni interminabili minuti, dedicandola alla luna. Nell’attesa che finissero, la domanda era: dobbiamo per caso votare il vestito più brutto?
Non è mancato il duetto lirico, con un Placido Domingo che ha cercato inutilmente di scaldare con animo caliente una soprano-gatto del luogo vestita giustamente di cristalli di ghiaccio e che dava l’impressione di avere una scopa in culo.

Insufficiente anche il cambio della guardia tra Pechino e Londra, prossima città ad ospitare la menata olimpica. Una parata di luoghi comuni sugli inglesi (mancava solo il té ma la pioggia e gli ombrelli c’erano) con arrivo di autobus rosso a due piani d’ordinanza dal quale sono fuoriusciti una cantante che ci dicono famosa e un residuato rock come Jimmy Page con la missione di sconciare una canzone mito come “Whole Lotta Love”. Se la chitarra faceva ancora la sua porca figura la voce della tipa era totalmente inadeguata. Diciamolo, uno schifo. Arridatece Robert Plant.
Sempre dal bus è spuntato un annoiato ma benedicente David Beckham che, suppongo per la modica cifra di qualche miliardo, ha dato un calcio ad un pallone, poi agguantato da un fortunato cinesino che lo avrà subito messo su Ebay.

Altri cantanti, altri balletti ma noia tanta. Resta il dubbio che il collegamento RAI sia stato interrotto proprio quando stava per arrivare il meglio ma non importa. Quasi due ore sono state più che sufficienti. E se Dio vuole anche ste ming di olimpiadi sono finite, va’.

P.S. A proposito di cover e di “Whole Lotta Love”. Altra merce Prince, in un vecchio concerto a Las Vegas e alle prese con il classico zeppeliniano. Ciapa ciapa e porta a ca’.

http://media.imeem.com/v/vaWHY5A6TO/aus=false/pv=2


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Avendo perso la cerimonia inaugurale e praticamente tutte le gare in programma ho voluto rifarmi guardando la cerimonia di chiusura delle Olimpiadi.
Belli i fuochi indubbiamente e avrei voluto vedere, visto che eravamo in Cina ma nel complesso credo che un gatto attaccato ai maroni sarebbe stato meglio.

In queste occasioni, che si tratti di Pechino, di Los Angeles o di Casalpalocco, ci si deve sorbire le insopportabili pantomime delle bandiere e i discorsi dei vari caporioni dello sport, per non parlare dell’inno olimpico cantato dal solito piccolo coro.
La parte spettacolo, a parte qualche acrobazia ardita su una specie di Torre di Babele metallica, è stata deludente. Stamburamenti, bambini batteristi, rischio di caduta nell’atmosfera da Palio imminente.
Poi è iniziato il Festival di San Pechino o una brutta edizione dell’Eurofestival vecchi tempi, come preferite, con uno stuolo di cantanti che sicuramente sono famosissimi a casa loro ma che a noi non dicono nulla. Tante Liu Pau Sin e JiJi Da Less Yo rigorosamente in versione occidentale.

A proposito di cantanti, è ufficiale: le cinesi non cantano, miagolano. La conferma ci è venuta dal successivo numero delle sette ragazze (un omaggio subliminale alle “sette sorelle” che governano il mondo?) che hanno appunto miagolato una canzone incomprensibile per alcuni interminabili minuti, dedicandola alla luna. Nell’attesa che finissero, la domanda era: dobbiamo per caso votare il vestito più brutto?
Non è mancato il duetto lirico, con un Placido Domingo che ha cercato inutilmente di scaldare con animo caliente una soprano-gatto del luogo vestita giustamente di cristalli di ghiaccio e che dava l’impressione di avere una scopa in culo.

Insufficiente anche il cambio della guardia tra Pechino e Londra, prossima città ad ospitare la menata olimpica. Una parata di luoghi comuni sugli inglesi (mancava solo il té ma la pioggia e gli ombrelli c’erano) con arrivo di autobus rosso a due piani d’ordinanza dal quale sono fuoriusciti una cantante che ci dicono famosa e un residuato rock come Jimmy Page con la missione di sconciare una canzone mito come “Whole Lotta Love”. Se la chitarra faceva ancora la sua porca figura la voce della tipa era totalmente inadeguata. Diciamolo, uno schifo. Arridatece Robert Plant.
Sempre dal bus è spuntato un annoiato ma benedicente David Beckham che, suppongo per la modica cifra di qualche miliardo, ha dato un calcio ad un pallone, poi agguantato da un fortunato cinesino che lo avrà subito messo su Ebay.

