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“L’alleanza con Di Pietro è finita. Non fa giri di parole Walter Veltroni, intervistato a “Che tempo che fa” da Fabio Fazio, attaccando il leader dell’Italia dei Valori. “Con Di Pietro – ha spiegato – avevamo sottoscritto un programma per costituire un unico gruppo; quando si è accorto che aveva un numero sufficiente di parlamentari per costituirne uno da solo, Di Pietro ha stracciato quell’impegno”. E ancora: “L’alleanza è finita quando Antonio Di Pietro ha stracciato l’impegno, dopo le elezioni, di costituire un gruppo comune con noi”.

No, temo che l’alleanza sia finita quando Veltroni si è accorto che Di Pietro fa opposizione, non quella cosa molliccia della quale lui si ostina a rimanere il leader, nonostante la sonora trombata rimediata alle elezioni. In quell’America che lui ama tanto, chi perde la tornata elettorale al massimo si dedica al documentarismo, non insiste con la politica. Invece da noi Rutelli porta ancora in giro il suo faccino e Uolter si atteggia a capo dell’opposizione.
Che cosa dà fastidio a Veltroni? Che Di Pietro abbia avuto un sacco di voti e che rischi seriamente di racimolarne ancora di più alle prossime consultazioni. Solo quello. Il resto sono pugnette.

Nel PD, la cosa molliccia, quella specie di blob fatto partito, tutti a dire che quella di Di Pietro è opposizione non costruttiva, del muro contro muro, una specie di ostinazione alla Hamas contrapposta all’accondiscendenza alla Abu Mazen di Uolter. Ormai ci stiamo abituando alle opposizioni che non contano e che non ottengono assolutamente nulla e alle quali i governi contro i quali si oppongono fanno tap-tap sulla testa, come al vecchietto di Benny Hill, con la musichetta in sottofondo.

In fondo cosa manca a Berlusconi per diventare “come quello là'”? Di tacitare le ultime rare voci che ne espongono le magagne passate e presenti.
Per esempio Travaglio viene condannato in primo grado (quindi in maniera non definitiva) per un solo articolo delle centinaia che ha scritto e qual’è il risultato, strombazzato da tutte le TV meretrici di regime? Che Travaglio ha scritto solo falsità e che nessuno di lorsignori è mafioso. La famosa proprietà transitiva. Uno innocente, tutti innocenti. Non importa che in precedenti processi il giornalista sia stato assolto perchè aveva scritto semplicemente la verità. Vedrete quanto questa condanna farà giurisprudenza, soprattutto tra i suoi colleghi kapò.

Secondo esempio. Perchè mai Di Pietro non dovrebbe dire ciò che pensa di uno che prima ne ha dette peste e corna per anni perchè da giudice aveva indagato i suoi antichi protettori, i malfattori di Tangentopoli, poi ha fatto di tutto per cooptarlo in un suo precedente governo e di nuovo, al rifiuto di questi, ha tirato fuori le Mercedes. Di Pietro dovrebbe per caso considerare Berlusconi una persona seria? I know my chicken, dicono gli americani, e lo diciamo anche noi: conosco i miei polli.

Uolter invece è convinto che si possa fare l’opposizione a Berlusconi non disturbando Berlusconi.
Come quando dice che rompe con Di Pietro, si, ma a livello locale bisogna cercare le alleanze. Il famoso “ma anche no”.
Il peggio di sè l’ha dato però recentemente con il tentativo di scambio Pecorella-Orlando. Una cosa ignobile, da mercato delle vacche o delle pecore. Una cosa da andare subito a tagliarsi la mano che, mannaggia, l’ha votato in un momento di disperazione.

Ho citato le pecore non a caso. L’opposizione che piace a Uolter è un’opposizione a pecorina, anzi a Pecorella.
E’ lui che straccia, ma non le alleanze, qualcos’altro che fa rima con Veltroni.


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“L’alleanza con Di Pietro è finita. Non fa giri di parole Walter Veltroni, intervistato a “Che tempo che fa” da Fabio Fazio, attaccando il leader dell’Italia dei Valori. “Con Di Pietro – ha spiegato – avevamo sottoscritto un programma per costituire un unico gruppo; quando si è accorto che aveva un numero sufficiente di parlamentari per costituirne uno da solo, Di Pietro ha stracciato quell’impegno”. E ancora: “L’alleanza è finita quando Antonio Di Pietro ha stracciato l’impegno, dopo le elezioni, di costituire un gruppo comune con noi”.

