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La vignetta è nata ieri ed ha portato bene, visto che oggi sulla Romagna splende il sole. Occorreva crederci proprio, con l’acqua a secchiate che è venuta giù tutto il pomeriggio e il cielo che offriva un preassaggio di tutte le delicatessen ottobrine, inclusa la malinconia. Le previsioni locali annunciavano il ritorno del bel tempo per Ferragosto ma ho sentito qualcuno, di fronte al cielo plumbeo, insinuare che fosse una manovra occulta degli albergatori della Riviera, in grado perfino di comperare e taroccare i bollettini meteo per accaparrarsi i turisti.
Tutto è bene ciò che finisce bene. Chi può oggi vada al mare e si goda la splendida giornata di sole sulla spiaggia.

A proposito, era da parecchio tempo che d’estate non frequentavo il mare romagnolo e quest’anno che ho potuto trascorrervi qualche domenica in qua e in là, non ho potuto fare a meno di notare come gli anni passino inesorabilmente ma alcune cose rimangano immutabili nei secoli.
Per esempio i negozi con le cianfrusaglie da spiaggia, ovvero il regno della gomma: materassini, salvagente, le bisce finte, le ciabatte. E poi le confezioni con paletta e secchiello, il retino per acchiappare non si sa cosa, i solari e doposole, le cartoline, i costumi e copricostumi. L’unica differenza con il passato è che i negozi sono ormai tutti gestiti da asiatici.
Mi sono resa conto che molte delle cose che osservavo quarant’anni fa quando frequentavo la spiaggia di Cesenatico sono ancora lì, intatte, perfettamente conservate. Cose che noti appena arrivi, come i risciò famigliari e l’odore di pizza fritta o quando fai la passeggiata regolamentare sul bagnasciuga. Almeno un paio di chilometri al giorno con l’unico dilemma: “Vado verso l’Agip o dall’altra parte?”

E’ incredibile ma resistono all’usura dei secoli secchiello, paletta e formine. Sono proprio quelle di una volta. I terrificanti bambini tecnologici di oggi, incredibile, ci giocano ancora. Almeno fino a quando non imparano la parola Nintendo. Il trastullo con paletta e secchiello degli impuberi avviene di norma in riva al mare. Se c’è qualche adulto a supervisionare, di solito i babbi, si può osservarne la regressione improvvisa e spontanea all’infanzia e allora si apre il cantiere e si costruisce il castello di sabbia. Lo costruisce il babbo, l’unico che si diverte, mentre il bimbo di solito preferisce la demolizione a colpi di paletta dei manufatti appena eretti.
Parlando ancora di bambini, se cammini sul bagnasciuga non puoi farti mancare: il treenne scarso che, provenendo dall’ombrellone ti taglia la strada all’improvviso, direzione mare, come un capriolo sulla Statale Alemagna, incurante del rischio di franarti addosso. Noi psicologi lo chiamiamo egocentrismo infantile. Per il ninno non c’è altri al mondo che lui, sei tu che devi scansarti, fate largo che arriva.

Sulla spiaggia ci sono ancora: i juke-box, le docce calde e fredde, il coccobello & frutta fresca venduto sdraio a sdraio da ragazzotti che parlano un dialetto campano ancora più stretto di quello di Gomorra. Manca forse l’arzdora biancovestita con la cassetta degli spiedini di frutta caramellata e i bomboloni caldi. Io a Cesenatico non l’ho vista ma se qualcuno l’ha avvistata mi farebbe piacere sapere che c’è.
E poi gli aeroplanetti con la pubblicità attaccata alla coda, il gioco del tamburello, la pallavolo nella gabbia di rete, la radiospiaggia, la motonave che parte per la meravigliosa gita al largo delle piattaforme petrolifere oppure vi porta giù a Rimini a vedere lo spettacolo dei delfini, al ritorno pesce e vino per tutti.
Per fortuna pare siano state debellate definitivamente le famigerate clic-clac che ci torturarono un’estate intera negli anni settanta.