Altri cantanti, altri balletti ma noia tanta. Resta il dubbio che il collegamento RAI sia stato interrotto proprio quando stava per arrivare il meglio ma non importa. Quasi due ore sono state più che sufficienti. E se Dio vuole anche ste ming di olimpiadi sono finite, va’.

P.S. A proposito di cover e di “Whole Lotta Love”. Altra merce Prince, in un vecchio concerto a Las Vegas e alle prese con il classico zeppeliniano. Ciapa ciapa e porta a ca’.


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Belli i fuochi indubbiamente e avrei voluto vedere, visto che eravamo in Cina ma nel complesso credo che un gatto attaccato ai maroni sarebbe stato meglio.

In queste occasioni, che si tratti di Pechino, di Los Angeles o di Casalpalocco, ci si deve sorbire le insopportabili pantomime delle bandiere e i discorsi dei vari caporioni dello sport, per non parlare dell’inno olimpico cantato dal solito piccolo coro.
La parte spettacolo, a parte qualche acrobazia ardita su una specie di Torre di Babele metallica, è stata deludente. Stamburamenti, bambini batteristi, rischio di caduta nell’atmosfera da Palio imminente.
Poi è iniziato il Festival di San Pechino o una brutta edizione dell’Eurofestival vecchi tempi, come preferite, con uno stuolo di cantanti che sicuramente sono famosissimi a casa loro ma che a noi non dicono nulla. Tante Liu Pau Sin e JiJi Da Less Yo rigorosamente in versione occidentale.

A proposito di cantanti, è ufficiale: le cinesi non cantano, miagolano. La conferma ci è venuta dal successivo numero delle sette ragazze (un omaggio subliminale alle “sette sorelle” che governano il mondo?) che hanno appunto miagolato una canzone incomprensibile per alcuni interminabili minuti, dedicandola alla luna. Nell’attesa che finissero, la domanda era: dobbiamo per caso votare il vestito più brutto?
Non è mancato il duetto lirico, con un Placido Domingo che ha cercato inutilmente di scaldare con animo caliente una soprano-gatto del luogo vestita giustamente di cristalli di ghiaccio e che dava l’impressione di avere una scopa in culo.

Insufficiente anche il cambio della guardia tra Pechino e Londra, prossima città ad ospitare la menata olimpica. Una parata di luoghi comuni sugli inglesi (mancava solo il té ma la pioggia e gli ombrelli c’erano) con arrivo di autobus rosso a due piani d’ordinanza dal quale sono fuoriusciti una cantante che ci dicono famosa e un residuato rock come Jimmy Page con la missione di sconciare una canzone mito come “Whole Lotta Love”. Se la chitarra faceva ancora la sua porca figura la voce della tipa era totalmente inadeguata. Diciamolo, uno schifo. Arridatece Robert Plant.
Sempre dal bus è spuntato un annoiato ma benedicente David Beckham che, suppongo per la modica cifra di qualche miliardo, ha dato un calcio ad un pallone, poi agguantato da un fortunato cinesino che lo avrà subito messo su Ebay.

Altri cantanti, altri balletti ma noia tanta. Resta il dubbio che il collegamento RAI sia stato interrotto proprio quando stava per arrivare il meglio ma non importa. Quasi due ore sono state più che sufficienti. E se Dio vuole anche ste ming di olimpiadi sono finite, va’.

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12 mila calorie al giorno. Ingozzato come un’oca da foie gras.
Vale la pena di riportare il pezzo di cronaca per intero, ripreso da Repubblica (anche se si stenta a credere che non abbiano preso lucciole per lanterne e non si sia un po’ esagerato nella traduzione).

“Mangiar bene, per sentirsi in forma. Con l’oro conquistato nella 4×200 stile libero, Michael Phelps è entrato ieri nella storia vincendo l’undicesimo titolo olimpico e salendo per la quinta volta a Pechino sul gradino più alto del podio.
Dopo l’ultimo trionfo, il nuotatore statunitense ha rivelato il segreto che gli consente di sostenere durissimi allenamenti, cinque ore per sei volte la settimana: un’incredibile dieta – si fa per dire – da 12mila calorie al giorno, sei volte la quantità standard di un adulto maschio.

La colazione del campione capace di oscurare Mark Spitz prevede tre uova in padella con il pane, con l’aggiunta di alcuni selezionati ingredienti: formaggio, lattuga, pomodori, cipolle fritte e ovviamente maionese. Poi due tazze di caffè e una scodella di fiocchi d’avena, una “pappa” di cereali spezzettati. Ma non è ancora finita. Ci sono tre fette di pane tostato, con zucchero a velo per assicurarsi che non manchino calorie. Per finire, tre piccole frittelle di cioccolato.