No, temo che l’alleanza sia finita quando Veltroni si è accorto che Di Pietro fa opposizione, non quella cosa molliccia della quale lui si ostina a rimanere il leader, nonostante la sonora trombata rimediata alle elezioni. In quell’America che lui ama tanto, chi perde la tornata elettorale al massimo si dedica al documentarismo, non insiste con la politica. Invece da noi Rutelli porta ancora in giro il suo faccino e Uolter si atteggia a capo dell’opposizione.
Che cosa dà fastidio a Veltroni? Che Di Pietro abbia avuto un sacco di voti e che rischi seriamente di racimolarne ancora di più alle prossime consultazioni. Solo quello. Il resto sono pugnette.

Nel PD, la cosa molliccia, quella specie di blob fatto partito, tutti a dire che quella di Di Pietro è opposizione non costruttiva, del muro contro muro, una specie di ostinazione alla Hamas contrapposta all’accondiscendenza alla Abu Mazen di Uolter. Ormai ci stiamo abituando alle opposizioni che non contano e che non ottengono assolutamente nulla e alle quali i governi contro i quali si oppongono fanno tap-tap sulla testa, come al vecchietto di Benny Hill, con la musichetta in sottofondo.

In fondo cosa manca a Berlusconi per diventare “come quello là'”? Di tacitare le ultime rare voci che ne espongono le magagne passate e presenti.
Per esempio Travaglio viene condannato in primo grado (quindi in maniera non definitiva) per un solo articolo delle centinaia che ha scritto e qual’è il risultato, strombazzato da tutte le TV meretrici di regime? Che Travaglio ha scritto solo falsità e che nessuno di lorsignori è mafioso. La famosa proprietà transitiva. Uno innocente, tutti innocenti. Non importa che in precedenti processi il giornalista sia stato assolto perchè aveva scritto semplicemente la verità. Vedrete quanto questa condanna farà giurisprudenza, soprattutto tra i suoi colleghi kapò.

Secondo esempio. Perchè mai Di Pietro non dovrebbe dire ciò che pensa di uno che prima ne ha dette peste e corna per anni perchè da giudice aveva indagato i suoi antichi protettori, i malfattori di Tangentopoli, poi ha fatto di tutto per cooptarlo in un suo precedente governo e di nuovo, al rifiuto di questi, ha tirato fuori le Mercedes. Di Pietro dovrebbe per caso considerare Berlusconi una persona seria? I know my chicken, dicono gli americani, e lo diciamo anche noi: conosco i miei polli.

Uolter invece è convinto che si possa fare l’opposizione a Berlusconi non disturbando Berlusconi.
Come quando dice che rompe con Di Pietro, si, ma a livello locale bisogna cercare le alleanze. Il famoso “ma anche no”.
Il peggio di sè l’ha dato però recentemente con il tentativo di scambio Pecorella-Orlando. Una cosa ignobile, da mercato delle vacche o delle pecore. Una cosa da andare subito a tagliarsi la mano che, mannaggia, l’ha votato in un momento di disperazione.

Ho citato le pecore non a caso. L’opposizione che piace a Uolter è un’opposizione a pecorina, anzi a Pecorella.
E’ lui che straccia, ma non le alleanze, qualcos’altro che fa rima con Veltroni.


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No, temo che l’alleanza sia finita quando Veltroni si è accorto che Di Pietro fa opposizione, non quella cosa molliccia della quale lui si ostina a rimanere il leader, nonostante la sonora trombata rimediata alle elezioni. In quell’America che lui ama tanto, chi perde la tornata elettorale al massimo si dedica al documentarismo, non insiste con la politica. Invece da noi Rutelli porta ancora in giro il suo faccino e Uolter si atteggia a capo dell’opposizione.
Che cosa dà fastidio a Veltroni? Che Di Pietro abbia avuto un sacco di voti e che rischi seriamente di racimolarne ancora di più alle prossime consultazioni. Solo quello. Il resto sono pugnette.