Forse, a pensarci bene, qualcosa del passato è scomparso dalla spiaggia romagnola. I vucumprà, ad esempio. Non c’è più una bancarella in spiaggia. Eliminati con le buone o con le cattive, non si sa. Spariti anche i massaggiatori abusivi, i lettori di mano, i senegalesi con la cassetta con le collanine e i marocchini con gli ‘sciugamà . I tedeschi. Io non ne ho visto mezzo, nemmeno la scorsa domenica d’agosto.
Scomparsi anche i mitici bagnini. Si, ci sono ancora ma non sono più, mi dispiace, quelle apparizioni mariane di muscoli e testosterone che erano una volta e che soprattutto si davano un gran daffare con le turiste. Tutte, come Don Giovanni, pur che portino la gonnella. Ora mi sa che si smuovono solo, come minimo, per una supertop. Diventati anche loro esigenti di palato.

Tra le novità, poche per la verità, della vita di spiaggia, rispetto al passato, una che osserva i bagnanti si domanda: “Perchè io non ho un tatuaggio?” Ormai in spiaggia non si legge più, si guardano le figure.
C’è il fitness sul bagnasciuga e a volte l’aquagym. Ecco, a proposito ancora di maschi, scusate se insisto. Non sperate neanche lì di trovare il fustacchione. Ho visto istruttori decisamente fuori forma saltellare al ritmo di Lady Gaga in evidente debito di ossigeno e con maniglie dell’amore ondeggianti tipo tricheco. Cari Enti del Turismo, no, così non va. Si prega di rimediare per l’anno prossimo. Mica un supertopo, ma un caro vecchio manzo nostrano con tutti gli argomenti al posto giusto, non ci farebbe schifo.

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Certo il cinema estivo, all’aperto, è insopportabilmente scomodo in confronto al mio salotto attrezzato con 32″ HDReady, lettore DVD, possibilità di stendere i piedi ed essere avvolti da morbidi cuscini, provvidenziali a conciliare il sonno in caso di pellicola soporifera. Nell’arena estiva non puoi rilassarti. Sfido chiunque a riuscire a dormire anche di fronte all’ennesimo capolavoro di Muccino.
Tra le scomodità conclamate della visione open air di un film citerò, a caso, la qualità di solito pessima della copia, l’audio a singhiozzo e sempre troppo stridulo, le terribili sedie, fornite di cuscinetto ridotto a piadina dall’essere stato schiacciato da troppe chiappe e praticamente inservibile a confortare il fondoschiena da due ore e mezza di proiezione. Per non parlare della presenza costante ed indisponente di insetti di varia provenienza e molestia.
Stranamente però, nonostante i disagi da giungla vietnamita, i ricordi legati alle non moltissime volte che ho assistito a film all’aperto d’estate, mi sono rimasti particolarmente cari, come retaggio di un modo di fruire del cinema ormai quasi desueto. Una nostalgia alla “Nuovo Cinema Paradiso”, per intenderci.

Ricordo un cinema parrocchiale di Cesenatico, mezzo all’aperto e mezzo no, dove venivano proiettati i più assurdi film d’avventura e l’avventura, per noi spettatori, era riuscire a tenere per l’intera proiezione le gambe sollevate dal terreno, invaso da scarafaggi di dimensioni epiche. E ancora la curiosità che ispirava l’ascolto dell’audio di un film “proibito” a noi bambini, proveniente da dietro il muro di cinta dell’arena.
Oppure una delle pochissime recenti esperienze con la tradizionale rassegna faentina dell’Arena Borghesi, un “28 giorni dopo” visto per modo di dire, dato che eravamo impegnati a difenderci da un nugolo di zanzare immuni all’Autan, anzi forse addirittura autandipendenti e molto incazzate.
All’aperto d’estate ho visto “La vita è bella” di Benigni, “Molto rumore per nulla” di Branagh e soprattutto “Shine”di Scott Hicks, tutti film che mi sono rimasti impressi in modo particolare.

Insomma, nonostante le zanzare, l’umidità che si raccoglie in certe arene troppo alberate, le seggioline in ferro per culi formato mini e le pellicole piene di righe, graffi e bruciature, amo il cinema all’aperto e ne sento nostalgia.
Tra l’altro, uno dei motivi per frequentare le arene estive è il ripescaggio di film perduti durante l’inverno o da rivedere nonostante li abbiamo già nel frattempo gustati in DVD.
Ve ne consiglierò qualcuno, cominciando questa sera da “The Reader” e proseguendo domani con “Lasciami entrare”.
Giusto una scusa per rifilarvi un paio di velenose recensioni. Vediamo pure se dopo questo trattamento avrete ancora il coraggio di andarli a vedere.