Terminata la prima colazione e con le fitte della fame per l’incombere del pranzo, Phelps non rinuncia a mezzo chilo di pasta condita e due grandi panini con prosciutto e formaggio, pieni di maionese. E senza dimenticare mille calorie di bevanda energetica.

La cena è il pasto in cui il nuotatore fa la scorta di carboidrati per l’allenamento del giorno successivo. Ancora mezzo chilo di pasta, accompagnato però da una pizza e altre mille calorie di bevanda energetica. Poi a letto per il meritato riposo. “Mangiare, dormire e nuotare, è tutto quello che so fare”, ha detto ieri Phelps all’emittente statunitense Nbc”.

Come si dice in certe trasmissioni televisive di sport estremi: “DON’T TRY THIS AT HOME!” (non rifatelo a casa vostra.)

Prima domanda idiota: con tutto quello che mangia, come fa a digerire e subito buttarsi in piscina? Vi ricordate quando ci dicevano da piccoli che dovevano passare due ore almeno dai pasti prima di fare il bagno, se no potevamo morire di congestione e noi in spiaggia guardavamo il mare impazienti e contando i minuti?

Altra domanda sciocca: mi sbaglio o appena attaccherà gli occhialini al chiodo questo giuggiolone americano comincerà ad ingrassare come un capodoglio e se è fortunato riuscirà ad invecchiare senza schiattare a quarant’anni per un colpo secco?

E’ ancora sport questo o è solo una succursale del freak show di Barnum? Amminchiarsi il fegato in quel modo, si può considerare doping estremo?
E che nessuno mi dica che comunque Phelps è obbligato a mangiare così perchè solo in un’ora di allenamento consuma più di 500 calorie. Che lui fa del moto (per usare un eufemismo). E’ una cosa mostruosa lo stesso.

Mostruosa come l’atroce ingozzamento delle oche per fare il foie gras, appunto. Una pratica che andrebbe abolita in tutto il mondo e contro la quale vi sono campagne di mobilitazione animalista. Tanto si può vivere anche senza il foie gras che, detto fuor di metafora, fa schifo.


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12 mila calorie al giorno. Ingozzato come un’oca da foie gras.
Vale la pena di riportare il pezzo di cronaca per intero, ripreso da Repubblica (anche se si stenta a credere che non abbiano preso lucciole per lanterne e non si sia un po’ esagerato nella traduzione).

“Mangiar bene, per sentirsi in forma. Con l’oro conquistato nella 4×200 stile libero, Michael Phelps è entrato ieri nella storia vincendo l’undicesimo titolo olimpico e salendo per la quinta volta a Pechino sul gradino più alto del podio.
Dopo l’ultimo trionfo, il nuotatore statunitense ha rivelato il segreto che gli consente di sostenere durissimi allenamenti, cinque ore per sei volte la settimana: un’incredibile dieta – si fa per dire – da 12mila calorie al giorno, sei volte la quantità standard di un adulto maschio.

La colazione del campione capace di oscurare Mark Spitz prevede tre uova in padella con il pane, con l’aggiunta di alcuni selezionati ingredienti: formaggio, lattuga, pomodori, cipolle fritte e ovviamente maionese. Poi due tazze di caffè e una scodella di fiocchi d’avena, una “pappa” di cereali spezzettati. Ma non è ancora finita. Ci sono tre fette di pane tostato, con zucchero a velo per assicurarsi che non manchino calorie. Per finire, tre piccole frittelle di cioccolato.

Terminata la prima colazione e con le fitte della fame per l’incombere del pranzo, Phelps non rinuncia a mezzo chilo di pasta condita e due grandi panini con prosciutto e formaggio, pieni di maionese. E senza dimenticare mille calorie di bevanda energetica.

La cena è il pasto in cui il nuotatore fa la scorta di carboidrati per l’allenamento del giorno successivo. Ancora mezzo chilo di pasta, accompagnato però da una pizza e altre mille calorie di bevanda energetica. Poi a letto per il meritato riposo. “Mangiare, dormire e nuotare, è tutto quello che so fare”, ha detto ieri Phelps all’emittente statunitense Nbc”.

Come si dice in certe trasmissioni televisive di sport estremi: “DON’T TRY THIS AT HOME!” (non rifatelo a casa vostra.)

Prima domanda idiota: con tutto quello che mangia, come fa a digerire e subito buttarsi in piscina? Vi ricordate quando ci dicevano da piccoli che dovevano passare due ore almeno dai pasti prima di fare il bagno, se no potevamo morire di congestione e noi in spiaggia guardavamo il mare impazienti e contando i minuti?