Nel PD, la cosa molliccia, quella specie di blob fatto partito, tutti a dire che quella di Di Pietro è opposizione non costruttiva, del muro contro muro, una specie di ostinazione alla Hamas contrapposta all’accondiscendenza alla Abu Mazen di Uolter. Ormai ci stiamo abituando alle opposizioni che non contano e che non ottengono assolutamente nulla e alle quali i governi contro i quali si oppongono fanno tap-tap sulla testa, come al vecchietto di Benny Hill, con la musichetta in sottofondo.

In fondo cosa manca a Berlusconi per diventare “come quello là'”? Di tacitare le ultime rare voci che ne espongono le magagne passate e presenti.
Per esempio Travaglio viene condannato in primo grado (quindi in maniera non definitiva) per un solo articolo delle centinaia che ha scritto e qual’è il risultato, strombazzato da tutte le TV meretrici di regime? Che Travaglio ha scritto solo falsità e che nessuno di lorsignori è mafioso. La famosa proprietà transitiva. Uno innocente, tutti innocenti. Non importa che in precedenti processi il giornalista sia stato assolto perchè aveva scritto semplicemente la verità. Vedrete quanto questa condanna farà giurisprudenza, soprattutto tra i suoi colleghi kapò.

Secondo esempio. Perchè mai Di Pietro non dovrebbe dire ciò che pensa di uno che prima ne ha dette peste e corna per anni perchè da giudice aveva indagato i suoi antichi protettori, i malfattori di Tangentopoli, poi ha fatto di tutto per cooptarlo in un suo precedente governo e di nuovo, al rifiuto di questi, ha tirato fuori le Mercedes. Di Pietro dovrebbe per caso considerare Berlusconi una persona seria? I know my chicken, dicono gli americani, e lo diciamo anche noi: conosco i miei polli.

Uolter invece è convinto che si possa fare l’opposizione a Berlusconi non disturbando Berlusconi.
Come quando dice che rompe con Di Pietro, si, ma a livello locale bisogna cercare le alleanze. Il famoso “ma anche no”.
Il peggio di sè l’ha dato però recentemente con il tentativo di scambio Pecorella-Orlando. Una cosa ignobile, da mercato delle vacche o delle pecore. Una cosa da andare subito a tagliarsi la mano che, mannaggia, l’ha votato in un momento di disperazione.

Ho citato le pecore non a caso. L’opposizione che piace a Uolter è un’opposizione a pecorina, anzi a Pecorella.
E’ lui che straccia, ma non le alleanze, qualcos’altro che fa rima con Veltroni.


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In occasione dell’ennesima trombata rimediata dal Cicciobello nazionale, grazie al quale anche Roma va a destra, ripropongo un post in qualche modo profetico dell’anno scorso.
Con la speranza che questa sia veramente l’ultima volta che Francesco Rutelli si presenta come candidato in qualsivoglia competizione elettorale, fosse anche l’elezione ad amministratore del suo condominio.

«La Margherita è un partito centrista e profondamente riformista… Noi siamo liberali, democratici, popolari, socialisti, socialdemocratici, ambientalisti e questo me lo dice la mia esperienza personale frequentando i singoli aderenti della Margherita, non esaminando necessariamente le personalita’ dei nostri vertici nazionali.» (F. Rutelli)

Francesco Rutelli nasce sotto il segno dei Gemelli, caratterizzato da costante irrequietezza, in una famiglia borghese romana.
Il noto soprannome deriva da un episodio dei suoi primi difficili mesi di vita. La sorella maggiore, traumatizzata dal fatto di non aver mai ricevuto in dono il Cicciobello come le sue compagne di scuola, lo veste, lo sveste, lo pettina e gli fa ingurgitare litri d’acqua per fargli fare la pipì. Quando alla piccola peste finalmente una zia ricca regala l’agognato bamboccio, Francesco può crescere in pace e pensare al suo futuro.

Architetto mancato, forse spaventato dall’impossibilità di applicare l’ondivaghezza ai calcoli delle strutture in cemento armato, sceglie quasi naturalmente di dedicarsi alla politica.
Per motivi di tempo riassumerò solo l’ultima parte delle sue avventure in giro per i partiti dell’arco costituzionale.