“The Reader” di Stephen Daldry

Trattasi di film KonradLorenziano, che parla del fenomeno dell’imprinting sessuale maschile. Ovvero: quando il maschio scopre la sessualità vera, mica le seghette, generalmente sui quindici anni, si fissa sulla prima paperina che gli si para davanti e non la scorda più. Potete portargliene di tutti i colori, comprese le più proverbiali strafighe, ma lui continuerà ad amare solo Mamma Passera, anche se è una stronza kapò nazista (intuizione letteraria geniale numero 1).
Voi ridete, ma l’imprinting è l’assunto sul quale poggiano quintalate di letteratura biografica del genere “Anche se mi sono trombato Marilyn Monroe non ho mai dimenticato la tata cinquantenne con i baffi e le gambe pelose che me la faceva vedere di nascosto.”
Che palle, noi donne non siamo così sentimentali. Il grande amore è sempre l’ultimo che stiamo vivendo.

Invece Ralph Fiennes, con la solita espressione da Buscopan che non gli ha ancora fatto effetto e accompagnato in ogni fotogramma da una musica insopportabile e smielata, che non si cheta un attimo, per tutta la vita corre dietro a Kate Winslet che se lo era trombato all’età della scuola (lei più vecchia) e che lo chiama, in maniera agghiacciante, “ragazzo“, come il Peppino barbiere di “Totò, Peppino e i fuorilegge”.
Kate è analfabeta e non sa leggere ma se ne vergogna (intuizione letteraria geniale numero 2) e quindi obbliga il giovane stallone a leggere per lei prima del coito. Solo uno scrittore poteva immaginare una tale perversione da librai.

Diciamo pure che l’ideuzza del complesso dell’analfabetismo era già stata sfruttata in maniera ben più interessante da Claude Chabrol ne “Il buio nella mente“, con un’Isabelle Huppert che sterminava a fucilate una famiglia di borghesacci stronzi perchè l’amichetta colf al loro servizio si vergognava troppo di non saper leggere. Roba da erigere monumenti ad Alberto Manzi in ogni piazza d’Italia, per aver evitato tante simili tragedie.

L’analfabeta e pure nazista Kate, processata e condannata per crimini orrendi, imparerà a leggere in carcere ascoltando le cassette che gli registrerà imperterrito, per anni, il suo anatroccolo devoto, leggendogli i più terrificanti mattoni, compreso “Guerra e Pace”.
Fino ovviamente al solito ed immancabile tragico finale. Del resto l’espressione di Ralph non prometteva nulla di buono fin dall’inizio.


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Ci vuole proprio poco per ricrearsi la propria oasi tropicale anche in città. Basta un bel viale alberato di pini, fornitori di ombra, frescura e inconfondibile profumo che ricorda le località marine e una frutteria all’aperto, quelle con gli ombrelloni-oni-oni di paglia, i tavolini, la musica etnica e tante prelibatezze esotiche e non.
La frutteria che frequento in questi giorni in maniera compulsiva per illudermi di stare ancora in vacanza e disintossicarmi a furia di vitamine e sali minerali, è un luogo che invito chiunque passi da Faenza a visitare. Si trova in Via Tolosano, il viale che si imbocca, venendo da Imola, quasi di fronte all’Ospedale, per andare alla stazione.

Ideale per la pausa del pranzo, sempre frequentata ma incredibilmente tranquilla, una vera oasi, offre non solo frutta, gelati, frappé, centrifugati e cocktails ma la possibilità, ad esempio, di farsi la propria insalata-compilation con gli ingredienti preferiti.
Per la frutta c’è solo l’imbarazzo della scelta. Oltre al classico cocomero, i miei preferiti sono i piattoni di frutta mista da gustare con lo yogurt. In questi ultimi giorni, complici il caldo e una certa nausea per il cibo tradizionale, mi sono mangiata quantità industriali di cocomero, ananas, cocco e melone.

Oggi, per cambiare e per la serie “o magnamo strano”, mi sono concessa un “Laguna Blu” tutto di frutti tropicali. Confesso che alla mia tenera erà non avevo mai mangiato il Rambutan, la carambola, il Litchi, la Pitaya e nemmeno il Mangustan. Per dire la verità nemmeno tanto spesso il frutto della passione, il mango e la papaya. E’ stato divertente e gustoso anche se certi frutti esotici hanno sembianze un po’ inquietanti, tipo certe pallette pelose chiamate Rambutan.