Altra domanda sciocca: mi sbaglio o appena attaccherà gli occhialini al chiodo questo giuggiolone americano comincerà ad ingrassare come un capodoglio e se è fortunato riuscirà ad invecchiare senza schiattare a quarant’anni per un colpo secco?

E’ ancora sport questo o è solo una succursale del freak show di Barnum? Amminchiarsi il fegato in quel modo, si può considerare doping estremo?
E che nessuno mi dica che comunque Phelps è obbligato a mangiare così perchè solo in un’ora di allenamento consuma più di 500 calorie. Che lui fa del moto (per usare un eufemismo). E’ una cosa mostruosa lo stesso.

Mostruosa come l’atroce ingozzamento delle oche per fare il foie gras, appunto. Una pratica che andrebbe abolita in tutto il mondo e contro la quale vi sono campagne di mobilitazione animalista. Tanto si può vivere anche senza il foie gras che, detto fuor di metafora, fa schifo.


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12 mila calorie al giorno. Ingozzato come un’oca da foie gras.
Vale la pena di riportare il pezzo di cronaca per intero, ripreso da Repubblica (anche se si stenta a credere che non abbiano preso lucciole per lanterne e non si sia un po’ esagerato nella traduzione).

“Mangiar bene, per sentirsi in forma. Con l’oro conquistato nella 4×200 stile libero, Michael Phelps è entrato ieri nella storia vincendo l’undicesimo titolo olimpico e salendo per la quinta volta a Pechino sul gradino più alto del podio.
Dopo l’ultimo trionfo, il nuotatore statunitense ha rivelato il segreto che gli consente di sostenere durissimi allenamenti, cinque ore per sei volte la settimana: un’incredibile dieta – si fa per dire – da 12mila calorie al giorno, sei volte la quantità standard di un adulto maschio.

La colazione del campione capace di oscurare Mark Spitz prevede tre uova in padella con il pane, con l’aggiunta di alcuni selezionati ingredienti: formaggio, lattuga, pomodori, cipolle fritte e ovviamente maionese. Poi due tazze di caffè e una scodella di fiocchi d’avena, una “pappa” di cereali spezzettati. Ma non è ancora finita. Ci sono tre fette di pane tostato, con zucchero a velo per assicurarsi che non manchino calorie. Per finire, tre piccole frittelle di cioccolato.

Terminata la prima colazione e con le fitte della fame per l’incombere del pranzo, Phelps non rinuncia a mezzo chilo di pasta condita e due grandi panini con prosciutto e formaggio, pieni di maionese. E senza dimenticare mille calorie di bevanda energetica.

La cena è il pasto in cui il nuotatore fa la scorta di carboidrati per l’allenamento del giorno successivo. Ancora mezzo chilo di pasta, accompagnato però da una pizza e altre mille calorie di bevanda energetica. Poi a letto per il meritato riposo. “Mangiare, dormire e nuotare, è tutto quello che so fare”, ha detto ieri Phelps all’emittente statunitense Nbc”.

Come si dice in certe trasmissioni televisive di sport estremi: “DON’T TRY THIS AT HOME!” (non rifatelo a casa vostra.)

Prima domanda idiota: con tutto quello che mangia, come fa a digerire e subito buttarsi in piscina? Vi ricordate quando ci dicevano da piccoli che dovevano passare due ore almeno dai pasti prima di fare il bagno, se no potevamo morire di congestione e noi in spiaggia guardavamo il mare impazienti e contando i minuti?

Altra domanda sciocca: mi sbaglio o appena attaccherà gli occhialini al chiodo questo giuggiolone americano comincerà ad ingrassare come un capodoglio e se è fortunato riuscirà ad invecchiare senza schiattare a quarant’anni per un colpo secco?

E’ ancora sport questo o è solo una succursale del freak show di Barnum? Amminchiarsi il fegato in quel modo, si può considerare doping estremo?
E che nessuno mi dica che comunque Phelps è obbligato a mangiare così perchè solo in un’ora di allenamento consuma più di 500 calorie. Che lui fa del moto (per usare un eufemismo). E’ una cosa mostruosa lo stesso.

Mostruosa come l’atroce ingozzamento delle oche per fare il foie gras, appunto. Una pratica che andrebbe abolita in tutto il mondo e contro la quale vi sono campagne di mobilitazione animalista. Tanto si può vivere anche senza il foie gras che, detto fuor di metafora, fa schifo.


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