Esordisce come cattolico ma poi svolta leggermente a sinistra per il Partito Radicale, dove si trattiene qualche anno e partecipa alle sue battaglie, come praticante, quindi sterza un po’ a destra per scegliere un partito dalle larghe vedute, i socialdemocratici.
Nei primi anni ‘90, svoltato ancora a sinistra con i Verdi, diventa ministro per l’Ambiente per un sol giorno, come le rose. Lasciati i Verdi, e salito momentaneamente sulle barricate di Tangentopoli, sembra momentaneamente accasarsi come sindaco di Roma ma poi partecipa al movimento dei sindaci. Non riesce a stare fermo.
Nel frattempo ha trovato la sua anima gemella, la Cicciobella Palombella, con la quale mette su famiglia.

Nel 2001 finalmente la grande occasione, è candidato premier per l’Ulivo. I suoi occhioni blu dominano i poster elettorali e bucano lo schermo televisivo. Un successo, tanto che Berlusconi stravince le elezioni.
Chiunque altro si sarebbe ritirato in cima a un monte a produrre il formaggio di malga ma Francesco no, è un moto perpetuo.
Nel 2002, come se niente fosse, ascoltando una canzone di Cocciante ha l’illuminazione, fondare un grande partito riformista, di centro ma anche di sinistra che all’occorrenza strizzi l’occhio alla destra. Insomma il partito perfetto, che chiama Margherita, in onore del suo motto da eterno indeciso “m’ama, non m’ama, m’ama…”.

Attualmente sta lavorando alla costruzione del Partito Democratico e contemporaneamente alla distruzione totale della sinistra.
A questo punto Crepet direbbe che questi sono atti mancati dell’architetto mancato in lui. Insomma, braccia rubate all’architettura.


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Con la speranza che questa sia veramente l’ultima volta che Francesco Rutelli si presenta come candidato in qualsivoglia competizione elettorale, fosse anche l’elezione ad amministratore del suo condominio.

«La Margherita è un partito centrista e profondamente riformista… Noi siamo liberali, democratici, popolari, socialisti, socialdemocratici, ambientalisti e questo me lo dice la mia esperienza personale frequentando i singoli aderenti della Margherita, non esaminando necessariamente le personalita’ dei nostri vertici nazionali.» (F. Rutelli)

Francesco Rutelli nasce sotto il segno dei Gemelli, caratterizzato da costante irrequietezza, in una famiglia borghese romana.
Il noto soprannome deriva da un episodio dei suoi primi difficili mesi di vita. La sorella maggiore, traumatizzata dal fatto di non aver mai ricevuto in dono il Cicciobello come le sue compagne di scuola, lo veste, lo sveste, lo pettina e gli fa ingurgitare litri d’acqua per fargli fare la pipì. Quando alla piccola peste finalmente una zia ricca regala l’agognato bamboccio, Francesco può crescere in pace e pensare al suo futuro.

Architetto mancato, forse spaventato dall’impossibilità di applicare l’ondivaghezza ai calcoli delle strutture in cemento armato, sceglie quasi naturalmente di dedicarsi alla politica.
Per motivi di tempo riassumerò solo l’ultima parte delle sue avventure in giro per i partiti dell’arco costituzionale.

Esordisce come cattolico ma poi svolta leggermente a sinistra per il Partito Radicale, dove si trattiene qualche anno e partecipa alle sue battaglie, come praticante, quindi sterza un po’ a destra per scegliere un partito dalle larghe vedute, i socialdemocratici.
Nei primi anni ‘90, svoltato ancora a sinistra con i Verdi, diventa ministro per l’Ambiente per un sol giorno, come le rose. Lasciati i Verdi, e salito momentaneamente sulle barricate di Tangentopoli, sembra momentaneamente accasarsi come sindaco di Roma ma poi partecipa al movimento dei sindaci. Non riesce a stare fermo.
Nel frattempo ha trovato la sua anima gemella, la Cicciobella Palombella, con la quale mette su famiglia.

Nel 2001 finalmente la grande occasione, è candidato premier per l’Ulivo. I suoi occhioni blu dominano i poster elettorali e bucano lo schermo televisivo. Un successo, tanto che Berlusconi stravince le elezioni.
Chiunque altro si sarebbe ritirato in cima a un monte a produrre il formaggio di malga ma Francesco no, è un moto perpetuo.
Nel 2002, come se niente fosse, ascoltando una canzone di Cocciante ha l’illuminazione, fondare un grande partito riformista, di centro ma anche di sinistra che all’occorrenza strizzi l’occhio alla destra. Insomma il partito perfetto, che chiama Margherita, in onore del suo motto da eterno indeciso “m’ama, non m’ama, m’ama…”.