Il bello è che mangiando al pasto solo frutta, anche quella aliena con il pelo, ci si sente leggeri come piume. L’unico effetto collaterale è che, soprattutto quella tropicale, è piuttosto diuretica ma per sgonfiarsi è l’ideale.
Ecco, oggi mi sono sentita veramente ai tropici ed ero a meno di un chilometro da casa. Se passate da Faenza, non mancate di fare un salto in Frutteria.


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Ci vuole proprio poco per ricrearsi la propria oasi tropicale anche in città. Basta un bel viale alberato di pini, fornitori di ombra, frescura e inconfondibile profumo che ricorda le località marine e una frutteria all’aperto, quelle con gli ombrelloni-oni-oni di paglia, i tavolini, la musica etnica e tante prelibatezze esotiche e non.
La frutteria che frequento in questi giorni in maniera compulsiva per illudermi di stare ancora in vacanza e disintossicarmi a furia di vitamine e sali minerali, è un luogo che invito chiunque passi da Faenza a visitare. Si trova in Via Tolosano, il viale che si imbocca, venendo da Imola, quasi di fronte all’Ospedale, per andare alla stazione.

Ideale per la pausa del pranzo, sempre frequentata ma incredibilmente tranquilla, una vera oasi, offre non solo frutta, gelati, frappé, centrifugati e cocktails ma la possibilità, ad esempio, di farsi la propria insalata-compilation con gli ingredienti preferiti.
Per la frutta c’è solo l’imbarazzo della scelta. Oltre al classico cocomero, i miei preferiti sono i piattoni di frutta mista da gustare con lo yogurt. In questi ultimi giorni, complici il caldo e una certa nausea per il cibo tradizionale, mi sono mangiata quantità industriali di cocomero, ananas, cocco e melone.

Oggi, per cambiare e per la serie “o magnamo strano”, mi sono concessa un “Laguna Blu” tutto di frutti tropicali. Confesso che alla mia tenera erà non avevo mai mangiato il Rambutan, la carambola, il Litchi, la Pitaya e nemmeno il Mangustan. Per dire la verità nemmeno tanto spesso il frutto della passione, il mango e la papaya. E’ stato divertente e gustoso anche se certi frutti esotici hanno sembianze un po’ inquietanti, tipo certe pallette pelose chiamate Rambutan.

Il bello è che mangiando al pasto solo frutta, anche quella aliena con il pelo, ci si sente leggeri come piume. L’unico effetto collaterale è che, soprattutto quella tropicale, è piuttosto diuretica ma per sgonfiarsi è l’ideale.
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Ci vuole proprio poco per ricrearsi la propria oasi tropicale anche in città. Basta un bel viale alberato di pini, fornitori di ombra, frescura e inconfondibile profumo che ricorda le località marine e una frutteria all’aperto, quelle con gli ombrelloni-oni-oni di paglia, i tavolini, la musica etnica e tante prelibatezze esotiche e non.
La frutteria che frequento in questi giorni in maniera compulsiva per illudermi di stare ancora in vacanza e disintossicarmi a furia di vitamine e sali minerali, è un luogo che invito chiunque passi da Faenza a visitare. Si trova in Via Tolosano, il viale che si imbocca, venendo da Imola, quasi di fronte all’Ospedale, per andare alla stazione.

Ideale per la pausa del pranzo, sempre frequentata ma incredibilmente tranquilla, una vera oasi, offre non solo frutta, gelati, frappé, centrifugati e cocktails ma la possibilità, ad esempio, di farsi la propria insalata-compilation con gli ingredienti preferiti.
Per la frutta c’è solo l’imbarazzo della scelta. Oltre al classico cocomero, i miei preferiti sono i piattoni di frutta mista da gustare con lo yogurt. In questi ultimi giorni, complici il caldo e una certa nausea per il cibo tradizionale, mi sono mangiata quantità industriali di cocomero, ananas, cocco e melone.

Oggi, per cambiare e per la serie “o magnamo strano”, mi sono concessa un “Laguna Blu” tutto di frutti tropicali. Confesso che alla mia tenera erà non avevo mai mangiato il Rambutan, la carambola, il Litchi, la Pitaya e nemmeno il Mangustan. Per dire la verità nemmeno tanto spesso il frutto della passione, il mango e la papaya. E’ stato divertente e gustoso anche se certi frutti esotici hanno sembianze un po’ inquietanti, tipo certe pallette pelose chiamate Rambutan.

Il bello è che mangiando al pasto solo frutta, anche quella aliena con il pelo, ci si sente leggeri come piume. L’unico effetto collaterale è che, soprattutto quella tropicale, è piuttosto diuretica ma per sgonfiarsi è l’ideale.
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Immagini di altri tempi? A leggere le previsioni meteorologiche e relative temperature per il fine settimana del nostro mare romagnolo c’è da stropicciarsi forte gli occhi e chiedersi che brutto acido ci abbiano versato nel caffè. Milano Marittima: pioggia fino a martedì. Temperature tra 10° e 22° per domani.
Ah, faccio notare che teoricamente il 16 di giugno sarebbe appunto domenica da mare, con bagni, alberghi e affini pronti a ricevere orde di umani in costume.
Invece non avete idea del senso di straniamento che questo tempo di emme sta dando a noi romagnoli dell’entroterra. “Vai al mare, domani?” è una domanda da non rivolgere in questi giorni a chi è più alto e grosso di voi. Ed è inutile citare l’antico detto cinese: “C’è una cosa peggiore del trascorrere un giorno di maltempo d’estate al mare: trascorrerlo in montagna”.

Se continua così non vorrei che si ripetessero da noi le scene dell’ultimo film di Shyamalan. Il mistero delle corpulente turiste spiaggiate. Pedalò che si lanciano a tutta velocità l’uno contro l’altro. Turisti tedeschi che si lanciano dai tetti delle cabine e bagnini che si fanno seppellire vivi nella sabbia.

Oltre al danno per l’economia, se nel weekend d’estate non vai al mare, che cazzo fai la domenica? Meno male che ci sono gli Europei. Grazie no, ricorda troppo un’estate di tanti anni fa quando nella stessa sera Baggio sbagliò il rigore che valeva un Mondiale e io mi presi la salmonella.
Il cinema, appunto, ma è comunque un andare contronatura. I Gran Premi? Meglio la doppia canalizzazione di un molare.

Se il 15 di giugno in Romagna non puoi andare al mare perchè diluvia puoi solo metterti ad ammazzare parole transgeniche.
Mi spiego. Ci sono parole che una volta avevano un significato preciso ed erano usate solo in certi ambiti ma da un certo giorno in poi te le sei ritrovate inflazionate in ogni tipo di discorso. Diventate di facili costumi, si infilano nelle bocche di tutti, specie di coloro che credono che usando termini difficili riusciranno a fregarti meglio. I TG e i giornali ne vanno pazzi.
Non se ne può più, io quando le sento metterei mano alla 44 magnum.
Ne ho individuate quattro, le mie più odiate in assoluto, che strapperò una ad una dallo Zingarelli e farò sparire silenziosamente in giardino tre metri sotto un ciliegio, affinchè non si sentano più nominare:

GOVERNANCE
SISTEMA PAESE
FILIERA
BENCHMARKING

Non ditemi che non siete stufi anche voi di sentirle ogni momento. Magari ne avete altre in mente.
Per consolarci da questa estate inglese che ci fotte i weekend, vi offro, come momento musicale, una chicca assoluta di Elio e le Storie Tese, con Mondo Marcio e, pirsonalmente di pirsona, il grande Stefano Bollani.


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Ah, faccio notare che teoricamente il 16 di giugno sarebbe appunto domenica da mare, con bagni, alberghi e affini pronti a ricevere orde di umani in costume.
Invece non avete idea del senso di straniamento che questo tempo di emme sta dando a noi romagnoli dell’entroterra. “Vai al mare, domani?” è una domanda da non rivolgere in questi giorni a chi è più alto e grosso di voi. Ed è inutile citare l’antico detto cinese: “C’è una cosa peggiore del trascorrere un giorno di maltempo d’estate al mare: trascorrerlo in montagna”.

Se continua così non vorrei che si ripetessero da noi le scene dell’ultimo film di Shyamalan. Il mistero delle corpulente turiste spiaggiate. Pedalò che si lanciano a tutta velocità l’uno contro l’altro. Turisti tedeschi che si lanciano dai tetti delle cabine e bagnini che si fanno seppellire vivi nella sabbia.