Attualmente sta lavorando alla costruzione del Partito Democratico e contemporaneamente alla distruzione totale della sinistra.
A questo punto Crepet direbbe che questi sono atti mancati dell’architetto mancato in lui. Insomma, braccia rubate all’architettura.


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«La Margherita è un partito centrista e profondamente riformista… Noi siamo liberali, democratici, popolari, socialisti, socialdemocratici, ambientalisti e questo me lo dice la mia esperienza personale frequentando i singoli aderenti della Margherita, non esaminando necessariamente le personalita’ dei nostri vertici nazionali.» (F. Rutelli)

Francesco Rutelli nasce sotto il segno dei Gemelli, caratterizzato da costante irrequietezza, in una famiglia borghese romana.
Il noto soprannome deriva da un episodio dei suoi primi difficili mesi di vita. La sorella maggiore, traumatizzata dal fatto di non aver mai ricevuto in dono il Cicciobello come le sue compagne di scuola, lo veste, lo sveste, lo pettina e gli fa ingurgitare litri d’acqua per fargli fare la pipì. Quando alla piccola peste finalmente una zia ricca regala l’agognato bamboccio, Francesco può crescere in pace e pensare al suo futuro.

Architetto mancato, forse spaventato dall’impossibilità di applicare l’ondivaghezza ai calcoli delle strutture in cemento armato, sceglie quasi naturalmente di dedicarsi alla politica.
Per motivi di tempo riassumerò solo l’ultima parte delle sue avventure in giro per i partiti dell’arco costituzionale.

Esordisce come cattolico ma poi svolta leggermente a sinistra per il Partito Radicale, dove si trattiene qualche anno e partecipa alle sue battaglie, come praticante, quindi sterza un po’ a destra per scegliere un partito dalle larghe vedute, i socialdemocratici.
Nei primi anni ‘90, svoltato ancora a sinistra con i Verdi, diventa ministro per l’Ambiente per un sol giorno, come le rose. Lasciati i Verdi, e salito momentaneamente sulle barricate di Tangentopoli, sembra momentaneamente accasarsi come sindaco di Roma ma poi partecipa al movimento dei sindaci. Non riesce a stare fermo.
Nel frattempo ha trovato la sua anima gemella, la Cicciobella Palombella, con la quale mette su famiglia.

Nel 2001 finalmente la grande occasione, è candidato premier per l’Ulivo. I suoi occhioni blu dominano i poster elettorali e bucano lo schermo televisivo. Un successo, tanto che Berlusconi stravince le elezioni.
Chiunque altro si sarebbe ritirato in cima a un monte a produrre il formaggio di malga ma Francesco no, è un moto perpetuo.
Nel 2002, come se niente fosse, ascoltando una canzone di Cocciante ha l’illuminazione, fondare un grande partito riformista, di centro ma anche di sinistra che all’occorrenza strizzi l’occhio alla destra. Insomma il partito perfetto, che chiama Margherita, in onore del suo motto da eterno indeciso “m’ama, non m’ama, m’ama…”.

Attualmente sta lavorando alla costruzione del Partito Democratico e contemporaneamente alla distruzione totale della sinistra.
A questo punto Crepet direbbe che questi sono atti mancati dell’architetto mancato in lui. Insomma, braccia rubate all’architettura.


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Chiunque vinca l’elezione a sindaco di Roma e chiunque governi l’ordine pubblico nel prossimo governo non riuscirà a risolvere il problema sicurezza.
Semplicemente perchè, per farlo veramente, dovrebbe andare a spianare con i bombardieri le centrali del traffico internazionale di esseri umani gestite dalle MAFIE e chi è che se ne assume la responsabilità, con il rischio di finire colato in un pilone di cemento?

Ce la prendiamo giustamente con la manovalanza criminale straniera che delinque da noi ma nessun politico parla mai di chi organizza i flussi migratori e di come sgominarne le reti. Come quelle, ad esempio, che importano ragazze a vagonate da gettare sui marciapiedi. Dice che sono gestite da albanesi, rumeni. Va bene, e allora? Che dicono questi paesi? Come si giustificano? Non c’è proprio modo di costringerli a collaborare nella repressione a queste bande?