Oltre al danno per l’economia, se nel weekend d’estate non vai al mare, che cazzo fai la domenica? Meno male che ci sono gli Europei. Grazie no, ricorda troppo un’estate di tanti anni fa quando nella stessa sera Baggio sbagliò il rigore che valeva un Mondiale e io mi presi la salmonella.
Il cinema, appunto, ma è comunque un andare contronatura. I Gran Premi? Meglio la doppia canalizzazione di un molare.

Se il 15 di giugno in Romagna non puoi andare al mare perchè diluvia puoi solo metterti ad ammazzare parole transgeniche.
Mi spiego. Ci sono parole che una volta avevano un significato preciso ed erano usate solo in certi ambiti ma da un certo giorno in poi te le sei ritrovate inflazionate in ogni tipo di discorso. Diventate di facili costumi, si infilano nelle bocche di tutti, specie di coloro che credono che usando termini difficili riusciranno a fregarti meglio. I TG e i giornali ne vanno pazzi.
Non se ne può più, io quando le sento metterei mano alla 44 magnum.
Ne ho individuate quattro, le mie più odiate in assoluto, che strapperò una ad una dallo Zingarelli e farò sparire silenziosamente in giardino tre metri sotto un ciliegio, affinchè non si sentano più nominare:

GOVERNANCE
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FILIERA
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Non ditemi che non siete stufi anche voi di sentirle ogni momento. Magari ne avete altre in mente.
Per consolarci da questa estate inglese che ci fotte i weekend, vi offro, come momento musicale, una chicca assoluta di Elio e le Storie Tese, con Mondo Marcio e, pirsonalmente di pirsona, il grande Stefano Bollani.


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Ah, faccio notare che teoricamente il 16 di giugno sarebbe appunto domenica da mare, con bagni, alberghi e affini pronti a ricevere orde di umani in costume.
Invece non avete idea del senso di straniamento che questo tempo di emme sta dando a noi romagnoli dell’entroterra. “Vai al mare, domani?” è una domanda da non rivolgere in questi giorni a chi è più alto e grosso di voi. Ed è inutile citare l’antico detto cinese: “C’è una cosa peggiore del trascorrere un giorno di maltempo d’estate al mare: trascorrerlo in montagna”.

Se continua così non vorrei che si ripetessero da noi le scene dell’ultimo film di Shyamalan. Il mistero delle corpulente turiste spiaggiate. Pedalò che si lanciano a tutta velocità l’uno contro l’altro. Turisti tedeschi che si lanciano dai tetti delle cabine e bagnini che si fanno seppellire vivi nella sabbia.

Oltre al danno per l’economia, se nel weekend d’estate non vai al mare, che cazzo fai la domenica? Meno male che ci sono gli Europei. Grazie no, ricorda troppo un’estate di tanti anni fa quando nella stessa sera Baggio sbagliò il rigore che valeva un Mondiale e io mi presi la salmonella.
Il cinema, appunto, ma è comunque un andare contronatura. I Gran Premi? Meglio la doppia canalizzazione di un molare.

Se il 15 di giugno in Romagna non puoi andare al mare perchè diluvia puoi solo metterti ad ammazzare parole transgeniche.
Mi spiego. Ci sono parole che una volta avevano un significato preciso ed erano usate solo in certi ambiti ma da un certo giorno in poi te le sei ritrovate inflazionate in ogni tipo di discorso. Diventate di facili costumi, si infilano nelle bocche di tutti, specie di coloro che credono che usando termini difficili riusciranno a fregarti meglio. I TG e i giornali ne vanno pazzi.
Non se ne può più, io quando le sento metterei mano alla 44 magnum.
Ne ho individuate quattro, le mie più odiate in assoluto, che strapperò una ad una dallo Zingarelli e farò sparire silenziosamente in giardino tre metri sotto un ciliegio, affinchè non si sentano più nominare:

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Per consolarci da questa estate inglese che ci fotte i weekend, vi offro, come momento musicale, una chicca assoluta di Elio e le Storie Tese, con Mondo Marcio e, pirsonalmente di pirsona, il grande Stefano Bollani.

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Sto qui in giro… scrivo cooose… vedo bolle… ma di visitatori in questi sabato e domenica di agosto, proprio niente eh?!
C’è nessuno???!!


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