Non viene il sospetto, quindi, che questi flussi siano gestiti in combutta con chi ha interesse comunque a mantenere il paese in una situazione di incertezza riguardo all’ordine pubblico?
La sindrome dell’invasione e dell’accerchiamento da straniero è il modo migliore per concentrare l’elettorato verso le posizioni più reazionarie. Quando Hitler andò al potere in Germania sventolava lo spauracchio dei lavoratori boemi che “portavano via il lavoro” ai tedeschi.

Il terrorismo mediatico sui crimini commessi dagli stranieri aiuta, oggi più di allora, a mantenere alto il livello della tensione.
Se un domani questa dovesse calare, la gente potrebbe accorgersi delle altre magagne che non vengono risolte. Potrebbe focalizzare la mira sul governo e rendersi conto che la seconda repubblica è uguale o peggiore della prima, che si continua a rubare, che ci sono speculatori in guanti bianchi molto più pericolosi, per la nostra incolumità, del rapinatore rumeno.
Oppure, più semplicemente, potrebbe rendersi conto che quelli che parlano tanto, quelli del “famo, annamo, menamo”, delle città più o meno pericolose in base agli amici o nemici che le governano, in realtà non sanno fare proprio niente oltre a sbrodolare slogan e facile populismo di maniera.

Risolvere il problema sicurezza e rasserenare il paese costringerebbe un governo a superare la più difficile delle prove qualità. Quella del sapere governare la quotidianità. Sinceramente non vedo nessuno che abbia l’interesse o la capacità di farlo.

(Il famoso “annamo, occupamo, menamo” del Monsignor Gassman de “I nuovi mostri” di Dino Risi.)


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Chiunque vinca l’elezione a sindaco di Roma e chiunque governi l’ordine pubblico nel prossimo governo non riuscirà a risolvere il problema sicurezza.
Semplicemente perchè, per farlo veramente, dovrebbe andare a spianare con i bombardieri le centrali del traffico internazionale di esseri umani gestite dalle MAFIE e chi è che se ne assume la responsabilità, con il rischio di finire colato in un pilone di cemento?

Ce la prendiamo giustamente con la manovalanza criminale straniera che delinque da noi ma nessun politico parla mai di chi organizza i flussi migratori e di come sgominarne le reti. Come quelle, ad esempio, che importano ragazze a vagonate da gettare sui marciapiedi. Dice che sono gestite da albanesi, rumeni. Va bene, e allora? Che dicono questi paesi? Come si giustificano? Non c’è proprio modo di costringerli a collaborare nella repressione a queste bande?

Non viene il sospetto, quindi, che questi flussi siano gestiti in combutta con chi ha interesse comunque a mantenere il paese in una situazione di incertezza riguardo all’ordine pubblico?
La sindrome dell’invasione e dell’accerchiamento da straniero è il modo migliore per concentrare l’elettorato verso le posizioni più reazionarie. Quando Hitler andò al potere in Germania sventolava lo spauracchio dei lavoratori boemi che “portavano via il lavoro” ai tedeschi.

Il terrorismo mediatico sui crimini commessi dagli stranieri aiuta, oggi più di allora, a mantenere alto il livello della tensione.
Se un domani questa dovesse calare, la gente potrebbe accorgersi delle altre magagne che non vengono risolte. Potrebbe focalizzare la mira sul governo e rendersi conto che la seconda repubblica è uguale o peggiore della prima, che si continua a rubare, che ci sono speculatori in guanti bianchi molto più pericolosi, per la nostra incolumità, del rapinatore rumeno.
Oppure, più semplicemente, potrebbe rendersi conto che quelli che parlano tanto, quelli del “famo, annamo, menamo”, delle città più o meno pericolose in base agli amici o nemici che le governano, in realtà non sanno fare proprio niente oltre a sbrodolare slogan e facile populismo di maniera.

Risolvere il problema sicurezza e rasserenare il paese costringerebbe un governo a superare la più difficile delle prove qualità. Quella del sapere governare la quotidianità. Sinceramente non vedo nessuno che abbia l’interesse o la capacità di farlo.

http://www.youtube.com/v/r5kgOjf5kN4&hl=it

(Il famoso “annamo, occupamo, menamo” del Monsignor Gassman de “I nuovi mostri” di Dino Risi.)


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Che vi devo dire, mi sento come Tommasino di fronte a “ ’o presebbio ” in casa Cupiello. Hai voglia a convincermi che Partito Democratico suona bene, è moderno, fico, al passo con i tempi. “Nun me piace!”
Sarà che non mi sento niente in comune con la Binetti, con Cicciobello Rutelli, con Parisi (mioddio!), perché sono allergica alle margherite, all’incenso e all’odor di inciucio. Non mi convince il duo D’Alema-Fassino. Non so ma non starei mai in una stanza con loro dietro le spalle.
Prodi come male minore un po’ di male comunque lo fa. E più passano i mesi più passa l’effetto dell’anestesia. Mi faccia la legge sulla RAI e sul conflitto di interessi, ci riporti nel primo mondo e poi eventualmente ne riparliamo.

Su Veltroni, beh, mi piace la bontà ma non il buonismo. Non ho problemi di glicemia ma quando parla Walter si rischia il coma diabetico. Ancora Gandhi, Martin Luther King? E che palle! Si potrebbe continuare a fare politica fuori dall’obitorio? Manca John Kennedy e completiamo il reparto “morti per le loro idee”. Cos’è un buon auspicio? Aspetta che mi gratto ciò che non ho.

I continui riferimenti di questi “pidini” a Tony Blair mi fanno vomitare. Non è di sinistra (la sinistra che intendo io) eppure tutti dicono “voglio essere di sinistra come Tony Blair”. Che sarebbe un pò come dire voglio essere virtuosa come Paris Hilton.
Piuttosto imitate Zapatero che i coglioni di fare qualche legge laica e una grande legge sulla comunicazione (che Dio lo benedica) li ha avuti!

No, ‘o PD nun me piace, e sono triste. Perché non si uccidono così anche i partiti. Perché non avranno il mio voto, finchè PD vorrà dire Rutelli e Binetti, cilici perfetti e l’omino bialetti con la barca che fa la faccia truce con la Condy ma non troppo.
Perché voglio ancora sperare che si possa governare senza dover fare i democratici con il culo degli altri, cioè dei Cipputi e dei loro nipoti, i precari.
Perché se ‘sta roba piace a Berlusconi, qui qualcosa mi puzza. Perché la massima tonalità di rosso che possiamo permetterci oggi è il rosa baby e io odio il rosa. Perché la parola moderato mi fa pensare a qualcosa di moscio, perché tanto il coltello dalla parte del manico ce l’hanno i poteri forti. Perché almeno l’ulivo era una pianta più simpatica. Insomma, nun me piace.

Comunque oggi ringrazio Iddio di non essere francese, perché al pensiero di avere Sarkozy come presidente quasi quasi mi verrebbe da rimangiarmi tutto e iscrivermi al PD.


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Che fosse ancora più brutto dell’orrendo pupazzo disarticolato di Italia 90 e ricordasse troppo il logo della Logitech c’erano arrivati tutti, Sgarbi compreso. Che il motto, “l’Italia lascia il segno” facesse pensare più alle carezze a base di tonfa che qualche turista ha assaggiato nel luglio del 2001 che ad altro, poteva venirci in mente. Che non piaccia quasi a nessuno lo dimostrano i sondaggi.
Come psicologa devo però fare i complimenti ai creativi che l’hanno disegnato. E’ come una macchia del test di Rorschach, ognuno ci vede ciò che vuole, in base alle proprie inclinazioni e paranoie.
Nel cetriolone verde, a parte lo scontato e goliardico simbolo fallico (pur tristemente ammainato), qualcuno ha visto un pericoloso messaggio filocomunista e chi, con un vero colpo di genio, una posizione filopalestinese del governo. Rutelli ci vede perfino un rilancio del turismo italiano, figuriamoci.

Per carità, non vorrei essere più iconoclasta dei tedeschi, ma casualmente ho scoperto che il nuovo logo dell’Italia assomiglia ad alcuni inquietanti sex toys definiti in inglese dog tail butt plug… e non chiedetemi di descriverne l’utilizzo.


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